Giovani missionari sulla strada dei santi

 

Incontrando i giovani alla GMG di Madrid il Papa ha detto: «Il mondo ha bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno della vostra fede… Non è possibile incontrare Cristo e non farlo conoscere agli altri. Quindi non conservate Cristo per voi stessi. Comunicate agli altri la gioia della vostra fede».

Dobbiamo metterci sulla strada dei santi.

San Francesco Saverio si recò nei tuguri dei poveri, al capezzale dei malati, negli antri dei lebbrosi. Girava nei quartieri più squallidi, sonando un campanello, per rac­cogliere intorno a sé torme di ragazzi laceri e affamati. Lo chiamavano il grande Padre.

Ma il suo cuore andava più lontano, verso co­loro ai quali il messaggio di Cristo non era giunto… Appena poteva, s’imbarcava per andare tra i pescatori di perle sparsi nelle isolette, poi più lontano, nelle Molucche, tra infedeli ancora allo stato semi­selvaggio.

Temendo per la sua vita, spesso gli venivano negate le imbarcazioni. «Andrò a nuoto», diceva Cercavano di frenarlo, con la paura degli animali velenosi. Francesco sorrideva: «La fiducia in Dio ‑ diceva ‑ è un buon antidoto».

Santa Teresa del Bambino Gesù diceva: «Vorrei essere missionaria non solo per qualche anno, ma vorrei esserlo stata dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoliVorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa! Ma, o mio Amato, una sola missione non mi basterebbe: vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo e fino nelle isole più lontane… Vorrei essere missionaria non solo per qualche anno, ma vorrei esserlo stata dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoli».

Piccola sorella Magdeleine, la fondatrice della fraternità delle Piccole Sorelle, diceva:«Frère Charles de Foucauld, da solo, non esitava a colmare diverse fraternità con tutto il suo amore… (Béni Abbès, Tamanrasset, Assekrem). Un’anima che irradia è sufficiente per accendere un braciere… Stamattina ho affidato a piccola sorella Yva tutto l’islam e tutto l’Oriente… A piccola sorella Gabrielle ho affidato il Giappone… A piccola sorella Mathilde affideremo l’America… Ci sarà anche la Russia, la Germania, il Ciad…  Io non sono nulla, ma Gesù mi ha dato una piccola scintilla del suo amore».

Un saluto a don Emmanuele, in attesa di un altro “dono”

Questa mattina don Emmanuele Cardani mi ha salutato. Ha vissuto con me e con padre Davide Carraro un po’ a Touggourt e soprattutto ad Hassi Messaud, grande centro petrolifero. Prete fidei donum della diocesi di Novara, appartiene alla famiglia sacerdotale degli Oblati che fanno voto di obbedienza al vescovo. Queste due note di prete “dono della fede” e “oblato” hanno improntato fortemente e orgogliosamente il suo vivere a servizio non solo dei cristiani delle società petrolifere che vengono da tutte le parti del mondo ma anche degli algerini che si confidavano a lui.

È stato lui a occuparsi della riparazione della piccola chiesa Notre Dame des Sables e della casa adiacente. Tutto  ciò gli ha domandato di tessere un continuo rapporto con gli operai e i donatori delle società, in gran parte italiani, con le autorità della città e col vescovo del Sahara, mons. Claude Rault.

Mentre era qui con me, negli ultimi giorni, il suo cellulare era testimone di un intreccio di saluti che dicevano che non è facile interrompere i rapporti di amico e di sacerdote anche con gente di varie situazioni umane e religiose. È bello vedere un missionario che entra nel vivo della vita della gente e che accetta di compromettersi nelle gioie e nelle sofferenze.

Terminato il suo contratto col Pime, al quale era associato, don Emmanuele è ripartito per l’Italia dove deve subire un’operazione all’anca. Al rientro risiederà ad Algeri per un nuovo impegno con l’arcivescovo di Algeri, mons. Ghaleb Bader. 

