Vangelo del deserto e del barcone

Leggiamo in Avvenire del 27 aprile 2017 : «Abbiamo consegnato un dono al Papa proveniente da Lampedusa. Si tratta di un Vangelo con i salmi in lingua inglese trovato sul fondo di un barcone». È quanto racconta don Carmelo La Magra, parroco a Lampedusa e assistente dell’Azione Cattolica agrigentina, dopo aver incontrato Papa Francesco questa mattina durante il Congresso del Forum internazionale di Azione Cattolica (Fiac) nell’Aula del Sinodo, in Vaticano. «Il Papa era visibilmente commosso – aggiunge don La Magra – e con le lacrime agli occhi ha baciato il libro dei Vangeli».

Sono commosso anch’io perché rivedo i migranti che suonavano alla mia porta di Touggourt (Algeria) e mi chiedevano un aiuto col Vangelo in mano. Chiedevo come erano arrivati e mi indicavano la piccola croce sulla cupola della mia chiesa dicendo: «La gente ci ha mostrato la piccola croce e ci ha detto di venire qui, perché qui potevamo avere qualche aiuto».

E quando chiedevo un documento, raccontavano che giungendo in Algeria, dopo aver attraversato il deserto su camion, erano  stati  gettati sulla sabbia e spogliati di tutto. Davanti a me tenevano in mano il Vangelo, ormai a fogli,  l’unico documento da poter mostrare come segno di identità. In che modo fossero riusciti a tenerlo, solo loro lo sanno. Vangelo in inglese, in francese, in spagnolo… Cattolici, evangelici, protestanti… Forse anche qualche animista. La prima parola presentandosi era questa: «Sono un cristiano».

Tutto ridotto a segni. La piccola croce su una chiesa chiusa al pubblico e affidata a una associazione musulmana, ma con la speranza di ritornare a essere casa di preghiera. Un insieme di fogli, il Vangelo, col quale pregare nel difficile  viaggio, unico segno di presenza viva del compagno segreto et inseparabile, l’unico rifornimento per il lungo viaggio della vita, l’unica arma di difesa. Uomini ridotti all’estrema povertà. E un missionario che tiene sul cuore una piccola croce e che resta segno della Chiesa presente. Segni di una umanità sofferente. Segni di Cristo ancora in Croce.

 

 

 

Insieme con Papa Francesco al Cairo

Il 28 aprile prossimo, i leader della Chiesa d’Oriente e d’Occidente e il Papa dei copti ortodossi di Egitto, Tawandros, si riuniranno insieme con Ahmad al Tayyib, il Gran Mufti della moschea dell’autorevole centro di riferimento teologico sunnita. L’incontro ha un grande significato di ecumenismo e di dialogo interreligioso  a fronte del terrorismo fondamentalista e un significato di forte invito ai leader politici mondiali a prendere coscienza della serietà della situazione delicata e carica di pericoli della polveriera mediorientale. Questo incontro merita di essere accompagnato non solo dai cristiani, ma anche da tutti i credenti. Ogni incontro è provvidenziale.

Papa Francesco ama incontrare fratelli di ogni lingua, cultura e religione e ha chiamato i musulmani Fratelli.  Foad Aodi, presidente di Amsi (Associazione medici stranieri in Italia) e Comai (Comunità del mondo arabo in Italia) disse: «Speriamo di poter trovare una personalità araba di alto spessore e alto profilo che possa fare quanto fa Papa Francesco in Occidente», che sappia «unire e far ragionare il mondo arabo in modo che ritrovi serenità e identità. Ora Papa Francesco sta dando tutte le risposte che aspettavamo da anni, che vanno dritte al cuore».

Anche Papa Giovanni Paolo II, al termine della storica preghiera per la pace in Assisi, aveva sottolineato l’importanza dell’incontro e dell’accompagnamento tra credenti : “Cerchiamo di vedere nell’incontro un’anticipazione di ciò che Dio vorrebbe che fosse lo sviluppo storico dell’umanità: un viaggio fraterno nel quale ci accompagniamo gli uni gli altri verso la meta trascendente che egli stabilisce per noi”.

