La religione del cuore

Alcune persone e famiglie che incontro qui in Algeria vivono di bontà. Ne resto commosso. Le vedi attente a chi soffre. Anche nelle difficoltà, continuano nella pazienza e nell’umiltà. La diversità di religione, di tradizioni e di formazione non è un ostacolo all’accoglienza. Nei rapporti non hanno nessuna paura, nessun sospetto dell’altro perché con la semplicità e la bontà nel cuore non hanno niente da perdere.

Mi domando dove si alimenta questa bontà. Da dove viene? Mi è capitato anche in carcere di seguire persone che nonostante il male fatto conservavano una condotta guidata da un cuore sensibile e generoso. Una volta poi, guardato a vista dal poliziotto, ho ascoltato uno che aveva commesso un crimine. I giornali parlavano di lui come di una bestia. Sentivi invece che era ancora un uomo e che aveva ancora un cuore. Come il “buon ladrone” del Golgota che cresciuto forse nel male, trovandosi accanto a un uomo come lui, che soffriva con nobiltà di sentimenti, si è sentito toccare. Ha percepito nelle sue fibre profonde un qualcosa di nuovo, di bello, si è lasciato andare anche lui verso la bontà e gli ha chiesto di stargli vicino anche dopo la morte.

La ricchezza del cuore l’ho trovata dappertutto, tra gli africani di religione tradizionale del Cameroun e del Ciad, la sento ogni giorno nei musulmani che mi accostano e si confidano.

La sorgente e la spiegazione la trovo nel Creatore. È stato lui a mettere nel cuore del mondo la bontà, la bellezza… In tutto, in tutti. Noti che l’umanità scopre e sente in sé questa forza innata e vuole mantenerla viva anche nelle situazioni più difficili.

E poi lo straordinario avvenne quando nel Figlio, Dio ha voluto umanizzarsi in ogni uomo, bianco, nero giallo, cristiano, buddhista, musulmano… per far capire a tutti che l’esistenza è piena quando diventa un dono da donare.

Da sempre ogni bontà è bontà di Dio e Dio ama nel cuore dell’uomo. Questo mantiene viva una grande speranza. La bontà non può morire.  È più forte del male, salverà il mondo, vincerà.

Quando trovi bontà, ti si apre il cuore.

Prima delle religioni definite tali, e anima di tutte, c’è quella del cuore. Il cristiano ha il compito di riconoscerla in tutti e diventarne il lievito.

Suor Maddalena incontra il Patriarca Athenagora e questi le chiede: «Come sta mio fratello Paolo VI?»  Poi Athenagora continua: «Siamo caduti (sic) le braccia dell’uno, nelle braccia dell’altro, l’anima dell’uno, nell’anima dell’altro. Ci hanno chiesto . “Quante volte?” Risposi: “Quando due fratelli si incontrano dopo nove secoli, gli abbracci non si contano!”» «E in che lingua parlavate? –  Risposi: “Dopo nove secoli, è il cuore che parla… ed è inesprimibile!”».

 

Ancora, Buon Natale!

 

A Betlemme tutto l’amore, accoglilo!

La Chiesa, i discepoli del Signore accolgono Gesù e diventano amore.

La piccola sorella Jeanne, venuta a Touggourt per celebrare i 70 anni della fondazione, ha messo nelle mani della sorella più giovane la statua del piccolo Gesù Bambino che la fondatrice,  piccola sorella Magdeleine aveva trovato tra i rifiuti, riparato e messo accanto alla cappella per custodire la fraternità. È a causa di quel bambino da niente, che loro, sorelle da niente, mantengono rapporti di vera amicizia con tutti. E tutti ci stanno, perché tutti hanno bisogno di sentirsi amati e di volersi bene.

