Preti in Algeria: vocazione speciale

Una vocazione speciale

Questa minuscola comunità cristiana è di una grande diversità. Ma ciò che mi colpisce sono i due elementi che fanno l’unità e l’unanimità di questa Chiesa: anzitutto è una Chiesa per il popolo dell’Algeria e poi è una Chiesa che testimonia in un ambiente musulmano. Questi due elementi ne fanno una Chiesa particolare e meritano d’essere assunti e vissuti. La scelta di vivere in questa Chiesa esige una vocazione speciale oltre a quella cristiana, sacerdotale o religiosa.

Rafiq Khoury

Tutto il popolo

Per me non è importante solamente la minorità di cristiani cattolici che sono davanti a me, ma tutto il popolo di Dio, compresi i musulmani che vi fanno parte. San Agostino diceva: “Se vuoi amare Cristo, estendi la tua carità a tutta la terra perché le membra di Cristo si trovano nel mondo intero”

Bonaventura, Padre Bianco tanzaniano.

Vicino a Gesù e come Gesù

La mia prima certezza è che uno solo è il vero prete, Gesù. Io mi sento un tassello del mosaico che lo rende visibile e gli permette di agire nel tempo e nello spazio. Nei miei primi anni di vita consacrata all’insegnamento dei giovani algerini ebbi l’impressione di separare vita professionale e vita di prete, servo della comunità cristiana. Meditando gli incontri di Gesù e scoprendo che al suo seguito siamo segni della sua presenza, ho ricevuto la grazia di capire che non c’è separazione tra le mie due vite: Come Gesù mi è stato dato di incontrare persone con le quali situarmi nella verità perché qualcosa nasca, cresca, migliori…
Non faccio che continuare la sua opera, alla sua maniera e alla mia, sui miei cammini della Galilea Algerina. L’importante e tenermi vicino a lui per vivere al suo posto gesti e parole e attenzioni che lui stesso vivrebbe. Poco importo che gli assomiglio poco. Non sono diventato pienamente prete il giorno della mia ordinazione, ma cerco di diventarlo un po’ più ogni giorno.”

Jean Marie, Costantine

Debolezza e gratuità

La gratuità è la caratteristica del nostro ministero. Come l’amore di Dio è per tutti, percepisco meglio che non sono prete solo per i cristiani, ma per ogni uomo al quale Dio mi manda. Capisco meglio ciò che significa servire in una Chiesa debole e fragile. E’ come diceva San Paolo, poi riaffermato da Charles De Foucauld: “La debolezza dei mezzi umani è causa di forza per rendere forte la speranza al cuore stesso delle nostre debolezze e delle nostre povertà”.

Daniel, Tamanrasset

Lasciare posto allo Spirito santo. Riconoscere la fede

Preghiamo lo Spirito Santo che vede le profondità di Dio di darci uno sguardo nuovo su l’Islam e i musulmani. Quante volte all’Eucaristia mettiamo insieme quanto ci è stato dato di vedere e di sentire durante la giornata o la settimana e che riceviamo come frammenti dell’Eucaristia viva nella vita di quelli e di quelle coi quali viviamo. La nostra preghiera e intercessione è abitata da quanto ci è stato dato di condividere come gioie sofferenze e suppliche. Sale allora dai nostri cuori la stessa espressione di Gesù davanti alla fede del Centurione o della Cananea : “La tua fede è grande!”.
La nostra Chiesa ha sofferto e soffre con tutto il popolo dell’Algeria a causa degli estremisti violenti. Ma può camminare dentro il suo popolo con tutti gli artigiani di pace e di fraternità. La nostra gioia di prete è di servire Dio umile e povero, sempre e già presente, nascosto nelle ombre e le luci della vita quotidiana, luminoso in tutti i volti di bontà.

