Pluralismo religioso e libertà di espressione

Anne-Bénédicte Hoffner ha scritto giorni fa nel giornale francese La Croix un articolo sulla fondazione interreligiosa Adyan per far emergere una cittadinanza non confessionale. La fondazione è stata  creata nel 2006 dal prete maronita Fadi Daou e dall’esegeta sunnita Nayla Tabbara.

Nayla Tabbara, in occasione della 90a sessione delle settimane sociali di Francia, ha comunicato che diciassette giovani giornalisti del mondo arabo hanno riconosciuto «una missione essenziale per prevenire la spirale della violenza e della guerra civile», nel contesto di «sviluppo dell’estremismo e dei conflitti dai contorni religiosi».

Hanno partecipato a un incontro intitolato: “Giornalisti per una cittadinanza inclusiva della diversità e della libertà di religione e di coscienza”. Alla conclusione, questi professionisti venuti da Iraq, Giordania e Libano hanno deciso di scrivere un “codice di condotta” destinato ai media. Ognuno si è chiaramente impegnato ad astenersi dal «prendere posizione unicamente secondo la propria appartenenza religiosa» o a quella del suo giornale; a «utilizzare le espressioni adatte per ogni comunità religiosa» per definirsi; o ancora a non «generalizzare a tutto il gruppo il comportamento di uno dei suoi membri».

I diciassette si impegnano a diffonderlo a macchia d’olio. Il libanese Mohammad Al Arab ha presentato il codice anche all’Unione Africana araba dei media digitali. Parecchi articoli sono già stati ripresi nel regolamento interno di questo organismo e il suo comitato giuridico pensa di «adottarlo ufficialmente».

Il giornale La Croix privilegia il dibattito sereno e profondo, tra cristiani e con quelli che non credono o credono diversamente.

Gheddo e Bormans: sono “partiti” due grandi missionari

Padre Maurice Bormans della Società dei Padri Bianchi è morto il 26 dicembre a Bry-sur-Marne. Con lui scompare una delle più grandi figure del dialogo islamo-cristiano. Lo afferma Mgr Aveline, presidente del Consiglio per le relazioni interreligiose e le nuove correnti religiose. È autore di numerose pubblicazioni e di incontri internazionali.

Il  20 dicembre 2017 dopo alcuni giorni di ricovero all’ospedale San Carlo di Milano, è morto, all’età di 88 anni, padre Piero Gheddo del Pime, uno dei missionari-giornalisti più importanti d’Europa, figura ecclesiale e culturale di spicco nella Chiesa e nella società italiane.

«Da qualche giorno padre Piero era in ospedale, ma non ci aspettavamo una morte così improvvisa», ha dichiarato il superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, che da Roma ha appena raggiunto Milano. «Con la morte di padre Gheddo – continua padre Brambillasca –  la Chiesa, il Pime e la missione perdono un missionario prezioso, vitale ed entusiasta. Padre Gheddo ha contribuito molto alla causa missionaria come giornalista (ha portato nelle nostre case la missione “fino agli estremi confini della terra”), come storico (ha seguito fino all’ultimo la storia delle missioni del Pime e non solo) e come animatore missionario: ha suscitato, infatti, attraverso i suoi scritti, molte persone che sono poi diventate missionari/e oppure hanno sostenuto con la preghiera e l’aiuto economico le missioni».

 

La Marcia della pace torna a Sotto il Monte

Mons. Luigi Bettazzi, primo presidente di Pax Christi, presente a Sotto il Monte nella Casa natale di Papa Giovanni XXIII, affidata al Pime, ricorda oggi gli inizi e il cammino della Marcia della Pace in Italia e nel mondo e scrive: «Fu ovvia la scelta del paese natale di Papa Giovanni XXIII, il Papa che aveva indetto il Concilio Vaticano II e che, nel 1962, aveva bloccato la tensione armata tra Usa e Urss per la questione di Cuba, a cui aveva fatto seguire, nell’aprile 1963 la grande enciclica “Pacem in terris”. Iniziammo proprio nel cortile di casa della famiglia Roncalli, con un discorso di padre Turoldo, il quale, rifacendosi al titolo del nostro Movimento, richiamò che non c’è una “pace romana”, come si diceva duemila anni fa, o una “pace americana” come si diceva in quel momento, ma la vera “pace” è quella di Gesù Cristo. In questi cinquant’anni abbiamo girato l’Italia… e le marce di Capodanno si sono moltiplicate.

