Lettera a un amico musulmano

Mio fratello musulmano. L’altro giorno mi hai chiesto perché non mi facevo musulmano. Sorpreso, non ti ho risposto subito. Poi mi son detto e ti dico: “Perché tu non ti converti al cristianesimo?”

In realtà queste domande non ci fanno avanzare nelle nostre relazioni. Il più importante è di credere che Dio è con ciascuno di noi. Tu sei mio fratello. Non sono diverso da te. Solamente, io credo in Dio tramite Gesù. Tu, tramite il Corano. Noi viviamo insieme, crediamo nell’unico Dio. Dobbiamo rispettarci e conoscerci di più e creare un clima di tolleranza e di fiducia. Per noi cristiani, il primo comandamento è di amare Dio più di tutto e di amare il prossimo come se stessi. E per voi musulmani, qual è la prima esigenza? Non aver paura di avvicinarti a me. Frequentarmi non è un peccato, anche se la società insiste a farti pensare che l’Islam à l’unica via di accesso al Paradiso.

Ricordati che un giorno mi hai chiesto di bruciare una candela secondo le tue intenzioni. L’ho fatto con la mia convinzione e l’ho presentata a Gesù e ho chiesto a Maria che tu sia esaudito. Il mio desiderio più vivo è che possiamo trovarci in uno scambio che ci arricchisca della fede dell’altro.  Questo scambio ci porterebbe a una migliore conoscenza di Dio e amplierebbe la nostra preghiera. Ti abbraccio, fratello.

(Dal bollettino diocesano di Costantine)

Charles de Foucauld parla e prega ancora

In una stanza di Beni Abbes (Algeria) che conserva ancora la sua valigia-cappella, uno dei tabernacoli da lui fatti, la grata confessionale inserita in una porta, il dizionario Tuareg da lui composto e i disegni che faceva nei suoi viaggi, si possono vedere foto e scritte che riportano il suo cammino verso Tamanrasset, dove fu ucciso nel 1916. Vi invito a leggere:

L’islam ha prodotto in me un grande cambiamento. La vista di questa fede di queste anime che vivono nella continua presenza di Dio mi ha fatto intravedere qualche cosa di più grande, di più vero che le occupazioni mondane.

Voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, ebrei, idolatri a guardarmi come un fratello universale. Cominciano a chiamare la casa “la fraternità” (la Khaua in arabo) e questo mi è dolce.

Bisogna passare per il deserto, e restarvi, per ricevere la grazia di Dio. E’ là che ci si svuota che si caccia da se tutto ciò che non è Dio.

Tutti gli uomini sono dei figli di Dio. E dunque impossibile voler amare Dio senza amare gli uomini. Più si ama Dio e più si ama gli uomini. L’amore di Dio è tutta la mia vita, sarà tutta la mia vita, lo spero.

Ecco ciò che sono venuto a fare: lavorare per stabilire la fraternità sulla terra. Fare che regni questo amore, questa fraternità che il cuore di Gesù vi ha portato dal cielo.

Faccio fatica a staccare questa vista meravigliosa di cui la bellezza e l’impressione di infinito avvicinano tanto al creatore. Nello stesso tempo la sua solitudine e il suo aspetto selvaggio mostrano quanto si è soli con lui.

Dalla stanza si passa alla cappella da lui voluta. Questa unità tra vita e Eucaristia ci fa capire De Foucauld. Scrive il teologo Pierangelo Sequeri: “Quello di De Foucauld appare un mondo sin troppo affollato di relazioni: e fitto di incessante conversazione con il suo “popolo adottivo”.

Impressionante è piuttosto, se si vuole, il fatto che questa continua relazione e conversazione sia perfettamente sovrapposta con una totale relazione/conversazione- apparentemente altrettanto fitta e ininterrotta- con il suo Signore. Il suo Signore è lì perché lui ce l’ha portato. E Gesù-fratello si concede a questa abitazione: cosa della quale de Foucauld non finisce di stupirsi e di commuoversi.

