Tutto il mondo è la mia famiglia

Scrive Papa Giovanni XXIII: «Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qualcosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile servus Dei et servus servorum Dei ». Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni».

Sentimento di universalità

«Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi­cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti­diana: breviario, santa Messa, rosario completo, visite fedeli a Gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con Gesù, fa­miliare e confidente. Un anno di esperienza (il primo anno di Pontificato ) mi dà luce e conforto a ravviare, a cor­reggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto».

Cittadino del mondo

«È questo ormai un principio entrato nello spirito di ogni fedele appartenente alla Chiesa romana: di essere cioè e di ritenersi veramente, in quanto cattolico, cittadino del mondo intero, cosi come Cristo del mondo intero è l’adorato salvatore. Buon esercizio di vera cattolicità è questo, di cui tutti i cattolici devono rendersi conto e farsi come un precetto a luce della propria mentalità e a direzione della propria condotta nei rapporti religiosi e sociali». (DMC 11, p. 394).

 

 

Il cardinale Bassetti e le novità nella Chiesa italiana

Molto interessante l’intervista al cardinale Gualtiero Bassetti, nuovo presidente della Cei, pubblicata domenica 5 giugno in Avvenire con le firme di Giacomo Gambassi e Mimmo Muolo. Alcuni punti sottolineati: «Priorità del lavoro»; «Dalla logica del servizio alla cultura dell’incontro, dalla sana laicità alla bellezza di essere prete»; «Chi vive in organizzazioni criminali è fuori dalla Chiesa. Nessuna connivenza con le mafie, alcun contatto o “inchino”». «Mai come oggi va annunciata la straordinaria bellezza della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e aperta ai figli». «L’Europa, per essere casa comune deve ripartire dall’accoglienza, che significa anche rispetto delle regole e delle tradizioni di chi accoglie».

Gli hanno chiesto: «Ha raccontato che in una scuola un bambino musulmano le ha tirato la talare per chiederle di portare il suo saluto al Papa. Come favorire nel nostro Paese il dialogo fra le fedi?». La risposta: «Ho ancora bene presente gli occhi di quel piccolo. Mi voleva parlare a ogni costo e quando mi ha raggiunto, mi ha detto che in televisione vedeva sempre il Papa e che i suoi genitori glielo descrivevano come un saggio da ascoltare. Parte da gesti come questi il dialogo fra le fedi. Durante il suo recente viaggio in Egitto, Papa Francesco ha ribadito che le religioni sono chiamate a camminare insieme nella convinzione che l’avvenire dipende anche dall’incontro tra i credi e le culture. Evitiamo i preconcetti, ma nello stesso tempo diciamo ‘no’ a qualsiasi deviazione che eleva la religione a spada o ne fa strumento di vessazione. L’incontro tra cattolici e islamici, ad esempio, è già realtà nelle scuole italiane, nelle fabbriche, perfino nelle nostre case. Favoriamo la conoscenza reciproca e l’educazione alla cultura dell’incontro. Accanto al dialogo interreligioso va incentivato il dialogo ecumenico. Sono sempre di più le chiese che come diocesi abbiamo messo a disposizione degli ortodossi; e si allargano i momenti di scambio con le comunità protestanti che quest’anno celebrano i 500 anni della Riforma di Lutero».

 

 

La pietà popolare e missionaria a Sotto il Monte

La visita alla Casa natale di Papa Giovanni che volle affidata all’Istituto missionario del Pime è un pellegrinaggio, una delle tappe del pellegrinaggio della nostra vita verso il Cielo. Papa Giovanni ci accoglie. Ci unisce alla sua pace gioiosa e serena e parla al cuore con parole di bontà e di fede. Sembra di vedere e di sentire vicino il Papa. È sorprendente il clima bonario e popolare che si respira ed è sorprendente trovarsi in un ambiente aperto all’universalità della Chiesa e del Papato. Il pellegrinaggio diventa allora anche impegnativo per lasciarci prendere dall’universalità della nostra fede e della nostra preghiera e poi accettare di trasmettere attorno a noi la forza, la gioia e l’amore che vi si trova. Questa è la “grazia della missionarietà” che Papa Francesco descrive nel Documento di Aparecida e in Evangelii Gaudium. In questo vediamo l’unità di pensiero dei due Papi.

