Rapporto con gli altri più maturo

Mi sono chiesto: «Che comunione vivo con questa gente? Posso sentirmi solamente diverso e quindi distaccato, separato?». Quando mi raccontano la loro vita, il loro amore della famiglia e dei poveri, la loro preghiera quotidiana. Quando ogni mattina vedo la mamma davanti a casa sua che mi indica al suo bambino perché mi saluti. Quando constato ogni giorno la loro stima per tanti che hanno lavorato qui, quando sento l’affetto della gente per le Piccole Sorelle ritenute le loro mamme. Quando con affetto osano chiedermi: «E tu, preghi?» e lo fanno perché la preghiera è il momento più bello della vita e lo dobbiamo vivere tutti e tutti vicini gli uni agli altri.

Charles de Foucauld in Marocco, militare e lontano dalla sua fede, si sentì interrogato dall’islam e scrisse: «L’islam ha prodotto in me un grande cambiamento. La vista di questa fede, di queste anime che vivono nella continua presenza di Dio, mi ha fatto intravedere qualche cosa di più grande, di più vero che le occupazioni mondane».

Il vescovo Pierre Claverie di Orano raccontava: «La mia educazione è avvenuta dentro l’amore esemplare della mia piccola e grande famiglia e dentro una tradizione religiosa ben fissa. Ma era anche come vivere dentro un recinto ben protetto e chiuso, dentro una bolla di sapone. Membro di una famiglia francese, avevo vissuto la mia infanzia in mezzo a un popolo di algerini musulmani, ignorando la loro cultura e la loro religione». Poi cambiò direzione sino a dare la vita.

Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine, ha trovato il fondamento dell’unica fede, dell’unica preghiera, dell’unico amore nell’uomo che ha salvato la sua vita, poi nell’uomo musulmano col quale ha passato una notte in preghiera, e con gli Alauyis che hanno chiesto di pregare insieme. Diceva: «È importante lasciarmi trasportare il più avanti possibile nella preghiera dell’altro se voglio essere un cristiano vicino a un musulmano. La mia vocazione è di unirmi a Cristo attraverso il quale sale ogni preghiera e che offre al Padre misteriosamente questa preghiera dell’islam come quella di ogni cuore giusto».

Anche per me sta avvenendo un’apertura.  Poco a poco, avviene un aprirmi, un interesse, l’appropriarmi di una realtà più vasta.

Le varie esperienze fatte, di missione e di azione nelle varie società, mi portano alla conoscenza di un’umanità più ricca, delle varie culture, delle religioni e di un Dio dai mille nomi, volti, esperienze, cammini.

Più resto qui, più mi sento interrogato e spinto a rendermi conto di ciò che ci unisce già, anche se resta velato, prudente, ma in attesa. Per trovare nella loro esistenza quanto mi unisce a loro mi sento chiamato anzitutto ad approfondire la mia spiritualità e a partire da quanto c’è già in me nel mio essere cristiano. Christian de Chergé diceva che lo Spirito gioca con le diversità: gioca, agisce, conduce…

La preghiera del cristiano è preghiera di Gesù e dello Spirito che la anima. Gesù presenta al Padre le preghiere dell’umanità e le preghiere che lo Spirito ispira nei credenti. Il cristiano continua a vivere in Gesù il servizio di essere l’intercessore per l’umanità. Questo mi chiede di impegnarmi a sentirmi unito a ogni  preghiera e a farla mia, a mettere la mia preghiera nella loro e la loro nella mia.

In più sono invitato a mantenere viva la contemplazione di quanto ci unisce. Come ogni uomo e ogni donna sono tali e diversi non per restare separati ma per vivere una comunione più intensa, così la diversità nelle culture e nelle religioni mostra la ricchezza dell’azione dello Spirito e sono fatte per un arricchimento comune. Si tratta di scoprirle, di conoscerle.

