La fraternità nell’islam

Papa Francesco nell’enciclica “Tutti fratelli” scrive: «Le diverse religioni… offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società» (271). «Noi credenti crediamo che senza un’apertura al Padre di tutti, non ci sarà ragioni solide e stabili per la chiamata alla fraternità. Siamo convinti che “è solo con questa consapevolezza di essere bambini che non sono orfani in cui possiamo vivere pace con gli altri» (272).

Nel sito della Chiesa Cattolica dell’Algeria, giovedì 18 febbraio 2021, leggiamo: «Due giovani studenti algerini ci hanno dato la loro visione della fraternità basata sulla loro fede e sulla loro esperienza».

La fraternità nell’islam è il fondamento dell’unità, aiuta a preservare la coesione della società e a renderla unita e unita. Attraverso il termine fraternità dobbiamo intendere amore, mutuo soccorso, compassione, aiuto e solidarietà. Secondo il teologo musulmano Yûsuf al-Qaradâwî, significa che «le persone nella società condividono relazioni basate sull’amore, l’unità e il sostegno reciproco, legate da un sentimento di appartenenza alla stessa famiglia amorevole e unita, dove la forza di alcuni fa la forza di altri come la debolezza di alcuni fa la debolezza degli altri, e dove la presenza dei suoi fratelli fa il potere dell’individuo».

Il Sacro Corano descrive questa fraternità come una benedizione di Dio. Allah dice: «Ricorda il favore di Dio nei tuoi confronti: eravate nemici, poi ha unito i vostri cuori, e grazie alla sua benedizione siete diventati fratelli». (S.3-v.103). Il Corano sottolinea la fratellanza spirituale che unisce i credenti. Allah dice: «I credenti sono solo fratelli, Stabilisci l’armonia tra i tuoi fratelli». (S.49-v.10). Questo afferma che siamo fratelli davanti a Dio e dobbiamo essere uniti.

L’Islam enfatizza la fratellanza umana: il Profeta Muhammad ha detto: «O uomini! Il tuo Signore è uno e tuo padre è uno». Per dire che veniamo tutti dallo stesso padre, si tratta del legame familiare tra tutti gli uomini. Siamo tutti esseri umani, con un’origine comune, da un’anima comune. È questo forte legame che ci unisce indipendentemente dalle differenze che ci caratterizzano. Allah dice: «O uomini! Ti abbiamo creato da un maschio e una femmina e ti abbiamo creato popoli e tribù, affinché tu possa conoscerti». (S.49-v.13).

Conoscere l’altro induce alla nascita di legami fraterni, di mutuo soccorso. In altre parole, non siamo più un’unica comunità, indipendentemente dal colore, dalla lingua o dal paese. Le differenze vengono spazzate via dal vincolo della fraternità. Allah dice: «Se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe reso le persone una comunità» (S.11-v.118). Questa diversità nella nostra società oggi costituisce una ricchezza e una volontà divina. La giustizia è quindi il simbolo concreto della convivenza. Allah dice: «Dio ama i giusti» (S.60-v.8). Dice anche: «O credenti! Siate rigorosi osservatori della giustizia quando testimoniate davanti a Dio, sia che dobbiate testimoniare contro voi stessi, contro i vostri genitori, contro i vostri parenti, verso i ricchi o verso i poveri» (S.4-v.134). A tal fine, la giustizia che l’islam richiede perché ci sia pace è la giustizia assoluta, la legge giusta.

Il profeta Muhammad ha detto: «Il legame che unisce il credente all’altro credente è paragonabile a quello che esiste tra le pietre di un edificio; sono mantenuti in relazione tra loro». È l’amore tra di noi che genera fratellanza e unisce la comunità, altrimenti tutto si sgretola. Senza fraternità, senza amore, senza unione, non possiamo mantenerci a vicenda. E questo sostegno rimane forte grazie all’aiuto reciproco tra di noi, venire in aiuto del prossimo concede l’aiuto del suo Signore. Come dice il profeta «Allah viene in aiuto del servo fintanto che aiuta suo fratello». Ciò in totale coesione con il comandamento del mutuo soccorso dettato da Dio che dice: «Aiutatevi a vicenda nel compimento delle buone opere e della pietà» (S.5-v.2). Ben oltre questo, la fraternità non si limita ad aiutare semplicemente tuo fratello, ma a desiderare per lui ciò che desideriamo per noi stessi come disse il Profeta, pace e benedizioni siano su di lui: «Nessuno di voi è un vero credente finché non ama per suo fratello ciò che ama per sé». Mettendosi nei panni dell’altro e vedendolo come nostro fratello, da qui l’importanza dell’unione fraterna. L’islam sostiene anche il perdono e la riconciliazione attraverso la fratellanza, Il Profeta ci incoraggia a fare questo: «La migliore carità è riconciliare le persone». E nel Corano, Allah dice: «Una parola piacevole e il perdono sono migliori dell’elemosina seguita dal male» (S.2-v.263). In tutto, lo scopo della fraternità è l’amore per l’altro sapendo che amare il prossimo è amare Dio attraverso di lui.

