Non c’è alternativa al dialogo

Non mancano i segni di speranza nel miglioramento dei rapporti con l’islam. In occasione della conferenza “Oriente e Occidente: dialoghi di civiltà” promossa a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio, Ahmad Al-Tayyeb, il grande imam dell’università di Al-Azhar è stato ricevuto in udienza dal Papa che poi lo ha invitato a pranzare insieme a Casa Santa Marta.

«Vogliamo vedere – ha spiegato il grande imam – come lavorare insieme per ridurre i patimenti dei poveri, di tutti i sofferenti nel mondo. E devo dire che sono ottimista. Il Pontefice è un uomo simbolo, profondamente buono, ha un cuore inondato di amore, di bene sincero, di desiderio che l’umanità possa beneficiare dello scambio tra le culture».

«Questi incontri non sono un lusso ma una necessità» ha sottolineato Al-Tayyeb. E lo ha fatto annunciando, tra gli applausi dei tanti partecipanti, che Al-Azhar «mette a disposizione le proprie risorse e tutto il proprio contributo per una collaborazione continua per cercare soluzioni al terrore e produrre ogni sforzo per la pace mondiale».

Nel suo articolato intervento, pronunciato in arabo, Al-Tayyeb ha ribadito «la necessità, l’ineluttabilità del dialogo tra Oriente e Occidente, per salvare l’umanità e non ripiombare in un’epoca oscura». Per il grande imam, «la violenza reciproca isola la nostra civiltà rispetto alle precedenti: questo secolo rappresenta un arretramento rispetto al secolo passato… la religione non è un ostacolo al dialogo, ma ne è il fondamento come «cintura di salvataggio », anche se le ideologie laiciste «irridono a questo». Al-Tayyeb ha concluso il suo intervento con l’invito a «rispettare le altre fedi e i loro credenti, rispetto che non può essere inferiore a quello per la propria religione. In questo punto gli estremisti hanno compiuto un passo falso, con la loro spinta a uccidere gli infedeli».

I martiri dell’Algeria presto beati

Il primo settembre scorso Papa Francesco ha ricevuto mons. Paul Desfarges, arcivescovo di Algeri, accompagnato da Jean-Paul Vesco, vescovo di Oran e dal padre Thomas Geogeon, postulatore della causa di beatificazione e ha ascoltato la domanda portata dalla Chiesa dell’Algeria. L’arcivescovo di Algeri ha rilasciato in una intervista: «Nel dialogo col Papa non potevamo pensare ai nostri martiri senza pensare a tutti i martiri dell’Ageria. Il decreto di beatificazione non è ancora firmato dal Papa. Presto ci sarà una dichiarazione di questa beatificazione. Ho accettato di parlarne perché è bene che ci prepariamo a questa grazia, e ne abbiamo discusso col Papa che si è mostrato attento a questa causa di fratelli e di sorelle. In prima linea c’è il nome di mons. Pierre Claverie, assassinato a Orano e nel gruppo ci sono i  monaci di Tibherine. L’attenzione del Papa è soprattutto rivolta alla sofferenza del popolo algerino. L’assassinio dei 19 dei nostri fratelli e sorelle avvenne in mezzo a un popolo martoriato e le sue ferite non sono ancora cicatrizzate. I nostri fratelli martiri non sono che una goccia dentro un oceano di violenza che ha veramente martirizzato l’Algeria durante una decina d’anni, e sì, non potevamo pensare ai nostri martiri senza pensare a tutti i martiri dell’Algeria; cioè a quelli e a quelle che hanno dato anch’essi la loro vita, nella fedeltà alla loro fede in Dio e alla loro coscienza. Penso, e l’abbiamo ricordato al Papa, al centinaio d’imam, uccisi per non aver firmato le fatwa che giustificavano la violenza. Penso agli intellettuali, ai giornalisti, agli scrittori… ma soprattutto alla povera gente, ai padri, alle madri che rifiutavano di obbedire agli ordini dei gruppi armati. Abbiamo voluto dire al Papa che questa beatificazione, quando sara annunciata, sia una sorgente di pace, di pace per tutti. Nella Chiesa viviamo in pace, nel perdono, ma desideriamo che la beatificazione sia anche una grazia per tutto il popolo algerino. Che ci aiuti a procedere insieme sul cammino della pace e della riconciliazione e, se ci sarà data la grazia, anche del perdono».

