Nessuno si salva da solo

La fiamma di un candelabro acceso dai leader delle religioni mondiali riuniti a Roma, illumina una piazza del Campidoglio abbandonata dal sole calato sui Fori Imperiali. In uno dei sette colli di Roma, cuore istituzionale della Capitale e teatro nel dopoguerra del patto tra le Nazioni per un’Europa unita, si svolge l’incontro promosso dalla Comunità di Sant’ Egidio col suggestivo titolo “Nessuno si salva da solo – Preghiera e Fraternità”.

Il Papa – con la mascherina per tutta la durata dell’evento – è il primo ad accendere con la sua candela una fiammella della scultura in bronzo, già presente all’incontro delle religioni di Assisi del 2016. Lo seguono i rappresentanti delle altre confessioni, a suggellare l’adesione all’“Appello per la pace” in un’epoca ferita da guerre e pandemie.

Leggiamo le seguenti dichiarazioni:

Il Patriarca Bartolomeo: È un «periodo difficile per l’umanità intera…al contempo è un tempo «propizio per interrogarci, meditare, pregare ed agire per costruire una società migliore, capace di accettare le grandi sfide del momento, che non riguardano solo alcuni popoli o nazioni, ma l’intera vita su questa meravigliosa nostra casa, il mondo…  Dobbiamo cominciare col curare la nostra casa comune, dentro la quale ci troviamo tutti, figli di questa umanità e di ogni cosa creata da Dio. È finito il tempo della moda ecologica, della sua idealizzazione o peggio della sua ideologizzazione. Inizia il tempo dell’agire».

Mohamed Abdelsalam Abdellatif, Segretario Generale del Comitato Superiore della Fraternità Umana, a nome del grande imam di al-Azhar Al Tayyeb, impossibilitato a venire a Roma: «Dissocio me stesso e i precetti della religione islamica e gli insegnamenti del profeta Maometto da questo peccaminoso atto criminale e da tutti coloro che perseguono questa ideologia perversa e falsa», tuona. «Questo terrorista e la sua gente non rappresentano la religione di Maometto proprio come il terrorista neozelandese che ha ucciso i musulmani nella moschea non rappresenta la religione di Gesù».

Il Presidente Mattarella: «L’Italia e Roma sono orgogliose di essere ancora un volta crocevia di dialogo e pace».

Il Papa ha concluso: «La pace è priorità di ogni politica. Dio chiederà conto, a chi non ha cercato la pace o ha fomentato le tensioni e i conflitti, di tutti i giorni, i mesi, gli anni di guerra che hanno colpito i popoli».

Con questo e altri incontri, le religioni sono chiamate a mettersi insieme in cinque fraternità: la fraternità per la vita, per eliminare le radici della violenza, la fraternità per la pace per una coesistenza armoniosa, la fraternità per la cultura per accettare le differenze, la fraternità per la condivisione per aiutare quelli che soffrono e la fraternità dell’azione per far diventare il mondo… luogo puro e profumato come un fiore.

 

La parola ben detta non muore

Un proverbio arabo dice: «La parola ben detta non muore». La parola non è solo rumore, soffio, grido. È espressione di vita, soprattutto quando esce dal profondo del cuore. La parola entra in profondità e resta viva. Se poi la parola del cristiano è parola di Gesù, allora essa è seme di vita nuova.

Nell’intervista “Sul distacco e la gioia”, che don Adriano Cevolotto ha rilasciato alla giornalista Alessandra Cecchin per dire come lasciava la diocesi di Treviso diventando vescovo di Piacenza e Bobbio, ha volato col pensiero sui suoi 37 anni di sacerdozio e ha detto: «Mi piacerebbe riuscire a convincere che ci si può fidare del Signore. Dovremmo suscitare desideri belli, grandi, come fece con me padre Vittorio, del Pime, che venne a parlarci dell’Amazzonia. Sarei partito il giorno dopo, anche se avevo 10 anni! Poi invece che nel seminario del Pime, sono entrato in quello diocesano. E direi anche ai genitori e agli educatori di sostenere i giovani nella fatica di raggiungere queste mete importanti».