Charles de Foucauld ci dice ancora:  «Facendosi cosi piccolo bambino, bambino così dolce, vi grida: “Fiducia! Familiarità! Non abbiate paura di me! È il vostro Dio… pieno di dolcezze e di sorrisi. Diventate tutta tenerezza, tutto amore e tutta confidenza…».

E piccola sorella Magdeleine: «Guarda, l’aspetto così semplice di tante riproduzioni del bambino non ti crei difficoltà. È l’umano sulla realtà divina. È Dio che ti chiama a seguirlo col suo spirito d’infanzia e d’abbandono. Davanti a Dio, sentiti bambino!  Davanti a Maria, abbandonati come un bambino che cerca la mamma. E ora accogli dalle sue mani il suo piccolo Gesù per tenerlo sempre con te e portarlo nel mondo col suo messaggio di abbandono umile e fiducioso, di semplicità e di amore, amore universale».

Gesù non si accontenta di venire ad abitare in mezzo a noi, ma vuole entrare nella vita e nel cuore di ognuno di noi. Siamo disposti ad accoglierlo e a viverlo in noi?

 

Non restare solo/a, apri la porta.

Senti il Bambino-Dio vivo in te. Sentilo!

Ti ricorda il bene che sei, che hai vissuto e fatto.

Ti toglie, ti perdona ogni male.

Ora ti aiuta a vedere, a sentire una vita nuova.

Ti porta in casa te stesso/a, dentro di te,

e i tuoi vicini e tanti che hanno bisogno di te e che puoi amare.

Apri la porta. Ti riaccende…

 

Auguri, amici! Non solo da me, ma anche dalle piccole sorelle e da tanti vostri amici di Touggourt! Parlo spesso di voi. Vi conoscono, vi vogliono bene.

Saggezze delle religioni

La presenza dei Semi del Verbo nelle varie religioni e culture le rende degne di stima e di rispetto e capaci di dare il loro contributo alla pace come è stato affermato negli incontri di Assisi.

Ma non va tralasciato in tutte un impegno importante, quello di procedere verso una fedeltà alla verità, alla giustizia e alla ricerca del bene comune dell’umanità.

Durante i secoli, non sempre le religioni (o meglio, gli aderenti a tali religioni) hanno evitato comportamenti di violenza, compresa la Chiesa cattolica. Il Papa ne ha chiesto perdono. È necessario quindi un cammino impegnato di conversione e di purificazione.

Nel discorso ai trecento esponenti religiosi e “cercatori della verità”, tenuto poco dopo l’incontro di Assisi, il Papa ha proposto un esame di coscienza a tutte le religioni, comprese le religioni tradizionali africane. Le ha accomunate in una storia fatta anche di «ricorso alla violenza in nome della fede»: una storia, quindi, bisognosa per tutte di purificazione.
E due giorni dopo Benedetto XVI è stato ancor più preciso. Ricevendo in Vaticano i vescovi dell’Angola in visita ad limina, ha denunciato una violenza che in nome delle tradizioni religiose africane arriva persino a uccidere bambini e anziani. C’è nel Papa la preoccupazione pastorale che anche i cristiani africani si liberino da tali comportamenti.

Interessanti gli interventi di alcuni responsabili delle varie religioni presenti ad Assisi che suggeriscono cammini verso l’autenticità delle religioni.

L’arcivescovo di Canterbury afferma la sua determinazione appassionata per la pace nel mondo. E perché ciò avvenga, invita a fare appello alle saggezze proprie ad ogni religione per rispondere alle sfide del nostro tempo, soprattutto riconoscendo il prossimo, non come uno straniero. Egli propone una alleanza delle saggezze delle religioni e di attingere dal profondo delle tradizioni.

Il presidente del Jogye Order appartenente al buddhismo sud-coreano ha paragonato la vita di ciascuno a un bel fiore che fa di questo mondo un luogo magnifico. Ha chiamato le religioni a mettersi insieme in cinque fraternità: la fraternità per la vita, per eliminare le radici della violenza, la fraternità  per la pace per una coesistenza armoniosa, la fraternità per la cultura per accettare le differenze, la fraternità per la condivisione per aiutare quelli che soffrono e la fraternità dell’azione per far diventare il mondo luogo puro e profumato come un fiore.