 

Eccomi!

Sabato scorso, 21 ottobre, nel Duomo gremito di Milano, l’arcivescovo Mario Delpini, ha  consegnato il crocifisso ai “Fidei Donum” ambrosiani e ha detto: “Il Vangelo non chiede le nostre cose, ma la nostra risposta libera, lieta, fiduciosa. La pratica del gesto minimo si riassume in una parola : eccomi!

Eccomi, adesso consegno tutta la libertà di cui dispongo;

eccomi, per un’ora di servizio ai poveri;

eccomi, per preparare una torta per il banco missionario;

eccomi, per 15 giorni d’estate in Brasile;

eccomi, per una classe di catechismo;

eccomi, per un anno di discernimento vocazionale;

eccomi, per consegnarmi ad un amore che sia fedele per tutta la vita;

eccomi, per andare in croce a morire!

 

 

Il Papa ai Metodisti, insieme sulla via della piena comunione

Emanuela Campanile scrive nell’Osservatore Romano del 19 ottobre: «Papa Francesco ha aperto il suo discorso alla Delegazione del Consiglio Metodista Mondiale, ricevuta oggi. L’occasione è stata l’anniversario del cinquantesimo dall’inizio del dialogo teologico metodista-cattolico, un cammino in cui “siamo fratelli che, dopo un lungo distacco, sono felici di ritrovarsi e riscoprirsi a vicenda». «Gli altri familiari di Dio possono aiutarci ad avvicinarci ancora di più al Signore – ha proseguito il Papa, ricordando l’invito alla santità del teologo John Wesley, fondatore del movimento protestante metodista –  e stimolarci a offrire una testimonianza più fedele al Vangelo».

Fede tangibile che “si concretizza nell’amore” e in particolare “nel servizio ai poveri”, come risposta all’antico invito della Parola: «Proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti». Si tratta della «stessa chiamata alla santità che, essendo chiamata alla vita di comunione con Dio – ha evidenziato Francesco  – è necessariamente chiamata alla comunione con gli altri».

Da qui, l’esortazione a «crescere in una comunione maggiore», di proseguire il cammino «con la nuova fase di dialogo che sta per avviarsi sul tema della riconciliazione», nella certezza dell’opera dello Spirito di Dio che sempre crea carismi nuovi  e “il miracolo dell’unità riconciliata”.

Non alla “cultura della paura” e alla xenofobia

Invito a leggere una parte del testo integrale della prima prolusione del card. Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, in apertura dei lavori del Consiglio permanente della Cei (Roma, 25-27 settembre 2017).

Accogliere i migranti è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche «prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria». Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano.

Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una «cultura della paura» e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo.

Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé.

Accogliere Papa Giovanni col cuore nuovo

Turoldo era convinto che Giovanni XXIII continuava a essere vivo più di quanto non si pensava, non solo vivo nella devozione popolare – segno di quanto il popolo ci tenga ai suoi santi… – ma vivo nella cultura e nella storia. E ricordava che il Papa il giorno dell’apertura del Concilio, diceva che quanto stava avvenendo era “appena un’aurora.

Oggi quindi, durante l’attesa della venuta del santo Papa Giovanni a Sotto il Monte, potremmo impegnarci a conoscere meglio la pagina evangelica che ci ha donato con la sua vita e la pagina che ha aperto per un nuovo volto della Chiesa e del mondo intero. Prepararci anche interiormente per cogliere il suo desiderio di vederci veri discepoli di Cristo Gesù.