(…) Il mistero della viva presenza del Signore trae la sua inconfondibile evidenza di prossimità semplicemente dal fatto che è povero, semplice, ‘piccolo’, ‘nascosto’, e ridotto all’essenziale tutto il resto”. (Pierangelo Sequeri Charles de Foucauld , Il Vangelo viene da Nazareth, VeP)

Dieci giorni con Charles de Foucauld a Beni Abbes

Continuo a essere fortunato. Le novizie delle Piccole Sorelle di Gesù stanno vivendo il noviziato proprio dove Charles aveva vissuto alcuni anni in attesa di entrare in Marocco. Da lì poi aveva sentito il richiamo di andare tra i tuareg a Tamarasset. Accanto alle Piccole Sorelle vivono anche tre Piccoli Fratelli che custodiscono l’eremitaggio di Charles de Foucauld sempre visitato da algerini e da stranieri. Proprio in questi giorni ho visto l’Ambasciatore di Spagna con la moglie, naturalmente massicciamente scortati da un esercito di polizia e di militari. Le Piccole Sorelle mi avevano invitato a passare con loro dieci giorni per dare un corso di catechesi sul tema: “I Sacramenti fanno del cristiano un’immagine di Gesù”.

La fortuna per me è stata di sentire presente il grande eremita Charles in quel luogo di silenzio e di preghiera. Lo auguro a tanti sacerdoti e a tutti. Questi Piccoli Fratelli e Sorelle oltre ai luoghi di Charles hanno ricevuto il dono per tutta la Chiesa di mantenere viva una presenza fraterna tra i mussulmani. Vi vedi tante cose appartenenti a Charles, ma il luogo dove lo senti adorare è quella chiesa di terra e di sabbia coi suoi dipinti.

Oltre a lui mi ha interessato come vivono i Fratelli e le Sorelle. Con loro fino a pochi anni fa aveva vissuto un certo son Ermete Sattoloni della diocesi di Nocera Umbria che dopo alcuni anni di parroco aveva voluto vivere a Beni Abbes, fattosi anche lui Piccolo Fratello assieme a Carlo Carretto. Leggete quanto scrive un suo amico prete, Alessandro Pronzato, venuto a visitarlo.

«Fratel Ermete manovra la cazzuola con disinvoltura e non ha certo paura dei calli alle mani. Si distinguono perfettamente quando innalza l’ostia, oppure apre le palme al “Padre Nostro”. Fanno un bel vedere.

Due giorni prima della mia partenza, è venuto a cercarmi nella cella, prima ancora di andarsi a rinfrescare. “Sai? Alessandro, oggi mi è successo un fatto curioso. Un manovale della mia squadra, durante la breve sosta di mezzogiorno, mi ha domandato all’improvviso: ‘Ermete, spiegami un po’ che cosa ha fatto di straordinario per te Gesù Cristo che lo ami tanto’. Non so se ti rendi conto…È la prima volta, in tre anni, che mi sento rivolgere una domanda sulla mia fede. Guarda che strano. Embé, che devo dirti, Alessandro? Sono contento”.

Non posso guardarlo negli occhi. Ma mi porto dentro l’avvenimento. Mi servirà, ne avrò bisogno, senza dubbio. Una parola su un argomento religioso in tre anni.

Penso ai nostri trionfalismi, alle nostre cifre, statistiche, registri, alle nostre “molteplici attività apostoliche”, all’ansia di vedere dei risultati, allo scoraggiamento per gli insuccessi, alle proteste contro l’indifferenza della gente e i tempi cattivi… “ma vale la pena di continuare cosi?”, “che cosa ci sto a fare in un ambiente come questo?”, “…per quel che ottengo..;”.

Ermete, invece, è felice. Ce l’ha fatta a piazzare una parola in tre anni. Un seme piccolissimo, invisibile, che “si perde” nella sterminata vastità del Sahara.

Può darsi, che fra tre anni, abbia la possibilità  di buttarne un altro in quel deserto immenso, terrificante e meraviglioso.

Lui è felice. Perché sa che il deserto fiorisce soltanto a questo prezzo della pazienza, dell’amore. Non ha tempo di controllare i risultati, Ermete. Deve lavorare. Domani partirà presto, come al solito. E, come al solito, si sarà alzato due ore prima, per pregare.