Giovane segretario di mons. Magnani, passò con lui dalla missione del Pime di Guidiguis (Nord Camerun) per andare in Ciad a visitare i fidei donum trevigiani.

Ora, nello stemma episcopale, don Adriano ha voluto scrivere il motto “Prendi il largo” e disegnare una colomba e il simbolo del Sacro Cuore secondo l’autografo del santo Charles de Foucauld, forse per mantenere vivo il primo grande desiderio di partire a dieci anni e poi di continuare a incontrare ed evangelizzare, sempre missionario.

“Prendi il largo”. Era l’alba del terzo millennio e suonò alta l’esortazione di Giovanni Paolo II, che invitava la Chiesa ad aprire nuovi cantieri di evangelizzazione e di impegno. «Sappiate ascoltare lo Spirito che vi interpella e rispondergli con generosità, accogliendo le sfide dell’ora attuale…  “Duc in altum”, “Prendi il largo” (Lc 5,4) così esortò Gesù i discepoli».

Prendendo il largo, don Adriano segue quanto gli dice lo Spirito della missione. Aiutiamolo con la preghiera e auguriamogli di mantenere sempre vivo il primo desiderio nel suo nuovo cantiere.

Siamo tutti fidei donum

Anche l’Italia è Paese di missione. Negli anni Cinquanta, l’Africa si apriva al cristianesimo e aveva bisogno di missionari. Papa Pio XII con l’enciclica “Fidei Donum” del 1957 si dirigeva ai suoi confratelli vescovi, invitandoli a prendere «in spirito di viva carità la vostra parte di questa sollecitudine di tutte le Chiese che pesa sulle Nostre spalle». Nascono così i “gemellaggi” tra diocesi occidentali e diocesi africane. Treviso per trent’anni manda preti e laici in Camerun. Poi Vicenza, Como, Saluzzo, Cuneo, Padova…

Altra novità interessante: i vescovi del triveneto prendono la decisione di mandare in Asia i presbiteri che si rendono disponibili. Poi pagine missionarie scritte da laici, fidei donum pure loro, che ricevono il crocifisso da soli, a coppie o con i loro figli. E poi, recentemente, quella del vescovo di Milano Mario Delpini che invia 11 fidei donum e ne accoglie otto. Invia e accoglie. Accoglie cioè i preti inviati da diocesi africane alla diocesi di Milano, dove si dedicheranno agli studi o al servizio pastorale.

In questi giorni ho ricevuto la lettera di un presbitero tupuri del Nord del Camerun che avevo conosciuto quand’era un ragazzo mentre era col padre catechista nel centro che dirigevo. Mi dice che ha raggiunto una parrocchia in Francia come fidei donum. Tutta la Chiesa sta vivendo lo spirito ecclesiale universale dei suoi sacerdoti e dei suoi laici.

Il 21 dicembre 2019, Papa Francesco ha detto alla Curia romana: «In Europa e in gran parte in Occidente, non siamo più in un regime di cristianità». È una affermazione molto forte che suscita anch’essa un senso di smarrimento. Purtroppo non di sorpresa perché è evidente constatare il calo di presenze nelle chiese… «e spesso la fede viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

Allora anche la Chiesa italiana ha bisogno di fidei donum non solo perché i preti italiani scarseggiano, ma perché la presenza di fidei donum attivi, provenienti dalle giovani Chiese può educare, risvegliare e rianimare la fede degli italiani. Oggi il filippino card, Tagle, prefetto della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, preparando la giornata missionaria mondiale scrive: «La missione è un movimento continuo, in ogni direzione. Da tempo vediamo arrivare anche in Europa, e in Italia, preti e suore da Africa e Asia. Questo scambio è normale, arricchente. Non c’è più chi manda e chi riceve. Così la parola missione va accostata al termine “evangelizzazione”, più ampio, a 360 gradi. Comprendiamo in questo senso che ogni persona ha qualcosa da donare nella fede: la propria umanità il proprio amore. Nessuno è così povero da non avere nulla da dare, nessuno è così ricco da non aver bisogno di ricevere. L’amore che ci insegna Gesù è di tutti e per tutti». Nella fede ogni persona è fidei donum.

