Abbandonarsi a Dio

Il mio vescovo, mons. Calude Rault, vescovo di Laghouat-Gardaia, scrive: «In Algeria non ci è concesso rivelare Cristo attraverso la predicazione. È un serio limite, ma forse anche una felice provocazione. Il nostro mondo soffre di una tale inflazione della parola! Gridare il Vangelo per tutta la vita, per riprendere un’espressione cara a Charles de Foucauld, ecco la nostra vocazione oggi in Algeria. Essere presenti a mani nude. Vivere con tutti nel nome della gratuità dell’Amore di Gesù. Il domani non ci appartiene».
      
Primato di Dio
 
Mi aiutano molto le riflessioni sul vissuto dei primi confratelli del Pime partiti per l’Oceania. Dopo le difficoltà incontrate  ci si domandava in Italia, se fosse stata una vera cocciutaggine andare nella Melanesia. I Maristi non ci avevano nascosto le difficoltà. Ma i nostri dicevano: «Que le cœur saigne quand on voit la misère de ces peuples» («Che il cuore sanguini quando si vede la sofferenza di questi popoli»). Taglioretti, uno dei testimoni degli inizi del Pime, scrisse: «Ubbidirono, non scelsero! Partirono a questi patti: sacrificar tutto a Dio!».
Giovanni Mazzucconi, il primo martire diceva: «Signore per voi solo voglio vivere, per voi morire».  Di lui hanno scritto: «È un innamorato di Dio perché al culmine dello sviluppo spirituale non troviamo più il giovane entusiasta, che si disperde in una molteplicità di ideali, ma l’adulto nello spirito, che pur non rinnegando nessuno di tali ideali, ne ha intuito uno sublime, tale da relativizzare tutti gli altri: Dio».  Mons. Marinoni, primo direttore dell’Istituto per più di quarant’anni, ripeté anche prima di morire: «Il missionario è l’uomo della fede».
Per me, oggi, la presenza in Algeria è anzitutto un’occasione per risentire ancora più forte la presenza di Dio.

Preghiera del Beato Charles De Foucauld

Padre, mi abbandono a Te, fa’ di me ciò che ti piace. Qualsiasi cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me, e in tutte le tue creature: non desidero nient’altro, mio Dio. Rimetto l’anima mia nelle tua mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo. E per me un’esigenza di amore, il donarmi a Te, l’affidarmi alle tue mani, senza misura, con infinita fiducia: perché Tu sei mio Padre.

Debolezza

La Chiesa vive un momento di debolezza. Ci sentiamo tutti coinvolti e ne portiamo il peso. La parola si fa più sottovoce, la forza della verità più discreta, il silenzio medicina. Nel cuore cresce il lamento, la preghiera. Ma l’animo si fa più forte, la voglia di migliorare c’è ancora. L’appartenenza è più convinta, diventa fierezza anche se meno visibile. Nella Pasqua recente, un mio fratello mi dice che ha notato una partecipazione di cristiani più intensa.
Christian Chessel, giovane Padre Bianco ucciso a Tizi Ouzu assieme a tre confratelli, scriveva: «La debolezza non è in sé una virtù, ma l’espressione di una realtà fondamentale del nostro essere che deve essere ripresa, rimessa al suo posto, animata dalla fede, dalla speranza e dalla carità per lasciarci conformare alla debolezza di Cristo. Questa debolezza ben compresa diventa il linguaggio migliore per esprimere l’amore discreto di Dio agli uomini, amore pieno di discernimento, discreto come quello di chi ha voluto condividere la nostra situazione umana. Diventa un invito a creare delle relazioni di non-potenza con gli altri. Accettata la mia debolezza, capisco quella degli altri e a condividerla come ha fatto Gesù».
Mons. Henri Tessier, arcivescovo emerito di Algeri, spiega: «Ritornando allo spirito del dialogo rimesso in valore dal Concilio, lo vediamo anzitutto come rispetto del cammino dell’altro e dono di Dio fatto alla Chiesa. E la Chiesa diventa segno di questo dono e serva di questo dono per la vita degli altri, al di là delle frontiere. La Chiesa accoglie il dono e ne fa oggetto di ringraziamento come ha fatto Gesù davanti alla fede del Centurione e della donna siro-fenicia.
La debolezza ci ha portati ad essere ancora più fedeli alla nostra missione. Sono loro, i musulmani, che si fanno più vicini quando viviamo deboli in mezzo a loro e vengono a visitarci e chiederci di condividere gioie e pene».

