Il senso del martirio oggi

«“Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il cuore viene aperto e diventa fonte di un nuovo fiume di vita che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato».
(Benedetto XVI, a conclusione dell’anno sacerdotale)

«Dio ha tanto amato gli uomini da donare loro il suo Unico:
E il Verbo si è fatto fratello
Fratello di Abele e di Caino
Fratello d’Isacco e di Ismaele
Fratello di Giuseppe e degli undici che lo vendettero,
“Fratello della pianura” e “Fratello della montagna”.
Fratello di Pietro e di Giuda e dell’uno e dell’altro in me.
L’ora è venuta per Dio di imparare ciò che costa entrare in fraternità».
(Christian de Chergé, ucciso a Tibherine)

Il cristiano segue le orme di Gesù. Il martirio dei monaci è fedeltà a un popolo come quello di Gesù per l’umanità. Nell’ultima cena, Gesù fece dono della vita, dono che visse poi sulla croce. Anche nei monaci ci fu offerta della vita e il sacrificio. Christian diceva: «Non sarà l’emiro Sayat a prendermi la vita, perché l’ho già donata». Anche Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso pure lui, aveva scritto: «Chiamati a vivere in Algeria, dobbiamo considerarci come donati al popolo algerino».
Christian spinge il suo amore per il suo popolo fino a non volere che qualcuno sia responsabile della sua morte. Diceva: «Non voglio chiedere una tale morte. Voglio crederlo, professarlo. Non voglio e non sarei contento se questo popolo che amo potesse esser accusato del mio martirio».
Restare a Tibherine fu solo per fedeltà a quello in cui i monaci credevano, non una provocazione. Nel martirio ciò che è più importante non è la morte violenta, ma il dono della vita. Non è necessario un assassino, ma che ci sia un testimone di amore. E questa è la vocazione di ogni uomo, non solo del cristiano.
Il martirio dell’amore include il perdono che è dono perfetto. Il martirio dell’amore rende vivo e tuttora presente il mistero pasquale.

Il documento Gaudium et Spes (22,5) dice: «Dobbiamo ritenere che lo  Spirito Santo offre a tutti, come Dio sa, la possibilità d’essere associato al mistero pasquale». Il cuore del cristiano è oggi il fiume di vita e di amore del cuore di Gesù. Si dona a Gesù per donarsi a tutti.

«Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno?
Signore, oggi ti do le mie mani.
Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico?
Signore, oggi ti do i miei piedi.
Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore?
Signore, oggi ti do la mia voce.
Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è un uomo?
Signore, oggi ti do il mio cuore».
(Preghiera di Madre Teresa)

Algeria: 50 anni di indipendenza

Mons. Paul Desfarges, vescovo di Costantine, descrive in una lettera il percorso della Chiesa in Algeria durante la guerra di liberazione, le parole coraggiose dell’allora arcivescovo di Algeri, il cardinale Etienne Duval, contro la tortura, la vicinanza fraterna e rischiosa dei cristiani al fianco degli algerini nella loro lotta per l’indipendenza che ha rafforzato i legami di sempre della Chiesa con il suo popolo. «La Chiesa nel momento dell’indipendenza ha detto ancora “sì” alla sua vocazione di essere Chiesa per tutto il suo popolo d’Algeria».
Mentre l’Algeria scivolava, anni dopo, nella violenza integralista e profondava nella guerra civile, mons. Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, nonostante le minacce e i rischi, si rifiutava di lasciare il Paese, nell’ora più sanguinosa. Solidale al popolo algerino, della cui amicizia e sincerità non aveva mai dubitato, ribadiva la sua convinzione che in Algeria, nella tragedia quotidiana, il sangue dei cristiani (19 religiosi e alcuni laici) e dei musulmani algerini (circa 150.000)  era lo stesso: lo provarono il martirio comune e il destino condiviso da Mons. Claverie e il suo autista Mohamed, uccisi il primo agosto 1996.
Mons. Teissier dichiarava senza ambiguità la sua compassione per i civili algerini e faceva eco al card. Duval dicendo: «Quella d’Algeria è una Chiesa di incontro, testimone nascosto della presenza di Dio».