Ero a Yaoundé, capitale del Camerun, per preparare con un gruppo di laici la venuta di Papa Giovanni Paolo II. Fuori del nostro locale, un ammalato di mente ci disturbava col suo vociare. Mi sedetti accanto a lui e gli dissi: «Tu sai che sta arrivando a Yaoundé un grande personaggio. Tu cosa pensi? Come dobbiamo accoglierlo?»  L’ammalato si calma, si fa serio e poi dice, solenne: «Un tipo così, lo si accoglie con un cuore puro!».

Per prepararci ad accogliere Papa Giovanni ho cercato nel Giornale dell’anima un suo pensiero sul cuore per immaginare come desidera essere accolto e ho trovato: «Gesù mite e umile di cuore, fa che il mio cuore sia d’accordo col tuo». E ancora: «Crea in me un cuore puro e uno spirito saldo. Il cuore è la volontà e lo spirito è l’intelletto. Volontà monda, adunque, occorre, e intelletto rinnovato. Ohimè, quanti attacchi, quante tentazioni assediano la volontà, specialmente dalla parte del sentimento: oggetti, persone, circostan­ze! Il fascino dell’ambiente, talora l’incontro fortuito, la mettono a dura prova. Da sé il cuore non regge. Quando poi si è sciupato, lasciandosi infiacchire dalle superfluità, è necessaria una creazio­ne novella. Rattoppi valgono poco. Presto si torna alla caduta. Il cuore di Paolo, il cuore di Agostino, furono creazione nuova».

E Papa Giovanni che cosa ci dirà e che cosa ci porterà?

Ho trovato in un libro questo grazioso racconto scritto da monsignor Scavizzi: «Nel vaporetto, alcuni veneziani commentano il discorso che il patriarca Roncalli, appena arrivato, aveva pronunciato il giorno del suo arrivo: “Non ha detto cose grosse e difficili, a ha parlato col cuore. Ma il più bello è stato quando ci ha detto che, non potendo darci ricchezze materiali, ci dava la sua unica ricchezza, il cuore, l’amore di padre, senza limitazioni”».

Papa Giovanni ci porterà il suo cuore!

 

 

Che cosa significa “Bosa”?

Negli articoli sui migranti di Avvenire leggo: «Le difficoltà sulla tratta libica spingono tanti a prendere un percorso alternativo. L’enclave spagnola in Marocco è la nuova via. Il “muro” e le retate non fermano i migranti. Ci ha messo sette mesi per arrivare dal Camerun a Benyunes, distesa di gole e boschi fra Tangeri e Ceuta dove i subsahariani si nascondono in attesa di provare a scavalcare. E, ora, crede di avercela fatta. “Bosa”, si dice nella lingua africana fula: così gridano i migranti al toccare l’enclave spagnola. “Bosa”, ripete Dominique, 19 anni dichiarati, molti di meno a vederlo, mentre mangia riso e salsa piccante – il suo piatto preferito – insieme a Luigina, Carmen, Gloria e Paloma, le quattro Piccole sorelle di Gesù che, nel quartiere periferico di Hadu, hanno creato un’oasi per gli scartati della globalizzazione. Il loro appartamento – modesto e, al contempo, curatissimo – è aperto h24 per chi ha superato la “valla” e ancora non sa che, dopo sei-sette mesi al Centro di permanenza temporanea (Ceti) di Ceuta, avrà un biglietto per un centro di espulsione nella Penisola. Da cui, nella peggiore delle ipotesi, uscirà per essere rimpatriato».

Che bella sorpresa per me leggere la parola Bosa e vederla tradotta Vittoria  in qualche articolo, come anche in quello di Lucia Capuzzi “Qui non siete corpi estranei” sulle Piccole Sorelle di Gesù. Può darsi che la traduzione sia giusta. Ma per anni nel Nord del Camerun e in Ciad, ho interrogato tupuri, foulbé (detti fula in altri Paesi), massa e guiziga che usavano la stessa parola per poter tradurla in francese o in italiano e non ero arrivato a una conclusione. Ero giunto solo a questo: «Sei tu, fa tu», intendendo la loro divinità.