Non dimenticherà certo di mettersi sotto l’ascella il lungo sfilatino. Al silenzio c’è avvezzo. Al digiuno, no. A quello sono abituati soltanto i suoi compagni musulmani che però si mangiano quotidianamente il suo pane. E magari sono curiosi di sapere cos’è Gesù Cristo per Ermete, proprio perché vedono che cos’è Ermete per loro.

Ermé, non ha per caso un piccolo seme di pazienza da gettare nel mio deserto di tutti i giorni?».

Le festività nel mondo islamico

 

Le festività nel mondo islamico sono essenzialmente due ed entrambe sono festività religiose, con un ben preciso significato. Aid al Fitr, o Festa dell’interruzione, si celebra alla fine del mese di Ramadhan, consacrato al digiuno, all’espiazione e alla preghiera. La festa del Fitr è una festa gioiosa, in cui i musulmani, dopo i sacrifici del mese di digiuno, rendono grazie a Dio per averli sostenuti nello sforzo e, contemporaneamente, assolvono l’altro pilastro dell’islam e cioè la raccolta della zakat, o elemosina legale che spetta ai bisognosi.
L’altra festività è Aid al Adha, o Festa del Sacrificio, che ricorre alla fine del Dhul Hajj, il mese del pellegrinaggio alla Mecca, ed è comunemente chiamata “festa grande”, per l’importanza che riveste nel mondo islamico. Di norma, la Festa del Sacrificio cade circa settanta giorni dopo la Festa del Fitr.
I musulmani affermano che le due Festività rappresentano una misericordia di Dio verso essi, per cui sono incoraggiati a viverle con gioia, felicità ed unione. Non è permesso digiunare durante i giorni di festa, anzi, l’islam invita i credenti e le loro famiglie a festeggiare anche attraverso la preparazione di cibi speciali e dolci da condividere con vicini di casa, amici e bisognosi. Le feste islamiche hanno un preciso significato spirituale, quindi esse vanno celebrate in primo luogo rendendo culto al Signore, attraverso la preghiera comunitaria che, solitamente, viene celebrata all’aperto.
Tutti i musulmani sono chiamati a partecipare alle feste comunitarie, come testimonianza della loro fede e per confermare il senso d’appartenenza alla famiglia dei credenti, l’Umma musulmana. Le feste iniziano quindi con la preghiera e con il ricordo di Dio: il musulmano e la musulmana, vestiti con i loro abiti migliori, s’incontrano, si porgono gli auguri e rendono le feste un’occasione di dawah, avendo l’opportunità di spiegare, a coloro che fossero interessati, il significato dell’islam e delle feste che lo caratterizzano. È molto importante trascorrere le feste con parenti ed amici, visitando, se è possibile, anche coloro che sono lontani, poiché ciò aiuta a rinsaldare i vincoli familiari ed affettivi, esigenza sempre molto sentita in ambito islamico.
Di solito, durante queste due grandi festività, i musulmani decorano le proprie case con festoni, ghirlande e luci colorate, e fanno regali ai propri bambini. Ogni nazione a maggioranza musulmana ha poi le sue tradizioni specifiche e particolari riguardo ai cibi da preparare ed al tipo di festeggiamento, ferme restando le regole generali della Sunnah del Profeta dell’islam, secondo le quali le feste sono un’occasione di gioia e di divertimento, ma questi non devono far dimenticare il significato religioso profondo che Dio ha dato loro. Sono quindi incoraggiate le buone azioni, la condivisione, la moderazione.
In Medio Oriente, nell’area siro-palestinese, oltre ai piatti tipici a base di agnello preparati soprattutto durante la festa dell’Adha, nelle festività si usa mangiare ed offrire agli ospiti dolci tradizionali ripieni di datteri, chiamati per l’appunto ka’ek al Aid.