«Una parte di voi ci appartiene»

Un’amica algerina musulmana ha scritto alla comunità cristiana la seguente lettera: «Avete scelto di vivere con questo popolo, di condividere le sue gioie e le sue pene. Avete scelto… o è Dio che ha scelto per voi? L’importante è che voi siate qui, e che rimaniate sempre qui. Ma la vostra presenza non si limita solo alla relazione creata dal vostro insegnamento e dal vostro aiuto. La vostra presenza ha superato tutto ciò. È più profonda. La vostra presenza in questa terra e in mezzo a questo popolo ha superato tutto questo poiché una parte di voi ci appartiene. Non si può esistere da nessuna parte senza appartenere in qualche modo all’altro. Molti algerini musulmani condividono con me quest’idea e queste sensazioni. Non siete qui per un conflitto religioso o politico – benché molti lo credano – e non voglio arrestarmi a questa considerazione. Se volete andare al fondo della vostra nobile missione, dovete vivere qui con noi pienamente. Pierre Claverie ha scritto: “Chiamati a vivere in Algeria, dobbiamo considerarci come donati al popolo algerino”».

Vita eucaristica

Avvicinandoci alla Settimana Santa, i momenti migliori sono quelli eucaristici, dove si adora Gesù. Lo scorso anno ho vissuto dieci giorni a Beni Abbes con i Piccoli Fratelli, che custodiscono il primo eremo costruito da Charles de Foucauld. Nell’eremo ti sembra di vedere ancora fratel Charles e di sentirlo nel cuore dell’eremo, in adorazione. Scrisse: «29 ottobre 1901, celebrata la prima Messa a Beni Abbes. Il santissimo sacramento è nella piccola cappella che Gesù si è regalata… Ho, dunque, ora, giorno e notte, questa dolce compagnia… “sono felicissimo”. Pregate perché io sia per Gesù un compagno amoroso e fedele».
Attualmente sono i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle che continuano. Leggete questa loro testimonianza:
«Se la tua celebrazione e la tua adorazione eucaristica saranno vere e sincere, sarai preso dal profondo desiderio che tutta la tua vita diventi una Eucaristia. Quel pane spezzato per amore, che accogli e contempli non può non darti la voglia e la forza di continuare a donarti e a spezzarti per i tuoi fratelli. Charles de Foucauld racconta come quando si trovava in adorazione davanti all’Eucaristia e sentiva un povero bussare alla porta, si dirigesse immediatamente e con gioia verso di lui per continuare a contemplare nel volto del fratello il medesimo volto del Cristo contemplato nell’Eucaristia. Eucaristia sarà quindi anche il tuo studio adempiuto con amore e il desiderio di essere domani più preparato a servire i tuoi fratelli. Eucaristia il tuo lavoro attraverso il quale procuri il pane quotidiano per te e la tua famiglia, contribuendo ad un progresso armonico della società. Eucaristia il tuo impegno quotidiano per la pace, la giustizia e il tuo impegno politico portato avanti con integrità a costo di pagare di persona. Eucaristia il tuo fare piccole e coerenti scelte alternative di condivisione con gli ultimi che, come capitò a Gesù, potranno anche causarti incomprensioni e opposizioni. Se rimarrai fedele ad una celebrazione e adorazione quotidiana dell’Eucaristia, ti renderai anche conto come il donarsi del Cristo si attui nella discrezione, nel nascondimento, nell’umiltà, nella semplicità, nella gratuità. Lui infatti nell’Eucaristia ti accoglie facendosi accogliere. Ti convincerai allora che celebrare in modo autentico l’Eucaristia non sarà solo dare, ma anche forse e soprattutto accogliere, ascoltare, lasciarsi perdonare, lasciarsi amare, farsi piccolo, umile. Servire l’altro quasi senza darlo a vedere, accogliere l’altro dando l’impressione che sia lui ad accoglierti. E questo tuo celebrare concretamente con tutta la tua vita l’Eucaristia ti farà sperimentare un bisogno estremo di nutrirti quotidianamente di Lui per continuare a donarti e ad accogliere come Lui, in Lui e per mezzo di Lui».
(Piccoli Fratelli del Vangelo, Insegnaci a pregare).

La festa è nel cuore

Il 4 febbraio è l’anniversario della nascita del Profeta. La sera della vigilia, ritornando dalle Piccole Sorelle, cammino per prudenza nel centro della città e non attraverso il palmeto, come faccio di giorno, perché di sera posso trovare sgradevoli sorprese. Un amico mi invita alla moschea a incominciare  la grande veglia di lettura del Corano. Gli dico: «Aid mabruk» (benedizione a te per la festa). Mi risponde: «Noi per questa festa non ci diciamo “Aid mabruk”, perché celebriamo con grande solennità solo due feste, quella alla fine del Ramadan e quella grande del sacrificio di Abramo. La festa della nascita del Profeta è solo un ricordare…».