Nella mia vita di missionario, a contatto con tanta gente di culture e religioni diverse, continuavo a cercare di capire il significato di certe parole. Alcune parole di una lingua diversa dalla tua, sono intraducibili soprattutto quando sono cariche di sentimento e di fede.

Ricordo l’emozione vissuta dopo aver accompagnato a casa un camerunese che ritornava da sua madre dopo anni di vita in Gabon. Nel totale silenzio, la madre si era stesa a terra, e alzava per tre volte le mani verso cielo dicendo: «Bosa, Bosa, Bosa!».

Come il padre del bambino appena nato che secondo la sua tradizione, per tre giorni, mattina, mezzogiorno e sera si reca su un’altura e presenta il bimbo al cielo e dice: «Bosa, Bosa, Bosa!». O la gente che in momenti forti, come trovando l’acqua, o dopo la morte a causa un fulmine, o alla nascita di un figlio, grida: «Bosa, bosa, bosa!» per dire, (penso io): «Sei tu che fai, sei tu».

Il camerunese Dominique arrivando a Benyunes ha gridato: «Bosa, Bosa, Bosa!». Non credo abbia voluto dire solo «Vittoria !». Penso abbia detto: «Sei tu che fai, sei tu». Sarei contento se qualcuno mi trovasse un’altra traduzione.

Il senso della presenza e dell’azione del trascendente accompagna e riempie ancora tutta l’esistenza di molti popoli e questo diventa una testimonianza e può accomunarci.

Libia e Algeria, “trappole” per migranti

«Le guardie carcerarie uccidono la gente e la gettano in una buca. Chiudono la buca soltanto quando è piena di corpi». È il racconto di un migrante salvato domenica scorsa dalla nave Aquarius della Ong internazionale Sos Mediterranée. A descrivere le torture a cui sarebbero sottoposti coloro che attendono di partire per l’Europa è stato un camerunense di circa 20 anni. «Tutte le persone che vedete qui – ha detto facendo riferimento agli altri sopravvissuti – sono passate attraverso tante prove, sono morte dentro da molto tempo, anche le loro famiglie devono credere che siano morti. Oggi è come una resurrezione».

Sulla scia di questi racconti, la Ong lancia l’ennesimo appello all’Unione europea, affinché non riduca le proprie responsabilità nel Mediterraneo. Il riferimento va agli accordi che sono stati fatti con la guardia costiera libica per il controllo dei propri confini territoriali e il contrasto all’attività dei trafficanti. Secondo molti, infatti, le autorità libiche al momento non sarebbero un interlocutore all’altezza per la gestione della situazione.

Negli ultimi mesi l’Algeria ha intensificato i rimpatri di immigrati regolari provenienti dall’Africa subsahariana. Ma il contesto di queste operazioni è una campagna xenofoba condotta da alcune autorità e dai media.

Il Sahara non è mai stata la destinazione finale dell’immigrazione proveniente da sud, ma negli ultimi anni le città del deserto algerino sono diventati snodi importanti della rotta che conduce verso l’Europa, dai quali transitano molti migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Un flusso che ha innescato tensioni razziali fra i nordafricani di cultura araba e i neri, con numerosi attacchi nei confronti di questi ultimi in tutta l’Algeria.

Lo scorso luglio, durante un’intervista al canale televisivo Ennahar, Ahmed Ouyahia, ministro e direttore di gabinetto della Presidenza, ha dichiarato che i migranti che risiedono illegalmente in Algeria sono «l’origine del crimine, della droga, e delle malattie». Questa volta, il nuovo presidente della Commissione nazionale algerina per la promozione dei diritti umani Noureddine Benissad ha condannato le parole di Ouyahia affermando che un migrante «non è un delinquente o un criminale o un propagatore di malattie», dimostrando così un cambiamento di rotta rispetto al suo predecessore. Ma la “patologizzazione” dei migranti neri, come la chiama Hagan, non si è fermata e scava un solco sempre più profondo fra il Nord Africa e l’Africa subsahariana, cavalcando una retorica di un’area separata del continente “pulita e vergine” che ha bisogno di proteggere sé stessa da una “vile”, e “infettiva”, Africa nera.