Piccola Sorella Maddalena, la fondatrice delle Piccole Sorelle di Gesù, quando incontrò il Patriarca Athenagora, sentì da lui questa domanda: “Come sta mio fratello Paolo VI?”.  Poi Athenagora continuò: “Siamo caduti (sic)le braccia dell’uno, nelle braccia dell’altro, l’anima dell’uno, nell’anima dell’altro. Ci hanno chiesto . “Quante volte?” Risposi: “Quando due fratelli si incontrano dopo nove secoli, gli abbracci non si contano!” – E in che lingua parlavate? – chiese Maddalena. Athenagora rispose: “Dopo nove secoli, è il cuore che parla… ed è inesprimibile!”

Nella Redemptor Hominis, Papa Giovanni Paolo II scrive che Cristo non solo incontra l’uomo, ma ogni uomo. C’è un rapporto tra Cristo e ciascun uomo. Quando il cristiano incontra una persona, deve incontrarla come Cristo vuole incontrarla. E il carmelitano  A. Sicari commenta: “Se i cristiani hanno un compito nel mondo è di mostrare che cosa accade quando l’incontro avviene, lo stupore dell’incontro avvenuto, in modo che esso diventi desiderabile per tutti”.

 

Pellegrinaggio a Sotto il Monte

Papa Francesco dice : “Il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione. Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata”

A Sotto il Monte, paese natale del Santo Papa Giovanni XXIII, i pellegrini sono numerosi. Per alcuni è semplicemente un luogo di turismo, una bella passeggiata fuori casa. L’ambiente, i luoghi del papa, le chiese, i monumenti e le numerose foto certamente richiamano e invitano a capire lo spirito del papa, ma molti non vivono un momento di spiritualità. Invece accostando alcuni pellegrini, soprattutto al momento delle loro confidenze, della loro preghiera, e nella celebrazione della riconciiazione, resto impressionato per la profondità di una visita, meglio di un pelegrinaggio.

Forse esagero, ma mi piace accostare e esprimere quello che alcuni vivono a Sotto il Monte con quanto Alberto Mello scrive nel suo libro sui Salmi per quanti  vivono il pellegrinaggio a Gerusalemme.

“Il cammino del pellegrinaggio non è soltanto nelle loro gambe, ma è nel loro cuore. E’ ciò che li anima, ciò che li sostiene, che infonde il loro vigore necessario al “santo viaggio”. Il pellegrino che ha visitato la città santa poi ne parla come di un luogo in cui si conosce Dio, si sperimenta la sua misericordia più che da altre parti del mondo. Parla di Gerusalemme  come fosse esperienza di Dio. Il pellegrinaggio diventa evangelizzazione, diventa trasmissione della fede. Raccontando il pellegrinaggio uno racconta chi è Dio. E’ perché Dio si è legato a questo luogo. Chi fa l’esperienza di Dio a Gerusalemme, il suo ricordo è come se in quel luogo associasse le radici della sua fede e si sentisse cittadino. Nel salmo 87, 4-6 si legge: E di Sion si dirà: questo e quello vi sono nati…Il Signore scriverà sul registro dei popoli : questo è nato là”.

Sotto il Monte non è Gerusalemme,  ma ogni pellegrinaggio, quando è vissuto con una buona preparazione e poi bene accompagnato, può veramente diventare una esperienza di Dio.

Oltre alle testimonianze di chi viene per ringraziare o per domandare una ‘grazia’, molto belle sono quelle di chi esprime il cammino della sua fede: “Ogni anno vengo a rifarmi”. “Mi sento una serenità profonda”. “Dico tutte le mie sofferenze, mi sento incoraggiato”. “Papa Giovanni mi insegna e mi aiuta ad accettare la mia situazione”. “Quando prego, me lo sento vicino”. “Mi fa sentire Dio vicino”.

 

 

 

Gesù è venuto per abbattere le barriere

Carissimi, a Sotto il Monte nella casa di Papa Giovanni, ho la gioia di esercitare il sacramento della Riconciliazione e vedo che tanti si accostano e si accostano con fede. E ho il tempo di penetrare nel pensiero di Papa Giovanni. Con lui in questo clima pasquale, vi auguro la gioia di essere persone di pace e di bontà.

