Un musulmano scrive trenta lettere a padre Hamel

Mohammed Nadim, franco-algerino, al prete ucciso ai piedi dell’altare da due giovani musulmani di 19 anni, scrive: «Dove siamo, padre mio, dove siamo? Non sappiamo più dove andare… quale direzione prendere. Sono venuti con un grande vuoto nel cuore e l’hanno riempito di un progetto a lungo fermentato nel loro spirito, proclamando alto e forte di amare Dio e il suo profeta».

Nadim è prostrato, impotente, rivoltato davanti alla violenza commessa in nome di una religione che è anche la sua. Musulmano praticante vuole dichiarare il suo malessere, la sua collera, e condividere le sue domande di fede, vita, amore, martirio e difficoltà di vivere insieme. Mons Lebrun, arcivescovo di Rouen, nella prefazione al libro delle lettere scrive: «Mirabile cammino spirituale, non ancora concluso».

Di Nadim, non sappiamo niente. Le lettere le ha scritte da Timimun, oasi dell’Algeria del Sud. Frequenta e conosce la Chiesa attraverso gli scritti di Agostino, i suoi martiri, Popieluszko assassinato in Polonia, Romero ucciso durante la messa in Salvador e i sette monaci di Tibhirine. Alla loro memoria vorrebbe costruire un ospedale o un orfanatrofio, qualcosa che accoglie, che protegge…

Scrive con rabbia: «Ho un sentimento di rivolta, che non amo, ma che mi resta dentro insieme alla paura… di non fare il gesto che devo fare, di non dire la frase che devo dire». Ma accetta di lasciarsi attraversare da questi movimenti interiori contradittori. Poetiche… queste meditazioni si trasformano in preghiere d’intercessione per padre Hamel e la sua famiglia. Domanda perdono in nome degli uomini, non in nome della sua religione, loda pure tutti quelli che in seno alla Chiesa restano capaci di tenere in tali circostanze un discorso di pace bello e generoso.

Conclude: «Padre mio, non fate attenzione a questa storia, non cambiate le vostre abitudini e lasciatevi invadere da sogni meravigliosi (…). Crede di aver preso la vostra vita e forse ha sorriso davanti al sangue, forse… ma già da tempi lontani, da secoli, da mille anni, la vostra vita l’avevate già data ai vostri fratelli, alla Chiesa e a Dio».

Il cardinal Tettamanzi come Papa Giovanni

È bello accostare a Papa Giovanni l’emerito arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi. È ricordare quanto erano immagini vicine tra loro e di Gesù di Nazareth, come lo definì il card Scola: «Testimone fedele di Gesù». È ricordare quanto ci hanno toccato in alcuni momenti della nostra esistenza. È renderli ancora vivi, l’uno accanto all’altro.

La giornalista Annamaria Braccini ci dice su Avvenire : «È stato facile voler bene a Tettamanzi». Ecco alcune testimonianze nel suo articolo: «Per me, era una persona buona sostanzialmente e semplicemente, dice Paolo, impiegato di mezza età. E’ un poco come Papa Giovanni XXIII. Penso sempre a quella frase : “Quando tornerete a casa, fate una carezza ai vostri bambini”. “Mi pare che sia giusto definirlo Il cardinale delle mani. Quando veniva nelle nostre parrocchie, si fermava a stringere la mano a tutti. Mi ha stretto la mano e mi ha rivolto qualche parole al termine della Messa».

Nel suo lungo telegramma, Papa Francesco lo ha chiamato «amato e amabile».

In una bella lettera alle famiglie nella prova, dal titolo Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, il cardinale Tettamanzi terminava con la preghiera: «Quante famiglie, Signore, vivono ogni giornata fin dall’inizio, come una lotta e un affanno… Eppure tu, Signore, non hai chiuso gli occhi, … non sei assente, Signore. Manda il tuo Spirito Consolatore …. perché nessuno si senta abbandonato o dimenticato».

Il Signore non chiude mai gli occhi, non è assente. Ci ha mandato Papa Giovanni, ci ha mandato il cardinale Tettamanzi. Sentiamoli ancora vivi, vicini.

L’Algeria rimpatria i migranti, ma potrebbe anche integrarli

«Per far fronte al fenomeno dell’immigrazione irregolare e lottare contro le reti della tratta della persone, le autorità algerine hanno deciso, in stretto coordinamento con quelle nigerine, la ripresa dal primo agosto, delle operazioni di rimpatrio dei cittadini nigerini in posizione irregolare in Algeria», ha annunciato il portavoce del Ministro degli Affari esterni algerino, Benali Cherif. «I rimpatri – ha aggiunto Cherif – fanno parte di una serie di misure prese dal governo algerino per rafforzare la collaborazione con i Paesi dell’Africa subsahariana, in particolare Niger e Mali, per frenare il flusso delle migrazioni irregolari che il nostro Paese sta affrontando».