Il Concilio ha riacceso la spiritualità della comunione e della contemplazione. «Dobbiamo ritenere che in un modo che Dio sa, per lo Spirito Santo, ogni uomo è associato al mistero pasquale». (Gaudium et Spes 22,5)

Attenersi alla parola data

Il cardinal Bagnasco dice l’importanza di attenersi alla parola data. Pur da lontano, vivendo ora nel Sahara algerino, seguo le vicende di questo mondo o alla radio o alla televisione. Si va sempre più verso la globalizzazione di tutto e, nello stesso tempo, verso l’abbandono e il distacco dalle tradizioni e dalle radici culturali. Ogni cultura ha conosciuto l’importanza della parola. Osservando e seguendo ora informazioni, giudizi, supposizioni, attacchi offensivi, ecc  mi domando dove stia andando la parola.
Spesso mi sorprendo a ricordare le “parole” degli anziani tupuri del Camerun e del Ciad.Ecco alcuni dei loro proverbi.
La lingua è stata messa come spartiacque delle parole
Alcuni parlano senza riflettere e nelle vive discussioni dicono parole malvagie e offensive. A volte rivelano segreti o cose personali che non rispettano la dignità delle persone. La parola deve mostrare la saggezza di chi parla.
Non si semina con la pioggia di un mentitore
Bisogna ben conoscere le piogge. Alcune sono vere, sufficienti, scese al momento giusto per poter seminare. Altre non danno sufficiente garanzia ed è inutile seminare. Se uno è mentitore, non offre sufficiente fiducia per credergli.
È il flauto vedovo
Da solo il flauto non piace, deve essere accompagnato da qualche strumento. È la parola di chi pensa da solo senza rispettare il pensiero degli altri e la tradizione del suo popolo che è molto importante.
Si macina sulla grossa pietra
Ogni donna nella sua capanna ha due pietre: una grossa e appiattita su cui si posa il miglio da macinare, e una piccola che passa sopra con forza di muscoli per rendere il miglio in farina. La pietra grande è simbolo del capo famiglia o degli anziani. Oggi gli anziani si lamentano quando i giovani (la pietra piccola) parlano senza tener conto di loro.
La parola è migliore del bastone
Si ottiene di più con la persuasione della parola. Col bastone non si convince.
La bocca è una cicatrice che non guarisce
Chi non fa attenzione alle sue parole continua a  soffrire e a fare del male.
La parola dell’uomo ha preso l’uccello in volo
La parola arriva lontano.
La furbizia del parlare non dura un mese
Il fidanzato può vantarsi di possedere ricchezze e meriti, ma presto si scopre la verità e perde la fidanzata.
Dici che sei scaltro, ma Dio ti vede
È la parola dell’anziano e del povero di fronte al giovane prepotente. Dio vede e protegge.
La parola “coraggio” non riempie il sacco
Non si soddisfa un bisognoso soltanto con belle parole.
Non si danza sui piedi degli altri
Ognuno è responsabile di quello che dice. Non si è come il pappagallo che ripete parole altrui e che non sa

Lo Spirito ritmerà la fraternità

In un inno allo Spirito Santo leggo: «Lo Spirito ritmerà la fraternità».

Quando trovo la parola ritmo non posso dimenticare quello che ho vissuto in Camerun durante le feste. Al centro c’era sempre il tamburo e questo per ore e ore. Varie volte, anche durante le liturgie, vidi qualcuno togliere bruscamente il tamburo al battitore perché non sapeva dare il giusto ritmo. C’è anche un proverbio che dice: «Non si affida il tamburo a uno stolto!». Infatti il ritmo è l’anima della festa. Se il ritmo non è perfetto, tutti sono infastiditi e insoddisfatti.

Puoi vedere mille e più persone muoversi tutti insieme. Da lontano, anche a dieci chilometri di distanza, puoi sentire il ritmo sordo profondo: lì c’è una festa!

La frase «Lo Spirito ritmerà la fraternità” mi ricorda l’ultimo testo che ci ha lasciato padre Denis Pillet, un Padre Bianco, prima di ritornare in Francia, dopo 64 anni di vita in Algeria.