In questi interventi si nota che ogni religione può e deve vivere il proprio cammino di purificazione, conversione e crescita. Lo Spirito di Dio l’accompagna e l’assiste. Si tratta di ritornare alle ispirazioni iniziali contenenti i Semi del Verbo, perché è avvenuto che lungo i secoli, alcuni comportamenti non sono sempre stati fedeli allo spirito delle radici e alla natura originaria e quindi non sempre hanno prodotto frutti buoni.  È necessaria una riscoperta, una fedeltà. Ogni albero (ogni religione) deve poter sviluppare la propria identità dentro l’ordine e l’armonia del creato. 

Sosteniamo l’azione dello Spirito con la preghiera.

La primavera araba vista dai vescovi del Nordafrica

Dal 13 al 16 novembre i vescovi del Nordafrica hanno vissuto la loro assemblea annuale. La prossima sarà a Mazara del Vallo, in Sicilia per sottolineare il legame profondo tra ciò che succede su entrambe le sponde del Mediterraneo. Proprio per questo anche il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero – che con la sua diocesi da tempo intrattiene legami di profonda amicizia con le Chiese del Maghreb – ha partecipato già quest’anno ai lavori dell’assemblea. Vi trasmetto una parte della loro analisi come emerge dal loro comunicato.

Passaggi cruciali. «Sono tre le sfide essenziali che emergono in questi Paesi: sfida religiosa, politica e socio-economica». A parere dei vescovi maghrebini queste sfide richiedono “passaggi” essenziali che se intrapresi possono rappresentare delle “promesse di speranza” per tutta la regione. Il primo è «il passaggio dalla paura di manifestare la propria religione all’affermazione tranquilla delle proprie convinzioni di fede nel rispetto delle opinioni altrui e all’interno di un dibattito senza più tabù sull’importanza della promozione di tutte le libertà, compresa la libertà di coscienza».

Altra sfida cruciale per tutto il Nord Africa è «il passaggio da una vita sociale abitata dalla paura e dal rischio della libertà all’impegno affinché tutta la nazione possa vivere nella democrazia e nel rispetto della dignità della persona». Altro punto sottolineato è «la presa di parola e responsabilità delle donne che chiedono di essere più rispettate nella loro dignità e nei loro diritti». Infine, i vescovi danno voce al «grido dei giovani che esigono per sé formazione di buon livello e finalizzata ad un reale avvenire professionale».
Responsabilità, speranze, difficoltà. I membri delle Chiese che vivono nei Paesi del Nordafrica generalmente non sono attori diretti di questi passaggi, ma vogliono essere testimoni di speranza. Le comunità cristiane vogliono, cioè, dare il loro contributo per «la promozione dei valori nei quali essi si riconoscono pienamente». «Sentono la responsabilità d’incoraggiare quella volontà di libertà, cittadinanza e apertura che si è espressa chiaramente nella primavera araba: cercano di farlo accompagnando nel discernimento e dando testimonianza della loro speranza anche in mezzo alle reali difficoltà che incontrano». A questo proposito i vescovi hanno espresso la loro solidarietà alla Chiesa d’Algeria, «condividendo la sofferenza dei vescovi di fronte al non rilascio e talvolta al rifiuto dei visti ai preti e ai religiosi, qualsiasi sia la loro nazionalità. Essi – si legge nel comunicato – lo ritengono come un grave attentato alla vita delle Chiese e ci provoca maggiore sofferenza quando questi provvedimenti riguardano persone che senza alcuno spirito di proselitismo, rendono un reale servizio a quei Paesi e intrattengono relazioni molto cordiali con tutti». Da qui la gratitudine dei vescovi per tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose che vivono nei loro Paesi: «Essi ammirano il loro lavoro e rendono grazia per la qualità del loro impegno».