Fonte: http://sulayr1970.spaces.live.com/blog/cns!E9C3E6A0A1C8BC73!2249.entry

 

La missione è “visitazione”

Maria va a visitare Elisabetta e porta in se un segreto vivo. Anche Elisabetta porta in se un bambino. Le donne non conoscono quale rapporto ci sia tra i bambini. Il saluto di Maria portatore di pace e la lode e la gioia di Elisabetta si trasformano in Magnificat, lode, annuncio di Dio.

«La nostra Chiesa non ci dice – scrive il monaco Christian de Chergé, priore di Tibhirine,ucciso con altri sei confratelli nel 1996 – quale sia il legame esatto tra la Buona Novella che noi portiamo e il messaggio che fa vivere l’altro (i fedeli dell’islam e altri)… Nonostante ciò, se siamo attenti e ci situiamo allo stesso livello, il nostro incontro con l’altro con l’attenzione e la volontà di raggiungerlo, e col bisogno di lui per quello che è e per quello che ha da dirci, allora veramente, egli ci dirà qualcosa che raggiungerà ciò che noi portiamo, mostrando che c’è connivenza…».

Anche Gesù ha visitato e si è lasciato visitare ogni volta che proclamò con commozione: «La tua fede è grande».

E Pietro con sorpresa dice di Cornelio: «Ora capisco veramente che Dio non fa differenza tra le persone: ogni uomo, di qualsiasi nazionalità, che lo rispetta e fa ciò che è giusto, gli è gradito!».

La missione, cosciente dei valori presenti e vissuti nelle popolazioni che raggiunge, sta cambiando.

Non è solo, ed è sempre meno, convertire, insegnare, ma incontrare, cercare insieme, condividere, dialogare, cooperare. Certo, arriva anche la conversione, ma di entrambi. Tutti, scambiandosi i doni di se stessi, crescono verso una nuova umanità, immagine del Risorto.

La missione continua la visita uequesto comportamento di Dio come canta Zaccaria: «Benedetto Dio d’Israele perché ha visitato il suo popolo e compiuto la sua liberazione».

 

Auguri!

 

Carissimi, visto che tutti si affrettano a cercare i regali più belli, mi affretto anch’io a offrirvi i miei auguri più belli. Il cuore sia aperto alla speranza, alla fiducia, alla bontà profonda del cuore. Come vedete dai miei scritti, sono contento di vedere in silenzio che anche qui il Signore è presente. Vi sono vicino e lo sarò ancora più vicino a Natale.

Mi hanno chiesto di dare una testimonianza alla marcia e alla giornata per la pace che si terrà a Ancona. Dal 20 dicembre al 3 gennaio sarò a Milano, Treviso, Ancona…

Il Bambino Gesù vi benedica!

Incontro sereno e graduale

Un incontro sereno e graduale. È ciò che desidera il cardinal Jean Louis Tauran dopo quattro giorni vissuti in Pakistan per ottenere la liberazione di Asia Bibi, la cristiana condannata a morte per bestemmia. Affrettare le cose sarebbe contro producente. Si rischia di mettere in pericolo la vita dei familiari della cristiana. Il cardinale ha incontrato il presidente Ali Zardari e il ministro incaricato delle minoranze religiose. Il caso continuerà ad essere esaminato secondo una procedura giudiziaria normale. La “grazia” presidenziale urterebbe gran parte della popolazione, non ancora preparata ad accettare e a convivere con altre “minoranze”.
Mi trovo pienamente d’accordo sia sulla pressione internazionale in favore di Asia Bibi e spero continui, e sono d’accordo col cardinale. Ottenere il rispetto dei diritti umani, e la reciprocità rispettosa dei comportamenti e delle relazioni, non può essere solo frutto di decisioni autoritarie ma di una coscienza matura di tutte le componenti sociali.
La popolazione di un Paese non può superare le barriere tradizionali vissute per secoli, e la convivenza non è solo “lasciar vivere”, ma sentirsi parte di uno stesso organismo, di una stessa famiglia.  È necessaria una più profonda conoscenza reciproca e una complementarietà di vita. Si tratta di far crescere una nuova coscienza, una nuova religiosità. Questo da tutte le parti, sia maggioritarie e sia minoritarie.

Quando vivremo veramente il più profondo delle nostre tradizioni?