Paolo Desfarges, vescovo di Costantine

L’eucaristia di mons. Tessier

Quando si celebra “l’Eucaristia tra le nazioni” non si può soltanto offrire la propria vita al seguito di Gesù per le nazioni, ma si può unire al sacrificio di Gesù e al nostro anche tutte le offerte degli appartenenti alle nazioni che le coscienze rette hanno suscitato. La maggior parte dei nostri fratelli e sorelle dell’Islam non sono visibilmente presenti nel luogo dove noi celebriamo l’Eucaristia. Noi li introduciamo spiritualmente nella nostra Eucaristia perché è con loro e tra loro che abbiamo vissuto le nostre giornate ed è per loro che domandiamo la comunione (tra noi e con loro). E se come arriva spesso, degli amici musulmani ci hanno domandato di pregare per loro, allora la nostra celebrazione si fa ancora più aperta e sicura nella nostra offerta con loro e per loro del sacrificio di Gesù.

Come un recipiente d’acqua

A che cosa assomigliare la mia vita di prete in Algeria? A volte a un talento nascosto a terra. A volte a un seme nel terreno. Preferisco l’immagine della guerba, un otre in pelle d’animale contenente l’acqua che i nomadi tengono nella tenda o in viaggio o appesa al pozzo perché quelli che passano, poss

Robert, eremita

L’Annunciazione, festa nazionale islamo-cristiana

Marialaura Conte, il 29 marzo 2010, scrive dal Libano.

Qui il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria, da quest’anno diviene festa nazionale. L’iniziativa, avviata dallo sheykh Mohamad Nokkari, musulmano sunnita, si propone di aumentare l’intesa nazionale e l’amicizia tra comunità, a partire dalla valorizzazione della figura della Vergine Maria, punto di riferimento importante per i cristiani e per i musulmani, e di un particolare episodio della sua vita, l’Annunciazione, raccontato nel Vangelo e nel Corano. (…) L’idea gli è venuta per il posto rilevante che la Santa Vergine occupa sia nel pensiero cristiano che in quello islamico e per la volontà di unire musulmani e cristiani intorno a questa idea.

Azraqui (m.524/1130), il celebre storico della Mecca narra che quando Muhammad diede l’ordine di ‘ ‘purificare’ la Ka’ba dagli idoli che vi si trovavano e dalle immagini che figuravano sulle sue pareti, protesse con la mano un ritratto di Maria e Gesù e disse ai suoi discepoli:”Cancellate tuitti i dipinti di questo muro salvo questo”

Lo cheykh Nokkari dice: “Infatti, se Eva è la nostra madre biologica, abbiamo tuttavia un’altra madre accogliente e premurosa che si preoccupa della sorte di cristiani e musulmani. Una madre che ci protegge che ci riempie di amore e tenerezza. Partendo da queste considerazioni mi sono impegnato a far istituire una festa mariana comune per cristiani e musulmani. Una festa in cui i fedeli delle due religioni si riunissero per invocare la nostra comune Madre: la Vergine Maria. (…)

Come il Vangelo, il Corano menziona, con alcuni dettagli eloquenti, l’episodio dell’annunciazione e della nascita miracolosa di Cristo. Nel Corano nessuna altra donna è citata con il suo nome per nome. Quello di Maria vi ricorre 36 volte e un lungo versetto le è dedicato. Il suo posto di «eletta fra tutte le donne del creato» è definitivo. È un titolo che vale sia per la sua vita terrena che per l’aldilà.

La scelta dell’Annunciazione come festa “federatrice” dovrebbe ricevere echi molto favorevoli in entrambe le comunità. (…) La mia insistenza per rendere la data un giorno festivo è stata accettata senza alcuna esitazione dal nuovo Primo Ministro in occasione della visita che gli ho reso come membro del neonato “Incontro Islamo-Cristiano attorno a Maria”. (…) Già questo incontro comune intorno a Maria è considerato un avvenimento particolarmente importante nella storia delle nostre due religioni. Una volta di più, la Santa Vergine elargirà il suo amore su tutta l’umanità. Il Libano dimostra ancora una volta di essere, più che un paese, un messaggio”.

Messaggio dei vescovi francesi ai cristiani d’Oriente

Messaggio dei vescovi francesi ai cristiani d’Oriente.