L’indomani ai due ragazzi, venuti da me per un sostegno nella lingua francese, chiedo di fare un tema sulla festa della nascita del Profeta. Mi scrivono: «Durante la notte abbiamo ascoltato il Corano. Questa festa per noi è soprattutto ricordo. Non facciamo un pranzo straordinario, ma anche oggi pensiamo di dare qualcosa ai poveri e ci facciamo visita in semplicità per un momento di famiglia. Non c’è niente di esteriore. È solo festa nel cuore. La festa è solo per Dio. L’uomo è solo un uomo e non festeggiamo un uomo».

Poi a pranzo, l’amico che viene ogni tanto, mi dice che ci sono altre usanze a seconda delle tribù. Alcuni fanno scoppiare dei mortaretti, ma non tutta la gente è d’accordo. L’usanza più bella è quella di lasciare accesa una candela in tutti i luoghi della casa durante la notte per significare la luce e la verità di Dio che il Profeta ha portato.

Negli incontri con gli amici di Touggourt mi trovo spesso confrontato con le differenze tra islam e cristianesimo e invitato a riflettere e ad approfondire. Una differenza è il culto dei santi. L’islam non celebra le feste dei suoi “profeti”. Solo Dio merita la lode.

In realtà, nel prefazio delle feste dei santi, il cristiano dice: «Nella festa riconosciamo un segno luminoso della tua grazia, ammiriamo la tua sollecitudine per la tua Chiesa, celebriamo le premure del tuo amore, tu sei glorificato nelle assemblee dei santi, coronando i loro meriti coroni i tuoi doni».

Ho pensato anche ad alcune feste che si celebrano in Europa e in altre parti del mondo. Tanta esteriorità, ma quanto contenuto?  L’esteriorità è bella… quando è festa del cuore!

La basilica di Sant’Agostino si rinnova

 

La basilica di Nostra Signora dell’Africa di Algeri ora risplende e continua ad accogliere fedeli, pellegrini, visitatori e anche molte donne musulmane in preghiera, particolarmente devote alla vergine. I restauri sono stati ultimati. Ma anche la basilica di Sant’Agostino di Annaba si sta rinnovando. Annaba è il nome nuovo della antica Hippona, di cui il santo fu vescovo.

La gente è generosa, dice il vescovo Paul Desfarges, e vuole la chiesa ancora bella, aperta, accogliente. Non è considerata un museo, ma luogo di silenzio e di preghiera per sentire ancora vicino il grande antenato Agostino. Poco lontano le piccole sorelle dei poveri ospitano persone anziane e bisognose. Con l’aiuto dell’amministrazione di Annaba e di altri benefattori privati, algerini, francesi e di varie parti del mondo, anche le magnifiche vetrate riprendono armonia, colore e luce viva. Vi pregano e animano le liturgie, i padri agostiniani che assicurano accoglienza di turisti e di pellegrini. 

Benedetto XVI ha voluto contribuire con un suo dono personale e mostrare la sua profonda vicinanza di pensiero col grande  Santo. Anche la diocesi di Pavia, dove il santo riposa, ha dato il suo contributo.

In Algeria esiste l’associazione sant’Agostino ed è formata da quanti possono continuare a dire come il santo: «Ti cercavo fuori e tu eri dentro».

Preghiamo perché questo posto continui ad esser un luogo di studi, ricerche, dialogo e fraternità.

Il cielo ci è vicino

Oggi, 18 febbraio, è la festa del santo Alberico Cresciteli, missionario del Pime, ucciso in Cina.

Ogni mattina, prima di pregare, apro il calendario liturgico del mio Istituto e accanto alle indicazioni liturgiche trovo i nomi dei missionari defunti dei quali si ricorda l’anniversario del loro arrivo in Paradiso. È bello vederli davanti all’altare come dice l’Apocalisse quando parla dei santi. Sono vivi della vita della risurrezione di Cristo. Vicino a loro ti senti aprire alle dimensioni del mondo in cui hanno vissuto. Ti ricordano i momenti che hai condiviso con loro. Risenti il loro affetto e le attenzioni che hanno avuto per te. Il loro esempio ti stimola e ti ricarica. Ti senti sulla stessa strada e anche insieme ai tuoi confratelli sparsi nel mondo. Oggi al santo Alberico chiedo di fare una “telefonata” speciale, come sanno fare i santi, per farmi arrivare il mio compagno di missione, padre Davide.

