Accanto a don Mario Bortoletto a Ma’an

Don Mario Bortoletto di Treviso visse 38 anni come prete fidei donum nella missione di Ambam, nel sud del Camerun e gli ultimi 3 anni nella parrocchia di Ntem-a-si à Yaoundé, come associato del Pime. Ora è sepolto a Ma’an, nella chiesa voluta da lui e gode della gioia e della luce del volto del Signore e dell’affetto dei suoi “figli”, che ha aiutato a nascere col Battesimo e che vivono del suo ricordo intenso, carico ancora del suo amore e dell’amore di Dio.

Martedì 7 gennaio, a Ma’an, noi missionari del Pime abbiamo vissuto un incontro coi preti africani che si dicono “figli” di padre Mario. Sette di loro erano presenti e hanno testimoniato la loro gioia di sentirsi ancora accompagnati da don Mario. Hanno partecipato all’incontro anche alcuni cristiani della zona, i missionari che operano a Yaoundé e i sei studenti del seminario filosofico che si preparano a diventare missionari del Pime.

L’incontro è stato una prova evidente, un’intensa testimonianza di chi è stato don Mario e di quello che rappresenta ancora oggi. Avevamo preparato il libro La catéchèse du père Mario Bortoletto contextualisée et animée dans la culture ntumu, che mostra come don Mario si era inculturato per vivere il suo amore per il popolo ntumu. L’abbiamo distribuito anche perché possa essere arricchito e migliorato.

Per me è stato un momento straordinario in continuità con quello che avevo vissuto nello scorso gennaio 2019, durante la visita dei cinque diaconi di Treviso con il loro rettore, che intendevano così mantenere un rapporto vivo con la missione dove i sacerdoti di Treviso avevano lavorato per trent’anni coi missionari del Pime. Durante quella visita, vedendo l’entusiasmo gioioso della gente, mi era ritornato forte e profondo il legame che avevo vissuto anch’io nei miei primi anni di missione. Ho organizzato l’incontro dei preti africani di Ambam con noi missionari del Pime a Ma’an, perché nel sacerdozio e nel ricordo di don Mario c’è un legame, una comunione con loro che va continuato e coltivato per la vitalità della Chiesa del Camerun.

L’artista e teologo Rupnik mi suggerisce l’immagine del vecchio che con la saggezza e l’esperienza trasmette ancora qualche staffetta vitale. Ho detto ai preti camerunesi che ora saranno loro a invitare i missionari del Pime per degli incontri accanto a don Mario. Hanno accolto la proposta. Avevo anche raccomandato loro il seminario filosofico internazionale che stiamo costruendo a Yaoundé. Si tratta non solo di rispondere alle domande degli studenti – per ora di quattro Paesi africani – che vogliono essere missionari con noi, ma di una continuità di quanto iniziato col gemellaggio vissuto anni fa e che continua a portare i suoi frutti.

Quanto sono belli i passi di don Mario e dei primi missionari. Gesù camminava e vuole camminare ancora!

 

 

Natale e anno nuovo in Camerun

In questi giorni di Natale e vicino all’anno nuovo, qui a Yaoundé (Camerun), due passioni mantengono attiva la mia persona: il pensiero e l’affetto. Sono  il ricordo vivo di Ambam, missione del gemellaggio di Treviso-Ambam- Pime, e il senso di famiglia del Pime all’interno del seminario di Yaoundé.

Rivivere in Africa dopo 50 anni dal primo arrivo (dicembre 1968) e sentire ancora la gioia  della gente quando  mi accoglieva, è constatare che l’esistenza è pienezza di relazioni, di gioia, di comunione profonda con tanti, con tutti. Mi sono anche impegnato a mettere insieme nel libro, La catéchèse du père Mario Bortoletto contestualisée et animée dans la culture ntumu, quanto è ancora vivo nella  memoria della gente che ha conosciuto don Mario Bortoletto, fidei donum di Treviso, missionario ad Ambam e a Ma’an, e ho aggiunto quanto ho vissuto anch’io, accanto a lui. Donerò il libro ai preti camerunesi nei quali don Mario aveva seminato i primi semi di fede, di amore a Dio e di chiamata al sacerdozio. Vivremo un bell’incontro il 7 gennaio a Ma’an accanto a don Mario, lì sepolto. Ricorderemo anche  padre Giovani Belotti del Pime, i preti, i catechisti, e i cristiani camerunesi che sono già in Paradiso.