Fedeltà di testimoni

Don Bruno Maggioni scrive: «Il martire colpisce e affascina per la libertà della sua morte, piena di significato; il martire muore per una ragione, non semplicemente perché ogni uomo è destinato a morire».
Mons. Tessier vede nel martirio dei 19 religiosi/e uccisi nel periodo ’93/’96 un martirio di fedeltà a un popolo musulmano e non solamente un martirio in odium fidei. Mentre tanti cristiani algerini nei momenti difficili avevano lasciato l’Algeria, i membri di varie congregazioni hanno voluto restare.
Dopo il Vaticano II hanno rinunciato alla gioia di scegliere un lavoro missionario in regioni dove, grazie a Dio, la Chiesa cresce abbondantemente. Hanno creduto alla parola della Chiesa che li aveva mandati a cercare dei fratelli e delle sorelle da amare tra i credenti dell’islam. Hanno creduto che anche lì il Regno di Dio è presente e si sviluppa. Hanno creduto che anche nell’islam lo Spirito di Dio agisce e produce i frutti del regno. Hanno creduto alla fedeltà di musulmani in cammino verso la riconciliazione e la fraternità umana.
Quelli che sono stati uccisi erano rimasti vicini ai liceali del quartiere povero della Casbah di Algeri, alla popolazione della Kabilia, alle piccole comunità, ai contadini e ai più poveri…
Anche chi non è stato ucciso ha vissuto la stessa fedeltà di testimone.
Questa fedeltà l’aveva già vissuta l’algerino sant’Agostino. All’arrivo dei Vandali in Algeria, uno dei tanti vescovi allora presenti, Quotvuldeus, chiese ad Agostino di mettere in salvo il suo clero perché potesse essere ancora utile altrove.
Agostino rispose : «Il buon pastore dà la sua vita per le sue pecore. Nel pericolo non parte… parte solo se il gregge decide la fuga».
Questa fedeltà, la Chiesa la vive come vocazione ed è la stessa che Dio vive con l’umanità: fedeltà tra il bisogno profondo di ogni uomo di vivere con Dio e con gli altri simili e quello che Dio vive in se e che continua ad alimentare nel cuore dell’uomo.
Negli incontri che vivo ogni giorno qui a Touggourt, mi convinco sempre di più del bisogno innato, in ogni persona, di fraternità e della mia responsabilità di testimone.
Una mattina, prendendo il caffè, ho sommato gli anni di presenza in Algeria delle quattro Piccole Sorelle di Touggourt : 192 ! Due di loro hanno la nazionalità algerina e tutte vogliono camminare ancora…
Di loro, mons. Marangon, noto biblista trevigiano che le ha seguite nel loro cammino spirituale in varie parti del mondo, scrisse, in occasione dei settant’anni in Algeria e a Touggourt: «Sono debitore di tanta luce per l’eredità evangelica che si vive presso di voi… Voi assicurate al “Vangelo di Nazareth” il valore di segno. Prego il Signore… perché abbiate il coraggio (eroico) di essere fedeli alla gratuità del “segno di Nazareth…Vi ringrazio pure di un’altra nota tipica della vostra identità vocazionale: quella di pregare e di offrire ogni giorno la vostra giornata al Signore “per i fratelli (anzitutto) dell’islam (e poi anche) del mondo intero!”».