Questa mattina, celebrando l’Eucaristia con le Piccole Sorelle di Gesù con le quali, insieme, abbiamo vissuto questi anni, gli ho ripetuto quanto il superiore generale del Pime ha detto un mese fa ai quattro nuovi membri del Pime, tre brasiliani e un italiano: «Vi accogliamo con gioia, ma non vi tratteniamo».

Mi era piaciuto sentire riaffermato lo spirito del Pime, che forma missionari e continua a inviarli. Anche con don Emmanuele il Pime ha vissuto insieme e ora lo lascia libero di andare… di andare ancora! 

Quanto al vivere insieme, voglio ricordare anche un altro pensiero del superiore: «La chiamata non è una vostra iniziativa, ma è dono di Dio; la chiamata è un dono per la missione, la quale chiede fedeltà fino alla fine; infine la chiamata è comunitaria, perché il carisma lo si vive assieme, così come si impara reciprocamente assieme dalla memoria vivente dei confratelli, solo mettendo a parte l’individualismo … per vivere in una famiglia di Apostoli dove ci si trova non perché ci si è scelti, ma perché Lui ci ha scelto». 

Ora non mi resta che attendere padre Davide e sperare in un altro “dono della fede” della Chiesa italiana. Per questo vi chiedo una preghiera.

Di nuovo a Touggourt

Anche questa volta mi sono fatto dieci ore di bus da Algeri a Touggourt e ne ho approfittato per leggere un libro.  È La storia di un uomo, cioè il ritratto di Carlo Maria Martini, scritto in modo attraente e comprensibile da Aldo Maria Valli (ed. Ancora 2011). Non potevo farmi un regalo più bello. Non solo c’è il racconto della vita del cardinale, ma anche il suo pensiero, tratto dai suoi scritti.

Sono sempre stato un assiduo lettore di Martini, da quando, leggendo in Camerun il suo commento al Vangelo di Marco, mi sembrava di vedermelo accanto. Il suo essere pervaso dalla Parola di Dio, gli permetteva di capire le situazioni umane anche di gente di diverse culture. Vicino a Dio era ed è vicino all’uomo. Eccolo ora vicino anche a me, in preghiera per la pace.

Leggo a pag. 159 : «Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercedere vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta solo di dire “Signore, dacci la pace!”, stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo… Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione».

Leggendo, mi sembrava che mi vedesse a Touggourt, non in situazione di conflitto, ma nel mio comportamento di “stare là… accettando il rischio”.

E per quando riguarda l’islam, a pag 136, dice: «Occorre guardare non tanto, in modo generico, all’Islam in quanto religione e tradizione (della quale, fra l’altro, sappiamo ben poco), ma all’uomo islamico come lo incontriamo nelle nostre città. E da questo rapporto che nasce il dialogo. È da questo riconoscimento fraterno che nasce un cammino di pace, nella realtà quotidiana».

Il taxi mi lascia davanti alla porta della mia casa. Apro, saluto Gesù Eucaristia, solo come me, e gli dico che ci faremo buona compagnia. Guardo il termometro: 41 gradi. Dico tra me: «Sabrun bab ge’na» (la pazienza è la porta del Paradiso).

Poi, tornando dalla polizia, saluto la gente. Alcuni anziani mi dicono: «Passa spesso di qui e resta un po’ con noi».  È sempre sul marciapiede che vivo i miei incontri. Il Papa in Germania ha detto: «L’umiltà è l’olio che facilita il dialogo».

Riprendo il mio stare accanto a questa popolazione con affetto e discrezione, vivendo, dice ancora Martini, «un’autentica esperienza dello Spirito Santo: lo Spirito è infatti il vincolo di unità tra i diversi e aiuta ciascuno a gridare l’Abba del cuore e della vita verso l’unico Padre di tutti».