Perché questo sia capito bene e bene organizzato, forse sarà necessaria una nuova fidei fonum. La lunga esperienza dell’attività missionaria svolta dai sacerdoti italiani all’estero (detti fidei donum) ha suggerito alla Conferenza episcopale italiana un aggiornamento delle Convenzioni che regolano i rapporti tra le diocesi interessate allo scambio dei presbiteri missionari. È stata istituita una nuova Convenzione relativa ai sacerdoti che dalla diocesi di incardinazione sono inviati a svolgere il servizio pastorale in altra diocesi italiana che presenti una particolare carenza di presbiteri. Per la generalità delle nuove Convenzioni è prevista una minore durata del servizio pastorale, sia all’estero sia in Italia, che non può durare più di nove anni. Questa innovazione intende favorire un maggiore ricambio dei missionari fuori diocesi, le cui esperienze tornano a vantaggio della diocesi di provenienza.

In particolare ai sacerdoti stranieri viene ora richiesta la conoscenza della lingua italiana, certificata da un ente abilitato, necessaria per una regolare celebrazione dei sacramenti e per un più efficace inserimento nella comunità parrocchiale.

Di nuovo a Treviso

«I giovani ci hanno chiesto in mille modi di camminare al loro fianco: né dietro di loro né davanti a loro, ma al loro fianco! Né sopra di loro, ma al loro fianco! Né sotto di loro, ma allo stesso loro livello!». Questa frase di Papa Francesco è il mio nuovo programma di vita a 85 anni in una comunità di giovani missionari, qui nella nuova sede del Pime accanto alla chiesa votiva di Maria Ausiliatrice.

Il rettore, padre Ferdinand, ivoriano, e altri padri di varie nazionalità sono i miei compagni. Celebrando una sera a fianco di padre Ferdinand nella chiesa votiva, ho ripercorso il cammino iniziato a Treviso nel 1922 dalla comunità veneta del Pime. Dalla canonica di San Martino, in via Zermanese, a Montebelluna, a piazza Rinaldi a Preganziol, sino a Vallio per poi tornare qui in via Venier. Mi sono soffermato sul momento del gemellaggio tra la diocesi di Treviso, il Pime e la diocesi di Sangmelima nel Sud del Camerun realizzato nel 1966.

Poi dopo la Messa mi si è accesa una luce: i giovani missionari africani del Pime che vivranno l’annuncio evangelico qui a Treviso sono in qualche modo frutti del gemellaggio. Padre Ferdinand ricorda e nomina don Mario Beltrame, fidei donum trevigiano prima ad Ambam (Camerun) poi in Costa d’Avorio. Presto avremo altri preti africani avviati al sacerdozio da qualcuno dei nostri padri o dai fidei donum come padre Rino Porcellato, padre Carlo Scapin, don Angelo Santinon, don Davide Giabardo, don Alessandro dal Ben, don Mario Bortoletto, padre Giovanni Malvestio, i padri Graziano e Antonio Michielan e così via. Oggi il Signore dà a tutti noi e alla diocesi di Treviso la gioia di cogliere e di gustare i frutti di quel gemellaggio. Il gusto è quello della comunione della Chiesa.

La gente di Treviso non è sorpresa della novità di una comunità del Pime formata da missionari di varie nazionalità. Aveva incominciato ad accogliere il mondo quando, durante il Concilio, mons. Mistrorigo aveva fatto arrivare un aereo pieno di vescovi africani e poi aveva mandato preti e laici in Africa.