Speranza in nuova Chiesa

Il Papa nel suo messaggio pasquale ha detto «L’umanità sta vivendo una crisi profonda. Anche ai nostri giorni l’umanità ha bisogno della salvezza del Vangelo – afferma – per uscire da una crisi che è profonda e come tale richiede cambiamenti profondi, a partire dalle coscienze». C’è bisogno, ha spiegato, «di un “esodo”, non di aggiustamenti superficiali, ma di una conversione spirituale e morale».
È la Chiesa che sta vivendo la sua crescita e lo sviluppo delle sue note: Una, santa, cattolica, apostolica. Bisogno di purezza, di santità, di cattolicità aperta. Sta rinascendo e sarà nuova, più bella. Anche in Algeria.
Vorrei ridire il pensiero del vescovo emerito di Algeri, Mons. Henri Tessier, che ha vissuto la sua vita credendo nella venuta del Regno di Dio e nel lavoro dello Spirito Santo anche in Algeria. Scrive: «Quando comunichiamo insieme negli stessi valori, noi prepariamo l’avvenire della Chiesa. L’avvenire della Chiesa sarà un dono di Dio. Tale avvenire non è il frutto di tattiche per cercare protettori per la Chiesa. Ciò può permettere di attraversare qualche difficoltà, ma non costruisce l’avvenire. Questo nasce quando i nostri amici ci riconoscono interessati insieme con loro su dei valori che fanno crescere l’uomo e la comunità umana. Per i credenti questi valori sono accolti come dono di Dio». Un’amica algerina della Chiesa a Orano dice: «La presenza dei cristiani, il loro sacrificio, il dono di sé, la loro opera sono un conforto per chi a volte è scoraggiato. Con questo esempio vivente di Dio, noi riprendiamo fiducia. La Chiesa in Algeria ci da l’occasione di imparare a lottare perché l’umanità cresca nella giustizia, nella verità, nella libertà, nella solidarietà e la fraternità».
Il vescovo continua: «Così si forma una Chiesa nuova non di soli cristiani ma anche di non cristiani che vivono coi cristiani la propria fedeltà a Dio e alla propria coscienza. Noi crediamo alla nostra responsabilità nella nascita d’un avvenire per la Chiesa».

Preghiera nel breviario
Signore! Conduci noi tutti sui tuoi sentieri. Apri al tuo popolo la via della salvezza, metti in noi il desiderio di somigliarti. Insegnaci a riconoscerti negli altri, facci attenti alla loro sofferenza. Aiutaci a fare la tua volontà e donaci un cuore che ti cerca. Da’ ai tuoi fratelli di formare un corpo solo e dimentica i nostri errori contro l’unità.

Il «grazie sacerdotale» continua

In questo anno sacerdotale e giubilare del cinquantesimo di ordinazione, continua a sgorgare dal mio animo il «grazie» al Signore e ai fratelli. In realtà si tratta di un «grazie» reciproco per la comunione di vita vissuta insieme. Il segno di una gioia che viene dal sentirsi insieme tra credenti e che continuano a dire «Grazie» a Dio. È l’espressione del sacerdozio, vivo nel prete e nel laico che è “sacramento”, “servizio” di comunione. Anche qui in Algeria via internet posso mettermi in comunione con molti. Anche via internet e a volte anche direttamente, da musulmani, accolgo e rispondo: «Mi manchi».
Leggiamo, sentiamo alcuni «Grazie»: «Carissimo Silvano, come vedi non rispondo ogni volta che ricevo una tua cartolina, perché magari il tempo manca… ma provo ogni volta un piacere così grande nel leggerti e una gratitudine immensa per ciò che sei e che vivi.  Spero che si faranno altri libretti di raccolta di queste “cartoline”… contengono un soffio nuovo anche per chi da tanti anni vive l’amicizia con i musulmani…». 
Un’altra che ha vissuto tutta una vita come missionaria in Africa e in Italia: «Ho appena letto la tua ultima cartolina, ti devo dire che da quando siamo in contatto respiro aria PURA!». Aria del deserto?
E l’altra missionaria laica, ancora in Africa, che rivolge il «Grazie» a Dio: «Il Signore non chiama i dotati ma dota chi chiama».
A chi ha avuto il coraggio di dirmi: «Ti vorrei così».
I miei «Grazie» anche a chi mi domanda: «Ricordami nella Messa». Mi fa sentire l’importanza di questo momento di comunione con tutti.
Ai confratelli che mi hanno formato e continuano ad accompagnarmi.
Ai parenti e amici che mi lasciano libero e continuano a sostenermi.
Agli africani del Camerun, del Ciad e dell’Algeria, che hanno condiviso il senso di Dio e dell’uomo.
Agli “angeli” musulmani e alle “angele” di Touggourt, che mi accompagnano tutti i giorni.
Gesù pregò e dice ancora: «Vogliatevi bene come io vi ho voluto bene».
È l’amore di Gesù che ci mantiene uniti.
Grazie al Papa che ha ricordato ai preti di essere «Pienamente uomini e completamente a Dio col cuore pieno di compassione per il mondo… vivendo in comunione con Cristo con la preghiera costante».

