Perché la data della canonizzazione di Charles de Foucauld non è stata annunciata

Contro ogni aspettativa, la data della canonizzazione di Charles de Foucauld e di altri sei beati non è stata annunciata nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico di lunedì 3 maggio. Per il postulatore della causa del Francese, interpellato da i.Media, questa non è una vera sorpresa.

Lo scorso 26 aprile papa Francesco aveva annunciato la convocazione di un Concistoro Ordinario Pubblico. I cardinali residenti in Roma sono stati dunque convocati per oggi, lunedì 3 maggio, al fine di approvare sette canonizzazioni – tra cui quelle dei francesi Charles de Foucauld e di César de Bus. Nel corso di questa celebrazione si sarebbe dovuta precisare anche la data della canonizzazione.

E invece non è andata così. Secondo l’uso, papa Francesco ha presieduto la celebrazione dell’ufficio di Terza subito prima del Concistoro. Durante la cerimonia (in latino) egli ha confermato ufficialmente, davanti al cardinale Semeraro (prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi), la canonizzazione dei sette beati, ma non ha indicato date, limitandosi invece a dire che esse sono da determinare. Un’anomalia, in un concistoro di questo tipo.

Questo scenario invece «non è una sorpresa», spiega padre Bernard Ardura, postulatore della causa dell’ex militare francese:

Le canonizzazioni non sono fatte per i santi ma per noi. È un evento di grande portata ecclesiale, ed è per questa ragione che la canonizzazione si fa alla presenza del popolo di Dio. Se non possono esserci fedeli, la cosa perde senso.

In Algeria si comprende la scelta di attendere

«Papa Francesco – prosegue – attende che si diano possibilità concrete» di organizzare bene l’evento:

Di solito il concistoro ha luogo nel mese di giugno per annunciare le canonizzazioni di ottobre. Facendolo adesso, quando tutto è calmo, papa Francesco si lascia la possibilità di indicare una data in un secondo momento. La Sala Stampa comunicherà la data quando sarà il momento.

Mons. John MacWilliam, vescovo di Laghouat, in Algeria, dichiara ad i-Media:

Qui in Algeria ci teniamo a partecipare in pienezza alla cerimonia di canonizzazione, ma attualmente le nostre frontiere restano chiuse, e dunque accogliamo con favore la decisione. (Vincenzo PINTO / AFP)

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

La vitalità dell’Africa

Pasqua, aprile 2021. Ho confessato a lungo in alcune chiese di Yaoundé e celebrato le feste pasquali. Soprattutto ho avuto la gioia di condividere la preghiera e l’entusiasmo della fede coi cristiani della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes dove don Mario Bortoletto, fidei donum di Treviso, padre Fabio Bianchi del Pime, e ora padre Sleevah, indiano, hanno messo tutte le loro forze e passione di missionari. La realtà più forte è il senso della comunità che cresce tutti i giorni: gente di varie etnie del Camerun e di paesi vicini che si sentono unite dall’unica fede in Gesù.

Senza descrivervi come gli africani esprimono i loro momenti festivi, liturgici, un po’ più calorosi che in Occidente, vi posso dire con gioia che ricordando i miei oltre 50 anni di Africa, Cristo è vivo e sta vivificando l’Africa. Nei mesi in seminario e nelle parrocchie di Yaounde mi son sentito ravvivare nella mia fede e nella mia realtà di missionario. Dopo la benedizione finale della messa di Pasqua, ho voluto toccare il battistero facendomi il segno della croce per rivivere in me la mia vita nuova col Risorto. I fedeli vedendomi, piccoli e grandi, continuarono dopo di me e ci sentivamo contenti: Gesù risorto e vivo in tutti noi. Il seme cristiano c’è e produrrà i suoi frutti.

Un giovane vuol parlarmi. Fra pochi giorni terminerà gli studi presentando la sua tesi. Vuol fare un cammino vocazionale perché la vita di alcuni nostri seminaristi lo attira. È attivo in parrocchia, appartiene a una etnia di grande solidarietà sociale. La sua famiglia cattolica praticante, sa già che sta pensando a dedicarsi a un impegno di donazione e lo sostiene.