A tale riguardo Sant’Agostino riferisce che la sua mamma Monica, prima di morire, gli aveva raccomandato: «Seppellite pure questo mio corpo dove volete, senza darvi pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, dinanzi all’altare del Signore». (Confessioni 9, 11,27)

In una cartolina, Natalina mi scriveva: «La festa dei Santi e dei morti per me, ogni anno, è stata una tristezza, pensando alle persone care che mi hanno lasciato. Quest’anno è diverso, ho vissuto queste feste più serena, mi sembrava di aver lasciato i miei cari liberi di volare verso la felicità. Il motivo della mia serenità è dovuta all’amore che mi circonda e alla gioia della vita che mi è stata donata. Grazie Signore».

Al funerale di Narciso Bacchin, fratello del missionario padre Angelo, il parroco ha ricordato: «Quando vent’anni fa è morta la moglie, ne aveva sentito il distacco, ma egli raccontava di un sogno nel quale aveva visto la sua sposa che gli era venuta incontro su una strada tortuosa e gli aveva detto con semplicità : “Ti porto io”, e lui ne aveva trovato conforto».

Nel settembre scorso ho fatto una visita a Villa Grugana, dove riposano i nostri missionari defunti. Lì, quando leggi i nomi, risenti la storia del Pime. Ritrovi i primi e poi i tuoi formatori, qualche tuo compagno…

È stato un momento di comunione. E dove c’è la comunione dei santi il cielo è più vicino. E anche il paradiso è vicino.

Resta con noi

In questi giorni è con noi a Touggourt una Piccola Sorella che viene dal Medio Oriente ed è incaricata del coordinamento delle Piccole Sorelle del Maghreb e del Medio Oriente.

Ci ha raccontato di alcune comunità di Piccole Sorelle che vivono in situazioni di pericolo non a causa dei vicini, anche se di religione diversa, ma per la situazione dei Paesi in cui si trovano.  E sempre ritorna lo stesso ritornello delle parole dei vicini: «Non partite. Restate con noi».

Mi ha ricordato il film “Uomini di Dio”, in cui i monaci affermano: «Siamo come uccelli sui rami». E una vicina musulmana dice: «Siamo noi gli uccelli, voi siete i rami. Senza di voi, dove possiamo riposarci?».

Questo mi ricorda anche le parole di una mamma algerina musulmana, dopo l’uccisione dei monaci: «La Chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla Chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna.  Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi… E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria». (lettera firmata. 01.06.96)

Alcuni cristiani d’Oriente si sentono costretti a partire.  I vescovi francesi, riuniti a Lourdes, hanno inviato loro un messaggio per sostenerli: «Nel Paese di Cristo e nei Paesi vicini, voi testimoniate l’antica storia del cristianesimo. Conosciamo gli sforzi quotidiani che fate per vivere la vostra fede nei Paesi dei vostri antenati e per collaborare con tutti i suoi abitanti per una vita comune giusta, solidale, pacifica».

«La vostra testimonianza ci tocca e incoraggia le nostre comunità cristiane. Ci auguriamo che la nostra fraternità e la nostra solidarietà possano raggiungere le vostre comunità».

«Speriamo – si sottolinea nel messaggio – che da noi come da voi, i credenti di tutte le religioni possano vivere insieme e contribuire al bene del loro paese e alla sicurezza di tutti i suoi abitanti».

Le parole: «Resta con noi», le dissero i due discepoli a Gesù dopo che aveva riscaldato il cuore dei due impauriti.  Continuiamo a dirle anche noi per tutti i cristiani e gli abitanti del Maghreb e del Medio Oriente: «Resta con noi, Signore, la sera, resta con noi e avremo la pace. Resta con noi, non ci lasciar, la notte mai più scenderà».

Il Figlio di Dio per strada

Disse: «Andiamo altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!»

«Fu chiesto a Gesù: “Non ti costruisci una casa?”. Rispose: “La costruisco per via”». (Al- Zabidi, Saggio musulmano, m 1791).

Gesù disse: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». (Mt 8,20).