Papa Francesco dice: «Tanti cristiani esprimono la loro fede attraverso la pietà popolare, i vescovi la chiamano anche “spiritualità popolare” o “mistica popolare”. Si tratta di una vera spiritualità incarnata nella cultura dei semplici. È un modo legittimo di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa, e di essere missionari. Porta con sé la grazia della missionarietà, dell’uscire da sé stessi e dell’essere pellegrini. Il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione. Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione. Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!».

A Sotto il Monte, nell’incontro con altri pellegrini, sentiamo la gioia del ravvivarsi della fede. In realtà ci fa bene il contagio e il coraggio di vivere e di comunicare la nostra fede, di vederci a pregare insieme e di sentirci in cammino insieme. Abbiamo bisogno di Comunione e di Missione. La Chiesa allora vive e testimonia il volto della comunione dei cristiani uniti tra loro e con Dio nel pellegrinaggio verso il Regno.

La fede tra le braccia della mamma

Marco Roncalli nel suo volume Giovanni XXIII descrive l’ambiente della religiosità vissuta dalla famiglia Roncalli: «In un rapporto di una inchiesta agraria riguardante la zona più vicina a Sotto il Monte troviamo: Nel contadino il sentimento più profondo, dopo quello della famiglia, è il sentimento religioso (…). La religione nel contadino è necessaria come quella che guida sul retto sentiero del buono e del giusto una casta intera di popolazione che poco o nulla istruita, da essa attinge i principi del retto e del giusto. E continua: Una vita durissima, affidata alla provvidenza, dove una grandinata o la morte di un vitello potevano costituire una rovina quasi irrimediabile. Tuttavia, proprio in questo mondo di disagi e ristrettezze, i valori cristiani trovavano il terreno più naturale. La pratica religiosa era intensa, i riti vissuti con partecipazione. E così la pietas popolare, l’osservanza del culto, la frequenza ai sacramenti, al catechismo, le devozioni, gli appuntamenti del calendario liturgico disseminati lungo l’anno. Ma anche lo spirito di solidarietà era un punto fermo, e quando qualcuno aveva bisogno poteva contare sull’aiuto del consanguineo e del vicino».

Papa Giovanni accenna spesso che ricevette anzitutto in famiglia i primi sentimenti di fede. Ecco come racconta la sua prima visita al santuario delle Caneve: «Quando giunsi davanti alla chiesetta, non riuscendo ad entrarvi perché ricolma di fedeli, avevo una sola possibilità di scorgere la venerata effigie della Madonna, attraverso una delle due finestre laterali della porta d’ingresso, piuttosto alte e con inferriata. Fu allora che la mamma mi sollevò tra le braccia dicendomi : “Guarda, Angelino, guarda la Madonna come è bella! Io ti ho consacrato a lei».

E viveva i suoi primi anni in famiglia: «Nella mia casa paterna, la mattina quando aprivo la finestra, la prima chiesa che vedevo era la vostra ( Frati Francescani ), “un piccolo cielo dove si respira aria di eternità”, a Baccanello, e ricordando che, quando le campane del conventino chiamavano i frati al coro per l’ufficiatura di sesta e nona… sua madre metteva sul fuoco il paiolo».

«Vengo dall’umiltà. Fui educato a una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze e protegge il fiore delle virtù più nobili e alte e prepara alle elevate ascensioni della vita».

Quando il piccolo Angelo cessò di aver bisogno della mamma, fu il prozio Zaverio a prenderselo tutto per sé e gli infuse con la parola e con l’esempio le attrattive della sua anima religiosa. Una vita ritmata dal suono delle campane, dalla preghiera dei frati e dal profumo della polenta quotidiana. Il tutto dentro un ambiente campagnolo animato continuamente dall’avvicendarsi, dalla bellezza e dalla voce della natura che esprime e ricorda l’azione del Creatore. Persona umana, natura, Creatore uniti in alleanza, collaborazione, rispetto e armonia.

Sembra di riudire il Vangelo della Provvidenza: «Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l’ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore».

Le braccia della mamma sono le braccia del creatore che prolunga la sua azione e il suo amore nella famiglia, nella natura, nella storia e nella tradizione.