Oggi la Marcia della Pace diventa un’icona dell’impegno per la pace; impegno che parte dalla convinzione personale, ma che deve aprirsi all’impegno sociale – e perché sia più efficace dev’essere collettivo – per sconfiggere l’idea che la guerra sia inevitabile. Lo spirito cristiano, della preghiera e della responsabilità, ci accompagni nella nostra generosità e nella nostra speranza».

 

 

Natale a Tamanrasset. E a Sotto il Monte

Suor Martina, francescana, mi tiene informato, sentendomi ancora vicino all’Algeria.

Mi scrive: «Cari amici, vi raggiungo sulla strada della vita con le sue domande, con la violenza che vediamo tra i popoli, in un mondo col suo peso di sofferenza ma anche nel suo oceano di bene. L’Algeria, è tra il Nord e il Sud alla porta dell’Africa nera col numero impressionante di migranti che passano per poi essere torturati in Libia. Noi a Tamanrasset, dove morì Charles de Foucauld, li accogliamo e facciamo tutto quello che possiamo, non solo dando loro qualcosa, ma anche aiutandoli a non perdere la dignità e i valori che posseggono. Famiglie ormai residenti coi loro figli numerosi, ammalati,  e sensibili a rapporti umani e ad accompagnamenti di ogni genere. Condividiamo anche le loro feste, cantando, mangiando, riposando e pregando insieme, ognuno con le proprie preghiere. Col parroco visitiamo i prigionieri. Tra loro, due giovani donne del Nigeria, prima ingannate e sfruttate in tutti i sensi e ora per tre anni in prigione a causa della droga. In tanta sofferenza ci sono degli sprazzi di condivisione, generosità, di coraggio e di carità fraterna che aiutano a non restare vinti dallo scoraggiamento. Vicina a voi nel Natale, vi comunico il senso di speranza, ancora vivo anche a Tamanrasset».

Dopo il mese vissuto in Camerun, ora da Sotto il Monte, accanto a Papa Giovanni, vi mando sentiti auguri natalizi, accompagnati dalla preghiera.

Il successo di chi parla

Con questo titolo nel giornale L’0sservatore Romano del 16 novembre 2017,  Zouhir Loussini scrive che nelle ultime settimane i giornali arabi hanno pubblicato numerosi articoli che invitano i musulmani ad ascoltare bene e a capire ancor meglio le parole di Francesco. E il giornalista Abdel Azizi sottolinea che «questo Papa è un’occasione d’oro per il dialogo. Bisogna costruire con lui la pace nel mondo».  Abdel si spinge oltre : incita il proprio Paese a invitare il Pontefice a Riad. Chi conosce la storia e la situazione dell’Arabia Saudita sa che – se mai l’idea si realizzasse – sarebbe davvero un vero miracolo.

«Chi non ringrazia gli uomini non ringrazia Dio». Così l’egiziano Ahmad Nur Eddine si rivolge su Ahram al Papa. I musulmani devono ringraziare  Francesco per quanto sta facendo per la pace, è il senso dell’articolo che, in rete, è accompagnato da commenti in generale positivi. L’approccio rivoluzionario del Pontefice al mondo islamico sta finalmente dando risultati. Una vera lezione per chi non crede al dialogo.

 

 

C’è ancora schiavitù nel mondo

Sono appena rientrato dal Camerun. Dal caldo dell’Africa al passaggio sotto il nevischio di Bruxelles per salire in aereo verso l’Italia, attendendo il decollo due ore, perché Milano non poteva accoglierci sotto la nebbia. Ma il cambiamento che vivo è tremendo, non tanto fisico, ma più profondo. Sembro esagerare, ma mi ero immerso, durante un mese, nella vita di seminario come formatore, studiando con 9 seminaristi la storia della Chiesa, delle missioni e dell’Istituto, ma mi ero immerso anche nella vita della gente, della natura, degli amici ritrovati e dei problemi di vario genere. Dopo cinquant’anni dal mio primo arrivo, avendovene vissuti 40, l’Africa mi appassionava ancora.