 

 

Il cardinale Parolin in Camerun

Il Card Pietro Parolin è dal 28 gennaio al 3 febbraio in Camerun. Il viaggio intende mostrare, una volta di più e nel contesto dell’attuale emergenza umanitaria da coronavirus, l’attenzione della Chiesa e del Santo Padre per il continente africano, terra ricca di umanità ma segnata da tante sofferenze. Inoltre, vuole essere un segno concreto di quell’ “impegno comune, solidale e partecipativo, per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti e per interessarsi alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto, all’accoglienza”, a cui il Papa ha chiamato nel messaggio per la 54ma Giornata Mondiale della Pace, del 1° gennaio 2021, dal titolo: “La cultura della cura come percorso di pace”.

La giornalista Anna Pozzi scrive nella rivista Mondo e Missione: «Visiterà anche il Foyer de l’Esperance a Yaoundé e renderà omaggio a una figura che ha lasciato un ricordo grande e commosso nella Chiesa del Camerun: quella di frère Yves Lescanne, missionario francese dei Piccoli fratelli di Gesù, che per primo in Camerun si era reso conto del fenomeno dei bambini di strada e se ne era fatto carico. E che è stato ucciso barbaramente il 29 luglio 2002, proprio da uno dei “suoi” ragazzi.

La sua morte così violenta, ingiusta e paradossale – che potrebbe assomigliare molto a una sconfitta – è stata, in un certo senso, il compimento della vita di frère Yves. Un uomo semplice, ma profondo, che aveva dedicato tutta la sua vita a questi bambini, prima nella capitale Yaoundé poi nel nord del Paese. E proprio uno dei suoi ragazzi, un giovane che seguiva da molti anni, che aveva mandato in Francia per una delicata operazione e che aveva cercato in tutti i modi di allontanare dalla strada, si è trasformato, in un momento di rabbia e di follia, nel suo assassino. (…)

Indirettamente ha “germinato” anche altre esperienze. Una di questa ha visto protagonista padre Maurizio Bezzi, missionario del Pime, che aveva conosciuto frère Yves nel 1992 e che con lui aveva condiviso l’esperienza della strada, della prigione e del Foyer de l’Espérance, per poi dare vita al Centro Edimar, nei pressi della stazione di Yaoundé.

«Idealmente – ricorda padre Maurizio – anche il Centro Edimar continua a fondarsi sulla visione e sullo stile di frère Yves in particolare nel modo di relazionarsi con i ragazzi di strada. La sua semplicità nello stare con loro è ancora oggi un segno distintivo della presenza e del lavoro dei nostri educatori. Non siamo “per”, ma “con” loro. Io stesso mi sono sempre sforzato di non presentarmi come un “grande” tra i “piccoli”, ma di stare in mezzo a questi ragazzi secondo la logica dell’incarnazione, per costruire un rapporto di dialogo e fiducia».

Parolin in Camerun: «Pace per questa terra»

Terminerà il 3 febbraio il viaggio del cardinale Parolin in Camerun.

Ecco parte del testo italiano dell’omelia pronunciata il 31 gennaio in inglese dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in occasione della messa per l’imposizione del pallio a monsignor Andrew Nkea Fuanya, arcivescovo di Bamenda.