Ritorno in Algeria

Cari amici domani ritornerò in Algeria, dopo tre mesi impegnati in incontri e testimonianze varie in Italia. Salutandomi, mia madre – che il 12 settembre scorso ha compiuto 102 anni – mi ha detto: «Fa’ puito!». Che significa: «Fa’ bene. Fa’ il bravo». Salutandovi, lo dico anche a voi.

Fra qualche giorno, padre Emmanuele tornerà in Italia per un’operazione. Allora a Touggourt resterò solo sino all’arrivo di padre Davide previsto per febbraio prossimo, visto permettendo. Per tutte queste cose vi chiedo di pregare. Ma non resterò solo perché ritroverò, nel suo bel luogo, Gesù Eucaristia, lo stesso che cinque anni fa. Quello a cui dicevo: «Sono qui per te». E lui mi aveva risposto: «Sono io che sono qui per te e ti aspettavo».

Pellegrini della verità e della pace ad Assisi

 

Il Papa desidera far rivivere lo spirito della storica preghiera di Assisi di 25 anni fa. Nel numero di ottobre della rivista Mondo e Missione potete quanto il teologo Jean Marie Ploux ha scritto:  «Se, come diceva Giovanni Paolo II, lo Spirito è all’origine di ogni autentica preghiera, allora che cosa c’è di più urgente di quest’assemblea di credenti che ciascuno secondo la propria tradizione e fede, si rivolge al Dio unico per il bene di tutti gli uomini?».

Non semplice celebrazione di un anniversario, né desiderio di trovare una religione globale che ci unisce, ma sentire e pronunciare il grido profondo del cuore dell’uomo che ha bisogno di dialogo e di fraternità per una pace che permetta al mondo di avere un avvenire.

Il Papa invita tutti i credenti, e in particolare i responsabili delle diverse religioni del mondo, a uscire da tutti i conflitti, compresi quelli interiori, ancora persistenti e micidiali. Anche la crisi economica è il frutto di scontri e di lotte, poco apparenti, ma che portano a fallimenti e a suicidi.

«Farci pellegrini della verità e della pace» significa uscire dalla sfiducia nell’uomo e di non crederci più capaci d’amore, di vera libertà e di giustizia.

«La pace – dice ancora il Papa – è possibile, perché tutti gli uomini sono creati capaci di vero e di bene e sono dei pellegrini infaticabili della verità e quindi dell’assoluto… La capacità universale di conoscere il vero, il bene e Dio,  rende tutti gli uomini, credenti e non credenti, membri di una ricerca comune e di un patrimonio di valori etici condivisi di cui è possibile servirsi per cooperare all’affermazione della giustizia e della pace nel mondo».

 

 

 

 

«Vi accogliamo con gioia, ma non vi tratteniamo»

Venerdì 16 settembre 2011, quattro giovani, tre brasiliani e un italiano, hanno emesso la promessa di aggregazione al nostro Istituto nella chiesa di San Francesco Saverio della casa madre del Pime di Milano, accanto alle spoglie del fondatore, mons. Angelo Ramazzotti. Assieme ai membri della direzione generale, c’erano anche i regionali dell’Istituto, altri missionari e fratelli laici, gli alunni del nostro seminario di Monza, i parenti e gli amici. Animava il canto la corale della Parrocchia di Abbiategrasso.

In questo mese, altri due giovani indiani hanno emesso la professione nel seminario filippino di Tagaytay.

Ormai vediamo un Pime nuovo. La maggior parte del futuro dell’Istituto sarà di missionari provenienti da India, Bangladesh, Birmania, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Stati Uniti e Filippine, con qualche raro giapponese e cinese.

In questi giorni, tra i problemi dell’Istituto, esaminati durante il Consiglio Plenario, ci si è soffermati su quello della formazione. Come preparare alle missioni questi giovani provenienti da tante parti del mondo?

Devo constatare che in questo campo l’impegno dell’Istituto è veramente grande e soddisfacente. Si dubitava un tempo di non farcela e si temeva di sradicare troppo presto i giovani dalle loro culture.