So che è già seguito da un missionario incaricato delle vocazioni e non mi estendo a domande profonde, ma resto a dialogare sul campo familiare, quello che ritengo importante per la riuscita di una vocazione. Continuo a restare sorpreso nel vedere un giovane che si inoltra in un cammino così particolare e che potrebbe avere un avvenire sicuro, quello che tantissimi non hanno, perché in situazioni precarie. Negli incontri che tengo con ‘gruppi vocazionali’, accanto a giovani ancora a livello di liceo, ci sono anche alcuni universitari.  Ora vanno accompagnati per la maturazione della loro chiamata, anche per un periodo prolungato.

Il seminario nuovo del Pime preparerà sacerdoti e laici missionari che partiranno in paesi di missione, Italia compresa. Paesi che potranno beneficiare della loro fede e vita di donazione. Car amici, sentitelo il vostro seminario africano.

 

«L’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio cuore»

Ho seguito Papa Francesco tramite i social nel suo viaggio in Iraq. Aiutato dai ricordi e dall’immaginazione, ho rivisto, risentito, rigustato, quanto avevo vissuto nei miei dieci anni in Algeria: la musica, i colori, i calori, i sapori, i profumi, i volti, i sentimenti di un mondo, dove pur diversi, ci si sente vicini e uguali, adoratori e figli del medesimo Dio e quindi fratelli. Mi ha commosso il presidente dell’Iraq quando ha detto e ripetuto al Papa: «Schucran Jazilan» («Grazie molte»). È lo stesso grazie sentito tante volte in Algeria. Col Papa ho rivissuto profondamente la gioia di quando entravo in un ambiente dove i cristiani si sentivano a casa loro, liberi di condividere e di cantare preghiera e amicizia. Col Papa ho visto, sentito la gioia dei cristiani.

Colgo alcune espressioni di Papa Francesco durante il suo viaggio in Iraq col cuore aperto.

«Vengo come penitente che chiede perdono al cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà̀. Vengo come pellegrino di pace, in nome di Cristo, principe della pace. Quanto abbiamo pregato, in questi anni, per la pace in Iraq!».

«Sono venuto a ringraziarvi e confermarvi nella fede e nella testimonianza».

«Qui dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa. Qui Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle. Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio. Ma tutto cominciò da qui. Il suo fu dunque un cammino in uscita».

«Non siete soli!». «Questo è il momento di risanare non solo gli edifici, ma prima ancora i legami che uniscono comunità e famiglie. Vi incoraggio a non dimenticare chi siete e da dove venite! A custodire i legami che vi tengono insieme, vi incoraggio a custodire le vostre radici!».

«In questi anni l’Iraq ha cercato di mettere le basi per una società̀ democratica… Nessuno sia considerato cittadino di seconda classe. Incoraggio i passi compiuti finora in questo percorso e spero che rafforzino la serenità̀ e la concordia».

«Sopra questo Paese si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, della guerra e della violenza… Chi ha fede rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione».

«Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque! Cessino gli interessi di parte, si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace… ai piccoli, ai poveri, alla gente semplice, che vuole vivere, lavorare, pregare in pace».

«Basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze!».

«Mi sono sentito onorato. Il Grande Ayatollah Al-Sistani, la massima autorità sciita dell’Iraq, si è alzato per salutarmi, per due volte, un uomo umile e saggio, a me ha fatto bene all’anima questo incontro».

«Nel mondo di oggi, che spesso dimentica l’Altissimo, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità».

«L’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio cuore».