Avete dunque capito la mia gioia di ritrovarmi qui dopo tanti anni vissuti in Camerun e in Algeria, pronto a camminare a fianco di una comunità e di una Chiesa nuova e aperta. Non mancheranno le difficoltà, ma il Signore continuerà ad accompagnarci con la sua benevolenza.

Camerun, elezioni disertate

Carissimi, dopo tre mesi di insegnamento nel seminario del Pime di Yaoundé (Camerun), sono ritornato a Sotto il Monte e continuo a tenervi vicino a Papa Giovanni. Le notizie dal Camerun non sono tutte buone.

Mons. Abraham Kome, presidente della Conferenza episcopale del Camerun, ha dichiarato ai giornalisti che le elezioni del 9 febbraio scorso si sono svolte in modo pacifico, ma quasi del tutto disertate. La percentuale dell’astensione in alcune città è stata del 70%. Questo dimostra che la legge del Codice elettorale deve essere cambiata. La Conferenza episcopale aveva inviato 262 osservatori in tutto il Paese. Di questi, 17 provenienti dalle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest non hanno potuto fare il loro lavoro a causa della mancanza di sicurezza e così numerosi cittadini non hanno esercitato il loro diritto civile.

Pochi giorni dopo le elezioni, nella notte dal 14 al 15 febbraio a Ngarbuh è avvenuto il massacro di 22 civili, in gran parte donne e bambini (tra cui 11 con meno di 5 anni). I ribelli secessionisti hanno accusato del massacro l’esercito, il quale ha smentito categoricamente.

Continua è l’insicurezza anche nel Nord del Paese a causa di improvvisi attacchi da parte di Boko Haram.

 

Il battesimo e il battistero a Yaoundé

In una città come Yaoundé, il battesimo è realtà vivente, continua, socializzante, nelle chiese cattoliche e protestanti. Ogni anno in tutte le parrocchie, centinaia di bambini e adulti di tutte le etnie del Camerun presenti nella capitale diventano cristiani. Assieme alla gioia di constatare la vitalità delle comunità, resta sempre presente l’attenzione sulla preparazione e sulla qualità dei battezzati. Il battesimo unifica anche il Paese, interiormente. È forse il momento più gioioso. Il momento da mantenere vivo in ogni catechesi e lungo tutto il cammino della vita.

Padre Mario Bortoletto, il fidei donum che ci ha lasciato una Catechesi contestualizzata e inculturata  nella cultura Ntumu, parlava spesso del battesimo per segnare il passo verso la vita nuova del cristiano. «Voi siete diventati figli di Dio. Da questo momento Dio vi guarda in modo nuovo. E’ la grande dignità che si deve conservare». È commovente leggere i suoi racconti, a partire da proverbi, che cristianizzano la cultura ntumu.

Ma qui in Camerun, con il battesimo ancora così vivo, che ne è del battistero? Ho voluto accertarmi. Con gioia l’ho visto nella chiesa di Akono, una delle prime chiese del Sud del Camerun. Erano presenti con me anche i seminaristi del nostro seminario filosofico, incantati nell’osservare un monumento che fa rivivere e sentire la vitalità dei primi cristiani battezzati. Ho visto poi il battistero accanto all’altare nella chiesa di Ntem-a-si, parrocchia servita dal Pime e consacrata nel giugno 2019 dall’arcivescovo Jean Mbarga; e quello custodito in un armadio-cofano nella nuova basilica di Mvolié. Niente nella cattedrale e nelle altre chiese visitate. Là dove pensavo di trovarlo, in un angolo vicino all’entrata delle chiese, vedevo scope, secchi e stracci per la pulizia della chiesa. Forse nelle sacristie c’è qualche bella vaschetta o qualcosa di simile…

Ho chiesto ad alcuni cristiani se c’era il battistero nella loro chiesa e non sapevano cosa fosse. Ho chiesto a tanti preti. Alcuni riconoscono un vuotoe cercheranno di interessarsene. Ma è importante avere un bel battistero? La passione di pensare al battistero accanto o dentro la chiesa mi è nata leggendo e ammirando le icone e le chiese prodotte in tutto il mondo dall’artista teologo Marco Rupnik e che consiglierei a tutti di conoscere.