Da anni ormai vediamo che in varie parti del mondo la convivenza tra missionari italiani e missionari di diversa nazionalità è vissuta in maniera positiva. Anche loro, diciamo familiarmente, sanno essere all’altezza delle responsabilità a loro affidate.

Trovo che gli anni che questi giovani tarscorrono in Italia, nell’ambiente formativo, nei vari servizi in parrocchia, nelle case dell’Istituto e altrove, permettono loro di diventare dei “Pimini” doc. Tessono molteplici amicizie con famiglie italiane ed entrano nello spirito dell’Istituto, anche con  qualche debolezza, e speriamo, non in qualche difetto.

Il superiore generale, Giovanni Battista Zanchi, ha spiegato nell’omelia l’importanza di mettersi totalmente al seguito del primo missionario Gesù e di vivere in fedeltà le caratteristiche dell’Istituto, cioè di donare la vita all’annuncio del Vangelo nei Paesi dove si è inviati e in uno stile di vita di comunione fraterna.

Molto bella la frase: «Vi accogliamo con gioia… ma non vi tratteniamo».

Qui è uscita splendente la vera nota preziosa del Pime: essere un Istituto che accoglie giovani di ogni parte del mondo e li prepara  sempre e solo per il servizio del Vangelo e della Chiesa. Tutto ciò non per la potenza dell’Istituto ma unicamente per partire e per servire.

L’applauso finale, ben vigoroso, faceva sentire che accanto all’Istituto un po’ affaticato c’è anche l’Istituto giovane e promettente.

Paradiso vicino

Padre Clemente Vismara, beatificato a Milano il 26 giugno scorso, mi ha fatto sentire la santità vicina perché la sua vita è stata quella di un missionario coi piedi per terra, senza cose straordinarie, ma certamente tutto dedito a donarsi alla gente che incontrava in Birmania e col cuore aperto a Dio. Anche domenica scorsa, 11 settembre, ho vissuta un’altra vicinanza, facendo visita ai confratelli di Rancio di Lecco. Ero con un gruppetto di confratelli partecipanti al Consiglio Plenario.

A Rancio vivono 24 missionari del Pime provenienti da varie missioni. La maggior parte ha superato gli ottant’anni, ma qualcuno è più giovane di me. Tutti sono ormai  bisognosi di assistenza. Per loro l’Istituto riserva cure di una professionalità straordinaria e premure affettuose. Oltre che dal personale sanitario, essi sono assistiti anche da alcune missionarie dell’Immacolata e dai nostri seminaristi che vi passano il sabato e la domenica.

In quella casa regna la carità e la preghiera. Anche quella è missione. E bello vedere qualcuno spingere la carrozzella di un altro e poi scambiarsi un gesto di incoraggiamento e di gratitudine. Altro momento bello, al quale ho assistito, è stato vedere con quanto amore curavano il loro parente missionario la sorella e la nipote venute da lontano per passare qualche giorno insieme. La maggior parte parla solo con gli occhi… Come quando un seminarista ha chiesto un giorno ripetutamente al padre Carelli: «Padre, è bella la Birmania?». Alla terza volta, il missionario ha risposto con una lacrima.

Poi siamo passati a Sotto il Monte nella casa natale di Papa Giovanni, dove continuamente i fedeli vogliono rivedere il loro amato Pontefice. Guardandoli accarezzare la statua ormai lucida sul mento, gli orecchi, il naso, ti sembra di vedere il Papa sorridere come un nonno, felice di stare vicino ai nipotini.

E finalmente la visita a Villa Grugana, dove riposano i nostri missionari defunti. Lì, quando leggi i nomi, risenti la storia del Pime. Ritrovi i primi, poi i tuoi formatori, qualche tuo compagno…

Prima di partire ci ha salutati il custode del cimitero, padre Angelo Gianola, 92 anni, sorriso aperto, felice, lucente, già missionario in Brasile.

Una giornata vissuta in comunione. E dove c’è la comunione dei santi il cielo è più vicino. Anche il paradiso è vicino.