Per capire Papa Giovanni è necessario entrare nella spiritualità assorbita durante l’adolescenza e poi rigenerata nella quotidianità di ogni esperienza, primariamente come fiducia in Dio e nell’uomo sua immagine. Chi insegue questo filo scopre che tale spiritualità si teneva “sempre con Dio e con le cose di Dio” nella consapevolezza di una fraternità universale che preferisce innalzare ponti piuttosto che barriere. Papa Giovanni si lasciò condurre verso una grande apertura e a guardare lontano. Nel messaggio lasciatoci dal pontefice sul letto di morte troviamo il sigillo del suo percorso esistenziale : “Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici, a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non soltanto quelli della Chiesa Cattolica. Non è il vangelo che cambia : siamo noi che incominciamo a comprenderlo meglio (…)  E’ giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e di guardare lontano”.

Durante il tempo passato in Bulgaria, Turchia e Grecia, vedeva i passi di un lento cammino verso l’unità: “Tutto serve al bene, alla carità. Il Signore farà a suo tempo l’unione e la farà trionfare nella Chiesa sua. Le traiettorie dei popoli son lette dentro un piano divino di salvezza del mondo. Le barriere che devono cadere nell’utopia di una fraternità universale si spingono agli steccati che separano gli ebrei e i musulmani. Le sagome dei minareti, le facciate delle madrase (scuole), le voci dei muezzin, i ricordi del ramadan, la conoscenza di pratiche islamiche ormai in decadenza restano di fatto il mistero irrisolto o la realtà di questi anni”.

Di fronte alle resistenze al dialogo, Angelo Roncalli, vivendo nei paesi islamici, esortava a vivere la logica del Vangelo: “Comprendo bene che diversità di razza, di lingua, di educazione, contrasti dolorosi di un passato cosparso di tristezze, ci trattengono ancora in una distanza che è scambievole, non è simpatica, spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di se, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria come è detto degli abitanti di molte città dell’epoca di ferro, dove ogni casa era una fortezza impenetrabile, e si viveva sui bastioni o nei propugnacoli. Miei cari fratelli e figlioli: io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere, egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l’amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli e che lega lui con noi al Padre”.

A chi consigliava “al buon cattolico” di non esagerare “nella libera espansione dell’anima nella comunicazione della verità e della grazia ai propri fratelli”, Papa Giovanni diceva : “C’è tutta una infinità di rapporti e di contatti che sono in piena conformità alle leggi del paese e che permettono in un orizzonte di riconosciuta libertà individuale, molteplici possibilità di trasmettere il messaggio divino”.

 

 

A Sotto il Monte, la preghiera per tutta l’umanità

A Sotto il Monte si viene per pregare accanto a Papa Giovanni. Non solo per chiedere i doni di Dio per se stessi, non solo per dire “Grazie” per i beni ottenuti, ma anche per unirsi alla preghiera di Papa Giovanni, il grande intercessore che continua a volere il bene per tutta l’umanità. Nel cuore buono di Papa Giovanni c’era sempre posto per le invocazioni, per la preghiera. E continua ancora. Ora vediamolo e ascoltiamolo a Lourdes durante la grande guerra mondiale: “A Lourdes. La Madonna è sempre là nel suo atteggiamento : occhi in alto, mani giunte, labbra in preghiera. Ed in preghiera invita la Bernadetta : “Prega per i poveri peccatori, e per il  mondo tanto agitato”. Oh la preghiera : la gran cosa che essa è. Non conviene mai dimenticare come Dio l’abbia voluto costituire il vincolo tra cielo e terra e come tutto abbia promesso alla preghiera (…). E seguiamo a pregare per i giovani nostri, perché il Signore li mantenga valorosi, buoni, vincitori di se, delle loro passioni, dei loro nemici; per coloro che sono rimasti qui nell’aspettazione affannosa, spesso nella incertezza  della sorte dei loro cari, spesso nel lutto e nel pianto per le notizie infauste qui giunte e che non rivedranno mai più i loro figli, fratelli, mariti. Preghiamo per tutti nostri fratelli, per tutti noi, affinché attraverso le cure e i dolori della nostra patria terrena possiamo non perdere, ma acquistarci con merito maggiore, la patria celeste”.

Eletto papa, si fece ancora più vicino a Gesù risorto, l’intercessore presso il Padre per tutta l’umanità. “Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. Esso vivificherà la mia costante ed interrotta preghiera quotidiana di unione con Gesù, familiare e confidente”.

Per sottolineare il valore della preghiera di intercessione, il Cardinal Carlo Maria Martini il 3 gennaio 2008, ormai libero dal servizio pastorale e residente a Gerusalemme, ha detto: “La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile.