Per noi e per tutti i preti del mondo preghiamo:

Alla Regina della giovinezza
Santa Maria, Madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e trasparente come l’acqua sorgiva.
Ottienimi un cuore semplice che non indugi ad assaporare le umane tristezze, un cuore magnifico nel donarsi, tenero alla compassione, un cuore fedele e generoso che non dimentichi alcun beneficio e non serbi rancore per nessuna offesa.
Dammi un cuore umile che ami senza chiedere contraccambio, felice di sparire in altri cuori sacrificandosi davanti al Tuo divin Figlio, un cuore grande e indomabile che nessuna ingratitudine possa chiudere, nessuna indifferenza possa stancare, un cuore tormentato dalla passione della gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo Amore con una piaga che non guarisca se non in Cielo. Amen                                                                 (Grandmaison)

Auguri di una Santa Pasqua!

Il pensiero del Giudizio e del Paradiso

Tempo fa, una ragazza che aiuto nello studio, mi ha mandato una e-mail con gli auguri di Natale. Mi augurava di essere sulla strada che conduce al mio Paradiso. Le risposi ringraziandola e dicendole che un giorno saremo stati insieme nello stesso Paradiso.
Questa questione viene spesso nei nostri dialoghi. Una sera con tre persone di un certo livello intellettuale ne abbiamo parlato a lungo. Ma più che l’unicità del Paradiso, interessava loro la realtà che il Paradiso è Dio stesso, e che lo si può vivere già nel momento in cui ci si parla.
Anche i saggi musulmani hanno scritto e parlato molto del Paradiso. Ne riprendo alcuni già citati in un’altra cartolina. Così Ibn al Mubarak (m. 797): «Gesù figlio di Maria soleva dire: “L’amore per il Paradiso e il timore dell’Inferno procurano la pazienza nell’afflizione e tengono lontano il servo di Dio dal conforto mondano”». «Dio ha detto a Gesù in ispirazione: “Ti ho fatto dono, Gesù, dell’amore per i poveri e della misericordia verso di loro. Tu li ami ed essi ti amano; ti gradiscono come imam e guida, e tu li gradisci come compagni e seguaci. Sono due disposizioni innate: sappi che colui che si presenta all’incontro con me con entrambe, mi incontra con l’opera più pura, quella che io amo di più”».
Il mistico Abu Nu’aym (morto nel 1038): «Fa di me il tesoro della tua vita futura; confida in me  e io ti proteggerò; sii paziente nella prova e contentati del tuo destino. Sii a me vicino e ravviva il ricordo di me. Il mio amore sia nel tuo cuore, abbi sete di me in vista del giorno in cui sarai dissetato presso di me. Se i tuoi occhi potessero vedere ciò che ho preparato per i miei amici, i giusti, il tuo cuore verrebbe meno per il desiderio»
Anche l’idea del giudizio è continuamente presente nel buon musulmano. Al-Ghazali (m. 1111) scrisse: «Gesù ha detto: “Da quando il morto viene collocato per il funerale fino al momento in cui viene posto sull’orlo della tomba, Dio gli pone, per la potenza che ha su di lui, quaranta domande; la prima è: ‘Servo mio, per anni hai dato lustro alle creature, ma a me neppure un’ora!’. Ogni giorno Dio guarda nel tuo cuore e dice: “Perché tu operi per altri al di fuori di me, mentre sei circondato dalla mia bontà? Sei forse sordo? Non ascolti?”».