Il cambiamento che accennavo è tremendo perché dagli incontri vissuti e dalla lettura dei giornali in Camerun alla lettura dei giornali italiani, mi accorgo che regna ovunque una tremenda schiavitù, anche se l’Africa mantiene la sua vivacità e giovialità, mentre l’Europa, Italia compresa, mostra chiari segni di grigiore e preoccupazione.

Il primo titolo di Popotus (Avvenire) del 14 novembre 2017 è : “La mia bambola è una spia”. «Molti giocattoli sono facili prede che i pirati informatici usano per rubarci informazioni personali». E non parliamo del condizionamento dei mass media.  Il secondo titolo letto è “Domenica riposo”, sempre in Avvenire, dello stesso giorno, del teologo Pierangelo Sequeri. Si domanda: «Vogliamo forse abbandonare questo popolo a se stesso? O vogliamo fare di tutto per far coincidere nella libera comunità della festa l’incontro col Signore e la libera azione dalla schiavitù?».

Le parole “spia”, “pirati” nei giocattoli e “schiavitù”, pronunciata dal teologo Sequeri per quanto riguarda l’Italia, mi fa pensare subito all’impressione che vivi in Africa quando vedi, interroghi, ascolti e rifletti. Lungo le strade, alcune migliorate, ma poco mantenute, ho rivisto gli immensi tronchi di legno pregiato, in viaggio verso il porto di Douala, e ho letto che alcuni si domandano dove vanno i profitti di tale devastante impresa e come mai aumenta la corruzione e la povertà di certe zone abbandonate. Queste domande e affermazioni le ritrovi nell’intervento del cardinale  Kleda, arcivescovo di Douala, del 5 dicembre scorso, che giunge con delicatezza e coraggio a consigliare al presidente del Camerun, Paul Biya, di preparare bene la sua successione. E quando ascolti l’impresario italiano di cui puoi fidarti nel mantenere in buono stato la tua casa, che ti installa il rubinetto proveniente dall’Italia perché altrimenti trovi quello proveniente dalla Cina, o altro, i cui prezzi sono fatti dallo straniero, mentre anche il prezzo del legname è ancora fatto dallo straniero.  In questi giorni, ritornato a Sotto il Monte, accanto al santo Papa Giovanni, fiore della bella campagna italiana, ancora vivo e profumato di bontà e di giustizia, amico delle nuove nazioni, finalmente libere dal colonialismo, gli chiederò di prepararci alla venuta di Gesù, prendendo coscienza della schiavitù di vario genere in cui viviamo e che continuiamo a imporre.

250 camerunesi rimpatriati

Da qualche giorno mi trovo in Camerun per dare un corso di Storia delle missioni ai nostri seminaristi di Yaoundé. I giornali in questi giorni hanno molto scritto sulla schiavitù nella Libia e sulla situazione dei 1700 camerunesi, ivi imprigionati. Leggo nel giornale Le Messager di mercoledì, 23 novembre, un articolo di Blaise Pascal Dassié.

Uomini, donne e bambini che erano fuggiti da situazioni difficili, dalle bande di trafficanti e da gruppi islamisti, sono stati rimandati in Camerun con un aereo speciale organizzato dal governo algerino e dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Secondo la Crtv, un canale televisivo del Camerun, i migranti bloccati in Algeria sono ritornati volontariamente. In Camerun sono assistiti sotto l’aspetto medico-sociale e riceveranno dallo stato una somma di 65.000 Fcfa per il ritorno in famiglia.

Dalla guerra in Libia del 2011, il Sahara è diventato un territorio di passaggio. Il deserto è il luogo ideale per il traffico di droga, di sigarette, di armi e di carburante. È pure la strada dell’immigrazione illegale. Nonostante la mancanza di sicurezza, molti ripassano per la Libia. Agadez resta il punto più centrale di partenza.

Si calcola che in Algeria i migranti, venuti da differenti paesi, sarebbero oggi 100 mila, vivendo di piccoli lavori nella clandestinità, rassegnati ormai a lasciare il sogno dell’eldorado europeo. Ma alcuni sperano ancora di raggiungere l’Europa, superando i rischi e i pericoli, attraversando il Mediterraneo verso la Spagna. Oppure, nonostante tutto, riprendere la strada della Libia.

 Arrivo a Yaoundé

Due notizie si sono succedute a distanza di poche ore nei giornali del Cameroun. La prima, data dal giornalista Pascal Dassiè, che ho riportato e che annuncia la partenza dei migranti camerunesi dall’Algeria, la seconda che trascrivo ora e che racconta l’arrivo di un aereo dalla Libia e poi le testimonianze dei rimpatriati.