In Algeria arrivano diversi migranti in posizione irregolare, provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana, in particolare da Niger, Mali e Burkina Faso. Non vi sono statistiche ufficiali dei migranti sub-sahariani in Algeria. Secondo alcune stime sarebbero circa 100 mila.
Alcuni di loro cercano lavoro in Algeria, altri sono invece in transito verso l’Europa, attraverso la Libia. Le autorità algerine rinviano i migranti nigerini nel loro Paese con convogli di autoveicoli. Il campo di Dar El Beïda, alla periferia di Algeri, è stato smantellato.

Il primo ministro Abdelmadjid Tebboune ha annunciato un piano per integrare i migranti nel settore agricolo e delle costruzioni. Molti impresari e proprietari algerini vivono già questo tipo di “ospitalità” e non approvano il rinvio al loro Paese di gente da cui traggono vantaggio. Altre persone influenti, invece, criticano la proposta di integrazione perché vedono nei migranti un pericolo per la sicurezza del Paese.

I  monaci di Tibherine, martiri o santi per amore?

Oggi Papa Francesco ha istituito, con il motu proprio “Maiorem hac dilectionem“, una nuova “fattispecie dell’iter di beatificazione e di canonizzazione” (art. 1) volta a riconoscere l’esistenza de «l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità». Questo ci aiuta a riconoscere meglio quali siano i tratti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.

Il “punto focale” di questa nuova via per la santità, infatti, è quello dell’offerta della vita “propter caritatem” (a motivo della carità): una fattispecie che permette di riconoscere una speciale configurazione a Cristo – e un corrispondente dono dello Spirito che la sostiene e la rende possibile – in situazioni nelle quali da parte dell’uccisore o del persecutore non vi è nemmeno l’intenzione di agire in odium fidei, ma semplicemente una tale mancanza di umanità, che arriva a sfigurare completamente in lui l’immagine di Dio. E davanti a questa situazione – di cui tanti tragici esempi abbiamo davanti agli occhi – la testimonianza dell’offerta della vita per amore è innanzitutto la via per dimostrare che la fede in Cristo ridona all’uomo tutta la sua dignità, capace di dire una parola nuova anche a chi è ormai divenuto insensibile alla stessa percezione della presenza di Dio.

Frère Christian, il priore, e i suoi confratelli, monaci di Tibherine, Luc, Christophe, Michel, Bruno, Célestin e Paul caddero «vittime del terrorismo che sembrava voler coinvolgere tutti gli stranieri che vivevano in Algeria», come scrisse nel suo testamento – un testo di pregnanza cristiana paragonabile a quella che emerge dagli Acta Martyrum dei primi secoli. I sette monaci furono gli ultimi di 18 religiosi e religiose vittime di una violenza cieca; dopo di loro cadde ancora il vescovo di Orano, il domenicano padre Pierre Claverie, assassinato assieme al suo giovane autista musulmano al ritorno da una celebrazione in memoria dei sette monaci dell’Atlas.

Eppure, ciascuna di queste vittime, così come ognuno dei pochi, umili, ma fieri cristiani rimasti in Algeria, a cominciare dall’arcivescovo emerito di Algeri, monsignor Henri Teissier, ha fatto proprio con la sua vita quanto scriveva ancora frère Christian nel testamento: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio” il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’Islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima».

Il documento del Papa invita a meditare sul senso del martirio, oggi.  Pensando ai martiri di Tibherine: il cristiano segue le orme di Gesù. Il martirio dei monaci è fedeltà a un popolo come quello di Gesù per l’umanità. Nell’ultima cena Gesù fece dono della vita, dono che visse poi sulla croce. Anche nei monaci ci fu offerta della vita e il sacrificio. Christian diceva: «Non sarà l’Emir Sayat a prendermi la vita, perché l’ho già donata».

Christian spinge il suo amore per il suo popolo fino a non volere che qualcuno sia responsabile della sua morte. Diceva: «Non voglio chiedere una tale morte. Voglio crederlo, professarlo. Non voglio e non sarei contento se questo popolo che amo potesse esser accusato del mio martirio».