Mentre parlavo del battistero con alcuni preti, ho avuto l’impressione di aver infastidito qualcuno, impegnato in tante cose. Forse metto il dito su qualche debolezza, ma sento la gioia di un missionario saveriano che sta costruendo la sua chiesa:« Grazie, padre Silvano, mi hai dato una bella idea!».

 

In ricordo di padre Giorgio Ferrara: lo chiamavo Lupetto

Me lo ha ricordato padre Ferruccio Brambillasca, il superiore generale del Pime che in questi giorni si trova in Camerun. Parlando di padre Giorgio Ferrara, partito per il Cielo lo scorso 25 gennaio, mi disse: «Lo chiamavi Lupetto». È vero! Perché, anche studente di teologia nel nostro seminario teologico di Milano, aveva conservato un volto da giovane scout semplice e gioioso.

Lo potrete rivedere nelle foto apparse nel nostro sito Pime e leggere alcune notizie della sua vita di missionario in Giappone, Stati Uniti e Italia. Apparteneva alla classe più numerosa che ho conosciuto durante i sette anni di rettore, una classe ricca di studenti di qualità da cui sono usciti pezzi da novanta, e tra loro anche un vescovo. Nel gruppo era spesso il meno in vista. Sempre disponibile a qualche servizio, rispondeva: «Sì, subito, è quello che ci voleva per me!».

La notizia della morte continua a tormentarmi. Ho pensato immediatamente alla sua famiglia, ai suoi compagni, agli amici, alle madrine del Pime che l’hanno incontrato ancora qualche volta tra i suoi anni vissuti in Giappone e quelli negli Stati Uniti dove è deceduto. E subito nei ricordi si sono aggiunti i padri Mariano Ponzinibbi, Graziano Rota, Luigi Siviero, anche loro partiti per il Cielo ancora giovani.

Con tutti avevo vissuto un cammino formativo, bello e positivo. È il ricordo ancora vivo di quanto condiviso in profondità sia in seminario, sia quando ci capitava di incontrarci dopo anni di missione. La loro dipartita mi fa non solo soffrire, ma mi fa crescere in quel rapporto di paternità in pieno senso ecclesiale, comunitario e missionario. Mi esce anche un piccolo lamento: «Signore perché ce li hai presi?». Ma resto sereno, col cuore in pace, perché sento risuonare in me la frase di padre Giorgio: «Sì, è quello che ci voleva per me!». Ma anche perché tutti e quattro sono ora ancora missionari in quella parte di Pime che è in Cielo, dove è loro concesso di  camminare e di accompagnarci, ancora in preghiera, verso quei luoghi in cui Gesù non è ancora conosciuto.

 

Accanto a don Mario Bortoletto a Ma’an

Don Mario Bortoletto di Treviso visse 38 anni come prete fidei donum nella missione di Ambam, nel sud del Camerun e gli ultimi 3 anni nella parrocchia di Ntem-a-si à Yaoundé, come associato del Pime. Ora è sepolto a Ma’an, nella chiesa voluta da lui e gode della gioia e della luce del volto del Signore e dell’affetto dei suoi “figli”, che ha aiutato a nascere col Battesimo e che vivono del suo ricordo intenso, carico ancora del suo amore e dell’amore di Dio.

Martedì 7 gennaio, a Ma’an, noi missionari del Pime abbiamo vissuto un incontro coi preti africani che si dicono “figli” di padre Mario. Sette di loro erano presenti e hanno testimoniato la loro gioia di sentirsi ancora accompagnati da don Mario. Hanno partecipato all’incontro anche alcuni cristiani della zona, i missionari che operano a Yaoundé e i sei studenti del seminario filosofico che si preparano a diventare missionari del Pime.