Pensiero quaresimale: la faccia di Dio nel fratello

Il primo invito quaresimale del breviario francese è: «Gli occhi fissi su Gesù, entriamo nel combattimento di Dio».

In Quaresima c’è la disciplina del corpo e dello spirito, come nel Ramadan musulmano. In più viviamo la comunione con Gesù per mettere in noi la sua vita e poterla donare come lui. Un Gesù sentito vivo nella preghiera e un Gesù incontrato vivo nella sua carne d’oggi. Ce lo dice Isaia (58, 17).  «Qual è il tuo digiuno? È questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu meni a casa tua gl’infelici senz’asilo, che quando vedi uno ignudo tu lo copra, e che tu non ti nasconda a colui ch’è carne della tua carne?». E, ce lo conferma Gesù: «Avevo fame e mi hai dato da mangiare».

Nel volto sofferente dell’uomo, il cristiano vede il volto di Gesù e in ogni uomo, vede la nobiltà del Gesù glorioso».

Si tratta di educare lo sguardo e il cuore e conformarli a quelli di Gesù. «Noi umani abbiamo le stesso genoma, quello di Dio» (Benedetto XVI). Avremo la sorpresa di vedere quanto siamo simili e ci prepariamo a una vita di aiuto reciproco e di comunione. Con alcuni avremo la sorpresa della riconciliazione.

Bellissima la pagina di Giacobbe ed Esaù. (Gn 32-33). Si erano preparati come per uno scontro; Esaù arriva con 400 uomini, ma Giacobbe si inchina a terra sette volte. Esaù gli corre incontro, lo abbraccia, gli si getta al collo, lo bacia e tutte e due piangono. Giacobbe gli dice: «Accetta i miei doni, vedendo la tua faccia è come se vedessi la faccia di Dio. Tu mi hai gradito». Cristiani e musulmani che si incontrano, oggi?

Benedetto XVI al congresso della Fao: «Riconoscere il valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna resta il primo passo per favorire quella conversione del cuore che può sorreggere l’impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme».

Si tratta anche di accettate lo scambio dello sguardo. Lasciare che Dio e l’uomo posino lo sguardo su di noi. Quando senti che Dio ti guarda, cresce in te la realtà di figlio di Dio. Quando lasci che Gesù ti guardi, diventi suo testimone. Quando accogli lo sguardo di una persona, senti che è un fratello e una sorella.

A Gerusalemme o sul monte Garizim ?

Quando si dialoga con una persona di religione o cultura diversa si passa attraverso situazioni d’animo diverse. A volte ci si può sentire attaccati nella propria identità e si fa fatica ad ascoltare l’altro perché si resta in situazione di difesa. Ma la coscienza retta e buona della propria identità non impedisce di lasciarsi smuovere dalla convinzione di essere unicamente noi nella verità e di possederla interamente. Ci si mette allora in ascolto di qualcosa di nuovo e di vero che ci può essere anche nell’altro. Questa disponibilità non è solo rispetto, tattica, etica del dialogo, ma quando si sente sincerità e fiducia reciproca, la disponibilità è fede nello Spirito Santo che parla, insegna, orienta anche nell’altro. La verità allora non è qualcosa di tuo ma appartiene a Dio. Dio è la verità e Dio appartiene a tutti.

La samaritana fa fatica a districarsi nel dialogo con Gesù che la stringe in questioni sempre più serie. A un certo momento chiede: «Voi dite che bisogna pregare a Gerusalemme, noi diciamo che si deve pregare sul monte Garizim. Tu che cosa pensi?» E Gesù va diretto al cuore della preghiera. Dio lo si prega nel cuore. «I veri adoratori adoreranno il Padre guidati dal suo Spirito e secondo la sua verità». È quanto disse Giovanni Paolo II dopo l’esperienza fatta ad Assisi pregando a fianco dei rappresentanti delle più grandi religioni del mondo: «Ogni preghiera autentica è mossa dallo Spirito Santo».