«Gesù vuole il bene dell’uomo e per questo lo libera dal Male. (…)  Il Male c’è e Cristo è in grado di sconfiggerlo. Sta a noi esercitarci, ogni giorno, in tale combattimento. Ci vengono in aiuto le pressanti esortazioni dell’apostolo Paolo che — nella lettera agli Efesini – così si esprime: «Rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 10-12). (…)

Cari fratelli e sorelle, nella difficile situazione in cui vi trovate a vivere, potete sperimentare da vicino la potenza del Male che agisce nel mondo: sono, purtroppo, frequenti le notizie delle violenze, delle divisioni, delle lotte fratricide che affliggono questa cara terra. Il Vangelo di oggi ci insegna, anche, che la via per sconfiggere il Male passa, innanzitutto, dalla nostra interiorità, dalla purificazione del cuore di ciascuno. Chi lotta contro il male che alberga nel suo cuore, diventa portatore di bene e di pace nella sua famiglia, tra i suoi amici, nella sua comunità: e diviene, in questo modo, un seme di speranza per tutti».

Speriamo che molte cose cambino in Camerun

Nelle interviste di questi giorni la frase comune è: «Nous sommes fiers qu’il soit là, pour toute l’Église catholique romaine au Cameroun, en Afrique et dans le monde. Nous espérons que beaucoup de choses vont changer», ha dichiarato una fedele. (Siamo fieri che sia qui… Speriamo che molte cose cambino).

Il porporato nell’incontro all’Università cattolica ha sottolineato che non è casuale il fatto che «colui che governa la Chiesa universale sia chiamato Pontefice», ossia costruttore di ponti «tra Dio e l’uomo e di conseguenza ponti tra gli uomini». Fine ultimo di questi ponti è «la concordia tra i popoli e le nazioni” che la Santa Sede promuove in ogni occasione ribadendo il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.  (…) La Santa Sede propone una svolta culturale e un cambio di pensiero «che sappiano creare un’autentica società dell’amore fondata in Dio, perché quando l’uomo smarrisce Dio, smarrisce anche sé stesso». Una missione portata avanti «attraverso tanti uomini e donne di buona volontà, giovani, laici, sacerdoti e persone consacrate» che difendono e promuovono «i diritti fondamentali dell’uomo, … e comprendere meglio il valore della dignità umana e il dovere sociale di difendere e proteggere ogni vita. La Santa Sede opera infatti per diffondere un umanesimo che sappia guardare alla vita come al dono più alto che Dio ha fatto all’uomo… e costruire un mondo che sappia assumersi la responsabilità concreta di proteggere la dignità di ogni persona».

Una fedele : «Il Cardinale ha detto bene quello che potrà far cambiare e vivere il Camerun!».

Lo Spirito ci permette di incontrare le spiritualità di ogni religione

Colgo dall’Agenzia Fides una parte della lettera dell’Arcivescovo di Algeri, monsignor Paul Desfarges, di alcuni giorni fa.

«L’arcivescovo esprime la sua preoccupazione per “l’abrogazione dell’articolo relativo alla libertà di coscienza anche se il testo non è stato ancora promulgato dal Presidente il cui rientro è previsto dopo oltre due mesi di assenza per malattia. Si annunciano elezioni regionali e legislative ma permangono molte incertezze per l’anno 2021, con una congiuntura economica fragile”. La Chiesa in Algeria, piccola presenza numerica, continua a rappresentare una realtà molto significativa nel Paese. La sua testimonianza e il suo annuncio costituiscono un segno ormai riconoscibile in maniera stabile in termini di dialogo e pacifica convivenza, in particolare grazie alle esperienze di profonda condivisione dei 19 martiri e di grandi rappresentanti come il cardinale Duval e il vescovo Teissier».

Monsignor Desfarges ha concluso: «L’8 dicembre la Madonna, piena di grazia, ci ha accolto nella Basilica a lei dedicata, Notre-Dame d’Afrique, ad Algeri. Il vescovo Teissier ora riposa lì accanto al cardinale Duval. Notre-Dame, in compagnia del nostro fratello Henri (Teissier), del Cardinale Duval, del Beato Charles de Foucauld, dei nostri beati martiri d’Algeria e di tutti i santi, continuerà ad accogliere tutti coloro che, ogni giorno, affidano la loro gioie, ma soprattutto il loro dolore e la loro sofferenza. È la guida della nostra Chiesa e la Madre di tutti i suoi figli, cristiani, musulmani, in cerca di senso, suoi figli della ricerca interiore. Li aiuta a riconoscersi e ad amarsi come fratelli e sorelle. In questi giorni di grazia, i nostri fratelli e sorelle musulmani hanno potuto pregare insieme attraverso la recita della fatiha, cantata da una sorella della Tarîqa Alâwiyya (un ordine sufi – ndr) e dai cristiani presenti. In questi giorni la Madonna, piena di Spirito Santo, ci ha guidati dolcemente a questo stesso Spirito che ci permette di incontrare, anche nella preghiera, le spiritualità di ogni religione “. (LA) (Agenzia Fides 16/01/2021)