L’incontro è stato una prova evidente, un’intensa testimonianza di chi è stato don Mario e di quello che rappresenta ancora oggi. Avevamo preparato il libro La catéchèse du père Mario Bortoletto contextualisée et animée dans la culture ntumu, che mostra come don Mario si era inculturato per vivere il suo amore per il popolo ntumu. L’abbiamo distribuito anche perché possa essere arricchito e migliorato.

Per me è stato un momento straordinario in continuità con quello che avevo vissuto nello scorso gennaio 2019, durante la visita dei cinque diaconi di Treviso con il loro rettore, che intendevano così mantenere un rapporto vivo con la missione dove i sacerdoti di Treviso avevano lavorato per trent’anni coi missionari del Pime. Durante quella visita, vedendo l’entusiasmo gioioso della gente, mi era ritornato forte e profondo il legame che avevo vissuto anch’io nei miei primi anni di missione. Ho organizzato l’incontro dei preti africani di Ambam con noi missionari del Pime a Ma’an, perché nel sacerdozio e nel ricordo di don Mario c’è un legame, una comunione con loro che va continuato e coltivato per la vitalità della Chiesa del Camerun.

L’artista e teologo Rupnik mi suggerisce l’immagine del vecchio che con la saggezza e l’esperienza trasmette ancora qualche staffetta vitale. Ho detto ai preti camerunesi che ora saranno loro a invitare i missionari del Pime per degli incontri accanto a don Mario. Hanno accolto la proposta. Avevo anche raccomandato loro il seminario filosofico internazionale che stiamo costruendo a Yaoundé. Si tratta non solo di rispondere alle domande degli studenti – per ora di quattro Paesi africani – che vogliono essere missionari con noi, ma di una continuità di quanto iniziato col gemellaggio vissuto anni fa e che continua a portare i suoi frutti.

Quanto sono belli i passi di don Mario e dei primi missionari. Gesù camminava e vuole camminare ancora!

 

 

Natale e anno nuovo in Camerun

In questi giorni di Natale e vicino all’anno nuovo, qui a Yaoundé (Camerun), due passioni mantengono attiva la mia persona: il pensiero e l’affetto. Sono  il ricordo vivo di Ambam, missione del gemellaggio di Treviso-Ambam- Pime, e il senso di famiglia del Pime all’interno del seminario di Yaoundé.

Rivivere in Africa dopo 50 anni dal primo arrivo (dicembre 1968) e sentire ancora la gioia  della gente quando  mi accoglieva, è constatare che l’esistenza è pienezza di relazioni, di gioia, di comunione profonda con tanti, con tutti. Mi sono anche impegnato a mettere insieme nel libro, La catéchèse du père Mario Bortoletto contestualisée et animée dans la culture ntumu, quanto è ancora vivo nella  memoria della gente che ha conosciuto don Mario Bortoletto, fidei donum di Treviso, missionario ad Ambam e a Ma’an, e ho aggiunto quanto ho vissuto anch’io, accanto a lui. Donerò il libro ai preti camerunesi nei quali don Mario aveva seminato i primi semi di fede, di amore a Dio e di chiamata al sacerdozio. Vivremo un bell’incontro il 7 gennaio a Ma’an accanto a don Mario, lì sepolto. Ricorderemo anche  padre Giovani Belotti del Pime, i preti, i catechisti, e i cristiani camerunesi che sono già in Paradiso.

Sul senso di famiglia del Pime nel seminario, vivo qualcosa in modo profondo e particolare. Mi si offre la possibilità di condividere la vita con 22 studenti africani di quattro nazionalità. Studenti  chiamati a essere missionari come me. I responsabili del seminario sono missionari, un tempo miei studenti. Ogni tanto, dentro e fuori dal seminario, mi sento dire: «Mio padre era catechista dove tu insegnavi». Oppure: «La tal suora (una delle prime di una nuova congregazione del Nord del Camerun) ha mandato i saluti a te, suo “papà”».