La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà”.

Concilio Panortodosso

Il 17 giugno 2016 si è costituito a Creta il Concilio Panortodosso. Vladimir Zelinskij scrive un articolo interessante. Il titolo: Il peso del passato, il pericolo del futuro, il “successo” dello Spirito, sintetizza bene le caratteristiche della situazione della Chiesa Ortodossa. Leggiamo alcuni passaggi.

Quando un Concilio Panortodosso, non più convocato per oltre dodici secoli, si riunisce di nuovo, tutti i contemporanei, gli ortodossi in primo luogo, diventano testimoni di un avvenimento storico. “Oggi si è levato un giorno gioioso, durante il quale celebriamo la storica manifestazione dell’istituzione della Chiesa, che è stata costituita dallo Spirito Santo…” – proclama a Creta il Patriarca Bartolomeo il 19 giugno, durante l’omelia, nel giorno di Pentecoste (secondo il calendario ortodosso) e giorno di apertura del Concilio.

Si può dimenticare un concilio locale perché le sue decisioni riguardano la vita interna di una sola Chiesa, mentre un Concilio di tutte Chiese ortodosse non può essere né dimenticato né emarginato. Il Concilio è come l’icona, circondata dalla venerazione; esso riceve la grazia di esprimere il mistero di Cristo in formule razionali, rivela la fede retta, vera e giusta, e come esso entri nel “Santo dei Santi” della Rivelazione. Di più: le decisioni del Concilio panortodosso per principio sono vincolanti per tutte le Chiese, anche per quelle che non hanno partecipato.

E non di rado, anche dall’interno di queste Chiese, si producono proteste clamorose che giungono alla rottura, con gesti, anche simbolici, contro i loro capi. L’incontro del Patriarca Kirill con il Papa Francesco, anch’esso avvenimento piuttosto simbolico, ha provocato una cascata di critiche nell’Ortodossia russa. C’è anche un monastero sul monte Athos, canonicamente sottomesso al Patriarca Ecumenico, la cui l’identità stessa si fonda proprio sulla resistenza al Patriarca, gravemente colpevole di ecumenismo. E questa identità si esprime attraverso l’esposizione di una bandiera nera recante lo slogan “Ortodossia o morte!”. Si potrebbero moltiplicare gli esempi…

Tutte le quattordici Chiese ortodosse canoniche hanno preso parte alla preparazione dei documenti preconciliari, ma improvvisamente quattro di esse (tra cui la più grande, la Chiesa Russa) hanno rinunciato alla partecipazione al Concilio e non sono andate a Creta. Il lavoro preparatorio ha superato i 50 anni.

La struttura canonica della Chiesa Ortodossa chiede un solo vescovo per un territorio. Soltanto in Italia, però, paese prevalentemente cattolico, sono presenti almeno sette diaspore, sottomesse ai loro rispettivi Patriarcati (Romeno, Russo – che include la massiccia emigrazione ucraina e moldava –, Ecumenico – che include russi e greci –, Serbo, Georgiano, Bulgaro, Polacco, Albanese). Si tratta solo delle Chiese canoniche, ma sono presenti anche le comunità ortodosse che non riconosciute dalla pienezza dell’Ortodossia.

Quella che a mio avviso è la più importante di tutte le decisioni è il progetto di convocare Concili simili ogni 7-10 anni. Così il Concilio sarà uno spazio di riflessione comune e di discussione permanente.

Per concludere. Ho chiamato il mio arcivescovo Jean de Charioupolis, partecipante al Concilio, per chiedere le sue impressioni. «Il Concilio si è svolto in modo meraviglioso – mi dice – ispirato dallo Spirito Santo, nella libertà di parola e nell’unanimità, in un clima di amore reciproco. Amareggiato, certo, dall’assenza delle altre Chiese sorelle. Ma nonostante tutto è stato un gran successo! Anche inaspettato».

 

Musulmani e copti e la visita di Papa Francesco a Milano

Il Papa ha detto: «Lo Spirito Santo è il Maestro della diversità. […] L’uniformità e il pluralismo non sono dello spirito buono: non vengono dallo Spirito Santo. La pluralità e l’unità invece vengono dallo Spirito Santo.Ci fa bene ricordare che siamo membri del Popolo di Dio! Milanesi, sì, Ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. […] un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore […].
Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. […] Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato […]».