Una quarantina di medici, infermieri e psicologi erano pronti all’accoglienza. I migranti sono passati a ricevere il vaccino contro la febbre gialla, dovettero sottomettersi ad esami e a inchieste e a riempire schede di identità personale. Non tutti accettarono di essere fotografati. Questa operazione è voluta dal governo del Camerun col sostegno delle Organizzazioni Internazionali, soprattutto dell’OIM, per i Migranti, dopo la scoperta dei campi di concentramento della Libia. Il progetto di due anni vuole ricondurre a casa 1700 camerunesi.

 Testimonianze dei rientrati

Ndong : A nessun mio nemico auguro quanto ho sofferto. Avevo tutto investito per raggiungere l’Europa. Fui separato da mia moglie e non so se è viva. Avevamo guadagnato insieme tre milioni di CFA (un euro : 600 cfa). Non ho più niente. Vorrei dire a tutti di partire per un altro paese solo dopo un visto e non passare per la Libia o il Marocco.

Adeline : Un popolo, quello libico, che pretende di essere civile, ma odia gli africani. Non c’è niente di buono in Libia. Non volevo restare in Libia, ma passare solamente per arrivare in Europa. Sono contenta di essere ritornata in Camerun.

Salomé : Partita da Douala con mia cugina, arrivai in Algeria dopo aver speso 300 mila CFA, pagando controlli e tasse lungo la strada. In Algeria vivevo di un piccolo commercio. Passata in Libia trovai l’inferno. In prigione si mangiava male. Nessuno sa che sono ritornata. Avevo lasciato un figlio di nove anni e la mia famiglia non mi può aiutare. Vorrei completare i miei studi.

Frank : Raggiunsi l’Algeria con un piccolo progetto di commercio. Per strada in Niger fummo dichiarati ostaggi e dovetti chiedere a mia madre di versare 300 000 F in una banca per la mia liberazione. Son finito in prigione in Libia e trattato come una bestia, battuto notte e giorno. Ritorno e non so dove andare.

 Avventura da sconsigliare

La giornalista Yvette Mbassi Bikele scrive: «Marcati con le stimmate di una avventura ambigua… i salvati dalla tratta dei Neri in Libia, assicurano che non vi ritorneranno. Si credevano ospitati come avviene in questo caro e bel paese del Camerun, ora pensano a quelli che son rimasti e consigliano ad altri di non tentare una simile avventura. Purtroppo, nonostante i drammi, il mercato di schiavi, e le migliaia di morti nel deserto e nel mare che non cessano di alimentare le informazioni internazionali, niente sembra fermare l’immigrazione verso le coste europee, che continua ad arricchire i trafficanti. È vero che si può criticare il sistema di governo di alcuni paesi africani, ma come può oggi un giovane indebitare e impoverire la sua famiglia col sogno dell’arrivo in un paese più ricco? Una realtà curiosa : mentre alcuni figli e figlie del paese cercano l’erba migliore del vicino, alcuni stranieri trovano nel nostro un’ospitalità leggendaria e si arricchiscono di pesca, agricoltura, abbigliamento e altri mestieri e non sognano affatto di ripartire. Forse è vero quello che diceva Voltaire : “Ognuno dovrebbe interessarsi a coltivare bene il proprio giardino e ne ricaverà un benessere e un futuro migliore, invece di restare ad attendere e ricevere tutto dagli altri”».