 

Epifania a Yaoundé

Celebro l’Epifania nella parrocchia di Nvog Ebanda a Yaoundé, insieme a padre Patience Kalkama Keuf Keuf. La chiesa è riempita di una popolazione di varie etnie. I canti animati dalla corale hanno melodie del Sud e del Nord. I movimenti-danza che accompagnano i canti dicono la gioia di un Camerun plurietnico, in gran parte giovanile, e generoso abbondante nei gesti. I colori dei vestiti della gente portano in chiesa la vitalità della foresta, della savana, dell’oceano, delle montagne. I più belli sono sempre loro, i bambini. Solo qualche adulto porta la mascherina anti Covid-19, anche se ogni sera alla TV appare il presidente che la raccomanda.

Oggi Epifania, festa della manifestazione del Signore a tutti i popoli. Ascolto l’omelia di padre Patience. Sono commosso. La prima volta che lo vidi ero a Mokolo nel Nord. Stavo insegnando a dei catechisti che si preparavano per diventare diaconi permanenti. Si presentò un ragazzo di 15 anni per dirmi che voleva diventare missionario. Ora è vicerettore nel nostro seminario del Pime di Yaoundé e celebra l’Eucaristia con me.

Alla fine della Messa ho voluto dire qualcosa: «Quando lasciai Ambam (Sud Camerun) nel 1974 e raggiunsi il Nord, quella zona era considerata musulmana. Quasi nessuno tra gli abitanti era cristiano e c’era solo qualche missionario. Anch’io incominciai una missione, a Guidiguis. Ora accanto a me, qui davanti a voi, celebra padre Patience, un figlio del Nord».

Durante il mio breve discorso, i fedeli mi hanno applaudito gioiosamente. In particolare quando ho detto: «Oggi, festa dell’Epifania, anche al Nord ci sono molti cristiani». E quando ho aggiunto sorridendo: «Con voi cristiani di varie etnie e con preti belli come Patience, il Camerun sarà cristiano».

Ripensando alla cristianizzazione del Camerun, mi piace ritornare nei miei ricordi al primo vero missionario del Nord, un camerunese che incontrai varie volte. Nel 1959, Simon Mpecke diventato Baba Simon, nome datogli dalla gente, a cinquant’anni chiese al suo vescovo mons. Mongo di poter lasciare la parrocchia di New Bell di Douala per partire missionario tra i kirdi nel Nord Camerun. È stato il nuovo passo della Chiesa del Camerun a essere missionaria. «Tu domandi sempre di andare nel Nord Camerun – disse finalmente mons. Mongo, vescovo di Douala -. Io non ti permetto di andarci, amico mio. Sono io che t’invio. Se laggiù ti domandano perché tu sei venuto, tu dirai che è mons. Mongo che ti ha inviato, perché io penso che il nostro cristianesimo in Camerun non sarà solido fino a quando non poggerà su due piedi: il Nord e il Sud. Per me è una missione che io comincio».

Oggi, Epifania del Signore alle genti, la profezia del vescovo Mongo si è realizzata. La missione in Camerun è solida e poggia su due piedi: il Nord e il Sud.

Mi diverto a raccontarvi questo, perché la mia gioia sia anche la vostra!

Papa in Iraq

Il card. Sako scrive: «Una visita destinata a lasciare un segno nella nostra Chiesa e nel nostro Paese. Non è un viaggio turistico o di lusso. Il Papa porta un messaggio di conforto per tutti in un tempo di incertezza. Per i cristiani, la visita è “un’occasione di pellegrinaggio alle nostre radici, di conversione e di attaccamento alla nostra identità cristiana e irachena; un’occasione per riflettere e per trovare un piano di azione affinché la Chiesa diventi più entusiasta nel tornare alla radicalità evangelica, più vicina alla gente».