Restare a Tibherine fu solo per fedeltà a quello in cui i monaci credevano, non una provocazione. Nel martirio ciò che è più importante non è la morte violenta, ma il dono della vita. Non è necessario un assassino, ma che ci sia un testimone di amore. E questa è la vocazione di ogni uomo, non solo del cristiano.

 

 

 

 

Al Azhar presenta un progetto di legge contro la propaganda estremista

Il primo luglio 2017 l’Osservatore Romano pubblica:  «Nessuna violenza in nome del Corano. È quanto ribadisce il testo di una proposta di legge, tesa appunto a contrastare le violenze e le propagande settarie compiute in nome della religione islamica, che in questi giorni gli studiosi dell’università di Al Azhar, principale centro teologico-accademico dell’islam sunnita, hanno sottoposto agli uffici della presidenza della Repubblica egiziana. Lo ha riferito lo stesso Ahmed Al-Tayyib, grande imam di Al Azhar, specificando che il progetto di legge punta nella sostanza a riaffermare la totale incompatibilità tra la violenza giustificata con argomenti religiosi e la legge islamica.

Il progetto di legge, approvato dagli studiosi di Al Azhar e successivamente presentato ai collaboratori del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, punta dunque a ridurre le manifestazioni di odio e di intolleranza promosse da gruppi estremisti e a riproporre il principio di cittadinanza come base di una convivenza pacifica tra connazionali appartenenti a diverse componenti religiose. Un tentativo di arginare soprattutto quelle ondate terroristiche che ormai ciclicamente investono e tendono a destabilizzare l’Egitto colpendo con particolare virulenza i fedeli della Chiesa copta, la più folta comunità cristiana del Medio oriente.
Il testo, riferisce l’agenzia Fides, evita di entrare nel dettaglio delle singole pene da infliggere a chi si rende responsabile di istigazione all’odio religioso e dei crimini a esso collegati, che andranno dunque specificate dall’organo legislativo. Tuttavia, numerosi osservatori ritengono come l’iniziativa abbia il palese obiettivo di esprimere una netta presa di distanze di Al Azhar nei confronti di teorie e propagande che in seno alla variegata comunità islamica giustificano l’odio e la violenza citando il Corano e facendo uso di argomenti a sfondo religioso».

 

 

Finito l’Isis, finirà anche il jihadismo?

Il cardinale Angelo Scola Arcivescovo di Milano, ha fatto un intervento su I segnali contradittori dell’islam contemporaneo al Comitato scientifico della Fondazione Oasis di cui è Presidente. Dall’articolo nel Corriere della sera di domenica 2 luglio, colgo alcune frasi.

«Il fenomeno del jihadismo non scomparirà neppure nel momento in cui venisse meno la sua dimensione territoriale in Siria e Iraq. Non va dimenticato che vi sono altre aree di crisi, come la Libia, in cui le formazioni jihadiste “persistono e si estendono”, per citare un loro slogan… Vorrei, a questo proposito, concentrarmi su due fenomeni: da un lato la crescente istituzionalizzazione dell’islam, per poter definire chi parla per i musulmani; dall’altro un inedito dibattito su che cos’è l’islam, stimolato anch’esso dalle efferate azioni dei gruppi jihadisti… Questo dibattito propone, a mio avviso, il tema della libertà… Sono contento di constatare che sempre più numerosi autori musulmani, di fede o di cultura, interloquiscono con Fondazione Oasis, certi che il metodo adottato – una volta l’ho riassunto nella formula “parlare con i musulmani, non sui musulmani” – sia l’unico in grado di leggere veramente la complessa situazione dell’Islam contemporaneo, decifrando i contraddittori segnali che esso lancia… Nel mio ultimo libro, Postcristianesimo, ho cercato di proporre alcune riflessioni, che stanno sotto il duplice segno del malessere e della speranza. Un malessere che, per singolare coincidenza con quanto sta avvenendo nel mondo islamico, è legato in larga misura proprio alla libertà, o meglio a una concezione ridotta della libertà, intesa come assenza di vincoli, strutturalmente opposta a un’autorità vissuta sempre come oppressiva… In ogni caso sono convinto che l’orrendo jihadismo, nella sua versione europea, resti più il tragico sintomo di una grave prova che un reale progetto alternativo. Esso sembra a me una forma di antimodernità…È anzi evidente che esiste un ampio lavoro di studio da fare per comprendere le radici culturali di questo fenomeno. Ma occorre liberarsi dall’illusione che, sconfitto il jihadismo, le società europee si libererebbero delle loro contraddizioni per entrare finalmente nella “fine della storia”. No, sconfitto il jihadismo, le società europee si ritroveranno con i loro problemi. O, per dirla in un altro modo, solo risolvendo i problemi generati da un liberismo soffocante le società europee saranno in grado di sconfiggere il jihadismo. Proprio per questo mi pare centrale ricercare una vera e propria alleanza con quanti, nel mondo musulmano, mettono oggi a tema la questione della libertà, senza rinunciare a declinarla in modo non relativistico e quindi mantenendola ancorata a un riferimento veritativo. È questa la vera alleanza che, anche come Oasis, dobbiamo cercare: non un’alleanza contro, ma per qualcosa, un’alleanza che passa attraverso i confini, che unisce e non divide. Papa Francesco, durante la sua visita a Milano, ha suonato  la “sveglia” e rinnovato il grande insegnamento del suo viaggio in Egitto, in particolare laddove ha affermato che “l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità”».