Sul senso di famiglia del Pime nel seminario, vivo qualcosa in modo profondo e particolare. Mi si offre la possibilità di condividere la vita con 22 studenti africani di quattro nazionalità. Studenti  chiamati a essere missionari come me. I responsabili del seminario sono missionari, un tempo miei studenti. Ogni tanto, dentro e fuori dal seminario, mi sento dire: «Mio padre era catechista dove tu insegnavi». Oppure: «La tal suora (una delle prime di una nuova congregazione del Nord del Camerun) ha mandato i saluti a te, suo “papà”».

Insomma, mentre insegno “Storia” e “Spiritualità”, mi sento anche uno di famiglia di seminaristi e persone consacrate. Parte di questi studenti hanno sentito la chiamata dentro rapporti vissuti con i missionari. E ricordando questi missionari, sento che erano persone di dedizione e amore per la loro gente. La vita in missione è piena di rapporti vivi, affettuosi , familiari. Così sono nate alcune vocazioni. Qui a Yaoundé conosciamo quattro mamme che hanno un loro figlio con noi. Incontrandole sentiamo quanto amano i loro figli e come si sentano felici di condividere con loro la stessa passione per la missione. E il pensiero mi corre anche a Monza, dove arriveranno i nostri giovani e dove troveranno, assieme ai superiori, anche i “padrini” e le “madrine” e tanti fedeli delle parrocchie che vivono un senso di paternità e maternità nei loro incontri. So che il seminario è tanto amato e vive dentro rapporti di fiducia, stima e affetto da parte di superiori, formatori, amici e benefattori. In questo modo, il seminario, la formazione e l’insegnamento diventano condivisione di vita, di passione missionaria, nella famiglia missionaria, dove i giovani si sentono amati, accompagnati e incoraggiati a donarsi e a partire…

Cari amici, questa mattina ho visto le fondamenta del nuovo seminario assieme a padre Giuseppe Parietti, direttore spirituale, e a padre Graziano Michielan, rettore. Augurandovi l’anno nuovo benedetto dal Signore, vi invito a starci vicini nel nostro servizio con la preghiera.

 

 

Benedizione della prima pietra del seminario del Pime a Yaoundé

Padre Graziano Michielan, rettore del seminario filosofico “Angelo Ramazzotti” del Pime a Yaoundé, ha benedetto e posto la prima pietra del nuovo seminario lo scorso 7 dicembre. Erano presenti alcuni nostri vicini e rappresentanti dei seminari della zona che occupano ormai tutta la collina di Nkol Bisson, che potremmo chiamare “Piccola Roma”, perché molte congregazioni maschili e femminili di tutto il mondo hanno trovato nel Camerun un Paese accogliente e rispettoso delle differenze religiose. Oggi, il Paese soffre ancora di alcune situazioni e di dolorose divisioni. Speriamo e preghiamo…

Ho presentato il significato della celebrazione: «Se il Signore non benedice la casa, invano lavorano i muratori». Posiamo la prima pietra di un seminario alla lode e gloria di Dio.

Nelle letture appena fatte (Is. 30…), Dio ci ha mostrato i segni messianici del suo Regno tra noi e che saranno realizzate dal Servo Sofferente (Is 52…, 53…). Il Vangelo ( Mt 9…,10…) ci mostra Gesù, il realizzatore dei segni messianici.

Il nostro seminario è sulla stessa strada, dentro lo stesso Spirito. Esso prepara i servi e i compagni del missionario Gesù, annunciato dai profeti come il Servo Sofferente.

Il seminario è un luogo di studi, ma non solo. È un luogo di vita comunitaria e fraterna, vita di lavoro manuale, di preghiera, di condivisione con le persone che si incontrano negli altri seminari, per strada, nel servizio all’ospedale, in prigione, nelle parrocchie e nelle famiglie.

Il seminario avrà un cuore, la cappella. Meglio ancora, il Cenacolo con un altare, dove Gesù dirà: «Amatevi come io vi ho amati». Sullo stesso altare, Gesù si donerà ogni giorno con Maria, orante con noi. Sullo stesso altare, i seminaristi e i formatori continueranno a donarsi. E a donarsi per tutta la vita, con Gesù.