L’acqua di Dio, lo Spirito di Dio

Frère Christian, il monaco ucciso assieme ai suoi compagni a Tibherine, aveva un amico musulmano e con lui viveva lunghi momenti di dialogo e di amicizia. Ma dopo un periodo in cui era stato tanto occupato e aveva diradato gli incontri, si sentì richiamato all’ordine: «È da tanto tempo che non abbiamo più scavato il nostro pozzo!».

Si capivano bene, tanto che frère Christian gli chiese: «E in fondo al nostro pozzo, cosa troveremo? Acqua musulmana o acqua cristiana?». L’altro gli disse: «Lo sai bene che in fondo al nostro pozzo c’è l’acqua di Dio».

Il fascino dello Spirito

Questi dialoghi tra amici anche se di religione diversa, sono vissuti dentro un forte spirito di fede, «dentro il fascino dello Spirito» diceva un amico sufi a frère. Chistian. Ma non senza la fatica della ricerca e superando le difficoltà delle divergenze. Su questo un giorno l’amico Sufi aveva detto commentando a modo suo il Corano: «Non bisogna cercare troppo che cos’è lo Spirito… Lo si priva del suo fascino!». (17,85)

La forza creatrice dell’amore

Il marito l’abbandona con i suoi quattro figli. Lei continua la sua vita. Al matrimonio del maggiore, il figlio la prende con sé. Un’altra è ammalata e vive con un figlio con problemi mentali. Tutti i giorni la vedo arrivare alla casa delle Piccole Sorelle. È la donna dei dolori. Ma sul volto, vedo ancora un sorriso quando la saluto. Ogni giorno le suore le contano le gocce della medicina che prende da anni. Due forze creatrici. Quella della madre che continua ad amare. Quella delle piccole sorelle.
Un’altra mamma, ogni mattina, sistema i suoi cinque figli handicappati. Li lava, li veste, li nutre, li mette a sedere, l’uno accanto all’altro, come dei principi, come degli angeli.
Ho chiesto a un amico dove trovano la forza di continuare queste donne? Mi ha risposto: «La risposta è solo nel cuore. Con la fede islamica, una persona vive con Dio, pensa che tutto le viene dato da Dio stesso, Lui lo sa, e ciò le basta. Dio, forse la mette alla prova per testare la sua fedeltà, il suo abbandono in Lui. La vita continua per sé e per le sue creature fino al Paradiso».
Il mistico Abu Nu’aym (morto nel 1038) vede in Gesù, figlio di Maria, il maestro e l’esempio: «Dio ha detto a Gesù: «Fa di me il tesoro della tua vita futura; confida in me  e io ti proteggerò; sii paziente nella prova e contentati del tuo destino. Sii a me vicino e ravviva il ricordo di me. Il mio amore sia nel tuo cuore, abbi sete di me in vista del giorno in cui sarai dissetato presso di me. Se i tuoi occhi potessero vedere ciò che ho preparato per i miei amici, i giusti, il tuo cuore verrebbe meno per il desiderio»
Leggo un detto di Ibn Al Mubarak (morto nel 797) sull’amore, la pazienza e la misericordia: «Dio ha detto a Gesù in ispirazione: “Ti ho fatto dono, Gesù, dell’amore per i poveri e della misericordia verso di loro. Tu li ami ed essi ti amano; ti gradiscono come imam e guida, e tu li gradisci come compagni e seguaci. Sono due disposizioni innate: sappi che colui che si presenta all’incontro con me con entrambe, mi incontra con l’opera più pura, quella che io amo di più».