Islam: contrapposizioni, aperture, chiusure…

Dopo l’uccisione dei copti in Egitto il 19 maggio scorso, le dichiarazioni del mondo islamico aumentano. Ahmed al-Tayyed, grande imam di Al Ahzar, celebre università sunnita del Cairo, ha detto: «L’attentato contro i cristiani è inaccettabile. Ogni musulmano e ogni cristiano lo condannano. Tale atto mira a danneggiare la stabilità dell’Egitto». Anche il gran mufti d’Egitto Shawgi Allam ha dichiarati: «Vile operazione terrorista contro un gruppo di fratelli e sorelle cristiani».

È interessante notare che le dichiarazioni provenienti dal mondo islamico stanno aumentando, oltre che di coraggio, anche di qualità. Non tutti i musulmani usano il termine “fratelli” o “sorelle”, nei confronti dei cristiani, come ha dichiarato Allam Shawgi.

Ma nello stesso tempo notiamo che sta crescendo in vari Paesi anche l’influenza di musulmani radicali. In Indonesia, per esempio, Paese con lunga eredità storica di tolleranza, sempre più spesso gli studenti cristiani vengono definiti kafiri, infedeli, e sta diffondendosi l’uso del hijab (velo).

Papa Francesco in Egitto è stato forte e deciso nell’invitare tutti, e precisamente i credenti, a non restare nella paura di parlare, gridare, denunciare la violenza e a prendere anche iniziative per la pace: «C’è bisogno di costruttori di pace. La violenza è la negazione di ogni autentica religiosità. In quanto responsabili religiosi, siamo chiamati a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità. Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani. Insieme ripetiamo un “no” forte e chiaro contro ogni forma di violenza. La religione non solo è chiamata a smascherare il male; ha in se la vocazione a promuovere la pace».

Il comboniano padre Giuseppe Scattolin, che opera al Cairo, commenta così dopo la visita del Pontefice in Egitto: «Il Papa e il grande imam di Al Azhar Ahmed al Tayyed, con i loro discorsi hanno demolito ogni tentativo di manipolare la religione per giustificare la violenza. Le parole, però, devono tradursi in un progetto capillare di riforma educativa. Il fondamentalismo si combatte sul fronte del pensiero».

 

Anch’io ho il cuore spezzato

«Anch’io ho il cuore spezzato». Così ha gridato la cantante Ariana Grande.

Non piacerà a tutti quanto scrivo, ma spero mi si capisca.

Alla televisione e nei giornali ho seguito l’attentato di Manchester. Ho letto il messaggio del Papa che si è dichiarato «addolorato in modo particolare per  bambini e giovani che hanno perso la vita, e per le famiglie in lutto… per un atto di violenza insensata».

E ho colto quanto scrive un giornalista : «Macabra crudeltà del terrorismo islamista. Che attacca senza strategia e anche senza tattica animato dall’odio per la vita con il solo fine di uccidere più bambini che può».

Mentre seguivo e leggevo, ho pensato ad alcuni amici musulmani coi quali ho vissuto dieci anni in Algeria. Anch’essi seguono gli  avvenimenti mondiali nei media. A volte in caso di scandali, subito qualcuno mi portava i giornali e mi diceva: «Guarda che cosa fanno i tuoi amici cristiani!».

Fossi  lì, questa volta, qualcuno mi direbbe: «Anch’io ho il cuore spezzato. Non è giusto uccidere. Non è l’Islam questo! Alcuni giornalisti non capiscono che anche molti di noi musulmani soffrono per quanto sta avvenendo nel mondo e ci fa soffrire il giudizio che alcuni si fanno di noi».

Trattando su situazioni e problemi di vasta scala, ormai preferisco fare delle distinzioni  e quindi dire “alcuni”, “altri”. E leggendo certe analisi sul mondo islamico, riconosco che anch’io ho vissuto  momenti difficili quando trovavo qualche integralista chiuso e bloccato, che rifiutava ogni apertura di ordine culturale, artistico, storico e perfino sociale nel voler distinguersi e giudicare qualsiasi diverso/a e qualsiasi diversità. Altro momento difficile, quando camminavo con chi si credeva libero di non credere, di non praticare e di non rispettare la sua religione e tradizione islamica.