Le voci di musulmani e copti

Asfa MahmoudCasa della Cultura Islamica di Milano: «È la prima volta che ho potuto salutare personalmente il Papa ed è stato commovente. Il suo discorso, saggio ed equilibrato, per noi musulmani è importante. Il suo “no” al pluralismo e il “sì” alla pluralità rappresentano un’apertura al dialogo e anche alla collaborazione tra cristiani e musulmani».

Ahmed Abdel AzizMembro dei Giovani Musulmani d’Italia, responsabile politico del Caim: «L’incontro con una famiglia di musulmani residenti nel quartiere delle Case Bianche ha simboleggiato il riconoscimento di una parte della società: la comunità musulmana».

Yahya Sergio Yahe Pallavicinivice-presidente e imam della Co.Re.Is.: «Mi è piaciuto che tra i consacrati non ci fossero solo i cattolici, ma anche i rappresentanti di altre religioni tra cui i buddhisti, i musulmani e gli ortodossi».

Padre Shenuda Gergessacerdote copto, chiesa della Santa Vergine e Sant’Antonio Abate di Cinisello Balsamo: «Nella profondità semplice del linguaggio evangelico che sentiamo nelle parole di Papa Francesco troviamo un terreno comune in cui riconoscere e condividere i Frutti dello Spirito Santo, che come Sua Santità ha detto è il “grande Maestro dell’unità nelle differenze”».

Un nuovo vescovo per Ghardaïa

Mons. Claude Rault, ormai vescovo emerito della diocesi algerina di Ghardaïa, ben conosciuto  anche in Italia, comunica : «Da parecchi mesi eravamo in attesa e ora la notizia è giunta. Papa Francesco ha nominato padre John, il provinciale dei Padri Bianchi dell’Algeria e della Tunisia. Quando fui nominato vescovo nel dicembre 2004, padre John era a Ghardaïa  e mi accolse. Ora potrà dedicarsi presto al nuovo incarico. Che il Signore lo aiuti come ha aiutato me durante questi anni di servizio! Sarà fedele a questa “Grazia” e alla fiducia che gli è stata fatta. Conosce il Sahara, ama la sua popolazione, ama la nostra Chiesa diocesana. Ma vi confido pure che sono preso da un sentimento di tristezza per dovervi lasciare dopo un servizio di dodici anni che mi appassionava totalmente. Sento che il passaggio non sarà senza pena. I tre mesi trascorsi a Parigi durante la mia malattia mi hanno già fatto vivere “l’abbandono”, che ora posso vedere come benefico. In seguito… Dio vedrà! Ma vi assicuro che la gioia e la riconoscenza prevalgono. Posso pregare come il vecchio Simeone mentre accoglieva il Bambino Gesù nelle sue braccia: “Ora, Signore, puoi lasciare andare in pace il tuo servo”. Ringrazio quanti mi sono stati vicini in questa attesa, soprattutto quanti hanno collaborato con me e hanno continuato a lavorare durante la mia lontananza quando non ho potuto visitare la diocesi come volevo. Mi resterete vicini col cuore e con la preghiera come già molti mi hanno testimoniato. Vorrei ricordare anche gli amici musulmani, uomini e donne, che si sono sempre stretti vicini a me e coi quali abbiamo lavorato umanamente a immagine di ciò che Dio vuole per la nostra terra. Ovunque nella diocesi la vita continua. Restiamo fedeli nell’impegno della preghiera, dell’inculturazione e della manifestazione della carità di Dio. Continuiamo il cammino, seguendo Gesù che ci precede sempre presso l’altro, specialmente il più debole, il più piccolo, il più sprovveduto, il più lontano, il più ignorato. Che cosa mi resta? Solo il “grazie” a Dio per il dono del servizio con voi. Sono cosciente di non essere stato all’altezza di ciò che si attendeva da me. Chiedo perdono a chi ho ferito e offeso, forse senza saperlo, e vorrei partire a cuore leggero. Una nuova tappa per me, per voi e per padre John. Gesù è il cammino, seguiamo i suoi passi».