Il patriarca ricorda le sfide della Chiesa caldea irachena e delle altre Chiese sorelle in Iraq e nel Medio Oriente: «Pressioni politiche, economiche e sociali a causa dei conflitti, dell’estremismo, dell’emigrazione, delle conseguenze della pandemia del Coronavirus – realtà tutte che hanno confuso la visuale e complicato le relazioni e il lavoro». Da qui un appello a «essere responsabili, a capire l’importanza di rivedere la nostra riflessione spirituale, pastorale, ecumenica e pedagogica, lontani dai concetti errati e della ricerca del predominio e del prestigio».

Il messaggio termina con un invito ai «cristiani in Iraq e nel Medio Oriente a unirsi per testimoniare il Vangelo, poiché noi siamo essenzialmente una sola famiglia con fratelli diversi, chiamati a realizzare la nostra vocazione in questo Oriente tanto provato. Da questo punto di partenza, invito a trarre profitto dall’occasione della visita del Papa per mobilitare l’opinione pubblica per sostenere i cristiani dell’Oriente, affinché vi restino come segno della presenza dell’amore di Cristo, della fratellanza universale e della convivenza».

Accompagniamo Papa Francesco con la nostra preghiera.

La lampada della missione

Questa mattina nella parrocchia di San Marco di Yaounde, 25 persone occupano i primi posti a destra in chiesa. È la festa di Maria Immacolata. Dopo il rinnovo dei voti delle Missionarie dell’Immacolata, le 25 persone pronunciano una formula di consacrazione. Per due anni hanno partecipato a un corso di formazione missionaria. Ora prendono la decisione di dedicarsi a una vita missionaria, restando nella loro condizione di vita. Ho chiesto a Suor Rosetta: «Chi sono questi laici?». Mi ha riposto: «Sono persone che partecipano al nostro ideale carismatico, vivono la nostra spiritualità secondo uno stile laicale e condividono momenti specifici della nostra missione».

Seguo con attenzione e commosso e incomincio a sognare. Tra i frutti dei 50 anni di presenza in Camerun delle Missionarie dell’Immacolata, forse questo è tra i più importanti. Il laicato di Yaoundé diventa missionario. È un primo passo. Essi accenderanno anche i loro sacerdoti e le loro parrocchiedello spirito missionario. Forse si realizza una profezia.

Nel 1959, Simon Mpecke diventato Baba Simon, a cinquant’anni chiese al suo vescovo mons. Mongo di poter lasciare la parrocchia di New Bell di Douala per partire missionario tra i Kirdi nel Nord Camerun. È stato il nuovo passo della Chiesa del Camerun a essere missionaria. «Tu domandi sempre di andare nel Nord Camerun – dice finalmente mons. Mongo, vescovo di Douala -. Io non ti permetto di andarci, amico mio. Sono io che t’invio. Se laggiù ti domandano perché tu sei venuto, tu dirai che è mons. Mongo che ti ha inviato, perché io penso che il nostro cristianesimo in Camerun non sarà solido fino a quando non poggerà su due piedi: il Nord e il Sud. Per me è una missione che io comincio».

Dal mio primo arrivo in Camerun nel dicembre 1968, 62 anni fa, oggi ho vissuto un momento straordinario. Vedendo dei laici consacrarsi alla missione, sento che si tratta di una Chiesa e dei suoi laici che vivono con passione missionaria. Le Missionarie dell’Immacolata, al cinquantesimo anno della loro vita in Camerun, hanno acceso anche nei laici la loro lampada.

Tessier, il vescovo che si commuove

Il primo dicembre è morto a Lione il mons. Henri Teissier, vescovo emerito di Algeri.

Il messaggio dell’attuale vescovo di Algeri, mons. Paul Desfarges, e un mio scritto che ritrovo nelle cartoline del 2006.

«Cari fratelli e sorelle, il nostro caro padre Henri Teissier ha vissuto la sua Pasqua questa mattina alle 6. A seguito di un grave ictus, è stato portato all’unità di terapia intensiva dell’ospedale Edouard Herriot. Padre Christian Delorme, con le nipoti Isabelle e Caroline e suo nipote Jacques, hanno potuto vegliare su di lui tutta la notte, pregando al suo fianco. Siamo molto tristi ma ringraziamo anche per la sua ricca vita donata a Dio, alla Chiesa, all’Algeria. Alle 19, padre Delorme aveva unto per lui i malati e ha potuto recitare la preghiera dell’abbandono al suo capezzale. Immaginiamo il bellissimo incontro con frère Charles, il beato e futuro san Charles de Foucauld la cui festa oggi è in cielo. Un cenno del cielo alla nostra Chiesa in Algeria, che deve tanto a padre Teissier nella sua storia dalla guerra di liberazione, all’indipendenza del Paese, al passaggio degli anni bui, fino ad oggi. Era il pastore di un’intera Chiesa data al suo popolo algerino. Accompagniamo padre Henri nella sua Pasqua con le nostre preghiere. Siamo uniti alla sua famiglia, ai suoi tanti amici in Algeria, in Francia e nel mondo. Tornerò da voi, ma celebrerò la festa del Beato Fratello Carlo in Cattedrale. In grande comunione fraterna». (+ Padre Paul)