«Non fare a nessuno ciò che non piace a te». Ebraismo, Talmud, Shabbat 31. Tobit 4:15.
«Nessuno di voi è un credente fin quando non fa al fratello quanto desidera per se». Islam, IV Hadith o fan-Nawawi 13
«Questa è la sintesi di tutti i doveri: non fare agli altri quanto fa male a te». Induismo, Mahabharata 5: 1517
«Non far male agli altri con quanto fa male a te». Buddhismo, Udana-Varga 5.18
«C’è un’idea che dobbiamo mettere in pratica tutta la vita? Eccola: fa agli altri ciò che vuoi gli altri facciano a te». Tradizione confuciana, Analects 15:23
«Non creare inimicizia con nessuno perché Dio è presente in tutti». Tradizione sikh, Guru Granth Sahib 1299; Guru Arjan Devij 259
«Fra gli esseri umani è buono colui che non fa agli altri ciò che non è buono per se stesso». Tradizione zoroastriana, Dadistan-i-dinik 94:5
«Nella felicità e nella sofferenza, nella gioia e nel dolore dovremmo guardare agli altri come guardiamo a noi stessi, evitare di procurare agli altri qualsiasi sofferenza che troviamo insopportabile per noi stessi». Gianismo, Lord Mahavira, 24 th Tirthankara
«Fa agli altri ciò che vuoi gli altri facciano a te». Cristianesimo, Vangelo di Mt. 7,12
da La rosa dei venti

Perché Gesù viene ancora ?

La bambina viene col fratellino per fare i compiti, la mamma è al lavoro. Dopo qualche giorno, domando: «Quanti siete in famiglia». Mi risponde: «Noi due e la mamma. Papà non è con noi». E il suo volto si intristisce… Mi sto accorgendo che sotto le domande e le prime cose che la gente mi racconta quando viene da me, vi sono situazioni difficili e attese più grandi. Spesso vedo, sento una solitudine, bisogno di relazioni…e perché vengono da me?

La Piccola Sorella è qui da sessant’anni. Ora ha qualche acciacco. Eppure continua a visitare famiglie, a rivedere persone, a passare del tempo con loro. La fondatrice, Piccola Sorella Magdeleine, era venuta dieci anni prima ad abitare coi nomadi, alla periferia della cittadina di Touggourt. Avevano lasciato il deserto per trovare qualcosa da mangiare: un brodo di carote e un po’ di cous cous. Qualcuno di loro andava in città… poi la polizia veniva a cercarli tutti e a ricacciarli a 5  km nel deserto… Erano i “ladri”. Magdeleine ottenne dall’autorità che chi mostrava un biglietto rosa con la sua firma non era importunato. La responsabile era lei. Viveva con loro.

 

Viene dal Camerun e vuol andare in Europa. Si ferma ad Algeri, qualche anno, con amici. Poi trova un’associazione ed viene aiutata a ritornare. Sulla via del ritorno bussa alla mia porta. Le do qualcosa e alcuni indirizzi, con la mia firma. Continuerà a bussare… sino al ritorno, a casa.

 

La lampada dice che è lì. Come quando sono arrivato in Algeria e gli avevo detto che ero venuto per Lui. «No, mi disse. Sono io qui per te».  E con Lui, la mia vita ha un senso.

 

«Sai che cosa ho capito – dice una vecchia a un giovane perché lo traduca alla suora che la cura -. IL volto di Dio deve essere come il suo volto».

 

Gesù nell’Apocalisse dice: «Ecco, io sto alla porta e busso»

Sì, Gesù, ritorna ancora nella persona che incontri. Gesù ritorna ancora… anche in te.

Tat’jana Kasatkina scrive nell’ articolo intitolato “La speranza in Dostoevskij”: Dostoevskij dice che in ogni uomo è presente qualcosa di ignoto a lui stesso, che è molto più grande di lui, molto più buono di lui, molto più ragionevole di lui, così come appare normalmente. In ogni uomo è racchiusa una forza che lui stesso non vede: chiunque giungesse a quel “se stesso” che si trova in profondità, potrebbe fare di tutto il mondo che ha intorno un paradiso. È una cosa possibile per ognuno di noi in assoluto. «Ogni volta che avete dato da bere o da mangiare… l’avete fatto a me».