 

Il “grazie” a Sotto il Monte

Papa Francesco dice spesso: “Grazie”. «Sembra facile pronunciare questa parola – sostiene il Pontefice – ma sappiamo che non è così… Però è importante! La insegniamo ai bambini, ma poi la dimentichiamo! La gratitudine è un sentimento importante! Un’anziana, una volta, mi diceva a Buenos Aires: “La gratitudine è un fiore che cresce in terra nobile”. È necessaria la nobiltà dell’anima perché cresca questo fiore. Ricordate il Vangelo di Luca? Gesù guarisce dieci malati di lebbra e poi solo uno torna indietro a dire grazie a Gesù. E il Signore dice: «E gli altri nove dove sono?». Questo vale anche per noi: sappiamo ringraziare? Quante volte diciamo “grazie” a chi ci aiuta, a chi ci è vicino, a chi ci accompagna nella vita? Spesso diamo tutto per scontato! E questo avviene anche con Dio. È facile andare dal Signore a chiedere qualcosa, ma tornare a ringraziarlo è un dovere. Per questo nel brano di Luca notiamo il riferimento ai nove che non sono tornati».

I pellegrini alla Casa Natale di Papa Giovanni ringraziano e rinnovano la loro fede

Salendo le scale verso la Chiesa del seminario, prendendo la rampa a destra (o l’ascensore che è vicino alla portineria) si arriva di fronte alle porte della sala delle grazie. Tante foto documentano guarigioni  e pericoli scampati attribuiti all’intercessione di Papa Giovanni. Gli ex voto sono numerosi, particolarmente quelli nella stanza dove sono appesi centinaia di fiocchi rosa e azzurri che testimoniano la predilezione di Papa Giovanni per i bambini, accresciuta in cielo. Sposi che non potevano avere figli, ne hanno avuti in seguito a preghiere e voti al Papa della Bontà, parti difficili che si svolgono senza problemi ecc. Osservando tutti quegli ex voto, molte persone si domandano profondamente: «Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La vita sulla terra, la vita dopo la morte, l’aldilà, la vita nell’aldilà…». I messaggi e le testimonianze di guarigioni e di doni ricevuti dicono che il Cielo ci prende dolcemente per mano e ci conduce alla riscoperta dell’Amore grande del Padre per noi. Messaggi d’amore e riflessione. Le preghiere dettate dal Cielo, la preghiera al Padre, la preghiera alla Vergine Maria, la preghiera a Gesù, a Papa Giovanni, la preghiera all’Angelo Custode, ogni preghiera è preghiera di un’anima impegnata nel suo percorso di vita sulla terra. Camminare nella Casa Natale di Papa Giovanni è un percorso di crescita spirituale sulla strada dell’Amore.

 La fede col ringraziamento è vera fede.

Riflettiamo sulla nostra fede. La fede non è semplicemente un atto di buona volontà che si dimostra con atti religiosi esteriori magari vissuti controvoglia e magari motivati dalla paura del castigo o dall’aspettativa del premio finale. La fede è riconoscersi guariti da Dio, raggiunti dal suo amore, anche se non ci siamo meritati nulla. La fede è rispondere a Dio con la ricerca di una relazione sempre più stretta con Gesù, sentendo il desiderio di conoscerlo in quel che fa e dice. La fede è far prevalere in noi un sentimento di gratitudine che scaccia via paure e risentimenti, calcoli e giudizi. La fede è sentire che abbiamo sempre da dire grazie a Gesù, perché non ci meritiamo nulla, ma da lui abbiamo tutto gratuitamente. Ecco qui il senso della nostra preghiera: rendere grazie a Gesù di quello che siamo e di quello che abbiamo. E il grazie vero non è tale se non accompagnato dal sorriso e dalla pace del cuore. Fede è rendere grazie… E rendendo grazie ci impegniamo nell’amore.

 

Africa vicina

Anni 1960. A Treviso non vedevo per strada nessun “moro”. Così definivamo allora un africano. Vedevo l’ Africa nei giornalini missionari: bambini con pancioni come palloni o con costole in evidenza all’ombra di un albero, qualche capra attorno e, sotto una palma, il missionario con barba lunga e casco coloniale che battezzava un negretto. In alcuni negozi trovavi accanto al cassiere un salvadanaio col negretto che al cadere del soldino si inchinava per dirti grazie. Mi si scusi il tono scherzoso di raccontare un rapporto con l’Africa che invece contiene realtà più serie e importanti.