Un commercio ben organizzato

Parecchi migranti camerunesi, di ritorno in Camerun, confermano che la schiavitù è un ricco commercio in Libia. Considerato come un commercio risalente a un epoca lontana, oggi nel paese di Muammar Gheddafi è una attività ben organizzata e sviluppata. Alcuni giovani migranti in transito verso l’Europa o fissatisi in Libia, sono ora la preda privilegiata di gruppi e di associazioni. Vulnerabili per la loro debole situazione e il loro statuto, queste persone sono una facile preda. In questo mercato di schiavi, la pelle nera è preferita perché più resistente alle crisi e alle intemperie. Per questo i subsahariani sono i più numerosi. La maggior parte delle persone rapite sono generalmente messe in prigione dai loro rapitori. Secondo le dichiarazioni degli ex migranti, le vittime sono oggetto di violenze e di umiliazioni di ogni genere. Molti vi perdono la vita quando non ne escono coperti di segni di sevizie corporali. Secondo loro il mercato di schiavi in Libia non ha prezzo standard. Come in un mercato di bestiame, i prezzi sono fissati secondo l’età, l’apparenza e il sesso della persona venduta. Può essere di 120, 200 o 300 mila CFA, se la persona comprata è destinata ai lavori domestici, o agricoli, o di infrastrutture secondo il progetto dell’acquirente. Gli uomini robusti e i giovani sono comprati per i lavori d’Ercole perché più resistenti, secondo le testimonianze degli ex-ostaggi. Le donne generalmente sono destinate ai lavori domestici quando non sono semplicemente messe a servizio dei prosseneti. Una madre con figli costa più cara di una donna senza figli. I migranti più ricalcitranti sono uccisi o gettati nel deserto. (Sainclair Mezinc, Cameroun tribune, 24 novembre 2017)

Non c’è Eldorado fuori dell’Africa

Il professore in scienze politiche Jean Emmanuel Pondi interrogato da Sainclair Mezing afferma: «L’ossessione della partenza è un errore fatale degli africani. L’Africa possiede ricchezze non ancora esplorate. E’ necessario riorganizzarci e credere di più in noi stessi. Nostra enorme deficienza è non avere fiducia in noi e non voler organizzarci. La maggior parte degli africani è estroversa. Pensano che il benessere venga dal di fuori dell’Africa. Illusione fatale e suicida. Nessun continente si è sviluppato contando sugli altri o contando sull’aiuto internazionale. Sono d’accordo sulla cooperazione internazionale ma deve avvenire coi nostri sforzi. Noi dobbiamo essere al centro del nostro processo di cambiamento e progresso. Restiamo noi il motore dello sviluppo. Non è l’immigrazione che ci svilupperà. Non c’è un continente come l’Africa dove esiste la maggior parte delle ricchezze del mondo. I giovani africani lasciano questa terra e le sue ricchezze per rendersi a rischio e pericolo là dove sono trasformati. Dobbiamo rivedere e riprecisare la nostra cooperazione internazionale per il nostro avvenire. In Libia c’è la negazione dell‘Humanité africaine».

 

 

Un mese nel seminario del Pime a Yaoundé

Avevo ricevuto con gioia l’invito di padre Fabio Bianchi di andare a Yaoundé (Camerun) per dare un corso di formazione ai nostri seminaristi dell’anno di spiritualità. Si tratta di un corso di storia delle missioni che tocca anche la storia della Chiesa e soprattutto la storia del nostro Istituto e della sua spiritualità. Gli studenti sono nove e hanno già fatto tre anni di filosofia e si preparano a continuare i loro studi a Monza. Mi ero preparato cercando documenti in francese e a Yaoundé ho trovato quello che altri confratelli avevano tradotto in francese dei documenti dell’Istituto. Per l’internazinalizzazione dell’Istituto, ora dobbiamo tradurre molti documenti in inglese, portoghese e francese.

Una bella sorpresa qui a Yaoundé è di aver ritrovato il libro A cause de Jésus che avevo tradotto a Maroua (Nord Camerun) prima di partire per l’Ageria e che padre Giuseppe Parietti aveva messo in ordine e preparato per la stampa. È un documento sui 19 martiri dell’Istituto, completato con  introduzioni di carattere storico e geografico e quindi un documento interessante e importante per la formazione dei nostri seminaristi e per l’animazione missionaria. Durante il corso, ne abbiamo letto alcuni capitoli e condiviso impressioni e domande. Sono stati momenti commoventi, soprattutto per me. Ritrovare lo spirito dell’Istituto vissuto dai nostri martiri, risentire la missione nel vissuto a partire dal 1850. Condividere non solo lo studio, ma anche la vita insieme e la preghiera con i seminaristi africani della Costa d’Avorio, della Guinea Bissau e del Camerun che saranno miei confratelli, che continueranno la vita missionaria dell’Istituto e che si lasciano formare col e nel carisma che i nostri fondatori avevano ricevuto per la diffusione del Vangelo. Sono le sorprese e le gioie che arrivano a chi ormai si è reso libero per continuare sulle strade della Provvidenza.