Certe generalizzazioni non mostrano serietà e onestà di giudizi e non favoriscono il cammino di conoscenza, collaborazione e rispetto reciproco. «Feriti, ma non abbattuti!».

Certo, ma ci resta  di primaria importanza il dover continuare a prendere sul serio e di mettere regole valide e sufficienti dentro il fenomeno mondiale dell’accoglienza, della convivenza civile e dell’integrazione dove è valutato e rispettato chi è accolto e chi  accoglie. Un cammino necessario di rinnovamento per una crescita comune. Altrimenti continueremo a restare in situazione di guerra.

Anche tanti miei amici e fratelli musulmani hanno il cuore spezzato, perché stanno cercando di leggere il Corano in un modo diverso e con cuore nuovo, cercando relazioni più profonde e più vere.

La nuova pagina evangelica di Papa Giovanni

«In ogni tempo i santi hanno sfogliato una pagina del Vangelo e l’hanno resa evidente ai loro contemporanei. Da san Benedetto e san Francesco fino a madre Teresa e padre Pio essi erano come la scia ininterrotta di una cometa alla cui origine vi è la luce incandescente portata da Gesù. Essi sono i veri saggi, coloro che, alla luce del Vangelo, trasformano la realtà di questo mondo, i veri rivoluzionari che mettono in atto la rivoluzione che viene da Dio, la rivoluzione dell’amore». Conclude papa Benedetto a Marienfeld: «In Gesù Cristo è comparso il vero volto di Dio».

Loris Capovilla, segretario di Papa Giovanni, nella prefazione al libro di padre Francesco Valsasnini, Pime, su  Giovanni XXIII, e dal quale prendo alcune note, scrive: «Anche per merito suo, i padiglioni della Chiesa Cattolica si sono ingranditi, non tanto, né primieramente nel significato statistico delle conversioni, quanto piuttosto della conversione nostra ad una più radicale fedeltà al Vangelo, d’ un interessamento più vivo alle necessità dei popoli sottosviluppati; della conversione delle nazioni tentate di accontentarsi  del solo progresso economico e tecnico, ad un’ansia più cocente di incontro, di interscambio, di amicizia con tutte le genti».

Aveva fondato tutto il suo apostolato sul “centro” del Vangelo: l’amare tutti come Dio li ama. Il suo metodo diplomatico era quello della carità evangelica. Delegato in Bulgaria e Visitatore apostolico in Turchia e Grecia, visse i tempi in cui si consideravano scismatiche le chiese ortodosse, ma lui le amò. Andò subito a salutare gli ortodossi e assistette alle loro liturgie. Fu richiamato da un addetto del Vaticano per troppa confidenza con scismatici. Reagì così: «Gesù mi dice di amare anche i nemici, questi non sono nemmeno nemici e quindi continuo ad amarli».

Il genio di Papa Giovanni fu di aver capito i “segni dei tempi” e di avere un sguardo positivo sulle realtà umane. Martin Buber direbbe: «Prima di distruggere gli idoli che gli uomini si sono costruiti, cercare quell’aspetto della divinità che volevano rappresentare, offrirla loro, e gli idoli cadranno da sé».

Volle un Concilio pastorale, cioè di rinnovamento della Chiesa e non di condanna di errori. Distinguere il buono dal falso. Più passano gli anni e più si vede l’ampiezza dei benefici che il suo atteggiamento ha avuto nella Chiesa e nell’ecumenismo. L’azione più decisiva in questa direzione avvenne quando stava preparando il Concilio. Nel marzo 1960 incarica il cardinale Augustin Bea alla creazione di un organismo tutto nuovo, destinato a stabilire relazioni con le Chiese non cattoliche. Sottraeva al sant’Uffizio la competenza sui rapporti tra i cattolici e gli altri cristiani, spingendo così verso il superamento dell’attitudine di diffidenza, quando non di ostilità, che dal XVI secolo caratterizzava l’atteggiamento romano verso eretici e scismatici. Si riconosceva così l’esistenza di elementi di autenticità evangelica anche fuori dalla Chiesa cattolica.