«Sappiamo che molti di voi sono tra i nostri fratelli cristiani che, in tutto il mondo, soffrono di più a causa della loro fede. State vivendo troppo spesso paura, umiliazioni, violenze. Alcuni di voi hanno pagato con la vita il loro amore per Cristo. Non dimentichiamo la parola dell’apostolo Paolo: “Quando un membro soffre, tutti condividono la sofferenza” ( 1 Co 12, 26 ). Ringraziamo Dio per il  vostro coraggio nella fede. Vi trasmettiamo il nostro affetto fraterno e vi rinnoviamo il nostro sostegno attraverso i diversi organismi di solidarietà. E preghiamo perché in tutte le nazioni siano rispettate la libertà di coscienza e la libertà religiosa. Con tutto il cuore, con tutti voi».

A volte mi giungono notizie dirette da amici che mi dicono che non ce la fanno più. L’unica speranza è quella di poter fuggire. Intensifichiamo la nostra preghiera. Noi possiamo, o meglio, Dio può fare qualcosa.

Sincerità nel condividere

Cari amici, vi auguro che siano belli anche gli ultimi giorni di vacanze, per chi li fa e per chi non li fa. Vi devo dire che qui fa ancora terribilmente caldo, raggiungendo anche i 50 gradi all’ombra… dove c’è! Pensate agli amici musulmani che vivono il Ramadan. Eppure vedo i miei amici contenti… Stanno vivendo anche dei bei valori di disciplina, di preghiera e di amicizia fraterna. Ricordiamoli nella preghiera.

È la terza sfida che hanno insieme cristiani e musulmani, ha detto il card. Tauran, presidente del Pontificio Istituto per il dialogo interreligioso, il 17 novembre 2009.«La sfida della sincerità è  dialogare proponendo la propria fede, dentro i limiti del rispetto e la dignità di ognuno»

È anche disponibilità a riconoscere la verità e a far conoscere ciò che pensa.
Mentre riflettevo su questo tema mi è arrivata la notizia della morte di Rania, donna musulmana che mesi fa, nel pellegrinaggio a Tamanrasset, era seduta accanto a me nel luogo della morte di Charles De Foucauld e raccontava al gruppo alcuni momenti dell’eremita e dello studioso.

Chi è Rania? Traduco da un notiziario appena giuntomi: «Rania, una giovane donna musulmana di 32 anni è deceduta pochi giorni fa, trasportata dalla corrente improvvisa di un a Tamanrasset. Tragedia per la sua famiglia e per tutta la comunità cristiana. Da alcuni anni era stretta collaboratrice di piccolo fratello Antonio Chatelard, negli studi su Charles de Foucauld. Accompagnava i gruppi di turisti soprattutto a visitare il Bordj, dove era stato ucciso Charles de Foucauld. Fu presente a Roma alla beatificazione e diede una lunga testimonianza (http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=2756)

che ci aiuta a capire il cammino di una musulmana sui passi di De Foucauld. Alcuni stralci: «I visitatori, anche musulmani, mi chiedevano, il perché del mio studio, lavoro, accompagnamento di frère Charles. Mentre cercavo di capire, mi accorgevo che stavo cercando di capire me stessa.

Lessi la sua ricerca nei momenti più difficili della sua vita e il suo sforzo per uscirne. C’è voluto del tempo. Non è stato facile. Avevo paura di perdere la mia identità e le mie radici. Mi sembrava di trovarmi in un crocevia di separazione. Al contrario lo vivo come un crocevia di incontro e di comunione. Attraverso lì, ho scoperto quanto c’è in me di ricco e di unico, senza aver perso la mia identità. Cammino sugli stessi passi di frère Charles e trovo la forza di vivere il mio cammino senza paura».

Comunicandoci la notizia, il vescovo, mons Rault scrive: «Molto vicina alla comunità cristiana è rimasta se stessa: donna musulmana di grande fede e ardore di vita. Rania appartiene a Dio. Ha raggiunto tutti coloro che come Maria hanno detto il loro “sì” , appartenenti a qualsiasi credo».