Padre Graziano ha concluso ringraziando quanti continuano ad amare il seminario presente in Camerun e ha anche invitato a pregare per i benefattori.

 

 

La guerra continua nelle zone anglofone del Camerun

Aperto il 30 settembre 2019, il grande dialogo nazionale si è concluso il 4 ottobre con la proposta di uno statuto speciale per le regioni anglofone. Essa, tuttavia, resta da definire in alcuni particolari malgrado le numerose critiche. Giunto in Camerun, il 14 novembre, trovo un clima di profonda attesa e sofferenza. Le carceri sono state svuotate di numerose persone implicate negli ultimi mesi. Ma si attendono nuove importanti decisioni.

Da tempo il cardinale Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala, si è dato da fare per una conferenza nazionale sulla situazione delle regioni anglofone che soffrono da anni e in cui, oggi ancora, si parla di «uccisioni quotidiane», come leggiamo in una recente intervista al cardinale, fatta da Jeune Afrique. Ciò che non è più sopportabile è l’imperante centralismo dello Stato concentrato nella capitale e l’iniqua diseguaglianza e l’ingiusta ripartizione dei diritti tra Nord e Sud del Paese. Il governo ritarda il vero dialogo, perché vi fanno parte persone che non vogliono cambiare la situazione. Il cardinale è accusato di tenere relazioni con secessionisti, mentre è favorevole al federalismo. Da un po’ è anche attaccato dai secessionisti per il suo spirito conciliante. È accusato anche di volere una dichiarazione di indipendenza, ma il suo obiettivo è il ritorno alla pace senza la quale, dice, «non possiamo fare il nostro lavoro di missionari».

Così il cardinale: «Quando le manifestazioni iniziarono nell’ottobre 2016, giunto nel mio villaggio a Kikaikelaki, a 300 km da Bamenda, presi conoscenza della nuova situazione già nel canto Ambazoniano che tutti cantavano e dell’ampiezza del fenomeno, della gravità. Il presidente Paul Bya avrebbe dovuto intervenire subito, la sofferenza avrebbe potuto essere evitata. Gli Amba Boys avevano già decretato la chiusura delle scuole. I servizi di sicurezza del Paese non sapevano niente. Quando i secessionisti volevano prendere le città di Buea e Bamenda, l’esercito è entrato in azione e ci sono stati molti morti. E la guerra è cominciata. Ho visto per terra dei corpi. La gente non poteva dare sepoltura perché l’esercito la prendeva per dei secessionisti. Oggi gli scontri e i morti continuano. La diocesi di Kumbo indica 78 villaggi incendiati, ora dall’esercito, ora dagli Amba Boys. Ho incontrato il prefetto di Kumbo che mi ha rimproverato di essermi recato sul posto: ” Potrebbe ricevere un proiettile vagante. Che cosa direi a Yaoundé (capitale…) se venisse ferito?”. Ho risposto che da quando sono vescovo, ho sempre vissuto lì le mie vacanze. Solo quest’anno non vi sono andato , perché la gente non sa più dove rifugiarsi».

Sulle promesse del presidente della Repubblica circa la promozione del bilinguismo, la creazione di un comitato di disarmo, la smobilitazione e reintegrazione dei secessionisti e lo smascheramento di gruppi ambigui, il cardinale non vede in atto iniziative concrete e pensa che quando arriveranno sarà ormai tardi. «Che il presidente si muova e vada a vedere!».

«Sette mesi fa ho chiesto di incontrarlo. All’invito di presentarmi, giunto alla presidenza, ho trovato  il direttore di gabinetto civile. L’ho ascoltato e gli ho detto di riferire che mi aspettavo di essere ricevuto meglio. Circa i rapporti tra Chiesa e Stato, un giorno un ministro mi disse: “Noi abbiamo paura di voi e voi avete paura di noi”. All’inizio della crisi, tre vescovi sono stati portati in giudizio e poi l’affare è finito lì. La patata era troppo bollente. La Chiesa del Camerun non è divisa sui punti dottrinali, ma divergiamo sulle questioni sociopolitiche».