I miei primi giorni in Algeria (settembre 2006), con un visto, dono del Cielo, li vivo nella casa diocesana di Algeri accanto al vescovo Henri Tessier. Sono passati solo alcuni anni dal periodo più nero dell’Algeria. Solo dentro casa, con prudenza, mi sento tranquillo. Ma c’è lui… e mi sento accolto come un figlio.  Nei discorsi di questi primi giorni coi missionari e con la gente, frequente ricorre il nome di Tessier. Ha 78 anni. In Algeria dal 1950. Una superiora maggiore mi riferisce che nelle riunioni, anche di un certo livello, spesso l’ha visto piangere. Un’altra persona, parlando degli anni difficili, ha voluto precisare dicendo: «È lui il martire dell’Algeria!”. In quel periodo si calcola che siano morte circa 150.000 persone, di cui dei religiosi, delle religiose, un vescovo e dei semplici cristiani. Il vescovo ha vissuto il suo martirio di padre ad ogni uccisione, non solo dei cristiani ma anche dei musulmani.

Con tutti è attento, accogliente, si interessa come con dei figli. In Algeria è stimato, richiesto per dei consigli anche da parte delle autorità. Si scrive sui giornali di lui come di una persona tra le più importanti del paese.

Ho visitato due volte Tibhirine, monastero dei sette monaci uccisi. La prima volta ero assieme al vescovo Tessier, la sorella e la nipote di frère Paul, uno degli uccisi, e la giornalista Anna Pozzi che in quel tempo aiutava il vescovo a raccogliere e a trascrivere le testimonianze, in vista della beatificazione dei martiri dell’Algeria. Davanti alle tombe delle teste dei martiri, il corpo dei quali non è mai stato trovato, Tessier ci ha letto con varie interruzioni il testamento di Christian, un capolavoro di intensa comunione con l’Islam. Nel viaggio, di andata e di ritorno, vedendo la scorta della polizia, davanti e dietro la macchina, mi diceva ridendo: «Perché ci sei tu, c’è bisogno di una sicurezza maggiore». Scherzava spesso con me. Mi diede un giorno la pubblicità del film Mon ennemi intime, Il mio nemico intimo. Così mi chiamava fino a quando lo vidi l’ultima volta.

Ricordo commosso quando parlava dei 19 religiosi uccisi e del centinaio di imam, dei 150.000 algerini, anche loro uccisi. L’Algeria aveva un padre che l’amava e penso che si sentisse amata, anche se non poteva sempre dirlo. Si è portato in Paradiso tanti segreti, custoditi per non far soffrire. Mi raccontava tante cose… e mi ha formato ad amare gli algerini.

Cari amici, la mia commozione è profonda. Lo sento vicino, preghiamo con lui per l’Algeria e i suoi abitanti. È morto il primo dicembre, anniversario della morte del prossimo santo Charles de Foucauld. Colgo l’occasione per segnalarvi il mio ultimo lavoro: Charles de Foucauld. Il mio santo in cammino. Lo trovate nelle librerie.

Nuova Parrocchia a Yaoundé

Il 15 novembre 2020, festa dei 20 anni di sacerdozio del prete Cristian Biwolé, parroco della parrocchia dedicata a San Martino di Tours, nata nel luglio 2019 distaccata dalla parrocchia di Santa Teresa di Lisieux.  Essa si trova lungo e a destra della strada che conduce dal centro della città all’aeroporto. Presiede la celebrazione eucaristica mons. Blaise Pascal Mfaga, vicario generale.

La cappella è una baracca in una zona, mezza città e mezza foresta. Attorno, le strade di terra rossa sono piene di polvere quando non piove, diventano sapone durante e dopo le piogge.