È questo “sì” che i membri del dialogo vivono e comunicano. Un “sì” a se stessi, a Dio, agli altri, in una ricerca continua fedele al progetto di Dio su ciascuno di noi. È la sincera voglia di impegnare la propria vita, di darle un senso e di condividerlo. I membri del dialogo, musulmani e cristiani, si impegnano alla coscienza del “Dono di Dio” ricevuto e vissuto in uno scambio di valori vitali in sincerità, disposti continuamente anche alla revisione.

E lo studioso islamico Yahya ‘Abd al-Ahad Zanolo scrive: «La sincerità… potrà essere ciò che veramente accomuna i veri dialoganti, che in essa troveranno un mezzo per non confondere ciò che è universale e spirituale con i propri interessi particolari e materiali».

In momenti sinceri che vivo con alcune persone, mi lascio sorprendere a qualcosa di bello. Cresce un rapporto. Nel dialogo e nell’amicizia, ognuno sente gioia a dire quello che trova e che vive in profondità. Percepisce e apprezza il cammino e le ricchezze dell’altro, sente che tutto ciò supera le diversità, e ognuno si sente bene com’è. Ma qualcosa cresce… senza paura di dargli spazio e senza paura di dover lasciare qualcosa.

Testimonianza e conversione sono vissuti insieme

Il tema di vivere un rapporto con la propria identità è frequente qui in Algeria tra cristiani, e non è un tema facile e tranquillo. Si rischia di toccare sensibilità differenti e imbattersi in espressioni che esigono di essere ben capite. C’è chi dice che non bisogna avere paura di annunciare, che si tratta di un dovere e di un diritto da difendere e c’è chi dice che è meglio attendere tempi migliori e che si può vivere l’annuncio con la testimonianza della vita. Si sa ben chiaro che in un paese in cui la religione ufficiale è l’Islam, la legislazione non permette nessun proselitismo, e l’agire di nuclei di religione diversa è ben regolamentato, anche all’interno della religione islamica. Questo non solo qui in Algeria, ma anche in altri paesi e non solo quelli islamici.

Perché il discorso non resti astratto, preferisco partire da piccole esperienze vissute.

1. Quando ero in Camerun e cioè fino al 2006, la religiosa che viveva a Salak (Nord Cameroun) mi raccontava: – C’è una vecchietta che viene ogni tanto a curarsi di una piaga alla gamba. Non sono infermiera. Le presento dell’acqua calda con del permanganato. Lei si lava, sente subito un beneficio e se ne va contenta. Ieri sera ha chiamato un ragazzo e gli ha detto: Non ho mai visto Dio. Sai cosa ho pensato? Penso che Dio deve avere la faccia della suora che mi vuol bene-.

2. Una religiosa che vive da anni qui in Algeria accoglie una ragazza che le dice: “Tu sai quanto ci vogliamo bene. Ora prendo il coraggio di dirti: Perché non dici anche tu la Shahada (la formula della fede dei mussulmani). Anche tu puoi andare in Paradiso, staremo insieme.” Ciò è capitato anche a me da parte di alcune vecchiette musulmane che mi volevano bene.

3. Una donna alla suora: “Dopo anni di amicizia ho pensato di farmi cristiana. Sai perché lo dico a te per prima? Perché non me lo hai mai chiesto”.

Questi fatti mi permettono di vedere il tema dell’annuncio e della conversione in fondo al cuore. Nella vita vissuta con una fede profonda e fattiva e quando i rapporti con la gente sono belli e veri, può scattare qualcosa che diventa annuncio di una novità, un’irruzione. E questo spontaneamente, naturalmente. Ma facciamoci, prima, delle domande?

Le religiose e la ragazza fanno proselitismo? Il proselitismo è voler conquistare alla propria causa. Ma la vera amicizia non si propone questo. L’amicizia è camminare insieme accettando le differenze, e crescere insieme. E’ una vera conversione non vissuta separatamente, ma insieme. E’ scambiarsi convinzioni profonde, in una testimonianza reciproca. In questo caso, la testimonianza alimenta le persone di valori vitali.  Ma poi, per certe situazioni, la testimonianza non è sufficiente per un cammino impegnato.