La preghiera ad Hassi Messaud

Dopo la partenza di don Emmanuele, fidei donum di Novara, i Padri Bianchi da Ouargla e io da Touggourt, ogni settimana cerchiamo di assicurare la celebrazione eucaristica in quella chiesa e in quella città, la città del petrolio, dove don Emmanuele ha speso tante energie e tanta passione di buon pastore.

Entrando nella chiesetta della Nostra Signora della Sabbia, mi sono commosso pensando a quanti, algerini compresi, hanno dato lavoro, mezzi e competenza perché ad Hassi Messaud, accanto alla preghiera musulmana, ci sia anche la preghiera dei cristiani. Ed entrando nella casa accanto, ho pensato alle Missionarie dell’Immacolata che attendono il visto per l’Algeria da oltre due anni, per assicurare anche la loro presenza di preghiera, di accoglienza e di servizio.

Celebrando la messa con i tecnici delle società petrolifere  ho ringraziato il Signore per questa “chiesa-presenza”, frutto di fede e di tanto amore.

Accanto all’altare ho trovato una preghiera, lasciata da un cristiano sopra un ricamo con la scritta PGR (per grazia ricevuta). Ve la scrivo perché anche voi preghiate per quanti si adoperano affinché si possa usare ancora della ricchezza della natura, del petrolio e del gas, nascosti sotto la sabbia.

Oh, Nostra Signora della Sabbia, a te ci rivolgiamo noi uomini resi aridi nei sentimenti, dalla lontananza dai nostri cari.

A te ci rivolgiamo, noi uomini resi duri dal pesante lavoro del deserto.

Stendi su di noi e sulle nostre famiglie il tuo manto benedicente.

Proteggici ed aiutaci a perseverare nella nostra fede.

Oh, tu Signora della Sabbia, volgi il tuo sguardo amorevole sugli ammalati, infondi loro la speranza della guarigione, consolali nella loro malattia.

Oh, Nostra Signora della Sabbia, a te ci rivolgiamo,noi poveri peccatori, a te rimettiamo le nostre mancanze. Perdonaci, consolaci, aiutaci ad affrontare le avversità della vita.

Infine, Madre Santa, poni ai piedi di Gesù, tuo Figlio e nostro Signore, le nostre pene, le nostre miserie e le nostre speranze. Amen!

E preghiamo anche perché un altro “don Emmanuele” possa venire a pregare stabilmente nella chiesetta di Nostra Signora della Sabbia nella città del petrolio.

 

Il Papa in Africa

Ogni volta che il Papa viene in Africa, cerco di seguirlo coi mezzi che ho, per vivere con lui la vitalità di un momento che fa esultare e scuotere, perché mette in evidenza la verità di questo continente. Da una parte, la realtà dei doni coi quali il Creatore ha benedetto l’Africa, come il senso innato di Dio, la gioia di vivere, l’apertura alla vita, il valore della famiglia, il senso della festa, ecc.  Dall’altra, il bisogno di liberarsi dalla paura degli spiriti cattivi, dalle pratiche della magia e della stregoneria che causano tanti effetti negativi nella vita familiare e sociale.                                      

La presenza del Papa è rinnovare quello che il Cristianesimo porta all’Africa, cioè la grande novità di Gesù che offre la vera libertà dalle forze che la paralizzano. Gesù continua a dire quello che disse un giorno al cieco di Gerico: «Coraggio! Alzati!».                                                                        

Riconciliati con Dio e con gli altri, i cristiani sono chiamati sempre di più a diventare artigiani di pace e agenti di giustizia, luce del mondo e sale della terra africana.                                                

Di grande importanza è la domanda-grido ai responsabili dell’Africa e del mondo: «Non private di speranza i vostri popoli! Non amputateli del loro avvenire, distruggendo il loro presente!».