Papa Giovanni torna a casa

Monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, lo ha annunciato con gioia e ha subito invitato a fare queste attenzioni sull’importanza di accogliere bene i messaggi che ci può ricordare e portare la venuta di Papa Giovanni: «Quella della pace è una speranza che percorre tutta l’umanità. Il Concilio con quanto ha portato alla Chiesa. Il dialogo ecumenico e interreligioso».

È interessante quindi impegnarsi a far capire e poi a vivere bene l’avvenimento della venuta delle spoglie di Papa Giovanni nella sua terra. Papa Giovanni viene da santo e quindi ancora “in piena attività”. I suoi messaggi sono ancora vivi e attuali.

In tutta la storia della Chiesa i santi e le sante sono stati sempre fonte e origine di rinnovamento, soprattutto nelle più difficili circostanze della sua missione nel mondo. E Papa Benedetto sui santi ci ha detto: «In ogni tempo i santi hanno sfogliato una pagina del Vangelo e l’hanno resa evidente ai loro contemporanei. Essi sono i veri saggi, coloro che, alla luce del Vangelo, trasformano la realtà di questo mondo… sono i veri rivoluzionari che mettono in atto la rivoluzione che viene da Dio, la rivoluzione dell’amore».

E ce lo dice Il catechismo della Chiesa: «A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità… non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini… La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine». «Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita. Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra» (Santa Teresa di Gesù Bambino, Novissima verba). «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri… Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa».

Nella preghiera del Credo diciamo: «Credo nella comunione dei santi», e Papa Giovanni ci credeva veramente: «Iddio, la Vergine santissima, mi aiutino, mi rendano degno di ascoltare quelle divine lezioni, di rendermele giovevoli; gli antichi allievi, i miei modelli, sono i santi; i miei condiscepoli sono quelle anime giuste, che non vivono se non per procurare l’onore di Dio, per dilatare i confini del regno di Gesù Cristo».

Questo rapporto dei cristiani col santo Papa Giovanni va ben capito e ben vissuto. Ormai costatiamo che la devozione e la comunione coi Santi sono quasi scomparse nella vita di molti cristiani. Impegniamoci tutti a far sì che Papa Giovanni ritorni nelle nostre case e nei nostri cuori.

 

A Sotto il Monte, la preghiera per tutta l’umanità

A Sotto il Monte si viene per pregare accanto a Papa Giovanni. Non solo per chiedere i doni di Dio per se stessi, non solo per dire “Grazie” per i beni ottenuti, ma anche per unirsi alla preghiera di Papa Giovanni, il grande intercessore che continua a volere il bene per tutta l’umanità. Nel cuore buono di Papa Giovanni c’era sempre posto per le invocazioni, per la preghiera. E continua ancora. Ora vediamolo e ascoltiamolo a Lourdes durante la grande guerra mondiale: «A Lourdes. La Madonna è sempre là nel suo atteggiamento: occhi in alto, mani giunte, labbra in preghiera. Ed in preghiera invita la Bernadetta: “Prega per i poveri peccatori, e per il mondo tanto agitato”. Oh la preghiera : la gran cosa che essa è. Non conviene mai dimenticare come Dio l’abbia voluto costituire il vincolo tra cielo e terra e come tutto abbia promesso alla preghiera (…). E seguiamo a pregare per i giovani nostri, perché il Signore li mantenga valorosi, buoni, vincitori di se, delle loro passioni, dei loro nemici; per coloro che sono rimasti qui nell’aspettazione affannosa, spesso nella incertezza della sorte dei loro cari, spesso nel lutto e nel pianto per le notizie infauste qui giunte e che non rivedranno mai più i loro figli, fratelli, mariti. Preghiamo per tutti nostri fratelli, per tutti noi, affinché attraverso le cure e i dolori della nostra patria terrena possiamo non perdere, ma acquistarci con merito maggiore, la patria celeste».