Se rileggo quanto ho vissuto in Camerun, assistendo allo sviluppo delle comunità cristiane, l’inizio del cammino nasceva in mille modi: amicizie, occasioni delle feste, l’aiuto o l’esempio o la gioia di qualche o dei cristiani. Ma poi tutto questo necessitava un accompagnamento…e non tanto semplice.

In pochi termini parlerei di testimonianza, di annuncio, di accoglienza, di accompagnamento. Tutto si sviluppa dentro il “vento di Dio”. La conversione è di chi annuncia e di chi accoglie. Più che di cambiamento si può parlare di continuazione e sviluppo della tua fede che vivi come cristiano e come musulmano o altro.

E’ normale per un cristiano e per un musulmano che vivono la loro fede, trasmettere, irradiare, far sapere, spiegare quello che prorompe dal cuore. Vita, servizio, dono di se, gioia, parola, sono testimonianza, annuncio, accompagnamento.

Gli ambienti e i tempi, facili o difficili, possono determinare modi e tempi di espressione e di esternazione, ma mai annullarli. I più efficaci, per lasciare che la persona e lo Spirito di Dio facciano il loro lavoro e cammino secondo il loro ritmo, sono il rispetto, la discrezione, l’umiltà, la pazienza, e il sentimento di lasciarsi condurre da Dio.

La carità

Sono stato oggetto di tante gentilezze e a volte le attribuivo a un senso di gratitudine per le buone relazioni vissute con chi mi ha preceduto o per i piccoli servizi che rendevo. Ma approfondendo il dialogo e la conoscenza dell’ambiente, ho trovato il grande valore della carità vissuto normalmente dalla gente. Alcune donne mi raccontano che quando preparano un buon pranzo, pensano subito a portarne una parte a qualche vicino, preferibilmente a un povero. Quando vanno al cimitero, portano sempre qualcosa da mangiare ai poveri o, in mancanza di cibo, danno un’offerta.  In momenti di necessità la carità è come una medicina. Durante il Ramadan, i gesti di carità sono frequenti e la grande festa conclusiva diventa meravigliosa per la condivisione e le relazioni riannodate. L’elemosina è uno dei cinque obblighi principali del credente e si attua nella forma obbligatoria (zakat) e quella volontaria (sadaqa). Alla base c’è l’idea che il padrone di tutto resta il Creatore e l’uomo è solo amministratore dei beni ricevuti.
Nel Dizionario del Corano di Mohammad Ali Amir-Moezzi, trovo le seguenti spiegazioni sotto la voce Sadaqa (elemosina): «L’uomo pio è descritto come “colui che dà i suoi beni facendo elemosina”. Questo ha valore di purificazione e di accrescimento. L’elemosina purifica i beni e l’anima e il merito che da esso deriva si moltiplica nell’Aldilà. La distribuzione dei beni è prima di tutto un dono che l’uomo fa alla propria anima proteggendola contro la sua avarizia». (64,16). «Prospererà chi si purificherà, il nome del Signore ripeterà, pregherà». (87, 14-17).
Il Corano associa costantemente la preghiera all’elemosina. «La pietà non consiste nel volgere la faccia verso l’oriente o l’occidente ma è quella di chi crede in Dio, e nell’ultimo giorno, e negli angeli e nel libro e nei profeti, e dà dei suoi averi, per amore di Dio, ai parenti e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e per riscattare prigionieri, è quella di chi compie la preghiera e paga la decima» (2,177).
Il saggio Al Abshihi (m 1446) scrisse: «Gesù ha detto: Chi manda via un mendicante lasciandolo deluso, gli angeli non faranno visita a quella casa per sette giorni».