In ognuno di questi bambini nuovamente viene sulla terra Cristo. Ogni volta che ci incontriamo tra noi, che incontriamo un altro uomo, dal fondo del suo essere a noi risplende Cristo; al contrario, quando rifiutiamo gli incontri, rifiutiamo Cristo. Dietro ad ogni avvenimento della vita contemporanea, per Dostoevski c’era l’avvenimento eterno della storia di Cristo. Non come una storia che si ripete, ma come una storia che ogni volta, con ogni nuova persona coinvolta, si rinnova.

Gesù ritorna perché vuol amare ancora e per questo ha bisogno di noi.

Vuoi le mie mani?

Preghiera di Madre Teresa

Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno? Signore, oggi ti do le mie mani.

Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico? Signore, oggi ti do i miei piedi.

Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore? Signore, oggi ti do la mia voce.

Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è un uomo? Signore, oggi ti do il mio cuore.

 

I semi del Verbo

Quali sono i semi del Verbo che il Concilio riconosce presenti nelle varie religioni e culture? Giovanni Paolo II ad Assisi li ha ricordati e ne ha precisato uno, quello della preghiera: «Tra questi semi del Verbo e i raggi della sua verità  si trova senz’altro la preghiera, spesso accompagnata dal digiuno, da altre penitenze e dal pellegrinaggio ai luoghi sacri, circondati di grande venerazione”.

Anche il card. Martini : “Questi accenti di fede e di profonda umanità, ampiamente diffusi nei testi sacri delle religioni del mondo, possono farci pensare a quel “libro dei popoli” di cui parla la Bibbia (cfr. Salmo 87,6): un libro celeste, nel quale Dio stesso scrive, ma le cui pagine trovano riferimento anche nei libri dei popoli del mondo».

Nella mia vita di missionario, a contatto con tanta gente di culture e religioni diverse, me lo sono chiesto continuamente e me lo chiedo ancora. Il primo che ho trovato ovunque è il senso di Dio.

Ricordo l’emozione avuta dopo aver accompagnato a casa un camerunese che ritornava da sua madre dopo anni di vita in Gabon. Nel totale silenzio, la madre si stende a terra, e alza per tre volte le mani verso cielo.

Come il padre del bambino appena nato che secondo la sua tradizione, per tre giorni, mattina, mezzogiorno e sera si reca su un’altura e presenta il bimbo al cielo. O la gente che in momenti forti come trovando l’acqua, o dopo un fulmine, o alla nascita di un figlio, grida: «Bosa, bosa, bosa» per dire: «Sei tu che fai, sei tu?».

Il senso della presenza e dell’azione del trascendente accompagna e riempie ancora tutta l’esistenza di molti popoli e questo diventa una testimonianza. Benedetto XVI dice con coraggio che «Le religioni del mondo, per quanto si può vedere, hanno sempre saputo, che in realtà, non c’è che un solo Dio».

 Il secondo è il senso della vita che esplode in danze frenetiche nelle feste del matrimonio, della nascita e perfino nella “festa” della morte. Molti popoli soffrono ancora per la povertà, le calamità, e le ingiustizie, ma continuano a credere nella forza e nella gioia della vita. Davanti a certe mamme, mi chiedo dove trovino ancora la pazienza e la fiducia.

Il terzo è il senso dell’altro vissuto nell’ospitalità abrahamitica e nella condivisione con l’altro. Si sa che sono i poveri che condividono e tutti possiamo raccontare esempi di aiuto tra vicini e tra parenti anche in situazioni di grave disagio. Io lo vedo continuamente.

È vero che tutto  è avvenuto e avviene soprattutto tra gente di religioni e culture che qualcuno definisce come primitive. Sta di fatto che questi sono i “sensi” essenziali che hanno permesso a loro di vivere.

Se si riflette bene, potremmo definirli con le categorie a noi familiari di virtù della fede, della speranza e della carità?