Il Papa ha accolto e baciato il bambino trovato in foresta da una suora di Madre Teresa.

Si era perso? Abbandonato agli spiriti? Immagine dell’Africa, amata, sulle braccia del mondo?

Bella l’immagine della mano  descritta dal Papa:

Cinque dita, diversi, essenziali, uniti a formare una mano.

L’intesa tra culture, considerazione e rispetto dei diritti di ognuno.

L’odio è un fallimento, l’indifferenza un vicolo cieco, il dialogo un’apertura.

Terreno con semi di speranza.

Bella la mano tesa.

Mano tesa per giungere ad amare.

Dio la vuole per offrire e ricevere.

Non per uccidere o far soffrire, ma per medicare e far vivere.

Strumento di dialogo… col cuore e l’intelligenza.

Per far fiorire la speranza…

Anche quando l’intelligenza balbetta e il cuore inciampa.

Presenza

Per una settimana celebro da solo nell’angolo rimastomi della mia chiesa, affidata a una associazione musulmana che la occupa per incontri formativi. Le Piccole Sorelle sono ad Algeri per un loro incontro.

Mi accompagna la riflessione del teologo Sequeri che partendo dalla figura di Charles de Foucauld

la estende a ogni presbitero e a ogni cristiano: «L’immagine evocata da Fratel Carlo, che si immagina come sacerdote, dove non se ne sono visti, per spezzare il pane e invitare al banchetto invitati improbabili rispetto ai soliti noti, è particolarmente commovente da leggere oggi. Da qualche tempo ci siamo abituati all’idea del sacerdote come guida e animatore di una Chiesa-comunità già formata, con tutti i suoi ministri sussidiari, i suoi laici impegnati, le sue iniziative caritative e culturali, che quasi abbiamo rischiato di dimenticarci che dove un cristiano si trova a vivere la sequela e l’imitazione del Signore, la Chiesa è già arrivata. E dovunque un sacerdote vive sinceramente la propria vocazione al discepolato come ministro ecclesiastico dell’Evangelo in seno alla condizione umana, la Chiesa ha già incominciato ad agire formalmente nella successione apostolica della confessione della fede, dell’ospitalità evangelica, dell’annunzio della salvezza, della speranza di riscatto, delle opere di agape».

Sequeri conclude: «Un sacerdote, un religioso, un cristiano, non sono mai senza Chiesa. Al contrario, i luoghi dell’umano che rimangono senza Chiesa sono sempre molti. Non basta che la Chiesa viva la sua vita, nei luoghi in cui abita l’uomo. Né è sufficiente che essa viva la vita di coloro che la abitano già. È necessario che essa mostri di saper vivere la vita di coloro che abitano ai confini della sua: anzi, che essa viva proprio la vita di coloro che non la abitano per nulla. E forse non arriveranno ad abitarla, su questa terra, con la comprensione e la libertà che sono necessarie affinché siano onorate insieme – secondo la limpida intenzione di Dio, significata da Gesù – la qualità del discepolo e la dignità dell’ospite» (Cruz Oswaldo Curuchich Tuyuc Charles de Foucauld e René Voillaume, Cittadella Editrice, p. 157).

Sopra la cupola è rimasta anche la piccola croce, segno dell’amore di Gesù per i suoi discepoli.

Agli amici della fraternità di Jesus Caritas

 

Carissimi, uno di voi mi ha scritto: «Grazie sempre delle tue “meditazioni”, anche perché sono spesso imbevute di spirito “foucauldiano”. Dal 14 al 19 novembre noi qui (a Rimini) faremo l’Assemblea nazionale delle fraternità sacerdotali Jesus Caritas, sarebbe bello che mi scrivessi due righe dall’Algeria per noi che simpatizziamo per fratel Charles e per tutti quelli che come te imparano “necessariamente” a vivere il suo stile… Ma comprendiamo appunto anche noi sempre di più che la Nuova evangelizzazione passerà con l’intuizione di fratel Charles: l’icona di Nazareth e quella della Visitazione dovrebbero essere la nuova immagine di Chiesa. Noi ci crediamo, ma è ancora difficile proporla nelle nostre “pastorali” così strutturate e ingabbiate negli strumenti umani. Aspetti un fidei donum? Chissà, se il Signore chiama…».