Quando Papa Giovanni Paolo II disse: «Ogni preghiera autentica appartiene allo Spirito Santo che è nel cuore di ogni uomo. E per trovare la pace è necessaria la preghiera di tutti». padre Denis dice che siamo in piena situazione evangelica e si augura che chi resta in Algeria abbia il coraggio di inventare la sua strada nella fedeltà ecclesiale allo Spirito che soffia dove vuole. Dove c’è vera preghiera, lo Spirito agisce, forma i cuori all’incontro con Dio e col fratello.

L’avventura dell’incontro con l’altro di ogni cultura o religione non è solo un’avventura umana. Il primo a crederci e a impegnarsi è lo Spirito Santo.

Spirito di Dio tu sei il vento… ai tempi nuovi sei dato sospiro di un mondo che spera, ovunque presente come una danza, esplosione della tua libertà.

Ogni uomo è una storia sacra, l’uomo è immagine di Dio. Inventa ancora agli uomini i cammini del loro esodo.

Il mare non separa, unisce

Il Mediterraneo era chiamato dai romani Mare nostrum. Divenuti padroni di tutte le sue coste consideravano queste acque come una sorta di “piscina di casa”.  Tutt’intorno i romani coprirono le terre circostanti di empori di commercio, anfiteatri, templi, ecc.

Dopo i romani altri popoli, emersero e viaggiarono… L’Italia conobbe varie invasioni e presenze e ne conserva ancora i segni.

Oggi parecchi abitanti dei Paesi vicini chiedono ospitalità. Non si presentano più come una volta con le armi di aggressori, ma come gente che vuol convivere. Alcuni italiani, tuttavia, hanno paura che possano a poco a poco invadere e conquistare. Ma molto dipenderà da come gli italiani sapranno incoraggiare e attuare una vera integrazione.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, ha affermato che il mare non separa ma unisce. La convivenza con molti tunisini è pacifica e reciprocamente vantaggiosa. La popolazione della regione è meravigliosa col suo spirito di accoglienza e di fraternità. Soprattutto meravigliose sono state le donne, le mamme, che continuano a dire: «Siamo tutti figli di Dio, siamo fratelli!». Sappiamo anche che il Vescovo ha offerto la sua collaborazione al governo italiano nel dialogo con la Tunisia, per affrontare l’emergenza immigrazione.  «I rimpatri – dice – non devono diventare deportazioni all’incontrario: vanno concordati con Tunisi e accompagnati da progetti per creare lavoro nel Paese nordafricano. Non basta, quindi, il blocco degli imbarchi».

Varie sono oggi le iniziative attorno al Mediterraneo.  Il governatore Francesco Socievole del Rotary Club di Caserta impegnato in varie iniziative, afferma: «Il nostro obiettivo è quello di avvicinare ed unire i diversi popoli che hanno abbracciato l’Umana Civiltà. Sappiamo bene che il Mediterraneo è la fonte di ogni fede, di ogni cultura e di ogni ragione e che i popoli spesso si sono divisi, dilaniati. È forte la speranza che il Mediterraneo diventi mare di pace e di civiltà…».

L’Italia apre e si fa giovane. Aprire la porta e accogliere è rischioso ma non tutti hanno paura. Abramo e Sara accolsero i viandanti e grazie a quella accoglienza si trovarono cambiati, giovani, genitori, benedizione per un popolo nuovo. Sono un simbolo di accoglienza.

Anche l’Italia sente ogni giorno qualcuno che bussa alla porta. Ciò non è nuovo. È sempre stato così fin dai suoi inizi, proprio per la sua posizione geografica. Gente dal nord, dal sud, dall’est, dall’ovest… venne in ogni momento e formò un popolo cosmopolita, multireligioso, multirazziale, multicolore… Ho amici che mi parlano di origini greche, montenegrine, slave, nordiche, ecc. Forse abbiamo tutti qualcosa di straniero nella nostra persona. Ora tutti ci diciamo italiani, italiani veri. Ed è bello. Come quel piccolo cinese che canta: «Lasciatemi cantale, con la chitarra in mano, sono un italiano, italiano velo».