L’annuncio nel 1964 dell’arrivo a Treviso di un aereo carico di vescovi africani che venivano dal Concilio (Roma) per visitare le parrocchie della diocesi aveva messo in moto tutti, da chi si preparava ad accoglierne uno a chi cercava a tutti costi di poterli vedere e toccare. Si, toccare, come qualcuno diceva, io credo per scherzo, perché qualche domestica era preoccupata che non lasciassero nere le lenzuola. A parte l’aspetto esotico del momento, quell’avvenimento segnò una svolta della sensibilità missionaria della Chiesa trevigiana. I giovani della Lega Missionaria Studenti erano pieni di entusiasmo e di voglia di interessare la popolazione sulle situazioni e i problemi di cui erano carichi quei vescovi africani. Nacquero le mostre sulla lebbra e sulla fame nel mondo in piazza della borsa e nacque il gemellaggio di Treviso-Ambam-Pime. Cioè assunzione di una missione in Camerun in stretta col­laborazione di una diocesi con un istituto esclusivamente missionario.  Iniziativa di cui il Concilio aveva riaffermato la piena attualità e validità nella Chie­sa.

Anni 1971-2006. Vita missionaria nella foresta di Ambam del Sud Camerun e nella savana di Yagoua e Maroua del Nord.

Anni 2006-2016. Vita di presenza e di dialogo coi musulmani del deserto di Touggourt dell’Algeria e incontri di preghiera coi tecnici del petrolio e del gas a Hassi Messaud. Non solo visione dell’Africa dai giornali, ma vita di fraternità con gli africani cristiani, animisti e musulmani.

Anni 2017-….  Dopo la vita dentro la foresta, in savana e nel deserto, ora sono a Sotto il Monte presso la casa natale del santo Papa Giovanni ad accogliere i pellegrini di ogni lingua cultura religione, meravigliati che un tale uomo sia uscito da un piccolo e ignorato paese e sia diventato un esempio di fede e di bontà e  così sensibile alle  situazioni di tutta l’umanità.

L’ex seminario che Papa Giovanni aveva voluto accanto alla sua Casa natale, un tempo casa di formazione di missionari, ora ospita una settantina di migranti di vari paesi dell’Africa centrale. Appena arrivai dopo il mio rientro in Italia dall’Algeria, ho cercato di interessarmi dei migranti. La prima volta che sono entrato nella sala dove passano gran parte del loro tempo, ne vidi parecchi incollati, orecchi, dita, occhi, bocca, a telefonini di ogni genere.  Sentivo nella grande confusione le loro conversazioni, ognuno nella propria lingua o dialetto. Altri seguivano, sempre coi loro smartphone,  la visione di ogni genere di film accompagnati da musiche africane. Pochi erano usciti nel paese a cercare qualche bevanda o qualche cibo in ristoranti vicini.

15 giorni fa, la prima volta che mi hanno visto arrivare restavano indifferenti. Forse mi vedevano come un controllore o un intruso fuori dell’ordinario. Chiesi ad alcuni che capivano il mio francese o inglese se desideravano essere aiutati a leggere o a scrivere o a parlare. Dopo un po’ arrivò uno con il suo libro. Il ghiaccio era sciolto. Ora, quando vado, due o tre o sei di loro si avvicinano coi libri. Non è solo incontro di scuola, ma inizio di dialogo. Prendono il coraggio di parlare, raccontare, domandare e mi vedono come un “nonno” che si avvicina con semplicità e gioia. Meraviglioso il sorriso quando incominciano a dire le lettere dell’alfabeto italiano o a pronunciare la parola che indica un disegno. Ormai mi aspettano ogni giorno e stiamo diventando amici. Dopo quanto hanno patito, lasciando il loro Paese e prima di essere accolti in un centro, ora gioiscono nel sentirsi capiti e di trovare un po’ di calore umano. Ma restano preoccupati perché non hanno ancora i documenti per restare e non trovano  un lavoro.

Vario e meraviglioso  il cammino che sto facendo nella mia vita. Cercavo l’Africa. Ora gli africani li ritrovo a casa e vedo l’occasione di far con loro quanto facevo quando ero nel loro ambiente africano. Questo cammino dove ci porterà?  Nessuno lo sa, ma sono convinto che c’è qualcuno che pensa a noi. L’Africa non ci è più lontana e l’Italia avrà volti nuovi. L’importante è che si viva rispettandoci e che si resti aperti a un futuro migliore.