 

 

I 60 anni di Messa di padre Carlo Scapin

Questa sera, veglia della festa di San Giuseppe, nella parrocchia di Mvog Ebanda di Yaounde,  padre Carlo Scapin del Pime, ordinato sacerdote nel 1961, festeggia i 60 anni di Messa. Era giunto in Camerun nel 1974 e fu direttore del collegio Saint Charles Lwanga ad Ambam.  Alla fine degli anni Novanta, ha vissuto a Yaoundé nella parrocchia di Etoudi, dalla quale poi sorsero otto nuove parrocchie. Padre Carlo con altri missionari ha assistito alla nascita e alla formazione di tre di esse: Ngousso, Mvog Ebanda, Ntem-asi. Due chiese, quelle di Ngousso e Mvog Ebanda sono il frutto del suo lavoro nella progettazione, assistenza dei lavori e crescita spirituale delle parrocchie.

Alla celebrazione, assieme ai parrocchiani, qualche prete e alcune suore della zona, noi missionari del Pime abbiamo condiviso con gioia il suo “Grazie” al Signore per la sua vita missionaria.

Nella sua omelia, padre Carlo ha ricordato che quand’era in Italia a Treviso, dopo aver brillantemente concluso gli studi universitari, il defunto vescovo Celestin N’kou, di Sangmelima, l’aveva chiesto ai superiori per affidargli il collegio di Ambam.  Poi, dopo alcuni anni di servizio ad Ambam, quando arrivò a Yaoundé, visse la sua passione nella progettazione e nella realizzazione delle due chiese con l’aiuto ricevuto dal parroco della sua parrocchia di Onara (PD).  Durante una ventina d’anni, il suo accompagnamento delle persone affidategli dal Signore, è stato continuo e paterno.

Nell’omelia ha ricordato anche quando ha sostituito me, padre Silvano, nella direzione del seminario del Pime di Treviso, e quando mi è succeduto ad Ambam, mentre partivo per il Nord Camerun.

Belli questi ricordi che affermano la comunione missionaria vissuta. Sì, grazie allo spirito missionario di Celestin N’kou, il Pime è venuto in Camerun. E grazie allo Spirito Santo che ci ha tenuti insieme e incoraggiati. Insieme abbiamo amato tanto il nostro Istituto missionario, abbiamo amato la missione in Africa e la gente incontrata.

Rivolgendomi a lui, gli ho ricordato che ora abbiamo a Yaoundé un seminario che prepara nuovi missionari, alcuni sono figli delle parrocchie dove siamo presenti. Quindi gioia profonda di avere chi continuerà non solo noi, ma la missione.

Ai fedeli di Mvog Ebanda ho ricordato che quando un ragazzo aveva rubato le offerte nella chiesa, alcuni stavano picchiandolo duramente. Padre Carlo, informato subito, ordinò che il ragazzo fosse messo nelle mani di sua madre. Nell’omelia della domenica, èadre Carlo chiese: «Possiamo uccidere una persona se ruba una gallina?». Conclusi il mio piccolo intervento dicendo: «Padre Carlo vi ha tanto amato!».

Appena padre Carlo riprese la parola, sempre col suo stile, aggiunse: “Io sto attento ai verbi, non vi ho amato, ma… vi amo!”

Nel Bollettino parrocchiale, una catechista testimonia di lui: “Un uomo molto umile, disponibile e vuole vedere la gente lavorare. Ama il lavoro fatto bene”.

Alcuni fedeli della parrocchia: «Padre Carlo è una persona amabile, comprensiva. È uomo di pace, uomo diretto. Alcuni vi vedono un difetto, ma per noi è una qualità, un esempio anche da copiare. È veramente un prete che noi stimiamo molto con affetto”.

 

 

Quelli che muoiono ci insegnano a vivere

Il nuovo vescovo di Constantine et Ippona, Nicolas Lhernould scrive: «È solo un anno da quando sono arrivato in Algeria. Scopro ogni giorno molto. E spero di non smettere mai di scoprire.

Ventidue anni dopo, anche queste righe mi toccano molto. Attraverso questa miscela di sofferenza e speranza aperta all’universale, che dà forza e luce in questo tempo di pandemia globale. Perché senza la continua meraviglia della scoperta, si appassisce rapidamente come una pianta priva di luce.