Sì, ridiamo, ma con cuore giovane, aperto, coscienti che ci troviamo in un momento importante, da non perdere, anche se un po’ scombussolati.

Ma perché e come aprire? Non basta il sentimento, pur bello e nobile. Non è solo questione di opere buone, ma di fedeltà alla propria identità culturale. Quello che dicono le donne siciliane: «Siamo tutti figli di Dio, siamo fratelli» è definire la nostra vera natura, credere fortemente al grande progetto della famiglia umana. Questo spalanca cuore, casa, tutto. Con questa verità ci accorgiamo che abbiamo ancora qualcosa da donare e che siamo disposti a diventare nuovi.

Con la coscienza che quello che abbiamo e che siamo non è solo per noi. Tutto ciò che è vita è un dono, da scoprire e da donare.

Essere cristiani in Pakistan

Vorrei ricordare il testamento di Shahbaz Batti, ministro pakistano cristiano, ucciso dagli estremisti.

«Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore, donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo Paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”.
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire».

Ora al fratello medico, Paolo, formato a Padova, il governo pakistano ha chiesto di continuare il suo lavoro in favore delle minoranze del paese.

 

Leggendo il testamento di questo cristiano pakistano mi son venuti alla mente i miei confratelli missionari del Pime arrivati in Pakistan nel 1855. Il “ricordare i nostri’ è per me “malattia di famiglia”. Oggi lavorano nel Pakistan orientale  divenuto Bangladesh nel 1971.

Leggo nelle prime cronache del Pime.

«I primi missionari del Pime destinati al Bengala, padre Albino Parietti, padre Luigi Limana, padre Antonio Marietti e fratel Giovanni Sesana, sbarcano a Calcutta all’inizio del giugno 1855 e il 17 giugno arrivano a Berhampur. Cominciano una vita da monaci: studio e preghiera, preghiera e studio, imparano l’hindi e il bengalese. Vivono in una povertà estrema. Appena riescono a farsi capire, i tre sacerdoti si stabiliscono in tre località diverse. Il superiore Parietti a Berhampur, Limana a Krishnagar con fratel Sesana e Marietti a Jessore».

«Studiamo a tutta posa e con vero calore perché senza lingua saremmo statue. …4 ore di scuola e 5 di studio, oltre agli altri doveri diversi. E ciò con 44°». (padre, Parietti, Berhampur, 26 luglio 1855).

«I nostri cattolici sono così dispersi e così bisognosi dell’assistenza del missionario che di tre che siamo, siamo divisi in tre differenti province, e ciò per assentimento del nostro amatissimo Vescovo di Calcutta, che molto approvò tale divisamento. (padre Parietti, Berhampur, 19 marzo 1857)

«Nella primavera del 1857 scoppia la “rivolta dei sepoys”. I civili inglesi fuggono. I missionari restano, affermando di essere “protetti dalla sola Divina Provvidenza», come scrive padre Parietti. Non hanno infatti nessun fastidio da parte dei ribelli. 

«La Chiesa – diceva qualche tempo fa padre Sozzi – pur senza accorgersi, e pur facendo pochi e incerti cristiani, ha trasformato il Bengala. (…) le idee cristiane, testimoniate e predicate da questa piccola comunità, hanno cambiato radicalmente l’ambiente, come, io credo, hanno cambiato il mondo».

Il bene comune

Nel suo discorso pasquale il Papa ha parlato anche agli abitanti dei paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente. «Tutti i cittadini, ed in particolare i giovani, ha detto, si adoperino per promuovere il bene comune e per costruire società, dove la povertà sia sconfitta ed ogni scelta politica risulti ispirata dal rispetto per la persona umana».

Spesso il Papa tocca il tema del bene comune ed è una realtà veramente rivoluzionaria. Il papa presenta anche il cammino nuovo.