La casa di Gesù è la strada.

«Ha chiamato a sé gli apostoli e ha vissuto insieme a loro. Potevano camminare in­sieme a lui. Lo osservavano mentre pregava. Era un maestro dell’amicizia e que­sto caratterizza il suo amore. Anche la vicinanza ai poveri è senza dubbio carat­teristica dell’amore di Gesù. Egli ha vissuto in modo molto semplice per essere vicino a tutti. E ha scelto di essere senza patria per essere presente per tutti gli uomini e non erigere alcun muro intorno a sé. Gesù è andato incontro agli stra­nieri. E ciò che più importa è che ha saputo trasmettere il suo amore» (card. Martini).

Oggi il Figlio di Dio cammina ancora nei suoi discepoli, mandati in tutto il mondo.

L’8 gennaio 1980, Papa Giovanni Paolo II consacrò vescovi mons. Carlo Maria Martini e mons. Christian Tumi, il mio vescovo di Yagoua (Cameroun), diventato anche lui cardinale e arcivescovo di Douala.

In quell’occasione il Papa pronunciò questa affermazione. «L’episcopato è il sacramento della strada. È il sacramento delle numerose strade, che percorre la Chiesa, seguendo la stella di Betlemme, insieme con ogni uomo. Entrate su queste strade, venerati e cari fratelli, portate su di esse oro, incenso e mirra. Portateli con umiltà e con fiducia. Portateli con prodezza e con costanza. Mediante il vostro servizio si apra il tesoro inesauribile a nuovi uomini, a nuovi ambienti, a nuovi tempi, con l’ineffabile ricchezza del mistero che si è rivelato agli occhi dei tre magi, venuti dall’oriente, alla soglia della stalla di Betlemme».

La Piccola Sorella Magdeleine, dopo aver viaggiato nel mondo intero per incontrare e vivere coi nomadi, coi pigmei, con gli operai e i poveri di ogni categoria, diceva alle sorelle: «Ho una grande gioia da annunciarvi: il piccolo Gesù mi ha condotta per mano in modo straordinario e non dovevo far altro che seguirlo ad occhi chiusi».

E alle Piccole Sorelle chiedeva: «Se vuoi veramente seguire fratel Charles di Gesù, il Piccolo Fratello Universale, hai capito ciò che ti domanda la tua vocazione, cioè di spalancare il tuo cuore, come il suo, alle dimensioni del mondo intero, facendo della salvezza di tutti gli uomini l’opera di tutta la tua vita senza nessuna esclusione …?».

E continuava: «Per rispondere all’immenso e universale del cuore di Gesù, devi essere pronta ad andare fino alla fine del mondo per portarvi questo amore e per gridare il Vangelo, non con le parole, ma con tutta la vita…».

Gesù, il figlio di Dio, è ancora per strada… Lo sai riconoscere quando, oggi, incontrando un fratello senti che ti riaccende il cuore? Sei tu, Gesù, che riaccendi il cuore di un fratello?

Cristiani e musulmani contro la violenza

Un vescovo italiano mi scrive: «Ti invio questa interessante testimonianza. Mi ha molto commosso, perché mostra la possibilità di passi verso la pace”. Anch’io sono commosso di questo comunicarci le buone notizie. Vi trasmetto alcuni passi della testimonianza dell’arcivescovo di Niamey Michel Cartatéguy.
«L’aereo presidenziale decolla dall’aeroporto di Niamey a destinazione d’Abuja, la capitale politica della Nigeria. A bordo ci sono varie autorità del Niger compresi il presidente dell’Associazione islamica e il sottoscritto, in missione ufficiale a nome del presidente della Repubblica del Niger per portare un messaggio di compassione al popolo della Nigeria, martoriato per gli avvenimenti dolorosi della notte di Natale, in cui cinquanta cristiani sono stati massacrati dalla setta islamica Boko Haram. L’incontro dura solo dieci minuti, sufficienti per far sentire quanto il popolo del Niger porti in sé la sofferenza del popolo della Nigeria…
Al ritorno, mentre la delegazione musulmana era alla moschea per la preghiera, in macchina, ben sorvegliato dai militari, ho pregato… Vedevo la croce della cattedrale e mi sono ricordato delle parole dei vescovi dell’Africa durante l’ultimo Sinodo: “Non pensate che il perdono sia cosa inutile e che sia necessaria la vendetta: il vero perdono conduce alla pace e va alla radice del conflitto e trasforma vittime e nemici in fratelli e sorelle”.
Al rientro in Niger i giornalisti ci chiesero quale messaggio avevamo portato. Insieme al Ministro degli affari esteri e all’imam ho detto che noi, credenti cristiani e musulmani, condanniamo la violenza. Il Niger è Paese della tolleranza e dell’armonia di vita tra credenti di diverse religioni…».
Come Gesù sapeva cogliere le necessità, le invocazioni e i segni della venuta del Regno, così la Chiesa, e tutti i cristiani, colgano, gioiscano e annuncino le Belle Notizie! Come sono belli i piedi dei messaggeri del lieto annunzio!