Il Papa in frontiera a Cipro

Non le folle oceaniche, ma la piccola comunità. L’ho seguito alla televisione con gioia indescrivibile, me lo sentivo vicino. Cari amici, mi piacerebbe condividere con voi la riflessione che sto facendo dopo la visita del Papa a Cipro. Penso che Benedetto XVI debba aver fatto una esperienza profonda, trovandosi alla frontiera e a contatto concreto con delle realtà che esistono, nuove, non soltanto all’interno delle religioni che conosciamo, ma anche all’esterno, in un mondo secolarizzato. La sua presenza è stata un’occasione per molti di avvertire e di dire che lui, la Chiesa, hanno ancora qualcosa che li interessa. Ha detto: «Nel mondo attuale costatiamo sotto molti aspetti il dovere di ritornare alle radici dello spirito dell’evangelizzazione, in un mondo che veramente non accetta o conosce male il messaggio del Vangelo e al quale siamo ancora in dovere di portarlo».
Il mondo ha ancora bisogno di una Notizia, buona. Quale?
Le radici dello spirito dell’evangelizzazione cosa sono, quali sono?
Mi piacerebbe sentire da lui che cosa ha provato, incontrando cristiani che vivono nella discrezione, prudenza, credendo all’incontro quotidiano. Lo sapeva già, ma credo che l’esperienza della Chiesa povera e nascosta gli abbia permesso di sentirne la vitalità e la vicinanza a Gesù. Durante il viaggio in aereo aveva detto: «Dobbiamo essere più consapevoli, approfondire anche i dettagli, anche se le culture diverse e le storie diverse hanno creato malintesi e difficoltà, cresciamo nella consapevolezza dell’unità nell’essenziale. Vorrei aggiungere che  naturalmente non è la discussione teologica che crea di per sé l’unità: è una dimensione importante, ma tutta la vita cristiana, il conoscersi, l’esperienza della fratellanza,  imparare nonostante le esperienze del passato, sono processi che esigono anche grande pazienza. Stiamo proprio imparando la pazienza, l’amore, e con tutte le dimensioni del dialogo teologico andiamo avanti  lasciando al Signore  quando ci dona l’unità perfetta».
Durante la messa a Nicosia, ha ricordato l’importanza della croce: «Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della Croce del Signore»
In Medio Oriente,  i cristiani sono in minoranza e soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose. Per questo, ha detto: «Molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso». Ma poi  ha precisato: «In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro».
Mi è piaciuto tanto il suo farsi vicino con discrezione e umiltà. Come Pietro, che aveva detto: «Date ragione della vostra speranza con dolcezza e rispetto. Sarà questo a toccare il cuore». (1 Pt 3,16)

Guardare al cielo

Per il mio cinquantesimo di sacerdozio mi fu regalato un viaggio a Tamanrasset dove visse e morì Charles de Foucauld. Rileggo nel mio diario: Viaggio verso l’Assekrem.

Sassi, sassi e poi sassi tra montagne di ogni forma: picchi, altipiani, e valli che non finiscono mai, qualche rigagnolo e piccolo lago. Una giornata intera tra i sassi. Charles ha voluto andarvi perché è lì che vivevano i tuareg, dove pioveva e crescevano i pascoli. È con loro che voleva vivere. Proprio in alto, a circa 2.600 metri, vedi il suo eremitaggio.

Aveva scritto: «La vista è la più bella che non si possa dire, né immaginare. Nulla può dare l’idea di foresta di picchi e di guglie rocciose che si ha ai propri piedi. È una meraviglia. Non la si può ammirare senza pensare a Dio. Mi è difficile distogliere lo sguardo da questa vista ammirevole, la cui bellezza e impressione di infinito ci ravvicinano a Dio, mentre questa solitudine e questo aspetto selvaggio ci fanno sentire che cosa sia essere soli con Lui: una goccia d’acqua nel mare».

Charles, come altri eremiti, ha saputo rendere importante e conosciuto questo angolo della terra, diventato luogo di incontro con Dio e coi fratelli. Ma c’è voluto un po’ di pazzia. I tuareg dicono in proverbi: «La verità è nascosta  tra le sabbie del deserto, affinché chi la scopre sia considerato un pazzo, la mente bruciata dalla solitudine e dal sole».