 

 

Affascinati dalla morte

«Quello che ci fa paura nel terrorismo islamico non è la violenza ma il fascino per la morte di chi si immola. Sono persone che amano la morte». Lo ha affermato Olivier Roy, docente dell’Istituto universitario europeo, intervenendo all’incontro “Tra nichilismo e jihadismo: la sfida di ricostruire la civiltà nello spazio pubblico” svoltosi al Meeting di Rimini, la scorsa settimana.

«Il fondamentalismo religioso non è niente di nuovo – ha spiegato l’intellettuale francese – ma è nuovo l’attentato suicida in nome della religione. Circa il 25% dei volontari occidentali – ha proseguito – vanno a fare la jihad in Siria e sono convertiti. La maggioranza dei giovani terroristi non ha una conoscenza religiosa.  C’è una sorta di mancanza di integrazione sociale in loro. I giovani rimproverano ai genitori di essere cattivi mussulmani e rifiutano l’islam dei genitori. “Cancellano la storia”, rifiutano la cultura, qualsiasi tipo di cultura, anche musulmana – ha aggiunto -. L’elemento principale della loro azione è che tutti muoiono, dal 1997/2000 quasi tutti si uccidono o si fanno uccidere. Per lottare contro questo nichilismo – secondo Roy – bisogna non lasciare la religione nelle mani dei radicali e offrire uno spazio di spiritualità all’interno di una società profondamente laicizzata».

Metà del Cielo muove il Cielo

«Sarà quel che sarà, ma l’aggettivo “impossibile” ha perso la prima sillaba». Così Umberto Folena chiude il suo articolo su Avvenire del 24 agosto 2017 : L’altra metà del cielo che costruirà la pace.

Alisa Eshet Moses è ebrea. Gadir Hani è araba. Entrambe vivono in Israele. Sono esponenti di spicco di WWP, Women Wage Peace, il movimento per la pace a cui aderiscono ventimila donne ebree, musulmane e cristiane. «Diventeremo 6, 7milioni, dice Eshet, e non potranno ignorarci». Che cosa vogliono queste donne? Eshet, isreliana con madre nata in Marocco e padre nato in India, dice chiaro: «Vogliamo diventare una lobby e fare azione per influenzare la politica obbligandola alla pace». Sono sognatrici capaci di realismo, sognatrici con obiettivi chiarissimi. «Siamo  di destra e di sinistra… ma tutte attraversate dall’identico malessere.  Vogliamo offrire occasioni di incontro a chi non si è mai incontrato per incominciare a scoprire  gli elementi comuni alle nostre fedi  e dimostrare quanto sono vicine. Il cambiamento sarà graduale, passerà dalle scuole, ma ciò che unisce le donne è il bene più grande: la pace. Non siamo d’accordo su tutto, ma possiamo, dobbiamo dialogare. Stiamo creando una nuova “lingua di pace”, che ci permette di parlarne, discuterne, cercare di risolvere i problemi senza ricorrere alla violenza. Riuniamo le donne e abbattiamo i muri tra noi».

Sono donne, mogli e madri. Eshet racconta la sua angoscia, le notti insonni mentre la figlia soldatessa è in guerra. «Ci hanno sempre escluse dai negoziati.  Ma quando saremo tante, tantissime, non potranno ignorarci. Nel nostro movimento il 20 per cento è fatto di uomini. Ma a comandare, siamo noi donne».

Sarà quel che sarà, ma l’aggettivo “impossibile” ha perso la prima sillaba.

Le donne dell’articolo fanno pensare alla figlia di Israele, Maria, e alla Cananea che hanno aiutato Gesù a dare gioia e a liberare dal male. Due donne della Metà del Cielo che hanno mosso il Cielo.