Al “Memoriale per la nostra preghiera nell’Islam”, il 25 marzo 2021, ho scoperto la figura di Soumia Lamri, morta di cancro alle ossa ad Ain Sefra il 25 marzo 1999, all’età di 17 anni e mezzo, dopo tre anni di lotta alla malattia. Padre François Cominardi dei Padri Bianchi, che raggiunse Soumia nella luce sei anni dopo, ha scritto: “Nonostante tre operazioni, la malattia si sta diffondendo. Sa di essere condannata a breve termine e, sebbene credente, teme l’ascesa della sofferenza: “Piuttosto morire che soffrire così tanto”. È ricoverata in ospedale e un intero team medico la circonda di cure amorevoli, sostenendo il suo coraggio e la sua fede, assicurandosi che non abbia carenza di antidolorifici per alleviare il suo dolore. A volte le cose migliorano, vuole ascoltare la musica, leggere la rivista “Hayat (“Vita”), fare le parole crociate, guardare la TV… A volte la troviamo prostrata, insensibile [a causa dei medicinali]… Spesso si lamenta e persino urla per il dolore. Stomaco, fegato, polmoni, il male è ovunque. Una mattina, la trovo nel peggiore dei casi. Si sente morire. La vedrò sempre pronunciare la sua professione di fede con tutte le sue labbra, senza che dalla sua bocca esca alcun suono, i suoi grandi occhi rivolti al cielo, con straordinaria concentrazione e solennità. Gli tengo la mano, accompagnando la sua preghiera: “Soumia, Dio, il Misericordioso, pieno di tenerezza, ti aspetta, è pronto ad accoglierti”. Approva con il tocco delle sue dita. Il 25 marzo 1999, Soumia partì per il suo Creatore: un’enorme folla nel cimitero. Otto giorni dopo, sua madre mi diede il taccuino in cui aveva trascritto tre poesie, scritte da quando sapeva di essere condannata».

Ecco un estratto dalla seconda di queste poesie: «Una malattia si è depositata sulla mia anima, il mio piede scivola via dal mio movimento. Una malattia che mi ha fatto perdere il respiro della mia giovinezza, e ha ucciso tutti i miei sogni dentro di me. I miei sogni da ragazza, sogni di pace e tranquillità. Una malattia che mi terrorizza durante il giorno, e tormenta le mie notti con i tormenti del giorno dopo. Potrebbe esserci qualche guarigione, Signore, una guarigione da Te, per me e per tutti i miei fratelli? Sei il Signore, il nostro pastore, il nostro Benefattore, colui che ci fa vivere e morire, Signore. Signore, rispondi alla mia preghiera, e alle preghiere di tutti i miei fratelli. O Signore dei mondi. O Creatore di tutta la creazione».

«L’impatto di queste lunghe settimane di sofferenza e del coraggio di Soumia è stato molto forte su tutti coloro, parenti, amici, personale ospedaliero che l’hanno accompagnata fino alla fine». Ha concluso padre François: «Soumia, manterremo il ricordo del tuo sorriso doloroso durante il tuo calvario e la tua fede luminosa. Possano queste poche poesie che ci hai lasciato, aiutarci ad affrontare la vita con più coraggio… tanto è vero che quelli che muoiono ci insegnano a vivere».

Dialogo interreligioso a Maroua

A Maroua, nella regione dell’Estremo Nord Camerun, alla presenza di un nutrito numero di autorità civili e di rappresentanti dei vari gruppi religiosi, il 2-3 marzo scorso si è svolto un colloquio regionale sul dialogo interreligioso. Dirigeva ACADIR, l’associazione camerunese per il dialogo interreligioso. Creata nel 2007, è stata rilanciata nel 2014, soprattutto dopo gli attacchi del gruppo terroristico Boko Haram, con l’apporto dei padri Juan Antonio Ayanz e Giuseppe Parietti del Pime. Nel 2015 è stata creata l’antenna dell’Estremo Nord con la Maison de la rencontre.