Questi semi del Verbo, col tempo, o si seccano o si sviluppano. Si seccano quando l’uomo non sente più il bisogno di Dio e dell’Altro. Si sviluppano quando l’uomo riconosce i suoi valori vitali e li mantiene vivi. Si deteriorano quando un gruppo etnico vive isolato, come in prigione di se stesso o dentro una bolla, preoccupato a difendersi. E allora vanno rivitalizzati, purificati, aperti…

Giovanni Paolo II ha detto che in ogni preghiera autentica lo Spirito Santo prega. Dobbiamo credere che lo Spirito stia fecondando quei semi e stia facendo crescere anche in loro l’albero, sì, l’albero della croce di Gesù, l’unico che ha espresso ed esprime pienamente, ancora, fede, speranza e carità.

Il cristiano non si limita ad amare il prossimo

La parola ‘prossimo’ nella parabola del Buon Samaritano diventa ‘altro’. La domanda oggettiva dello scriba «chi è il mio prossimo?» si trasforma, alla fine, nella domanda soggettiva di Gesù «chi è diventato prossimo nei confronti dell’altro?». Questa mutazione indica che solo diventando prossimo si può veramente capire chi è il prossimo.

Mons. Ravasi

Nei confronti di questa dimensione dell’essere umano non basta quel tipo di amore che è l’amore per il prossimo, perché questo è un amore per cui nel prossimo vedo il prolungamento di me stesso, la realizzazione di me stesso. Lo chiamerei amore ombelicale, per cui nell’altro vedo qualcosa in cui la mia esistenza trova compimento: uscire da me per arrivare all’altro in realtà è un modo per tornare a me più ricco di prima.

Il rapporto con l’altro deve essere come quello di Abramo che esce dalla sua terra per andare in un posto sconosciuto che Dio gli indicherà. Il rapporto con il povero dal punto di vista biblico è proprio questo rapporto. Che cosa induce il samaritano a fermarsi? È la compassione che nasce dal grido dell’altro anche se muto e scuote il samaritano obbligandolo a fermarsi di fronte ad una carne che è al punto estremo della fragilità.

Armido Rizzi

Prossimo – lo dice chiaramente tutto il Vangelo – è ogni essere umano, uomo o donna, amico o nemico, al quale si deve rispetto, considerazione, stima. L’amore del prossimo è universale e personale al tempo stesso. Abbraccia tutta l’umanità e si concreta in colui-che-ti-sta-vicino.
Ma chi può darci un cuore così grande, chi può suscitare in noi una tale benevolenza da farci sentire vicini – prossimi – anche coloro che sono più estranei a noi, da farci superare l’amore di sé, per vedere questo sé negli altri?  E’ un dono di Dio, anzi è lo stesso amore di Dio che “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Non è quindi un amore comune, non una semplice amicizia, non la sola filantropia, ma quell’amore che è versato sin dal battesimo nei nostri cuori: quell’amore che è la vita di Dio stesso, della Trinità beata, al quale noi possiamo partecipare. Sì, l’amore vero ama l’altro come se stesso. E ciò va preso alla lettera: occorre proprio vedere nell’altro un altro sé e fare all’altro quello che si farebbe a sé stessi. L’amore vero è quello che sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, portare i pesi altrui, che sa, come dice Paolo, farsi uno con la persona amata. E’ un amore, quindi, non solo di sentimento, o di belle parole, ma di fatti concreti.

Chi ha un altro credo religioso cerca pure di fare così per la cosiddetta “regola d’oro” che ritroviamo in tutte le religioni. Essa vuole che si faccia agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Gandhi la spiega in modo molto semplice ed efficace: “Non posso farti del male senza ferirmi io stesso”.

Chiara Lubich

C’è una nuova primavera per l’Europa : accogliere, amare, integrare l’altro.