Accanto alla baracca, in una stanza di attrezzi di lavoro, piccolo magazzino, in un angolo è seduta un’anziana. Me la presentano: È la persona che ha dato il terreno per la nuova parrocchia. La sua stanza è ora anche la sacrestia.

Metto piede nella zona dopo 62 anni dal mio primo arrivo a Yaoundé. Ora lungo le strade ci sono case, negozi e magazzini di vendita. Non più spazi verdi naturali, ma spogli degli alberi giganteschi e di quelli pieni di frutta e di fiori. La gente ora veste bene, quella che vedo in giorno di festa e in questa festa straordinaria. Le strade purtroppo, in certe zone, a causa anche dei nuovi mezzi di comunicazione, lasciano molto a desiderare.

Alle 9.30, partendo da sotto a una tenda, la processione incomincia e entra nella cappella baracca, sotto la pioggia abbondante della benedizione dell’acqua santa. I passi sono danza, i canti litanici, ripetuti, gli strumenti musical impazziti. Tutto è caldo, gioioso, in movimento, i rami frondosi nelle mani delle donne coprono teste e fanno circolare l’aria.

Il momento top è l’arrivo del Vangelo. Vedi venire bambini dalla porta centrale, prima i piccoli, poi i più/le più grandi, poi le donne strette in cerchio come per nascondere, proteggere e abbracciare una cosa segreta, importante. Finalmente davanti al celebrante, postosi davanti all’altare, vedi uscire dal cerchio delle donne una vecchia con una gerla sulle spalle. Il celebrante cerca nella gerla, fa uscire rami e foglie e con un cenno di sorpresa e di gioia mostra un libro. In quel momento vedi, senti la folla esultare, danzare, cantare. Tutti con lo stesso gesto, stesso movimento, stessa parola, il vecchio e il bambino, la donna e la bambina. Tutti una sola persona. E tra le parole, la più frequente: «A soya, a soya. È venuto, è venuto!» Nei gesti, nelle cose che si vedono, nei canti non c’è scena teatrale, ma la forte sensazione che in quel momento si incontra si accoglie Lui, Gesù, Luce del mondo, Parola viva, Pane donato.

Forse è la prima volta che quella folla celebra in quello spazio e in quel modo e trovandosi insieme, l’uno accanto all’altro.

Il libro è il Vangelo. Un vecchio libro portato per l’occasione da padre Graziano del PIME che la domenica lascia il seminario di cui è rettore e va ad aiutare il parroco. Lì, nella parrocchia nuova non c’è ancora né messale, né lezionario, ma solo libretti e fogli mensili. È bello vedere l’inizio di una parrocchia con l’aiuto del missionario che si affianca al prete diocesano. Bello se il cammino della Chiesa continuasse tra vecchio e nuovo e col vecchio a fianco.

Le foglie che il celebrante ha estratto dalla gerla sono le stesse con le quali le donne ogni giorno avvolgono il cibo della famiglia: i pani di manioca, di banane bollite, di altri elementi. Le ritroviamo nelle offerte-dono al celebrante, al parroco per i suoi 20 anni di sacerdozio e quanto è portato all’altare.  Fanno pensare al pane e al vino che diventeranno Corpo di Cristo.

C’è un filo che unisce. Il Vangelo viene fuori dalla gerla del lavoro e della vita dell’uomo. Vangelo e lavoro sono la stessa cosa, vanno insieme?

L’omelia in francese e in ewondo (lingua di Yaoundé) è ascoltata in modo diverso. Nella lingua locale, anche se più lunga, l’omelia è dialogo, diventa emozione, gioia. Anche gli occhi partecipano.

Il sindaco della zona manda un ringraziamento al vescovo della diocesi che ha voluto la nuova parrocchia, prendendo una parte della grande di Santa Teresa. Ora, sempre unico corpo di Cristo che continua nei cristiani.

La comunione eucaristica continua nel pranzo a cui tutti partecipano, simbolo del banchetto finale. Sono ormai le 14.30, cinque ore di incontro. Certo, oggi è straordinario, ma è quello che dicono i vescovi Africani: la Chiesa in Africa è Famiglia di Dio.