Uno dei documenti proposti al Dialogo era quella sulla Fraternità umana, testo della Santa Sede in occasione del Viaggio Apostolico di Papa Francesco negli Stati Emirati del 3-5 febbraio 2019.

 Il Tema: Dialogo interreligioso. Consolidamento della pace e dello sviluppo nella regione dell’Estremo Nord del Camerun. Sguardi e prospettive.

I lavori in gruppo erano su questi 4 assi: FARE, nostro cammino comune; DIALOGO, nostro obiettivo; FRATERNITA, nostro metodo; CONOSCENZA RECIPROCA, nostra condotta; COLLABORAZIONE COMUNE.

Importante è il contesto che giustifica questo colloquio. La crisi prodotta da Boko Haram costituisce una delle situazioni contemporanee più dolorose che perturbano la vita delle popolazioni del bacino del Lago Ciad. Questo movimento terrorista, nato in Nigeria, ha spinto i suoi tentacoli oltre confine per toccare anche Camerun, Niger e Ciad con effetti devastanti in molti settori della vita sociale: spostamenti forzati di popolazioni, perdite in vite umane e danni materiali ingenti, sconvolgimento del tessuto socioeconomico, dentro una società già fragile e vulnerabile sotto vari aspetti.

La novità del colloquio regionale, già alla terza edizione, è il fatto di veder vivere insieme, durante le giornate di dialogo, rappresentanti dei vari gruppi religiosi e autorità civili, che si sono confrontati su temi così importanti. Il colloquio si estende inoltre a vari settori della diocesi e delle provincie del Nord Camerun. Altra cosa interessante è che il tutto avviene non solo dentro l’aspetto religioso, ma con attenzione ai vari ambiti della vita sociale. L’interreligioso si apre e diventa anche interculturale. Non è solo ecumenismo, ma diventa comune ricerca e conoscenza di tutto quanto può unire.

 

In Africa, forza e luce del Risorto

Ringrazio don Gianfranco, direttore del Centro missionario di Treviso, che mi dà l’occasione di unirmi a voi tutti «segnati da restrizioni e timori», ma anche incoraggiati dal vescovo Michele e chiamati ad un serio percorso di conversione, da vivere per poter accogliere la forza e la luce del Risorto… E tutto questo consapevoli che «non commemoriamo il rimpianto di un’assenza, ma ospitiamo tra noi il Vivente, il Dio della vita».

Dall’ottobre 2020 mi trovo nel seminario filosofico del Pime a Yaoundé (Camerun) per dare dei corsi nell’anno di spiritualità. Dovevo rientrare a fine gennaio, ma mi è stato consigliato di restare. Ora aspetto ordini dai superiori per il mio rientro a Treviso. Oltre al servizio in seminario sto vivendo un momento interessante. La prima volta ero giunto in Camerun nel dicembre 1968 con mons. Squizzato per vedere gli inizi del gemellaggio della diocesi di Treviso col Pime e la diocesi di Sangmelima e vi ero poi rimasto dal 1971 al 2006 quando partii per l’Algeria. Tra i ricordi più vivi ci sono i momenti vissuti con don Mario Bortoletto che visse il suo ultimo periodo come fidei donum associato al Pime. E quindi mentre ho la gioia di essere ancora in Camerun, mi sto impegnando con gli scritti e con incontri a mantenere vivo il suo ricordo amato da tanti.

Nel dialogo coi missionari e coi seminaristi mantengo vivo il ricordo degli oltre sessant’anni vissuti dal Pime e in parte con Treviso e desidero che il seminario sia sentito come il frutto migliore della missione vissuta. È l’oggi che il mio essere missionario di lungo corso mi fa vivere e quanto sto vedendo dentro la storia. E vorrei far rivivere quanto appartiene anche ai trevigiani per superare la malattia della dimenticanza, cioè come dice il vescovo Michele «ospitare tra noi il Vivente, il Dio della storia».