Cuore pulito e nuovo

Preparandomi al Natale, meditavo sul testo di Malachia che diceva: «Manderò il mio messaggero a preparare la via davanti a me… È come il fuoco del fonditore e come la liscìva dei lavandai». (Mal 3, 1ss).

Ai tempi di Malachia si trattava di purificare il tempio e il culto che aveva degenerato. Ma oggi la liturgia ci aiuta ad accogliere l’Angelo dell’Alleanza, il Messia, l’Emmanuele e a prepararci bene non solo per non sentirci indegni, ma per cogliere tutta la novità della venuta del Signore nella nostra vita e vivere totalmente in modo nuovo.

La parola liscìva mi ha riportato nelle campagne di Padova dove, sfollato da Milano, vivevo col nonno Pasquale. Prima delle feste, la nonna e la mamma riempivano un mastello e sopra la biancheria mettevano la cenere. Le lenzuola di canapa diventavano bianche come la neve. Poi c’era la pulizia della casa che diventava più bella e profumata di pulito.

Non solo pulizia della biancheria e della casa, ma anche quella dei cuori che si cercavano l’un l’altro per riaprire qualche sportello semichiuso e arrugginito e risentire la gioia di vivere insieme.

In occasione della festa, nei villaggi del Camerun e del Ciad, i capi famiglia si riunivano nella casa del capo del villaggio. Prima di entrare, deponevano lance e bastoni come segno che in quei giorni la gente doveva vivere in pace. E facevano insieme l’esame di coscienza della vita del villaggio per vedere ciò che andava contro le tradizioni. La festa rinnovava i cuori e il tripudio delle danze e dei canti era un credo, cantato alla vita e alla pace della tribù.

Anche la donna incinta, prima di partorire, si sottoponeva a un rito di purificazione. Faceva il giro delle persone incontrate ai tempi degli amori perché il figlio potesse nascere riconosciuto da tutti e soprattutto dagli spiriti degli antenati, che si vedevano rispettati nella loro volontà. La nascita di un bimbo è gioia di tutti, un grande avvenimento per la famiglia e il villaggio.

In tutti questi esempi si vede il bisogno della purificazione che permette alla vita di rinnovarsi e di continuare nell’intesa comune e nella pace.

Non posso dimenticare la risposta di un povero di Yaoundé, un po’ “originale”… Disturbava con le sue esternazioni gridate fuori della casa, durante un incontro. Uscii, mi sedetti accanto e gli dissi: «Stiamo preparando la venuta del Papa. Come ricevere una persona così?». Si calmò, divenne serio, pensieroso, poi concluse con solennità: «Un personaggio così bisogna riceverlo col cuore pulito!».

I viaggi del Papa in Africa sono sempre stati momenti di grande vitalità e incoraggiamento a un nuovo cammino.

Gesù aveva detto: «Beati i puri di cuore» cioè quelli che agiscono con chiarezza senza intenzioni storte e Dio li accoglie perché si presentano con mani e cuore puri (Salmo 28). Sono quelli che fanno le scelte di Gesù secondo le leggi del cuore di Dio e sono il nuovo popolo di Dio.

La purificazione del cuore è la condizione necessaria per la ripresa di un cammino e per una pienezza di vita.

Il cuore allora non è solamente pulito, ma nuovo.

L’Islam unisce la carità, l’elemosina, alla purificazione del cuore. 
Alla vigilia di Natale, tra una lezione e l’altra ai ragazzi, è arrivato un signore con una scatola di cioccolatini. Non ha aspettato nemmeno il grazie. Il dono gli purifica e gli rinnova il cuore.

Che il 2012 sia un anno “pulito”, nuovo!