Quello che ho fatto venendo qui a Touggourt è stato di salutare tutti quelli che incontravo, prima coi saluti “laici”, “Mattino di luce, mattino di bene, poi  invitato da qualcuno che ormai mi vedeva spesso, coi saluti religiosi, “La pace su di voi”.

Questa mattina dopo aver letto l’email, son partito per celebrare la Messa presso le Piccole Sorelle ed ero sopra pensiero. Non salutavo come al solito. Finché un gruppo di uomini, vedendomi passare mi hanno detto: «Salam, Pace».

È stato per me un richiamo a cogliere un invito umano, a lasciare aperto il mio animo all’altro, chiunque sia, e a permettere che anche l’altro mi sorrida quando mi vede. La vita che vivo per ora è mantenere vivi i rapporti. 

Vi aggiungo un pensiero della Piccola Sorella Maddalena alle Sorelle: «Come Gesù, fai parte di questa massa umana. Penetra profondamente e santifica il tuo ambiente, conformando ad esso la tua vita, con l’amicizia, con l’amore, con una vita totalmente donata, come quella di Gesù, al servizio di tutti, con una vita talmente mischiata a tutti fino ad essere una cosa sola con tutti, volendo essere in mezzo a loro come il lievito che si perde nella pasta per farla lievitare».

Consiglio la lettura del libro di Cruz Oswaldo Curuchich Tuyuc, Charles de Foucauld e René Voillaume (Cittadella Editrice).

Il sacrificio di padre Fausto

Continuo a meditare sulla morte di padre Fausto Tentorio.

Il nostro primo martire, padre Giovanni Mazzucconi, appena ordinato sacerdote, interrogato da un fratello, come passava la sua giornata, aveva risposto: «Celebro Messa».

Penso che a partire dal sacrificio della Messa si può capire il valore di quanto ha vissuto e fatto il missionario padre Fausto.

Leggo il primo annuncio della sua morte: «Aveva appena finito di celebrare la Messa nella parrocchia di Arakan e stava entrando in macchina quando uno sconosciuto in moto gli ha sparato. Soccorso dai fedeli, è stato subito portato al più vicino ospedale, distante 30 chilometri, ma inutilmente».

Anche i fedeli portano in loro il sacrificio della Messa ed è lì che rivivranno la loro comunione con padre Fausto.

Leggo il mio maestro Charles de Foucauld: «Il dovere speciale del sacerdozio è il sacrificio di Gesù e di se stesso sulla croce… I preti debbono offrire Gesù al Padre, per la sua gloria e la salvezza degli uomini nella santa Eucaristia come egli si è offerto nella cena; e debbono offrirsi con Gesù al Padre per la sua gloria, quella di Gesù, e la salvezza degli uomini sulla croce, soffrendo, con Gesù, l’agonia, la passione e la morte, nella misura in cui piacerà a Gesù e ad essere vittime con lui».

Il martirio di padre Fausto Tentorio

«Il martire colpisce e affascina per la libertà della sua morte, piena di significato; il martire muore per una ragione, non semplicemente perché ogni uomo è destinato a morire». (don Bruno Maggioni)

 

Ancora un confratello martire. Quale ragione nel martirio di padre Fausto Tentorio? Solo, col mio computer che mi porta la notizia dell’uccisione, rivedo padre Fausto e prego per lui e per l’Istituto.