Il seminario ha 18 studenti della Guinea Bissau, Costa d’Avorio, Camerun e Ciad. Nelle nostre due parrocchie, dove vivono i Padri Rino Porcellato, Carlo Scapin e Sliiva (indiano), incontro studenti che si preparano a entrare nel nostro seminario. Altri giovani che pensano al seminario sono nelle nostre missioni del Nord Camerun e Ciad.

Domenica ho celebrato nella cappella di San Lorenzo, iniziata da don Mario Bortoletto. È commovente ascoltare i cristiani nei racconti dei loro primi incontri con Don Mario e l’essere stati i primi della comunità che ora sta crescendo.

Nelle due parrocchie la vitalità e la gioia sono coinvolgenti. C’è solo qualche mascherina mal messa. La vitalità dell’Africa e del seminario mi sta facendo vivere quello che dice il vescovo Michele, «accogliere la forza e la luce del Risorto».

 

 

La fraternità nell’islam

Papa Francesco nell’enciclica “Tutti fratelli” scrive: «Le diverse religioni… offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società» (271). «Noi credenti crediamo che senza un’apertura al Padre di tutti, non ci sarà ragioni solide e stabili per la chiamata alla fraternità. Siamo convinti che “è solo con questa consapevolezza di essere bambini che non sono orfani in cui possiamo vivere pace con gli altri» (272).

Nel sito della Chiesa Cattolica dell’Algeria, giovedì 18 febbraio 2021, leggiamo: «Due giovani studenti algerini ci hanno dato la loro visione della fraternità basata sulla loro fede e sulla loro esperienza».

La fraternità nell’islam è il fondamento dell’unità, aiuta a preservare la coesione della società e a renderla unita e unita. Attraverso il termine fraternità dobbiamo intendere amore, mutuo soccorso, compassione, aiuto e solidarietà. Secondo il teologo musulmano Yûsuf al-Qaradâwî, significa che «le persone nella società condividono relazioni basate sull’amore, l’unità e il sostegno reciproco, legate da un sentimento di appartenenza alla stessa famiglia amorevole e unita, dove la forza di alcuni fa la forza di altri come la debolezza di alcuni fa la debolezza degli altri, e dove la presenza dei suoi fratelli fa il potere dell’individuo».

Il Sacro Corano descrive questa fraternità come una benedizione di Dio. Allah dice: «Ricorda il favore di Dio nei tuoi confronti: eravate nemici, poi ha unito i vostri cuori, e grazie alla sua benedizione siete diventati fratelli». (S.3-v.103). Il Corano sottolinea la fratellanza spirituale che unisce i credenti. Allah dice: «I credenti sono solo fratelli, Stabilisci l’armonia tra i tuoi fratelli». (S.49-v.10). Questo afferma che siamo fratelli davanti a Dio e dobbiamo essere uniti.

L’Islam enfatizza la fratellanza umana: il Profeta Muhammad ha detto: «O uomini! Il tuo Signore è uno e tuo padre è uno». Per dire che veniamo tutti dallo stesso padre, si tratta del legame familiare tra tutti gli uomini. Siamo tutti esseri umani, con un’origine comune, da un’anima comune. È questo forte legame che ci unisce indipendentemente dalle differenze che ci caratterizzano. Allah dice: «O uomini! Ti abbiamo creato da un maschio e una femmina e ti abbiamo creato popoli e tribù, affinché tu possa conoscerti». (S.49-v.13).

Conoscere l’altro induce alla nascita di legami fraterni, di mutuo soccorso. In altre parole, non siamo più un’unica comunità, indipendentemente dal colore, dalla lingua o dal paese. Le differenze vengono spazzate via dal vincolo della fraternità. Allah dice: «Se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe reso le persone una comunità» (S.11-v.118). Questa diversità nella nostra società oggi costituisce una ricchezza e una volontà divina. La giustizia è quindi il simbolo concreto della convivenza. Allah dice: «Dio ama i giusti» (S.60-v.8). Dice anche: «O credenti! Siate rigorosi osservatori della giustizia quando testimoniate davanti a Dio, sia che dobbiate testimoniare contro voi stessi, contro i vostri genitori, contro i vostri parenti, verso i ricchi o verso i poveri» (S.4-v.134). A tal fine, la giustizia che l’islam richiede perché ci sia pace è la giustizia assoluta, la legge giusta.