Perché prete in Algeria

A volte me lo domando e ce lo siamo chiesto in questi giorni di ritiro, animato dal vescovo di Constantine, in questo anno sacerdotale voluto dal Papa. Eravamo 12 preti appartenenti alla diocesi di Lagouat-Ghardaïa, «nel cuore del Sahara algerino impegnati a tessere, giorno dopo giorno, la tela del dialogo con la comunità musulmana, testimoni silenziosi di una piccola Chiesa ferita dal terrorismo, che si ostina a voler rimanere accanto alla gente». (M. Trovato)
Abbiamo vissuto la gioia di sentirci saldamente uniti, di quella unità voluta da Gesù quando ha chiamato i 12 perché fossero un gruppo uniti a lui.
Ho ricordato quando Montini, ordinandomi prete. mi ha detto che nell’ordinazione Gesù metteva il suo cuore nel mio e metteva il mio cuore nel suo. Abbiamo ricordato quanto diceva il cardinal Kasher, ovvero che il prete si colloca al momento e dentro l’avvenimento della nascita della Chiesa, sulla pietra angolare di una Chiesa in avvenire. «Una Chiesa, di cui siete segni, che vuol essere universale», ha detto un’algerina. Anche noi “inviati dal Padre”, segni di lui, “uomini di Dio” come mi ricorda spesso un amico di Touggourt.
È così che cammino per le strade di Touggourt, salutando, ascoltando le “confessioni” di persone che soffrono o gioiscono anche qui, aiutando la povera che siede col bambino sul marciapiede dal mattino presto fino alla sera, o l’africano che spera di attraversare il deserto e raggiungere il mare…. Piccoli gesti. Con l’idea fortemente viva che non è vero che “homo homini lupus” (l’uomo lupo per l’uomo), ma che nel cuore di tutti c’è un istinto di fraternità. Una presenza che dice “il vero dell’uomo” e che “un avvenire è possibile”.
In realtà, di strettamente sacerdotale c’è poco. Anche ogni cristiano e ogni credente fa questo.
Ma di prete ho la Messa. Amo ripetermi quello che rispondeva uno dei primi missionari del Pime, il padre Mazzucconi, ucciso a 29 anni in Oceania, quando un amico gli chiese: «Che cosa fai nella tua giornata?». «Dico Messa», rispose.
Anch’io, assieme a tutti i preti del mondo, ogni giorno rinnovo il sacrificio di Gesù “per la moltitudine” e lui rinnova pure la sua presenza reale. Per ora resta in “ambiente privato” ma c’è, ed è attivo. Come quando, appena arrivato a Touggourt, l’ho trovato nella casa lasciatami dai Padri Bianchi.  «Sono qui per te, ebbi la pretesa di dirgli». Ma subito ho sentito che voleva precisarmi: «Sono io che sono qui per te!».

“Malati” di Gesù

Faouzi Skali, dottore in antropologia, etnologia e scienze delle religioni, è impegnato nel dialogo tra le culture e lereligioni da molti anni. Membro del Gruppo dei Saggi, ha contribuito alla riflessione sul «Dialogo tra i popoli e le culture nello spazio euro-mediterraneo». Specialista riconosciuto del sufismo, mettendo a confronto Vangelo, Corano e testi mistici dell’islam, evidenzia il ruolo del maestro-Gesù, che usa «tutti i mezzi per risvegliare il discepolo e suscitare in lui una dimensione d’amore che inglobi tutto il creato», e traccia il ritratto di un Gesù che ci invita alla religione del cuore, oltre le barriere confessionali.
Eminenti maestri sufi come Ghazzâli, Rûmi o Ibn ‘Arabi hanno visto in Gesù il «Sigillo della santità», così come Maometto è il «Sigillo della profezia».
Attraverso gli insegnamenti dei maestri sufi, la figura di Gesù, nel suo rapporto con Maria, il Battista e gli Apostoli, assume tonalità e sfumature di grande coinvolgimento emotivo e spirituale.
La sua opera  si pone nel solco del dialogo interreligioso. Un esempio di vicinanza tra pensiero cristiano e pensiero musulmano. Ibn Arabi  mistico musulmano nato in Andalusia nel 1165 e morto a Damasco nel 1240, ha detto: «Colui del quale Gesù è la malattia, non guarirà mai!».
Leggendo le parole di Ibn Arabi, noi cristiani ci sentiamo vicini a questo saggio musulmano e ad altri che adottando la figura centrale di Gesù, trasformandola ma, nello stesso tempo, tenendola in grande considerazione. Sappiamo anche che nel Corano, Maometto non conosce in modo diretto il Vecchio e il Nuovo Testamento, ma eredita tradizioni apocrife. Per quanto concerne Gesù, questi sembra “il maestro” di una tradizione nascosta che vive dentro l’islam.