 

Papa Francesco in visita al tempio buddhista

Francesco si è recato al Kaba Aye Center di Rangoon, uno dei templi buddhisti più venerati dell’Asia sud-orientale. È entrato con le sole calze nere ai piedi, insieme al presidente del Comitato Statale “Sangha” Bhaddanta Kumarabhivamsa. Hanno tracciato la strada per superare odio, terrorismo ed estremismo nel nome della religione.

Il Myanmar è scosso dalle violenze perpetrate contro le minoranze etniche e religiose e l’argomento resta indirettamente presente in questo incontro. Buddisti e cristiani possono trovare questa strada comune nei propri padri o figure spirituali di riferimento, Buddha per i primi, san Francesco per i secondi. Due figure le cui parole esprimono “sentimenti simili”.

Papa Bergoglio ha citato significativamente per primo Buddha, che nel Dhammapada (XVII, 223) dice: «Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità». Parole simili, ha detto, a quelle del santo di Assisi: «Signore, fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è offesa che io porti il perdono, […] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia».

Bhaddanta Kumarabhivamsa gli ha fatto eco affermando che «è deplorevole vedere terrorismo ed estremismo messi in atto in nome di credi religiosi. Poiché tutte le dottrine religiose insegnano solo il bene dell’umanità, non possiamo accettare che terrorismo ed estremismo possano nascere da una certa fede religiosa».

Il Papa ha chiesto che questa sapienza comune possa «continuare a ispirare ogni sforzo per promuovere la pazienza e la comprensione, e per guarire le ferite dei conflitti che nel corso degli anni hanno diviso genti di diverse culture, etnie e convinzioni religiose. Tali sforzi non sono mai solo prerogative di leader religiosi, né sono di esclusiva competenza dello Stato.

Piuttosto, è l’intera società, tutti coloro che sono presenti all’interno della comunità, che devono condividere il lavoro di superamento del conflitto e dell’ingiustizia. Tuttavia è responsabilità particolare dei leader civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata, cosicché le sfide e i bisogni di questo momento possano essere chiaramente compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e di reciproca solidarietà».

 

 

 

I frutti sorprendenti della missione

Nell’articolo “Pime e Myanmar, storia di un’amicizia”, pubblicato sul numero di novembre 2017 di “Mondo e Missione” e scritto da Giorgio Bernardelli e Anna Pozzi, ho visto che Papa Francesco andrà nell’ex Birmania e vi resterà dal 27 al 30 novembre.

L’articolo racconta momenti interessanti della storia dell’amicizia tra Birmania e Pime durata 150 anni. È meravigliosa la testimonianza del giovane padre John The Thu, missionario del nostro istituto. Racconta: «Ero un bambino, incuriosito da quel missionario italiano che faceva da parroco. Non sapevo che era del Pime e non sapevo niente del Pime. Si trattava di padre Igino Mattarucco, uno degli ultimi missionari rimasti in Myanmar. Poi conobbi il vescovo Giovanni Gobbato. Noi bambini eravamo incuriositi. Entrato in seminario sentii parlare di Paolo Manna, Felice Tantardini, Clemente Vismara. Quando alcuni missionari vennero a Taunggyi a tenere dei corsi, ho riscoperto la storia della mia diocesi così legata a questo Istituto. Scoprii che la fede che avevo ricevuta come dono prezioso, era frutto anche delle fatiche e dei sacrifici di tanti missionari. Dunque, non potevo tenerla solo dentro di me, dovevo condividerla con altri».

Ora padre John The Thu è missionario in Guinea Bissau. Leggere la sua bellissima testimonianza mi commuove e mi fa risentire la gioia di aver accompagnato altri ragazzi del Camerun verso la missione. Presto ripartirò ancora per questo Paese per dare un corso ai nostri seminaristi sulla storia della missione.

Ma nell’articolo ho trovato anche una sorpresa. Padre The Thu ha pronunciato i nomi dei trevigiani Gobbato e Mattarucco, miei carissimi amici e conterranei. Missionari ormai in Paradiso, di cui oggi non si parla più. Non è vero, si parlerà ancora di loro e di noi. Si ricorderanno e ci ricorderanno i nostri ragazzi indiani, birmani, africani, brasiliani, bengalesi… diventati missionari del Pime come noi. E forse il nostro nome apparirà ancora nella rivista “Mondo e Missione”.