«Dio ha creato i luoghi ricchi di acqua perché l’uomo vi possa vivere ed ha creato il deserto perché l’uomo vi possa trovare la propria anima… Non l’uomo attraversa il deserto. È il deserto che attraversa l’uomo».

Piccolo fratello Ventura mi accompagna al mio eremitaggio: a circa un chilometro dall’eremitaggio di frère Charles e di quello dei piccoli fratelli. In questa stanza di sassi ho passato due notti e un bel tempo di solitudine. Non manca niente, niente è di più, tutto è pura semplicità. Lì, solo, guardi, pensi, mediti. Dio, parla ancora, comunica mostrando il creato. Continua a dire le sue prime parole di creatore: «Tutto è buono. Tutto è bello!». L’uomo, creato ad immagine di Dio percepisce il linguaggio di Dio.

Ho raccolto questo, sfogliando il quaderno delle testimonianze che la gente lascia scritte all’interno dell’eremitaggio.

Vedi i caratteri delle lingue del mondo. Ogni scritta ti fa sentire chi è musulmano, cristiano, indù, buddhista, ateo, in ricerca, ecc. Ma in tutti senti una sola cosa: la gioia di sentirsi lì e la sorpresa di avvertire una grande novità nell’esistenza.

Ne trascrivo solo due: «Non sono credente, ma oggi sono arrivato qui all’Assekrem. Ho letto qualche parola di Charles de Foucauld. Mi sento vicino a Dio e all’anima, alla grande anima, all’uomo, al santo. All’Assecrem ho toccato con mano la grandezza dell’universo. Ne sono affascinato».(H.H.)

«Come non pensare al creatore universale davanti a tanto splendore. Un paesaggio lunare, una vista magica che porta all’umiltà. Sufficiente per ricordare all’uomo che non è polvere e che deve tutto a Dio. Sufficiente per vivere felice». (M.)

 Al turista che vantava le gioie della città, il vecchio tuareg rispose: «Preferisco restare qui nel deserto, dove il cielo è sempre puro… La notte, quando alzo la testa, posso contemplare il cielo stellato… e medito».

Ha ragione. È la meditazione che dà senso alla vita.

L’ospitalità è sacra

L’ospite è l’inviato di Dio e come tale viene trattato. Tayeb, padre di una famiglia poverissima con molti figli, due dei quali oggi professori di liceo, in una notte fredda e piovosa incontrò un uomo senza dimora. Lo ha tenuto con sé per undici anni!
Anche nel cuore dell’islam l’ospitalità è sacra. L’offerta di cibo è importante quanto la preghiera o la fede negli angeli. Lo straniero è equiparato ai parenti prossimi (Corano 2,117; 2,215; 4,36; 30,37). Sono condannati gli avari (4,37).  Abramo è considerato l’iniziatore di tali leggi e comportamenti (Corano 11, 69-73 e 51, 24-36). Il riferimento ad Abramo mostra come il Corano riprenda e faccia proprie le leggi dell’ospitalità dei beduini e di molte altre civiltà.
Ancora oggi la gente mi parla delle loro nobili tradizioni e si mostra felice quando dico che anch’io sono stato accolto e mi trovo bene.

È utile ricordare come l’ospitalità sia stata vissuta e accolta reciprocamente tra appartenenti all’islam e non appartenenti, e come qualcuno l’abbia continuata in modo esemplare.
L’etiope al-Negashi, re di Axum, nel 615 accorda ospitalità a un gruppo di compagni e parenti del profeta Mohammed, quando la prima comunità musulmana era perseguitata alla Mecca.
Il profeta Mohammed accoglie a Medina nel 631 un gruppo di cristiani yemeniti venuti in delegazione da Najran. Si racconta ch’egli abbia concesso di celebrare nella sua stessa moschea.
L’algerino emiro Abd el-Kader al-Jazairi nel 1860 salva un gruppo di cristiani arabi di Damasco, accogliendoli nella sua casa
I sette monaci uccisi a Tibhirine, presso Medea, nel 1996, avevano offerto uno spazio per pregare (moschea), nell’interno del monastero ad alcuni vicini musulmani.
 