«Perché tanti uomini di ogni Paese hanno condiviso il dolore della Chiesa cattolica piangendo alla sua morte?». Il cardinale Roger Etchegarai ha risposto: «Il motivo è che essi si sono sentiti non solo toccati, ma coinvolti; é che avevano colto che egli, alle loro domande, aveva offerto la limpida luce di una risposta semplice e vera. Il suo segreto, nato dalla sua natura e dalla sua fede, fu di dimostrare che la tradizione non è nemica, ma il trampolino di audacia apostolica. Nella sua enciclica Pacem in terris, vedeva la morale dei diritti umani come il riflesso dell’acqua calma delle sorgenti originarie, e non attraverso lo specchio spesso deformante del ribollire della storia».

 

Il senso della vita a Sotto il Monte

Lasciato l’asfalto e il traffico, metti i piedi sui sassi del ciottolato e entri nel cortile di un caseggiato di cento anni fa con scale esterne in legno e con gerani pendenti dalle finestre. Vedi il carretto con attrezzi dei contadini. Sulle pareti dei muri esterni, strumenti da falegname e dal fienile in alto, esposte al sole, pannocchie di granoturco. Sui muri, trovi ricordi del passato, delle guerre e della vita non ancora moderna: camere a gas, lampade al  carburo  e ferri da stiro e fornelli  a carbone o ad alcool.

Poi entri a vedere le foto della famiglia Roncalli nelle stanze dove nacque e visse i primi anni il piccolo Angelo. Dal pian terreno, scendi verso la cantina con i colori delle botti e i profumi  vivi del vino. È forte il senso di vita che ti riporta indietro in un mondo passato e che ti è ancora caro, ancora tuo, ancora te stesso e mette nell’animo pace e semplicità. È come tornare bambini.

Lasciata la parte vecchia della Casa natale, cammini e scendi tra vetrate con grandi foto che mostrano il piccolo Angelo in famiglia, il giovane prete, il militare, il nunzio in Bulgaria, Turchia e Grecia. Poi lo ritrovi di fronte al grande Charles de Gaulle a Parigi e in gondola, Patriarca di Venezia, e finalmente Papa, portato in sede gestatoria. Avverti allora che si tratta di una persona elevata dalla vita di campagna ai livelli più alti della società e della Chiesa. Ed eccolo finalmente che ti accoglie in piedi, sorridente, perché si sente accarezzato, baciato e lavato dalle lacrime di gioia e di dolore di tanti pellegrini.

Sì, sono pellegrini quelli che arrivano a Sotto i Monte, perché rispondono a un bisogno, a un invito, a una chiamata a dire quello che c’è di profondo nel cuore. Quando si chiede loro perché sono venuti, ti dicono: «Ogni anno devo venire per rivederlo, per dirgli grazie, per risentirlo vicino. Qui sento pace. Qui mi sento libero da tanti pesi, da tanti fastidi».

Il pellegrino si mette in viaggio in cerca di qualcosa. Prima, lascia tutto, si libera e poi trova. Alcuni già nell’ambiente, trovano un senso di vita, di pace e di semplicità; altri, nel volto di Papa Giovanni, trovano la dolcezza di Dio e quindi la fede e la preghiera nel cuore. Tutti, in qualche modo, guariscono, tanto o poco, perché qui a Sotto il Monte si trova qualcuno che ha vissuto ed è rimasto fedele al senso della vita. Qui non si dubita… Magari si potesse  avere i suoi sentimenti, la sua verità!

Seguendo il percorso della sua vita, in tempi di guerre, scontri e sofferenze di ogni genere, ci si domanda come Papa Giovanni riuscì a mantenere un animo paziente, obbediente, aperto. La risposta è perché seppe conservare i valori ricevuti dalla famiglia nella semplicità e nell’umiltà, nel vivo senso di povertà di spirito che continuava a coltivare. Papa Giovanni amò molto la sua terra, il suo mondo, la sua Chiesa.