 

Un saluto dal seminario di Yaoundé

Quest’anno 2019/2020 è iniziato col nuovo rettore, padre Graziano Michielan, già vice rettore nel seminario di Monza e ora proveniente dalla Costa d’Avorio, dopo 28 anni di missione. Gli studenti sono 22 e di quattro Paesi: Camerun, Ciad, Costa d’Avorio e Guinea Bissau. Lo slogan-programma dell’anno è ben visibile sopra il tabernacolo della cappella: «Me voici, Seigneur, je viens faire ta volonté» («Eccomi, Signore, vengo a fare la tua volontà»).

Altra bella novità circa i formatori, il vicerettore è  padre Patience, camerunese del Nord che contribuisce a mantenere l’“africanità” del seminario e vive i suoi primi anni sacerdotali e l’annuncio del Vangelo tra la sua gente.

L’annuario del seminario contiene le linee direttive. Dopo il calendario ben preciso della vita comunitaria e scolastica, presenta le belle foto di responsabili e studenti. Linee direttive a partire dalla presentazione dello spirito e del carisma dell’Istituto e del progetto di formazione nelle sue tappe e nei suoi momenti comunitari. Leggendo attentamente, ci si accorge che l’annuario, oltre ad assicurare l’importanza di formare sulla traccia della tradizione di un Istituto che ha dato e continua a dare validi missionari, ora non solo italiani ma di varie nazionalità, rivela la ricchezza del continuo contatto e dell’esperienza, qui a Yaoundé, “piccola Roma”, con formatori di numerose congregazioni, maschili e femminili, di tutto il mondo.

I giovani crescono in un clima internazionale e seriamente ecclesiale. I nostri studenti, dopo la filosofia, continueranno gli studi di teologia a Monza con studenti indiani, brasiliani, bengalesi, birmani, ecc.   e speriamo anche qualche italiano. Altra novità: oltre a prepararsi a partire, alcuni, prima o dopo un percorso in missione, vivranno qualche servizio in Italia, non solo per l’animazione missionaria, ma si troveranno anche a dedicarsi all’evangelizzazione della gente, sì, quella italiana, bisognosa ormai anch’essa dell’annuncio del Vangelo.

Nella vita di  seminario, dentro e fuori, non solo studio e vita comunitaria, ma condivisione con la gente di Yaoundé, entrando in carcere, negli ospedali, nelle parrocchie, nei centri di accoglienza per “ragazzi della strada” e disabili. Questo aiuta i seminaristi al discernimento, cioè a capire veramente la volontà di Dio nella propria vocazione. E ad “allenarsi”: perché la vita missionaria sia vita a servizio del missionario Gesù e  vita donata.

Bella la loro preghiera, spesso cantata, danzata con movimenti spontanei, accompagnata da balafon, tamburi, nacchere e battiti di mani. L’Africa viva, vive anche con gioia.

Aperti al Vangelo e al mondo delle culture

Il 14 novembre prossimo ritornerò a Yaoundé (Camerun) per dare due corsi ai seminaristi del nostro seminario filosofico. Dopo 30 anni in Camerun e 10 anni in Algeria scopro la mia terza vocazione : aiutare nella formazione dei nostri futuri missionari della Costa d’Avorio, della Guinea Bissau, del Camerun e del Ciad. Nella nostra comunità Pime di Treviso, attualmente c’è un africano, un indiano, un messicano, e un italiano, missionari a testimoniare in Italia la loro fede in Gesù Cristo. Certo, missionari sempre, anche in Italia. È la terza volta che ritorno in Camerun e mi sento appassionato all’idea di contribuire a formare nuovi missionari. La prima volta, due anni fa, i seminaristi mi avevano chiesto : «Qual’è l’avvenire del Pime?». Un po’ sorpreso della domanda, non tardai a rispondere: «L’avvenire del Pime siete voi!». Infatti i seminaristi da Yaounde arrivano a Monza per continuare il loro percorso di formazione in teologia assieme a studenti indiani, brasiliani, bengalesi, birmani, filippini e italiani. La domanda: «Quali novità nel Pime?» resta di attualità vivente. Mi è capitato in mano il libro “Francesco il Papa delle prime volte” di Gerolamo Fazzini e Stefano Femminis con la prefazione di Federico Lombardi che dice: «Le Chiese “giovani” hanno molto da dare alla Chiesa universale». Questi nostri studenti, appartenenti alle Chiese giovani, non solo sono la continuità del Pime, ma apporteranno novità di vario genere dentro il vero  spirito missionario.