Mamme educatrici

Sabato 27 agosto, Santa Monica, madre di Sant’ Agostino, vescovo algerino. Prego per tutte le mamme, in particolare per quelle che conosco a Touggourt. È importante che le mamme  facciano opera di educazione nel mettere e nel far emergere dal cuore dei figli i primi sentimenti umani, religiosi e di accoglienza dell’altro anche se straniero, correggendo, se necessario, quei luoghi comuni che ci mantengono separati.

La mamma dei sette Maccabei chinatasi sul figlio, così disse nella lingua paterna: «Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno… che ti ho educato… Ti prego, o figlio, di osservare il cielo e la terra e di mirare tutte le cose in essi contenute e di dedurne che Dio non le ha fatte da cose preesistenti, e che il genere umano ha la stessa origine. Non temere questo carnefice, ma accetta la morte, mostrandoti degno dei fratelli, affinché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli al momento della misericordia».

Sant’Agostino nel libro delle Confessioni ci tramanda le ultime parole di sua madre sul lido di Ostia: «Mia madre disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”».

Christian de Chergé, il superiore dei sette monaci di Tiberine (Algeria), uccisi nel 1996, dice che fu sua madre a mettergli nel cuore i primi sentimenti di rispetto per i musulmani. Scrive: «Avevo cinque anni, e scoprivo l’Algeria per un primo soggiorno di tre anni. Conservo una profonda riconoscenza a mia madre che ha insegnato, a me e ai miei fratelli, il rispetto della rettitudine e dei gesti della preghiera musulmana. “Pregano Dio”, diceva  mia madre. Così, ho sempre saputo che il Dio dell’islam ed il Dio di Gesù non sono diversi».


Lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci

 

Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini…

Io e i miei figli siamo molto toccati da una così grande umiltà, un così grande cuore, dalla pace dell’anima e dal perdono. Il testamento di Christian è molto più di un messaggio: è come un sole che ci è trasmesso, ha l’inestimabile valore del sangue versato.

Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi.

La chiesa cristiana con la sua presenza continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna. Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi… E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria.

(lettera firmata. 01.06.’96)

Missione nuova

Nei dodici giorni vissuti in Camerun, dal 4 al 16 luglio scorso, ho potuto incontrare, rivedere, rimettermi dentro varie situazioni e vari aspetti di questo Paese e della Chiesa che vi opera.

Yaoundé, Maroua, Yagoua e alla fine Ebolowa, i luoghi delle visite e degli incontri. Naturalmente ho frequentato maggiormente i miei confratelli del Pime e la sorpresa è che in maggioranza sono indiani e uno è del Bangladesh, poiché parecchi italiani erano in Italia o per vacanza o per cure mediche. Ebbene questo è il nuovo volto del Pime che si fa sempre più internazionale.

È con viva soddisfazione che vedo questi preti e fratelli laici svolgere le loro attività con dedizione e capacità. Lo spirito italiano si trova a vivere con altri spiriti e geni in comunione ecclesiale.

La Chiesa è la prima a sperimentare con spirito di famiglia l’internazionalità e la globalizzazione; è cattolica, universale, per natura e per espansione.

Una novità importante è che in questi ultimi anni sono state affidate al clero locale tre grosse parrocchie, quelle di Guidiguis e di Moutourouwa nella diocesi di Yagoua e quella di Ngousso

nella diocesi di Yaoundé. Parrocchie da noi già ben avviate e autosufficienti. Ci si è spostati verso luoghi nuovi, bisognosi della presenza e dell’azione di chi sempre ricomincia con dedizione e la forza. È un po’ quanto l’Istituto vive da oltre 150 anni in varie parti del mondo.

Interessante la domanda postami da un confratello indiano: «Finora la nostra presenza è stata vissuta prevalentemente nella pastorale delle comunità da far crescere e da organizzare. Ci sono altri servizi che possiamo offrire a queste Chiese locali?».