Subito dopo la sua morte, il cardinale Giovanni Battista Montini, prima di succedergli nel pontificato, diceva: «Perché ha così commosso il mondo?  Da ogni parte della terra si è levata l’espressione del rimpianto, dell’elogio, della pietà e della memoria. I nostri cuori sono assorti e sorpresi dalla visione della grandezza e della bontà finalmente insieme congiunte. Perché da ogni parte si piange la sua morte? Ognuno di noi ha sentito l’attrattiva di quest’Uomo, e ha capito che la simpatia che Lo ha circondato non era un inganno, non era un entusiasmo di moda, non era un futile motivo; era un segreto che ci si svelava, un mistero che ci assorbiva. Ci ha fatto vedere che la verità, quella religiosa per prima, così delicata, così difficile… non è fatta per sé, per dividere gli uomini e per accendere fra loro polemiche e contrasti, ma per attrarli ad unità di pensiero, per servirli con premura pastorale, per infondere negli animi la gioia della conquista della fratellanza e della vita divina. E oggi che cosa lascia Giovanni XXIII alla Chiesa e al mondo, che non potrà morire con Lui? Lasciatemi citare di Lui almeno una pagina: “Nell’epoca moderna, di un mondo dalla fisionomia profondamente mutata, e sorreggentesi a fatica fra i fascini ed i pericoli della ricerca quasi esclusiva dei beni materiali, nell’oblio e nell’illanguidire dei principi di ordine naturale e soprannaturale… convenga richiamare alle sorgenti pure della rivelazione e della tradizione. Trattasi di rimettere in valore ed in splendore la sostanza del pensiero e del vivere umano e cristiano, di cui la Chiesa è depositaria e maestra nei secoli”. Potremo mai lasciare strade così magistralmente tracciate, anche per l’avvenire, da Papa Giovanni? È da credere che no! E sarà questa fedeltà ai grandi canoni del Suo Pontificato ciò che ne perpetuerà la memoria e la gloria, e ciò che ce Lo farà sentire ancora a noi paterno e vicino».

Papa Giovanni, citato dal futuro Papa Montini, richiama alle sorgenti pure, lontano dalle quali la vita non ha più un senso.

I viaggi di Papa Francesco scuotono un po’

Papa Francesco e Papa Tawadros, al termine dell’incontro del 28 aprile scorso al Cairo,  hanno firmato una dichiarazione congiunta in 12 punti, dalla quale traspare il grande cammino di avvicinamento fatto negli ultimi anni e che ha portato ad eliminare quasi tutte le differenze teologiche. Il paragrafo più significativo è il penultimo, nel quale si affronta il tema dei battesimi. Per prassi ecclesiale infatti la Chiesa copta talvolta rinnova il battesimo quando cristiani prima appartenenti ad altre Chiese chiedono di entrarvi. «In obbedienza all’opera dello Spirito Santo, che santifica la Chiesa, la conserva per tutte le età e la conduce alla piena unità», hanno siglato il Papa di Roma e il Papa copto, «per piacere al cuore del Signore Gesù, così come a quello dei nostri figli e figlie nella fede, dichiarano reciprocamente che noi, con una sola mente e cuore, cercheremo sinceramente di non ripetere il battesimo che è stato somministrato in una delle nostre Chiese per qualsiasi persona che desidera unirsi all’altra» Chiesa. Questo, continua la dichiarazione, «confessiamo nell’obbedienza alle Sacre Scritture e alla fede dei tre Concili Ecumenici riuniti a Nicea, Costantinopoli e Efeso».

Dopo la diffusione della Dichiarazione, sui blog e sui social media sono partiti attacchi contro Papa Tawadros, accusato da alcuni esponenti copti di voler sottomettere la Chiesa copta ortodossa alla Chiesa cattolica. Ma la Dichiarazione sottoscritta da Papa Francesco e da Papa Tawadros non contiene un accordo formale sulla questione dei ri-battesimi, e va interpretata in continuità con il cammino di dialogo teologico iniziato tra la Chiesa copta ortodossa e la Chiesa cattolica con la visita che il Patriarca Shenuda III realizzò a Roma nel 1973 per incontrare Papa Paolo VI.
Anba Boutros Fahim Awad Hanna, vescovo copto cattolico di Minya afferma:  «La Dichiarazione è chiara e rappresenta un passo importante che guarda al futuro. Papa Tawadros l’ha sottoscritta con il consenso del Santo Sinodo della sua Chiesa. Le critiche di certi ambienti erano prevedibili. Ora si tratta di andare avanti insieme, nel cammino indicato da Papa Francesco e da Papa Tawadros». (Agenzia Fides 2/5/2017).