Anche il cardinale Carlo Maria Martini aveva toccato il tema della novità di vita del Cristianesimo dicendo: «La Chiesa è chiamata continuamente a distinguere l’essenziale dall’accessorio. L’essenziale è il vangelo, proclamare Gesù Cristo risorto, è insegnare a vivere come viveva Gesù. Tutto il resto è in funzione di questo». A commento del pensiero di Martini, il docente spagnolo di storia della Chiesa, Laboa Juan Maria Gallego, scrive nel libro “Perle di Martini”: «Viviamo momenti forti. La cultura occidentale sta diventando una tra le altre culture, e nella stessa Chiesa coesistono diverse teologie, sia perché quella occidentale non risulta tanto suggestiva, sia perché in altre Chiese sorgono teologi interessanti che rispondono meglio alla sensibilità dei loro credenti. Francesco, il Papa venuto da lontano è oggi la speranza in un tempo di profondo cambiamento. Il cristianesimo non deve identificarsi con l’Occidente. Dobbiamo leggere e vivere le parole di Gesù a partire da esperienze e vissuti di altri popoli».

Tornando al tema della formazione di studenti di varie nazionalità e culture e  al libro “Francesco il Papa delle prime volte”, mi aspettavo di trovarvi novità di ordine filosofico e teologico. Indubbiamente ci sono e vanno conosciute. Ma Federico Lombardi dice che la più importante novità portata da Papa Francesco è dentro la sua fedeltà al Vangelo, la stessa fedeltà e novità che ogni popolo cristiano può vivere in ogni tempo. Leggo: «La straordinaria e inattesa energia che si manifesta nell’attività del nuovo Papa non trova altra spiegazione – anzitutto per lui stesso – se non nella “grazia di stato” che lo sostiene e accompagna nell’affrontare la nuova missione. (…) Le omelie “dialogiche” di Papa Francesco… ci mettono direttamente a confronto con la parola viva di Gesù, cosicché il Vangelo  entra subito in rapporto con la vita concreta nostra e della gente comune. (…) Sembra svelarci un segreto: anche oggi, nel mondo globalizzato e tecnologico, l’evangelizzazione si fa con il Vangelo! (…)”

Ora, osservando Papa Francesco, troviamo che la sua grande novità sta nella sua fedeltà al Vangelo vissuto in piena libertà e generosità. In realtà è il Vangelo che continua a essere vissuto in persone di ogni lingua, nazione, cultura e religione.

La novità all’interno del Pime, portata dai nuovi membri di nazioni, culture e tradizioni di altri Paesi, sarà una vitalità evangelica animata ancora dallo Spirito sempre attivo e nuovo.

Padre Cremonesi, martire della carità

Il Pime è unito alla diocesi di Crema che festeggia il suo missionario martire Alfredo Cremonesi, ucciso il 7 febbraio 1953 in Birmania e beatificato sabato 19 ottobre 2019.

Padre Alfredo era a servizio dei cariani, una popolazione tribale a cui ha dedicato l’intera esistenza e per la quale si è speso fino all’ultimo, letteralmente: il giorno dell’uccisione, infatti, era stato invitato a ritirarsi da un posto molto pericoloso, ma aveva scelto di rimanervi, per stare con la sua gente. Il vescovo di Crema, Daniele Gianotti, presentando il programma delle celebrazioni, ha dichiarato: «Padre Alfredo Cremonesi è stato riconosciuto come modello di vita cristiana, in questo caso missionaria. Ha sigillato la sua vita, spesa per gli altri, con il martirio».

Il Pime, con questa nuova beatificazione, rinsalda ulteriormente i suoi legami con la Chiesa birmana, nella quale nel corso di oltre un secolo e mezzo di operoso apostolato ha istituito ben 6 delle 16 diocesi del Paese.

Il superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, formula un auspicio: «Spero che la vita di padre Alfredo sia di esempio, in questo mese straordinario dedicato alla missione, per molti giovani che vogliono dedicare la vita, non a se stessi, ma agli altri. La missione di padre Alfredo, coronata dal suo martirio, possa essere di sprone per tante altre persone che, come lui, hanno amato la missione fino agli estremi confini della Terra». (Gerolamo Fazzini)

La famiglia del Pime, di missionari, missionarie dell’Immacolata, parenti, amici, ex-alunni, benefattori, col cuore pieno di gioia dice: «Grazie, Signore!».