«Cristo risorto cammina davanti a noi verso i nuovi cieli e la terra nuova (cfr. Ap 21,1), in cui finalmente vivremo tutti come un’unica famiglia, figli dello stesso Padre. Lui è con noi fino alla fine dei tempi. Camminiamo dietro a Lui, in questo mondo ferito, cantando l’alleluia. Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è risorto, è vivo e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al Cielo».

Ma una domanda: Sappiamo tutti che cos’è il bene comune?

Un volontario dello sviluppo educa alcuni ragazzi africani allo sport. Un giorno si presenta con una scatola di cioccolatini e dice: «Vedete quell’albero lì, lontano. Conterò fino a tre e poi correte. Il primo che toccherà l’albero riceverà questi cioccolatini. Uno, due, tre…via!».

Con sorpresa,  i tre si danno la mano e corrono tutti insieme. E si dividono i cioccolatini.

Questa è la vera corsa che il mondo dovrebbe correre. Il proprio interesse, non l’unico, la competitività, la libera iniziativa e la concorrenza sono stimolanti ed efficaci. Ma non la guerra.

Anche i cinesi hanno l’idea del senso comune della vita, della gioia e del dolore. Lo dicono raccontando come si è all’inferno e come si è in paradiso. In inferno si soffre la fame davanti a un cibo gustosissimo che si mangia già cogli occhi, ma che ciascuno non può raggiungere perché i bastoncini per avvicinarlo alla bocca sono troppo lunghi. Ognuno pensa per sé.

In paradiso invece sono tutti felici perché ognuno coi bastoncini lunghi può raggiungere la bocca dell’altro, anche se lontano. Tutti per uno, e ciascuno per tutti.

Oggi siamo ancora tutti all’inferno. Il paradiso è ancora lontano?

A Napoli quando si beve il caffè al bar, si lasciano i soldi anche per qualcuno che non avendo denaro, si presenta e chiede: «C’è un caffè già pagato?». E il cameriere risponde : «Si, c’è!». È un uso sacro, parola di Massimo Ranieri.

Gesù ha già pagato un bene comune, per tutti!

Che tempo fa? È primavera

Dove? Nel mondo arabo, attorno al Mediterraneo? A Lampedusa? In Italia?

L’ho chiesto agli amici. «Il mondo arabo sta cambiando». «La fine del mondo è vicina».

L’ho chiesto al card. Martini: «Che cosa fare in momenti difficili?». Martini scrive che «nessun momento, anche se di transizione o di incertezza, di nebbia e di notte, è fuori dal disegno di Dio» e che «ogni epoca è un tempo di grazia».  Ricorda che il cristiano, destinato a essere collante della società, oggi ha il compito non di erigere barriere insormontabili, ma di «creare piazze nuove tra le case, dove ci siano, nel rispetto reciproco, vere possibilità di intesa tra il fratello, il cittadino e lo straniero». (Discorso di addio a Milano, pronunciato nel giugno del 2002).

Teilhard de Chardin dice: «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».

«È dai “segni dei tempi” che dobbiamo risalire a una fecondità spirituale che sa intercettare il presente e aprirsi al futuro, seguendo i disegni di Dio sull’umanità”. (Card. Dionigi Tettamanzi, giovedì santo 2011)

L’ho chiesto anche a Gesù. «Quando vedete una nuvola salire a ponente, subito dite: “Viene la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Ci sarà caldo, e così accade”. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo». (Lc 12,54-59)

Gesù dice che anche oggi è tempo di cambiare il modo di vivere le relazioni umane e il rapporto con la natura.
Il Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal parla di una “Primavera araba”: «Siamo molto contenti di questa presa di coscienza della gioventù che comincia a prendere nelle sue mani il proprio destino. È un movimento senza colore politico e senza particolari pregiudizi religiosi. Emana dalla consapevolezza della gioventù araba della propria forza e vitalità. Essa è riuscita a spezzare l’elemento della “paura”: paura della polizia, paura dei servizi segreti, paura della prigione. Oggi, possiamo affermare che la paura ha cambiato schieramento. I governi temono questa massa di giovani, questa massa di opinione e di credenze che si stanno risvegliando».