Benedetto XVI andando a Malta ha ricordato a tutto il mondo i frutti e i doveri dell’ospitalità. Accogliendo san Paolo «è nata la fortuna di avere la fede» e «Malta è il punto dove le correnti dei profughi arrivano dall’Africa e bussano alle porte dell’Europa. Un grande problema del nostro tempo… una sfida… per fare in modo che ognuno possa avere una vita dignitosa, da dovunque parta e ovunque arrivi».
Augurando buon viaggio al Papa, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica Italiana, si è mostrato d’accordo: «Il vecchio continente è chiamato oggi ad assistere ed accogliere, con spirito solidale e senza pregiudizi, coloro che cercano rifugio».

Fatelo con dolcezza e rispetto

Disse Gesù ai suoi discepoli: «Prendete il mio giogo sopra di voi, e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro».
Gesù aveva appena detto: «Ti rendo lode, o Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli. Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio». (Mt 11, 29).
In contrapposizione con quanto insegnavano Scribi e Farisei, Gesù annuncia l’amore del Padre e il suo amore per il Padre. È perché è stato mite, umile e obbediente. A questo possono far parte anche i suoi discepoli. Non è un “giogo” di servi, ma di figli. Gesù si propone come esempio e insegna come vivere i rapporti col Padre e coi fratelli. Gesù non impone, fa nascere e insegna a far nascere dal cuore un sì di fiducia e di gioia
Scrive il Card. Martini: «Mitezza è la capacità di cogliere che, nelle relazioni personali che costituiscono il livello propriamente umano dell’esistenza, non ha luogo la costrizione e la prepotenza, ma la passione persuasiva, la forza e il calore dell’amore».
È quanto visse Francesco d’Assisi. Padre Massimiliano Mizzi Ofm Conv. scrive: «Francesco è andato dai Musulmani con mitezza e bontà e non con la spada dell’odio ma con rispetto come ad un fratello che gli vuole bene. È andato con il messaggio dell’amore. Il Sultano ha capito che Francesco voleva solo il bene della sua anima non di soggiogarlo arrogantemente al cristianesimo. Il Sultano che, da parte sua “era incline alla mitezza” l’ha capito subito e accettò di dialogare con Francesco e il loro dialogo era basato sul rispetto da tutte e due le parti che, nel dialogo, è una regola fondamentale . (…) Un’altra cosa da notare è che Francesco era pronto a subire la morte piuttosto che usare violenza con il dissidente».
Ai cristiani perseguitati, l’apostolo Pietro consigliava: «Date ragione della vostra speranza con dolcezza e rispetto. Sarà questo a toccare il cuore». (1 Pt 3,16)
Lasciarsi amare
Arrivato in Algeria tre anni fa, avevo paura. In Europa si comunica solo attentati e crudeltà. Io vivo tra amici. Quanti momenti belli di accoglienza e di bontà. I primi giorni, trovandomi senza pane, una persona è venuta alla porta con un bel pane. Un altro giorno mi sono commosso ancora di più quando i vicini si erano accorti che non avevo più gas e a mezzogiorno in punto uno è venuto con un pasto completo di cous cous e con una bottiglia di sugo di frutta e una bella mela. Ora le attenzioni da parte di tante persone sono aumentate. Quando alcune mamme di alunni mi portano qualcosa esclamo scherzando: «Che persecuzione di affetto!».
È bello lasciarsi circondare così. È bello amare e lasciarsi amare. Trovo questo anche nel pensiero di alcuni saggi islamici, attribuito a Gesù.
Dio ha detto a Gesù in ispirazione: «Quanto a mitezza sii per la gente come la terra sotto di loro, come acqua corrente quanto a generosità, e quanto a misericordia come il sole e la luna sul giusto e sull’empio».
Al Balawlli, m. 1.207