 

«La pace è la casa comune, la porta d’entrata è una sola»

In questi giorni (ottobre 2019) il premier etiope Abiy Ahmed ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Al Parlamento etiope nel 2018 aveva detto: «Con il governo dell’Eritrea, dal profondo del cuore vogliamo porre fine al disaccordo che ha regnato per anni. Non eluderemo le nostre responsabilità. Esprimendo la volontà di superare le differenze attraverso il dialogo, lanciamo un appello al governo eritreo affinché faccia lo stesso. Non lo dobbiamo soltanto ai nostri interessi comuni, ma alle relazioni di sangue e di amicizia che legano i nostri popoli. (…) L’Etiopia è la nostra casa comune. In ogni Paese, in ogni contesto, è inevitabile che ci siano differenze di opinione. Ma queste differenze non sono una maledizione. Se siamo disposti ad ascoltare le opinioni degli altri in un dialogo di principi condivisi, le nostre differenze si rivelano una ricchezza, una benedizione. È nella battaglia delle idee che si forgiano le soluzioni ai problemi. La forza è nella cooperazione. Insieme, diventiamo più forti. Non c’è problema che non si possa risolvere restando uniti. L’atteggiamento di chi dice: “Preferisco morire piuttosto che vedere la sconfitta delle mie idee”, finisce per distruggere le famiglie, figuriamoci i Paesi. Noi abbiamo una sola Etiopia. Al di là di ogni differenza, l’unità nazionale è al primo posto. Ma l’unità non esclude il pluralismo. L’unità deve abbracciare le nostre diversità. possa risolvere restando uniti. (…) Il fondamento della pace è la giustizia. La pace non è assenza di conflitto. La pace è un’inviolabile casa comune, costruita sulle nostre convinzioni condivise, e l’unica porta di accesso è il dialogo. È la fiducia reciproca. Il nostro viaggio insieme, che ci permette di appianare i conflitti in modo civile».

Il cammino della pace nel mondo va diffuso con la nostra partecipazione alle idee profonde delle testimonianze e accompagnato con la preghiera.

 

Thailandia: due modelli di evangelizzazione a Chiang Mai

Don Lorenzo Biasion, ora parroco di San Giorgio delle Pertiche (PD), parrocchia dove sono stato battezzato e dove domenica 6 ottobre ho festeggiato i miei 60 anni di sacerdozio assieme ai miei parenti, mi ha fatto dono della sua tesi di laurea.  Don Lorenzo, prete diocesano di Padova, fidei donum, mette a  confronto due modelli di evangelizzazione operanti in  Thailandia: il  Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) e la Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Betharram.

Lo ringrazio e desidero far conoscere il suo studio interessante con questa sua introduzione.

«Il   tentativo   di   questo   mio   studio   è   quindi  quello  di   cogliere   attraverso   due modelli missionari la prassi di annuncio, servizio, testimonianza al regno di Dio in un dialogo   profetico,   audace ed umile,   perché   solo così   la   Chiesa   sarà   fedele  alla   sua identità anche oggi.

Nel primo capitolo cercherò di introdurre il lettore nel percorso di riflessione teologica sulla missione, attraverso alcuni documenti che hanno preceduto il Concilio Vaticano II, altri prodotti dal Concilio Vaticano II  e alcuni successivi, con un’attenzione particolare al mondo asiatico. Cercherò di cogliere i nodi fondamentali su cui si gioca la missione della Chiesa: l’inculturazione, il modello di Chiesa in vista del regno di Dio, la  missione   legata   alla   promozione   sociale, l’evangelizzazione legata all’annuncio e alla testimonianza della carità, la visione dell’uomo e della sua salvezza interpretato dal prisma dell’incarnazione di Gesù.  Nel    secondo capitolo cercherò di   mettere a   confronto due modelli di evangelizzazione operanti in  Thailandia: il Pime (Pontificio   Istituto   Missioni Estere)   e   la   Congregazione   dei   Sacerdoti   del   Sacro   Cuore   di   Betharram.  Saranno evidenziate le diversità, i punti “forti e deboli” di questi modelli, mostrando come la missione   possa   esprimersi   anche   in   forme   diverse   nello   stesso   contesto  e   produrre frutti abbondanti per il regno di Dio. In questi capitoli mi avvarrò di testimonianze dirette di vari missionari e attingerò agli archivi degli istituti.