Voci da Tibhirine

Film sui monaci di Tibhirine in Italia il 22 ottobre

È fissata per venerdì 22 ottobre l’uscita nelle sale in Italia di «Uomini di Dio», l’edizione italiana di Des hommes et des Dieux il film francese sull’uccisione dei monaci di Tibhirine, in Algeria, Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes. La notizia compare sul sito della Lucky Red, la casa di produzione che distribuisce in Italia la pellicola. E giunge proprio nel giorno in cui dalla Francia arriva la notizia che in sole due settimane di programmazione, Des hommes et des Dieux – diretto dal regista Xavier Beauvois – ha superato la soglia del milione di spettatori. Un successo sorprendente.

Vi aggiungo degli scritti che vi possono aiutare a capire l’oggi di Tibhirine e dell’Algeria e a preparare la visione del Film.

Visita al monastero di Tibhirine

In quel monastero, 7 monaci sono stati  rapiti tra il 26 e il 27 marzo 1996. Sgozzati il 21 maggio seguente. Riposano nel piccolo cimitero del monastero, vegliati dagli amici musulmani.

Lunedì 29 ottobre ’07 ho la fortuna di partire per Tibhirine e proprio a fianco del vescovo mons. Henry Teissier. Con noi viaggiano due sorelle e alcuni parenti di fr. Paolo, uno dei monaci uccisi. Da Algeri a Thibirine, 100 km circa, siamo scortati dalla polizia che ad ogni sotto-prefettura deve darsi il cambio. Scorta per il nostro gruppo di una quindicina di persone, e scorta speciale per il vescovo. Ad ogni arrivo in un centro importante, sirene e gruppi di poliziotti per darci la precedenza e lasciare libera la strada. E’ una cosa impressionante. Anche lì a Thibirine, i vicini sono allertati da poliziotti dentro e fuori del monastero.

Mentre i parenti vanno subito da soli nel piccolo cimitero, io e gli altri componenti del gruppo riceviamo alcune informazioni e poi ci uniamo ai parenti per la preghiera. Il vescovo ci legge alcuni brani delle lettere dei monaci e ascoltiamo alcune testimonianze. Così aveva scritto fr. Paolo pochi giorni prima di essere ucciso: “Che cosa resterà della Chiesa in Algeria fra qualche mese, della sua visibilità, delle sue strutture e delle persone che la compongono? Con tutta probabilità, ben poco. Ma credo che il Vangelo è seminato e che il grano germerà. Lo Spirito lavora nel profondo del cuore degli uomini. Continuiamo ad essere disponibili perché possa agire in noi per mezzo della preghiera e la presenza amabile di tutti i nostri fratelli”.
Un monaco eremita che vive, solo, nelle vicinanze, ci racconta altri particolari. Tra l’altro ci fa sentire quello che pensano i vicini musulmani che hanno condiviso tanti momenti di vita coi monaci e che ora vogliono, loro, vegliare non solo su i morti ma anche su quelli che li rimpiazzeranno. Ci racconta che un giornale di Algeri, il giorno dopo l’annuncio dell’uccisione, aveva scritto in grossi caratteri: Il seme è caduto nella nostra terra, e la gente che aveva conosciuto i monaci, diceva : Il seme è ora nel profondo dei nostri cuori.

Celebriamo l’Eucaristia nella cappella dove i monaci hanno pregato per tanti anni. E’ come se pregassimo con loro. Sono passati 11 anni dalla loro morte, ma noi ci sentiamo talmente uniti che avvertiamo che non si tratta di qualcosa che tocca solo la loro esistenza, ma che sta impegnando anche noi che restiamo in Algeria. Siamo nella stessa compagnia.

Dal testamento del Priore, Fr. Christian

«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. […] Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. […] Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. […] E anche a te, amico dell’ultimo minuto […] Ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!».

Lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci

«Riposino in pace, a casa loro, in Algeria»

Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte.

Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini. La solidarietà umana e l’amore dell’altro è un itinerario che va fino al sacrificio, fino al riposo eterno, fino in fondo.

Io e i miei figli siamo molto toccati da una così grande umiltà, un così grande cuore, dalla pace dell’anima e dal perdono. Il testamento di Christian è molto più di un messaggio: è come un sole che ci è trasmesso, ha l’inestimabile valore del sangue versato.
Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi.

La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna.

Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria. (lettera firmata. 01.06.96)