Tutti al Duomo in onore di padre Vismara

Qui nel Sahara dell’Algeria, in questa settimana della passione e della risurrezione di Gesù, mi giunge la notizia della beatificazione di padre Clemente Vismara nel Duomo di Milano il 26 giugno prossimo. Sarà una grande festa della Chiesa e della grande famiglia del Pime. Spero di esserci anch’io, perché inizio in quei giorni un periodo di vacanze. In quei giorni, qui nel deserto, il caldo sarà tanto. L’ho già “gustato” l’anno scorso!

Padre Vismara, col suo caratteraccio, è un segno di passione e di risurrezione. Ora Beato anche lui! Passione per l’umanità, risurrezione di una vita donata. È chiamato il Patriarca della Birmania e il protettore dei bambini. A lui si attribuiscono vari miracoli, soprattutto in favore dei bambini, ma il vero miracolo è stato lui con gli orfani che ha salvato. Ne aveva sempre, dai 200 ai 250.

Quanto vorrei incontrare nel giorno della beatificazione tanti amici dell’Istituto! Il pensiero va soprattutto ai parenti non solo del Vismara, ma di tutti i nostri missionari, senza i quali non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto. Sono stati gli amici e i parenti del Vismara la sua Provvidenza. Diceva con fiducia a uno di loro: «Perdiamo, perdiamo quaggiù, se vogliamo ricevere lassù quello che abbiamo perduto. La mia è un’amministrazione un po’… apostolica. Non ho tempo né testa per tenere registri, vado avanti a occhi chiusi, non tengo registrazione alcuna. Spendo, spendo e vedo che ce n’è sempre».  

L’aiuto dei parenti mi ricorda quanto mi disse mio padre prima di partire per la missione: «Fa’ il tuo lavoro, al tuo pane ci penso io». E ancora oggi quando la gente mi chiede: «Chi ti aiuta?», rispondo: «La mia famiglia, gli amici».

Alla televisione, quando riesco a captarla, tra i politici gli artisti e gli industriali, sento i cognomi Clerici, Perego, Maggioni, Mazzucconi, Ramazzotti, Vismara, Crespi, ecc. Certo le famiglie sono numerose e non tutti quelli che portano lo stesso cognome si ritengono parenti. Ma la mia curiosità e il mio sussulto, quando sento quei nomi, fanno nascere questa domanda: «Queste famiglie sanno di avere avuto tra i loro parenti dei veri santi?».

Avendo conosciuto alcuni di questi missionari, che hanno contribuito alla mia formazione, mi viene spesso il desiderio di incontrare qualcuno della loro famiglia per dirgli il mio ricordo pieno di gratitudine e di stima. Spero di incontrarne alcuni, nel Duomo di Milano.

La festa della beatificazione dovrebbe riunirci tutti, con una certa fierezza e gioia per i doni che il Signore ha fatto alle nostre famiglie.

Lo straniero

Sempre di più il discorso sullo straniero occupa le nostre conversazioni e le nostre preoccupazioni e non è sempre facile o rispettoso o pacifico. Mi sono venuti in mente alcuni proverbi che avevo trovato nella cultura dei tupuri del Camerun e del Ciad, presso i quali ho vissuto tanti anni.

Mi hanno voluto tanto bene e continuo ad amarli, soprattutto quando li vedo qui, stranieri come me.

«Se trovi gente che danza o che cammina la testa in giù, danza e cammina come loro».

Quando sei straniero devi rispettare le leggi che trovi e comportarti come chi ti accoglie senza opporti.

«La terra straniera si affonda con te durante la stagione secca».

In realtà, durante la stagione secca non c’è pericolo di affondare. Ma se sei straniero puoi trovare delle cose che non conosci e che ti rendono difficile la vita. Fa attenzione e usa tanto rispetto. Non essere come un bambino che non sa. Si può anche accusarti di cose che non hai fatto.