Nel terzo capitolo con l’ausilio delle informazioni ricevute cercherò di fare una valutazione dei due modelli missionari. I due modelli analizzati – il Pime e quello dei Padri Betharramiti – sono diversi per ispirazione e concretizzazione, ma entrambi si sono inculturati nel nord della Thailandia, in  particolare nella diocesi di   Chiang Mai producendo un immenso bene alla Chiesa locale e facendola crescere sia nel laicato che nel   presbiterato. Questo risultato va attribuito certamente a figure di missionari “giganti” pieni di  zelo e di   passione   missionaria   che   hanno   operato   nel campo,  ma   naturalmente  soprattutto all’azione  costante  dello Spirito Santo che precede la missione con i suoi doni. Per quanto  riguarda le fonti usate per mettere a  confronto il  modello missionario del Pime e quello dei padri Betharramiti, la ricerca non è stata facile nel reperire documenti perché sappiamo che i missionari sono poco portati a scrivere e a riflettere sul proprio lavoro missionario. Ho attinto dagli archivi dei due istituti religiosi dove ho potuto reperire alcuni documenti inediti che ho riportato nel testo. Inoltre ho fatto delle interviste dirette ad alcune persone significative che ho riportato per esteso in appendice e che rappresentano anche questo materiale inedito. Infine, ho ritenuto opportuno trascrivere per esteso in appendice alcune video-interviste di missionari in Thailandia particolarmente significative per la ricerca svolta.

Tale lavoro diventa per me una occasione di lode e di ringraziamento a Dio per questa esperienza».

 

Mediterraneo di pace: all’incontro Cei del 2010 anche ebrei e musulmani

L’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace” avrà luogo a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020 e che sarà concluso da papa Francesco. Lo ha annunciato lo stesso cardinale  Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel corso del Consiglio permanente della Cei svoltosi dal 23 al 25 settembre. Una sorta di “Sinodo sul Mediterraneo” che non si limiterà ad avere come protagonisti i vescovi, ma si aprirà all’esterno.

Le ultime due giornate vedranno la presenza di esponenti del mondo ebraico e di quello islamico: dai rabbini ai rappresentanti della Lega Araba. Poi le istituzioni sovrannazionali che i presuli vogliono sollecitare a mobilitarsi per una riconciliazione fra i popoli, cominciando da Unione Europea e Nazioni Unite. Così, accanto ai pastori di tre continenti (Europa, Africa e Asia) che rappresenteranno tutti i Paesi affacciati sul “mare di mezzo”, ci saranno anche alcuni invitati, o meglio ospiti.

L’incontro nasce da un’intuizione di Bassetti che, da prete fiorentino, si è ispirato ai “Colloqui mediterranei”, concepiti negli anni Cinquanta dal sindaco “santo” Giorgio La Pira, per richiamare alla «comune responsabilità nei confronti della pace, della giustizia, della fraternità come premessa necessaria per la stabilizzazione dell’area mediterranea e quindi per la prosperità e la pace di tutte le nazioni».

Dal discorso di La Pira alla apertura del Primo Colloquio Mediterraneo (3 ottobre 1958)

«(…) Quale significato assume il nostro colloquio? La risposta, a mio avviso, è possibile se si considera la comune vocazione storica e la comune missione storica e per così dire permanente che la Provvidenza ha assegnato nel passato, assegna nel presente e, in un certo senso, assegnerà nell’avvenire (se noi le restiamo fedeli) ai popoli e alle nazioni che vivono sulle rive di questo misterioso lago di Tiberiade allargato che è il Mediterraneo.
Questa vocazione o questa missione storica comune consiste nel fatto che i nostri popoli e le nostre nazioni sono portatori di una civiltà che, grazie alla incorruttibilità e alla universalità dei suoi componenti essenziali, costituisce un messaggio di verità, d’ordine e di bene, valido per tutti i tempi, per tutti i popoli e per tutte le nazioni».