Ho risposto che anch’io ho cominciato nel Nord del Camerun, nella pastorale degli inizi e dell’organizzazione della comunità di Guidiguis. Poi, la diocesi mi diede l’incarico della formazione dei catechisti che ho svolto per 25 anni. Presto varie diocesi del Camerun avranno un proprio clero sufficiente. Se ritornassi giovane, mi offrirei di accompagnare i preti perché mi sembrano un po’ isolati: mi sembra importante offrire loro un luogo dove pregare, riposarsi e alimentarsi di una bella e sana formazione sacerdotale. Ma ci sono altri servizi per noi membri di Istituti missionari, come quello, già vissuto, delle traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici e dello studio delle lingue e delle culture. Poi c’è la fondazione Betlemme per handicappati, orfani, sordomuti, ecc. ecc

A conferma di ciò, aggiungo che padre Rino non nasconde la gioia di aver predicato gli esercizi spirituali a 120 preti di Yaoundé e di essere invitato a predicarli ai preti di Ebolowa, il prossimo anno.

Ovunque sono stato, ho visto vescovi e preti tanto affezionati e riconoscenti per il nostro operato. Siamo visti come gli iniziatori, e senza esagerare, i patriarchi. Dopo la morte di don Mario Bortoletto, il vescovo e i fedeli del sud del Camerun hanno voluto le sue spoglie. Il parroco di Ma’an mi diceva che ogni giorno arrivano dei fedeli, anche da lontano, per pregare sulla sua tomba. Molti africani vedono gli inizi della loro fede e della loro vocazione sacerdotale e religiosa a partire dall’esempio di qualcuno di noi.

Il vescovo di Ebolowa mi ha invitato a parlare a tutti i preti della mia vita in Algeria. Alla fine del pranzo ho concluso: «Nei miei ricordi vedo che lo Spirito Santo ha i suoi tempi per le sue imprese. È stato durante un pranzo, nel 1975, che ho chiesto al vescovo di Vicenza preti per Ebolowa e lui li ha mandati. E oggi, durante un pranzo, ottengo per l’Algeria l’interesse e le preghiere di un vescovo e di altri preti».

Naturalmente, in questi giorni, nel cuore sentivo la gioia di poter dire: «Grazie, Signore! Non a noi la gloria! A te lode e benedizione».

«Ti mando io!»

Giunto in Italia dall’Algeria, in pochi giorni sono riuscito ad avere i documenti necessari per andare in Camerun e il 9 luglio ho partecipato nella cattedrale di Yagoua all’ordinazione sacerdotale di Adolph Ndouwe. Con lui sono stati ordinati anche un altro giovane toupouri e un giovane guiziga.

Adolph era cresciuto al centro di formazione dei catechisti di Doubane, dove suo padre Simon Pierre dirigeva quella comunità, insieme a me. Poi ha frequentato il seminario diocesano di Guider e dopo il liceo, è passato alla scuola di filosofia di Yaoundé e quindi al seminario di teologia del Pime di Roma e Monza.

Membro del nostro Istituto ha già avuto la sua destinazione: il Bangladesh. Durante l’omelia, il vescovo della diocesi, mons. Bartelemy, rivolgendosi ad Adolph ha detto «Sono felice che uno dei figli di questa terra possa partire per un Paese di missione, come il Bangladesh. I missionari ci hanno portato il Vangelo e ora anche noi siamo maturi per trasmettere il Vangelo ad altri popoli. Anzi ti dico: «Ti mando io!». E si è commosso, terminando così l’omelia.

Dopo i miei cinque anni di silenzio orante in Algeria, in un ambiente unicamente musulmano, senza folle, musiche, danze e canti, ho vissuto alcuni giorni nel sud del Camerun, in foresta, e poi nella savana del nord, immerso nella folla di amici che mi rivedevano gioiosi. Il sentimento più forte è stato quando, salutando catechisti, preti e vescovi, sentivo che attraverso la mia persona, il mio segreto e la passione missionaria si riaccendevano e si illuminavano in loro. Alcuni giovani, ragazzi e ragazze mi dicevano: «Sono in quel seminario, sono in quel noviziato… Sono figlio o figlia del tale catechista che hai formato tu…».