Insomma, mentre insegno “Storia” e “Spiritualità”, mi sento anche uno di famiglia di seminaristi e persone consacrate. Parte di questi studenti hanno sentito la chiamata dentro rapporti vissuti con i missionari. E ricordando questi missionari, sento che erano persone di dedizione e amore per la loro gente. La vita in missione è piena di rapporti vivi, affettuosi , familiari. Così sono nate alcune vocazioni. Qui a Yaoundé conosciamo quattro mamme che hanno un loro figlio con noi. Incontrandole sentiamo quanto amano i loro figli e come si sentano felici di condividere con loro la stessa passione per la missione. E il pensiero mi corre anche a Monza, dove arriveranno i nostri giovani e dove troveranno, assieme ai superiori, anche i “padrini” e le “madrine” e tanti fedeli delle parrocchie che vivono un senso di paternità e maternità nei loro incontri. So che il seminario è tanto amato e vive dentro rapporti di fiducia, stima e affetto da parte di superiori, formatori, amici e benefattori. In questo modo, il seminario, la formazione e l’insegnamento diventano condivisione di vita, di passione missionaria, nella famiglia missionaria, dove i giovani si sentono amati, accompagnati e incoraggiati a donarsi e a partire…

Cari amici, questa mattina ho visto le fondamenta del nuovo seminario assieme a padre Giuseppe Parietti, direttore spirituale, e a padre Graziano Michielan, rettore. Augurandovi l’anno nuovo benedetto dal Signore, vi invito a starci vicini nel nostro servizio con la preghiera.

 

 

Benedizione della prima pietra del seminario del Pime a Yaoundé

Padre Graziano Michielan, rettore del seminario filosofico “Angelo Ramazzotti” del Pime a Yaoundé, ha benedetto e posto la prima pietra del nuovo seminario lo scorso 7 dicembre. Erano presenti alcuni nostri vicini e rappresentanti dei seminari della zona che occupano ormai tutta la collina di Nkol Bisson, che potremmo chiamare “Piccola Roma”, perché molte congregazioni maschili e femminili di tutto il mondo hanno trovato nel Camerun un Paese accogliente e rispettoso delle differenze religiose. Oggi, il Paese soffre ancora di alcune situazioni e di dolorose divisioni. Speriamo e preghiamo…

Ho presentato il significato della celebrazione: «Se il Signore non benedice la casa, invano lavorano i muratori». Posiamo la prima pietra di un seminario alla lode e gloria di Dio.

Nelle letture appena fatte (Is. 30…), Dio ci ha mostrato i segni messianici del suo Regno tra noi e che saranno realizzate dal Servo Sofferente (Is 52…, 53…). Il Vangelo ( Mt 9…,10…) ci mostra Gesù, il realizzatore dei segni messianici.

Il nostro seminario è sulla stessa strada, dentro lo stesso Spirito. Esso prepara i servi e i compagni del missionario Gesù, annunciato dai profeti come il Servo Sofferente.

Il seminario è un luogo di studi, ma non solo. È un luogo di vita comunitaria e fraterna, vita di lavoro manuale, di preghiera, di condivisione con le persone che si incontrano negli altri seminari, per strada, nel servizio all’ospedale, in prigione, nelle parrocchie e nelle famiglie.

Il seminario avrà un cuore, la cappella. Meglio ancora, il Cenacolo con un altare, dove Gesù dirà: «Amatevi come io vi ho amati». Sullo stesso altare, Gesù si donerà ogni giorno con Maria, orante con noi. Sullo stesso altare, i seminaristi e i formatori continueranno a donarsi. E a donarsi per tutta la vita, con Gesù.

Padre Graziano ha concluso ringraziando quanti continuano ad amare il seminario presente in Camerun e ha anche invitato a pregare per i benefattori.