Il Vangelo nella gerla

Ogni pomeriggio, il villaggio africano è quieto. Al centro, nella casa comune “Abba”, tutta aperta, col solo tetto di frasche e foglie, gli uomini riposano, parlano. Al mattino avevano lavorato ai campi o cercato qualche selvaggina nelle trappole. Anche i cani possono circolare dentro e restarvi liberamente. Può arrivare da lontano un forestiero e trova un posto per sedersi. Si attende il momento per mangiare e bere.

Verso le cinque del pomeriggio, qualche donna esce dalla foresta con la gerla sulle spalle, pesante, piena. Va diritta verso la sua cucina. Poi un’altra, un’altra ancora. Dalle loro cucine arriva qualche odore. Sopra i tetti, i primi fumi. Le donne fanno vivere il villaggio.

Anche il Vangelo, liturgicamente portato nella gerla, ora tradotto nelle varie lingue del paese è frutto di lavoro, di studio, passione, amore della cultura. Accompagnato dalla testimonianza di vita di sacerdoti, missionari, suore, laici, catechisti e cristiani di ogni ceto.

È bello il simbolo dell’arrivo del Vangelo dentro una gerla. In Africa il Vangelo si è trovato di casa, non estraneo, non un pericolo. Non con potenza e ricchezza. Ma nel servizio di amore per tutta l’umanità, ‘pane donato”. Come verità, non nelle parole pronunciate, ma nei racconti di vita dei primi cristiani, della vita dei missionari. In qualche paese, i primi evangelizzatori furono degli schiavi, fieri della libertà portata dal Vangelo. Leggendolo, l’Africa ha ritrovato, capito e dato un senso pieno alla sua vita, ai suoi miti, proverbi, riti. Si potrebbe elencare i numerosi valori africani riconosciuti vicini, dentro il Vangelo. Ne accenno uno:

Un detto africano recita così: «Non esisto io, ma tutti noi». Infatti, uno dei primi valori insegnati ad un bambino africano è il senso dell’appartenenza ad una comunità. Il senso dell’essere “uno del gruppo” è così forte che la persona non conta in quanto individuo, ma in quanto membro di un gruppo. Le comunità africane hanno molto da darci. Oggi in Africa, anche Gesù dice: «Non esisto io, ma tutti noi». Lo Spirito Santo sceso nel pane sull’altare, frutto del nostro lavoro, ci fa vivere tutti Corpo di Cristo.

Ingenui a Yaounde?

Prima che me lo diciate voi, me lo chiedo io. Dopo due anni a Sotto il Monte (BG), ho vissuto un mese a Treviso nella nostra nuova sede, accanto alla Chiesa Votiva, con la continua attenzione e preoccupazione di evitare contagi o di darli, con la mascherina incollata dagli occhi alla barba e le mani sempre lavate, e sentendomi controllato per evitare quello che mi accadde. Una signora con uno sguardo severo, entrando in un negozio mi segnalò che non coprivo bene anche il naso con la mascherina.

A Sotto il Monte, frequente il suono dell’ambulanza e dell’elicottero, e impressionante l’immagine televisiva dei camion che trasportavano le bare dei defunti. Gli ultimi giorni a Treviso furono difficili e sempre con l’incertezza di non riuscire ad avere i documenti sufficienti e validi per poter partire. Dalle due e trenta del mattino del primo novembre sono nel seminario del PIME a Yaoundé (Camerun), dopo una giornata in aereo controllato in ogni passaggio. Sulla documentazione del tampone, ottenuta con l’aiuto di una dottoressa e per grazia ricevuta, potevo sempre mettere il dito sulle lettere PCR e così passare.

Lunedì mattina, primo novembre, ho celebrato la festa dei Santi nella nostra chiesa di Mvog ebanda. Io con la mascherina, il concelebrante senza, nella folla due mascherine. Ieri, in città ho visto gli alunni uscire da scuola, qualcuno con la mascherina. Nei negozi e uffici pubblici, non in tutti, si entra con la mascherina. Chiedo a persone di vario ceto sociale che cosa si pensa. Più di uno mi dice: «Qui il virus non c’è!».

Dalla finestra della mia stanza vedo la gente camminare per strada, numerosa, senza la mascherina. Sto accorgendomi di scrivere con leggerezza su un argomento così tremendo e mondiale. Anche prima di partire, alcuni mi dissero ‘ingenuo’ e peggio. Continuerò a muovermi con la mascherina e pregherò con voi che si sia prudenti anche in Camerun. Sì, uniti nella preghiera!