Ho avuto la testimonianza della vitalità di questa parte di Africa che trova nel Vangelo una grande luce e una grande forza vitale.

 Ad Adolph ho ricordato quanto mi disse il cardinal Montini, poi divenuto Paolo VI, quando ordinò prete: «Gesù mette il suo cuore nel tuo e mette il tuo cuore nel suo».

E celebrando a fianco di Adolph durante la sua prima messa, al memento (ricordo) dei defunti, ho ricordato suo padre Simon Pierre e lo straordinario cristiano Pierre Malina, morto lapidato dalla gente del suo villaggio perché ritenuto stregone. Anche l’Africa ha i suoi santi e i suoi martiri.

 

Santità vicina

Ho avuto la fortuna di partecipare il 26 e 27 giugno ai festeggiamenti per la beatificazione di padre Clemente Vismara del Pime, di suor Enrichetta Alfieri, l’angelo di San Vittore, e di don Serafino Morazzone, prete diocesano di Milano. In piazza Duomo a Milano ero proprio sotto il quadro dei tre Beati e mi sono commosso quando questa immagine appariva un po’alla volta. La piazza era gremita di amici dei tre Beati. Metà era rossa dei berretti dei fedeli di Agrate.

Nella parrocchia di Agrate il lunedì dopo, ero ancora vicinissimo al suo quadro e alla sua reliquia mentre ci celebrava l’Eucaristia. Con vivo entusiasmo i fedeli di Agrate cantavano l’inno a padre Clemente: «Clemente di Dio, tu parli alla gente invitando alla gioia. La vita è radiosa se spesa per gli altri, se la sete di amare ci spinge lontano. La gioia è nel cuore dell’uomo che ama, dell’uomo che vive donando ai fratelli. Non c’è mai tristezza per chi vive in missione, per chi perde se stesso per amore di Dio».

L’applauso più lungo è stato per Giuseppe, il giovane birmano miracolato.

In questi giorni la nostra casa di Milano era piena di missionari del Pime venuti da tante missioni e da vescovi, preti e laici della Birmania e della Tailandia.

Questo avvenimento mi resterà a lungo impresso. Quanti momenti belli, sentimenti forti, incontri…

Ci tengo a comunicarvene tre.

Trovandoci insieme, noi missionari del Pime, abbiamo vissuto questi giorni con gioia serena e con semplicità. La frase più bella sentita riguarda un ricordo di padre Filipazzi, uno dei compagni del Vismara, che quando sentì che si incominciava il suo processo di beatificazione, esclamò: “Se fanno beato lui, devono fare beati tutti noi!”.

Ne ho visti tanti di missionari birmani, compreso il Bellotti, venuto poi in Camerun, ed erano tutti dello stesso calibro e entusiasmo.

La seconda cosa straordinaria è Agrate. Se Vismara è stato riconosciuto ufficialmente beato è perché lui ha vissuto in Birmania ma strettamente unito alla sua parrocchia. E il gruppo missionario l’ha sempre sostenuto, sobbarcandosi poi e in modo meraviglioso, anche economicamente, tutto il cammino e tutta la celebrazione della beatificazione.

Il terzo è il pensiero della santità. Ho sentito in questi giorni che la santità è vicina. Non perché sono già santo, ma avendo conosciuto questi confratelli e sapendo che c’è una lista dei nostri in procinto di essere riconosciuti tali dalla Chiesa, basterebbe che mi impegnassi un pochino di più, non per essere riconosciuto, ma per esserlo veramente. Dimentico però una cosa. Ci vuole, è vero, una scelta precisa e fedele, ma nello stesso tempo ci vuole la caparbietà di padre Clemente di stare unito a Gesù e alla gente e di lasciarsi guidare. Questa caparbietà è dono ricevuto da Dio.