Anche al Cairo, dopo la visita apostolica del Papa in Egitto, Islam al Behairi ha qualificato di commedia la Conferenza per la pace organizzata dall’università al Azhar e ha rinnovato le critiche rivolte in passato all’università sunnita, che considera una roccaforte di pensiero religioso retrogrado e oscurantista. All’origine di questo, oltre a personalismi dopo alcune nomine, ci sarebbe anche la pressione del presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi, in favore di una presa di posizione più ferma dell’università circa le letture jihadiste del Corano.

I viaggi di Papa Francesco scuotono un po’ dappertutto, fanno riflettere e mettono in cammino. Benvenuti i confronti anche se non facili, purché si cammini verso la verità e l’unità.

 

 

 

La fede tra le braccia della mamma

Marco Roncalli nel suo volume Giovanni XXIII descrive l’ambiente della  religiosità vissuta dalla famiglia Roncalli : «In un rapporto di una inchiesta agraria riguardante la zona più vicina  a sotto il Monte troviamo : – Nel contadino il sentimento più profondo, dopo quello della famiglia, è il sentimento religioso (…).  La religione nel contadino è necessaria come quella che guida sul retto sentiero del buono e del giusto una casta intera di popolazione che poco o nulla istruita, da essa attinge i principi del retto e del giusto -.  E continua : “Una vita durissima, affidata alla provvidenza, dove una grandinata o la morte di un vitello potevano costituire  una rovina quasi irrimediabile. Tuttavia, proprio in questo mondo di disagi e ristrettezze, i valori cristiani  trovavano il terreno più naturale. La pratica religiosa era intensa, i riti vissuti con partecipazione. E così la pietas popolare, l’osservanza del culto, la frequenza ai sacramenti, al catechismo, le devozioni, gli appuntamenti del calendario liturgico disseminati lungo l’anno. Ma anche lo spirito di solidarietà era un punto fermo, e quando qualcuno aveva bisogno poteva contare sull’aiuto del consanguineo e del vicino».

Papa Giovanni accenna spesso che ricevette anzitutto in famiglia i primi sentimenti di fede. Ecco come racconta la sua prima visita al santuario delle Caneve:  «Quando giunsi davanti alla chiesetta, non riuscendo ad entrarvi perché ricolma di fedeli, avevo una sola possibilità di scorgere la venerata effigie della Madonna, attraverso una delle due finestre laterali della porta d’ingresso, piuttosto alte e con inferriata. Fu allora che la mamma mi sollevò tra le braccia dicendomi : “Guarda, Angelino, guarda la Madonna come è bella! Io ti ho consacrato a lei”. E viveva i suoi primi anni in famiglia  : “Nella mia casa paterna, la mattina quando aprivo la finestra, la prima chiesa che vedevo era la vostra ( Frati Francescani ), “un piccolo cielo dove si respira aria di eternità”,a Baccanello, e ricordando che, quando le campane del conventino chiamavano i frati al coro per l’ufficiatura di sesta e nona… sua madre metteva sul fuoco il paiolo”.  Vengo dall’umiltà. Fui educato a una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze e protegge il fiore delle virtù  più nobili e alte e prepara alle elevate ascensioni della vita”».

Quando il piccolo Angelo cessò di aver bisogno della mamma, fu il prozio Zaverio a prenderselo tutto per sé e gli infuse con la parola e con l’esempio le attrattive della sua anima religiosa. Una vita ritmata dal suono delle campane, dalla preghiera dei frati e dal profumo della polenta quotidiana. Il tutto dentro un ambiente campagnolo animato  continuamente dall’avvicendarsi, dalla bellezza e dalla voce della natura che esprime e ricorda l’azione del Creatore. Persona umana, natura, Creatore uniti in alleanza, collaborazione, rispetto e armonia.

Sembra di riudire il Vangelo della Provvidenza: «Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l’ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore».

Le braccia della mamma sono le braccia del creatore che prolunga la sua azione e il suo amore nella famiglia, nella natura, nella storia e nella tradizione.