Il profeta Muhammad ha detto: «Il legame che unisce il credente all’altro credente è paragonabile a quello che esiste tra le pietre di un edificio; sono mantenuti in relazione tra loro». È l’amore tra di noi che genera fratellanza e unisce la comunità, altrimenti tutto si sgretola. Senza fraternità, senza amore, senza unione, non possiamo mantenerci a vicenda. E questo sostegno rimane forte grazie all’aiuto reciproco tra di noi, venire in aiuto del prossimo concede l’aiuto del suo Signore. Come dice il profeta «Allah viene in aiuto del servo fintanto che aiuta suo fratello». Ciò in totale coesione con il comandamento del mutuo soccorso dettato da Dio che dice: «Aiutatevi a vicenda nel compimento delle buone opere e della pietà» (S.5-v.2). Ben oltre questo, la fraternità non si limita ad aiutare semplicemente tuo fratello, ma a desiderare per lui ciò che desideriamo per noi stessi come disse il Profeta, pace e benedizioni siano su di lui: «Nessuno di voi è un vero credente finché non ama per suo fratello ciò che ama per sé». Mettendosi nei panni dell’altro e vedendolo come nostro fratello, da qui l’importanza dell’unione fraterna. L’islam sostiene anche il perdono e la riconciliazione attraverso la fratellanza, Il Profeta ci incoraggia a fare questo: «La migliore carità è riconciliare le persone». E nel Corano, Allah dice: «Una parola piacevole e il perdono sono migliori dell’elemosina seguita dal male» (S.2-v.263). In tutto, lo scopo della fraternità è l’amore per l’altro sapendo che amare il prossimo è amare Dio attraverso di lui.

 

 

Il cardinale Parolin in Camerun

Il Card Pietro Parolin è dal 28 gennaio al 3 febbraio in Camerun. Il viaggio intende mostrare, una volta di più e nel contesto dell’attuale emergenza umanitaria da coronavirus, l’attenzione della Chiesa e del Santo Padre per il continente africano, terra ricca di umanità ma segnata da tante sofferenze. Inoltre, vuole essere un segno concreto di quell’ “impegno comune, solidale e partecipativo, per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti e per interessarsi alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto, all’accoglienza”, a cui il Papa ha chiamato nel messaggio per la 54ma Giornata Mondiale della Pace, del 1° gennaio 2021, dal titolo: “La cultura della cura come percorso di pace”.

La giornalista Anna Pozzi scrive nella rivista Mondo e Missione: «Visiterà anche il Foyer de l’Esperance a Yaoundé e renderà omaggio a una figura che ha lasciato un ricordo grande e commosso nella Chiesa del Camerun: quella di frère Yves Lescanne, missionario francese dei Piccoli fratelli di Gesù, che per primo in Camerun si era reso conto del fenomeno dei bambini di strada e se ne era fatto carico. E che è stato ucciso barbaramente il 29 luglio 2002, proprio da uno dei “suoi” ragazzi.

La sua morte così violenta, ingiusta e paradossale – che potrebbe assomigliare molto a una sconfitta – è stata, in un certo senso, il compimento della vita di frère Yves. Un uomo semplice, ma profondo, che aveva dedicato tutta la sua vita a questi bambini, prima nella capitale Yaoundé poi nel nord del Paese. E proprio uno dei suoi ragazzi, un giovane che seguiva da molti anni, che aveva mandato in Francia per una delicata operazione e che aveva cercato in tutti i modi di allontanare dalla strada, si è trasformato, in un momento di rabbia e di follia, nel suo assassino. (…)

Indirettamente ha “germinato” anche altre esperienze. Una di questa ha visto protagonista padre Maurizio Bezzi, missionario del Pime, che aveva conosciuto frère Yves nel 1992 e che con lui aveva condiviso l’esperienza della strada, della prigione e del Foyer de l’Espérance, per poi dare vita al Centro Edimar, nei pressi della stazione di Yaoundé.