Eletto Papa, si fece ancora più vicino a Gesù risorto, l’intercessore presso il Padre per tutta l’umanità. «Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. Esso vivificherà la mia costante ed interrotta preghiera quotidiana di unione con Gesù, familiare e confidente».

Per sottolineare il valore della preghiera di intercessione, il cardinale Carlo Maria Martini, il 3 gennaio 2008, ormai libero dal servizio pastorale e residente a Gerusalemme, ha detto: «La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile.  La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà».

Il Rosario del Santo Papa Giovanni

Leggendo “Il giornale dell’anima” che Angelo Giuseppe Roncalli incominciò a scrivere fin dai suoi primi anni, troviamo il racconto della sua vita, i suoi pensieri e i propositi di vita impegnata. Ora possiamo leggere come il Rosario imparato e recitato tutte le sere sulle braccia della mamma, quando era bambino, e che poi diventò una parte importante ed amata della sua giornata.

«Faccio mia formale e solenne promessa alla Madonna, mia carissima madre, di recitare in quest’anno nuovo ( 1914 ), con una speciale devozione, tutte le sere, il santo rosario. Fra i più bei conforti della vita vi è questo: di essermi sempre mantenuto fedele alla pratica del Rosario. Il Rosario che fin dall’inizio del 1958 mi sono impegnato di recitare devotamente tutto intero, è divenuto esercizio di continuata meditazione e di contemplazione tranquilla e quotidiana che tiene aperto il mio spirito sul campo vastissimo del mio magistero e ministero di pastore massimo della Chiesa e di padre universale delle anime. Gusto di più il rosario e la meditazione dei misteri con le intenzioni in ginocchio presso il sacro velo dell’Eucaristia. Leone XIII più volte invitò il mondo cristiano alla recita del rosario come esercizio di sacra e benefica meditazione, nutrimento di spirituale elevazione e intercessione di grazie celesti per tutta la Chiesa. Eccovi la Bibbia dei poveri. Come vorrei questa divozione più diffusa nelle vostre anime, nelle vostre famiglie, in tutte le chiese del mondo».

Chi visita la casa natale di Papa Giovanni e arriva davanti alla sua bella statua, vede che ci sono ogni giorno dei rosari appesi a una mano della statua, il cui volto è reso lucido dalle carezze e dal tocco di tanti pellegrini. Alcuni fedeli affidano al Papa con gioia il loro rosario sapendo che andrà lontano, nelle missioni d’Africa, d’Asia, ecc.. I missionari che riceveranno quei rosari, li metteranno nelle mani dei cristiani. Così la preghiera a Maria e l’intercessione del Santo Papa Giovanni continueranno ad unire, alimentare e formare la famiglia dei cristiani.

 

 

Il dolore di una mamma musulmana

L’italiana Valeria Khadija Collina, convertita all’islam e madre del terrorista Yussef, ucciso a Londra alcuni giorni fa, esprime i suoi sentimenti al giornalista Giorgio Paolucci del giornale Avvenire. «Non so darmi pace. Forse anche il mio Yussef è una vittima di qualcosa più grande di lui. La sua radicalizzazione è figlia della propaganda wahhabita e salafita. Una posizione letteralista, rigida, chiusa della fede islamica, che viene ridotta a una serie di formule. Lui aveva osservato la tradizione islamica, mentre io gli facevo capire che l’Islam deve aprire le menti, non chiuderle. C’è molto lavoro da fare. Dobbiamo gridare insieme, musulmani e cristiani che le religioni non sono la causa delle violenze, ma il migliore antidoto. E che l’uomo autenticamente religioso riconosce la verità come qualcosa di più grande di sé, non la piega ai suoi schemi, non considera nemico chi è diverso da lui. Il dialogo non solo è possibile, è necessario, la conferma viene dalle tante persone che in questi giorni sono venute a trovarmi, a manifestare il loro affetto. C’è molto da fare, specie tra le giovani generazioni e io voglio essere tra coloro che costruiscono occasioni di dialogo. Perché dal mio dolore di madre nasca qualcosa di utile a tutti».

Le espressioni di questa madre musulmana, mi ricordano le mamme aperte al dialogo che ho conosciuto nei miei dieci anni vissuti nel Sud dell’Algeria. E il pensiero e la preghiera vanno anche all’algerina Santa Monica, madre del Santo Agostino, “figlio di tante lacrime’” Santa Monica aiuta le mamme musulmane!