Leggo: padre Fausto Tentori è stato ucciso oggi alle ore 8.30 locali nella cittadina di Arakan, nell’isola di Mindanao (Filippine).
Aveva appena finito di celebrare la Messa nella parrocchia di Arakan e stava entrando in macchina quando uno sconosciuto in moto gli ha sparato. Soccorso dai fedeli, è stato subito portato al più vicino ospedale, distante trenta chilometri, ma inutilmente.
Padre Fausto era nato a Santa Maria di Rovagnate, in provincia di Lecco, nel 1952.

Partito nel 1978 per le Filippine, aveva lavorato inizialmente ad Ayala, nella diocesi di Zamboanga. Era passato nel 1980 alla diocesi di Kidapawan, prima nell’area di Columbio, poi dal 1986 in quella di Arakan. Impegnato già a Columbio con le comunità indigene, pur lavorando anche con quelle cristiane, nel 1990 aveva deciso di impegnarsi a tempo pieno con i tribali della zona, i manobo, circa ventimila persone in via d’estinzione.
A partire dal 1955, con l’arrivo dei primi coloni, a queste popolazioni erano stati tolti migliaia di ettari di foresta, loro habitat naturale. La scomparsa della terra avrebbe portato anche alla scomparsa delle tribù. Con l’aiuto della Cei e di alcune organizzazioni governative e non, era riuscito in questi anni a far sì che il governo riconoscesse la priorità dei tribali sulle terre ancestrali rimaste.
Il lavoro era poi continuato con la promozione di cooperative agricole, l’educazione sanitaria e l’alfabetizzazione. Negli ultimi tempi era anche impegnato per fermare la diffusione dell’industria mineraria, altro elemento di distruzione delle popolazioni indigene.
Proprio per questa sua attività a favore degli ultimi, padre Fausto era già stato in passato oggetto di minacce ed era scampato ad altri attentati.

Tempo fa aveva detto: «Si potrebbe pensare che andare nelle Filippine è un viaggio nell’ignoto, in mezzo a persone che ti inseguono, che ti vogliono rapire, che cercano la “testa del turista”. Invece, la prima cosa che ti sorprende, quando arrivi, è la grande disponibilità e umanità della gente. Dagli addetti all’aeroporto, ai poliziotti (sì, anche loro sanno essere simpatici…), dagli altri viaggiatori che ti tengono compagnia durante le quattordici ore di volo sino al signore delle pulizie dell’aeroporto di Manila, che si fa in quattro per indicarmi il gate giusto per prendere l’aereo per Davao… E poi i bambini… E poi … E poi …».

«Uno dei cambiamenti più importanti che avviene attraverso la scuola – spiega Tentorio – è che i manobo prendono coscienza dei propri diritti soprattutto per quanto riguarda la difesa delle proprie terre».

Martirio per fede o per amore?

Qui in Algeria si è parlato molto di martirio. Corro a rivedere le note che conservo sul martirio dei monaci di Tiberine. Christian de Chergé, il superiore dei monaci di Tiberine, disse in una sua omelia : «Si dovette attendere Massimiliano Kolbe perché la Chiesa riconoscesse il titolo di martire a una testimonianza che fu più di carità che di fede. In realtà anche nella definizione classica del martirio assieme alla testimonianza di fede si parla anche di virtù…».

Il martirio dei monaci è fedeltà a un popolo come quella di Gesù per l’umanità. Nell’ultima cena Gesù fece dono della vita che visse poi sulla croce. Anche nei monaci ci fu offerta della vita e sacrificio. Christian diceva: «Non sarà l’emir Sayat a prendermi la vita, perché l’ho già donata».

Christian spinge il suo amore per il suo popolo fino a non volere che qualcuno sia responsabile della sua morte. Scriveva nel suor testamento spirituale: «Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio ».

Restare a Tiberine fu solo per fedeltà a quello in cui credevano, non una provocazione.

Anche padre Fausto era rimasto. Ed è lì col suo popolo.