«Idealmente – ricorda padre Maurizio – anche il Centro Edimar continua a fondarsi sulla visione e sullo stile di frère Yves in particolare nel modo di relazionarsi con i ragazzi di strada. La sua semplicità nello stare con loro è ancora oggi un segno distintivo della presenza e del lavoro dei nostri educatori. Non siamo “per”, ma “con” loro. Io stesso mi sono sempre sforzato di non presentarmi come un “grande” tra i “piccoli”, ma di stare in mezzo a questi ragazzi secondo la logica dell’incarnazione, per costruire un rapporto di dialogo e fiducia».

Parolin in Camerun: «Pace per questa terra»

Terminerà il 3 febbraio il viaggio del cardinale Parolin in Camerun.

Ecco parte del testo italiano dell’omelia pronunciata il 31 gennaio in inglese dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in occasione della messa per l’imposizione del pallio a monsignor Andrew Nkea Fuanya, arcivescovo di Bamenda.

«Gesù vuole il bene dell’uomo e per questo lo libera dal Male. (…)  Il Male c’è e Cristo è in grado di sconfiggerlo. Sta a noi esercitarci, ogni giorno, in tale combattimento. Ci vengono in aiuto le pressanti esortazioni dell’apostolo Paolo che — nella lettera agli Efesini – così si esprime: «Rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 10-12). (…)

Cari fratelli e sorelle, nella difficile situazione in cui vi trovate a vivere, potete sperimentare da vicino la potenza del Male che agisce nel mondo: sono, purtroppo, frequenti le notizie delle violenze, delle divisioni, delle lotte fratricide che affliggono questa cara terra. Il Vangelo di oggi ci insegna, anche, che la via per sconfiggere il Male passa, innanzitutto, dalla nostra interiorità, dalla purificazione del cuore di ciascuno. Chi lotta contro il male che alberga nel suo cuore, diventa portatore di bene e di pace nella sua famiglia, tra i suoi amici, nella sua comunità: e diviene, in questo modo, un seme di speranza per tutti».

Speriamo che molte cose cambino in Camerun

Nelle interviste di questi giorni la frase comune è: «Nous sommes fiers qu’il soit là, pour toute l’Église catholique romaine au Cameroun, en Afrique et dans le monde. Nous espérons que beaucoup de choses vont changer», ha dichiarato una fedele. (Siamo fieri che sia qui… Speriamo che molte cose cambino).

Il porporato nell’incontro all’Università cattolica ha sottolineato che non è casuale il fatto che «colui che governa la Chiesa universale sia chiamato Pontefice», ossia costruttore di ponti «tra Dio e l’uomo e di conseguenza ponti tra gli uomini». Fine ultimo di questi ponti è «la concordia tra i popoli e le nazioni” che la Santa Sede promuove in ogni occasione ribadendo il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.  (…) La Santa Sede propone una svolta culturale e un cambio di pensiero «che sappiano creare un’autentica società dell’amore fondata in Dio, perché quando l’uomo smarrisce Dio, smarrisce anche sé stesso». Una missione portata avanti «attraverso tanti uomini e donne di buona volontà, giovani, laici, sacerdoti e persone consacrate» che difendono e promuovono «i diritti fondamentali dell’uomo, … e comprendere meglio il valore della dignità umana e il dovere sociale di difendere e proteggere ogni vita. La Santa Sede opera infatti per diffondere un umanesimo che sappia guardare alla vita come al dono più alto che Dio ha fatto all’uomo… e costruire un mondo che sappia assumersi la responsabilità concreta di proteggere la dignità di ogni persona».

Una fedele : «Il Cardinale ha detto bene quello che potrà far cambiare e vivere il Camerun!».