«Il verme parassita approfitta dello straniero».

Una persona, ospite, mangia meglio quando uno straniero arriva, perché il padrone di casa normalmente uccide un animale per onorare il nuovo arrivato.

«Lo straniero non beve l’acqua del sacrificio».

Lo straniero non partecipa delle cose più importanti della famiglia in cui è ospite. È certamente ben accolto, ma la familiarità e la condivisione arrivano fino ad un certo punto, oltre il quale lo straniero non va.

«Lo straniero beve l’acqua sotto il naso dell’ippopotamo».

Con questo simpatico proverbio si vuole dire cosa succede a uno straniero che giungendo in una terra a lui sconosciuta non vede dove stanno i pericoli e le insidie. Infatti, bere nei pressi del naso dell’ippopotamo è pericolosissimo, perché non lo si vede mentre resta sott’acqua. È un invito a chiedere consiglio a chi è del posto, anche sulle cose più semplici, per non trovarsi in difficoltà.

«L’ospite (straniero) non supera mai il padrone di casa».

Che sia ben chiaro:chi è del posto resta comunque colui che decide!

«Lo straniero è come l’acqua dell’inondazione: passerà presto!».

Non preoccuparti. Lo straniero se ne andrà. Oppure si integra.

Ma questo proverbio la dice lunga sulle innumerevoli presenze straniere che ci sono state in Africa: progetti di tutti i tipi, grandi inizi, grandi promesse, grande spiegamento di mezzi… Tutto puntualmente già concluso. Questo, quando non si tiene conto della cultura africana.

Tutti dobbiamo vigilare e fare tesoro di questa semplice sapienza che riguarda lo straniero. 

E non dimenticare mai quanto preghiamo nel salmo 146, 9: «Il signore protegge lo straniero!».

 

Il grido delle pietre

Varie volte ho incontrato ad Algeri Jean-François Debargue durante le pause delle sue presenze tra i saharawi, che sono da trenta cinque anni in esilio nel deserto algerino. Ha deciso di essere la loro voce con un libro che mi ha dato e che ho appena letto durante le dieci ore del viaggio che mi ha ricondotto a Touggourt. Ecco un suo grido:

 

«Per averle viste e versate,

chi potrà impedirmi di pensare

che le lacrime degli uomini

hanno rese salate le acque dei pozzi?

Per averle sentite… gridate,

chi potrà vietarmi di immaginare

che le grida degli esiliati

sono nel canto del vento?

Dopo essere stati filtrati e assottigliati,

chi potrà smentire

che le sabbie delle dune e la polvere delle piste

siano le vite setacciate dei nomadi erranti?».

 

«Chi sono? Per i marocchini, il saharawi è un marocchino che si ignora. Per i francesi, il saharawi è qualcuno che potrebbe aver un rapporto col Sahara? Per gli spagnoli, il saharawi permette di avere una buona coscienza in cambio di una “indennità umanitaria”.

Per il Programma alimentare mondiale un saharawi è ogni mese: 8 kg di farina, 1 kg di zucchero, 1 litro d’olio, 1 kg di cipolle, 1 kg di patate, 1 kg di proteine di cereali, 2 kg di miglio, 2 uova, 1,5 kg di riso, 500 gr di carote, 500 gr di mele e a volte ogni tre mesi: 1 o 2 kg di lenticchie, 500 gr di datteri, 500 gr di pasta.

Per le statistiche un saharawi è da 35 anni un quarto di popolo nei campi dei rifugiati, un quarto nei territori occupati (dal Marocco), un quarto nei territori liberati e un quarto seminato in diaspora.

Per Dio, un saharawi è un seme caduto e dimenticato, del deserto, in attesa e nella promessa di germinare».

Ormai i saharawi non hanno più voce, non hanno più forza di gridare. Questo “Grido delle pietre” (il titolo del libro), l’amico Jean-François me lo ha affidato anche per voi.