Rendere missionarie le giovani Chiese

Il Pime si è sempre preoccupato di formare candidati italiani e di fondare la Chiesa nei territori nuovi che ha evangelizzato, escludendo di fondarvi l’Istituto e lavorare per la sua crescita. Negli ultimi 40-50 anni le condizioni delle giovani Chiese sono maturate; esse hanno più vocazioni che le Chiese d’antica cristianità e diventano a loro volta missionarie. Era il 31 agosto 1969 quando a Kampala (Uganda) Paolo VI gridò: «Voi africani siete ormai i missionari di voi stessi». Allora sembrava uno slogan azzardato ed invece era un’indicazione profetica: sono passati molti anni ed oggi nessuno più dubita, nella Chiesa, che l’iniziativa missionaria sta passando dalle antiche alle giovani Chiese. Meno di tutti ne dubita Giovanni Paolo II, che nella “Redemptoris Missio” (enciclica del 1990, nel XXV anniversario dell’“Ad Gentes”) ha insistito più volte sul dovere missionario delle giovani Chiese, fino a dire: “Siete voi oggi, la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni: essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani ed irradiare entusiasmo e coraggio…” (R.M., 90).

Oggi gli istituti missionari vengono sempre più sollecitati ad aprire il loro carisma missionario alle giovani Chiese da essi fondate e di educare e inviare missionari membri di queste Chiese; le quali spesso non hanno personale sufficiente per le loro necessità pastorali di cura dei cristiani, ma si rendono conto, della verità di quanto ha detto Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (n. 2): «La fede si rafforza donandola!» e mirano a rendere missionari i loro cristiani. Ecco perché hanno bisogno del carisma degli Istituti missionari. Il Pime è nato per fondare le nuove Chiese, ma anche per renderle missionarie. Tra le tante modalità con cui si potrebbe raggiungere questo scopo il Pime ha accettato anche questa: aggregarsi personale locale per educarlo e inviarlo altrove nella speranza che nel terzo millennio tutto il popolo di Dio diventi missionario.

 

Treviso, Gorizia, Belluno-Feltre in missione con il Pime

Ancora padre Severino Crimella. «I vescovi vogliono stimolare una pastorale sempre più missionaria, sempre più aperta, sempre più universale. Noi missionari, figli di questa Chiesa, siamo felici di poter offrire ancora il nostro servizio affinché il suo impegno missionario non conosca limiti e frontiere. Il 29 giugno 1967 il bescovo di Treviso, mons. Antonio Mistrorigo consegnava il crocifisso a quattro missionari, due sacerdoti diocesani, don Mario Bortoletto e don Angelo Santinon, e due padri del Pime, padre Giovanni Belotti e padre Giorgio Granziero destinati alla stessa missione di Ambam nella diocesi di Sangmelina in Camerun. Il 12 dicembre 1972 il Superiore Generale del Pime, mons. Aristide Pirovano firmava il contratto con il Vescovo di Gorizia, mons. Pietro Cocolin, con il quale l’Istituto si impegnava ad assicurare la presenza di un suo missionario nel gruppo diocesano, sacerdoti, suore e laici, che partivano per la Costa d’Avorio nella missione a loro affidata dal Vescovo di Bouakè. Dopo qualche tempo in questo gruppo si inserivano anche due fratelli missionari laici del Pime. Nel giugno 1980, mandato dal Vescovo di Belluno-Feltre, Mons. Maffeo Ducoli, Don Claudio Sacco raggiungeva un’altra missione della diocesi di Bouakè, Sakasso affiancandosi al padre Giovanni De Franceschi del Pime già presente sul posto”.

Questi gli inizi. E oggi?

 Ai primi missionari diocesani e dell’Istituto sono succeduti altri, alcune situazioni sono cambiate, ma l’esperienza continua, nonostante i problemi più che comprensibili per questo tipo di collaborazione. Paolo VI durante l’incontro con i missionari del Pime al termine della loro Assemblea Generale del 1972, commentando la prima esperienza di questa cooperazione tra l’Istituto e le Diocesi, così si esprimeva: «Ottima questa iniziativa. Anche in questo siete stati dei pionieri. Continuate in questo senso poiché è proprio questo il servizio che dovete rendere alla Chiesa Italiana». È una consegna questa a cui il Pime vuoi rimanere fedele, tanto più oggi. La Chiesa italiana – scrive don Sergio Marcazzani, già direttore del Centro Missionario Diocesano di Verona, su «Mondo e Missione» (dicembre 1986) -sta vivendo un momento privilegiato e significativo: il passaggio da una missionarietà intesa come attività ad una «dimensione missionaria» posta nel cuore stesso dell’esperienza di ogni comunità». Ne è prova il documento della Cei “Comunione e comunità missionaria”.

 

Insieme per un’unica missione

Padre Severino Crivella, assistente generale del Pime sviluppa il tema della fraternità sacerdotale. «Fin dagli inizi, tra i sacerdoti diocesani di Treviso e i missionari del Pime, sono stati vissuti i valori della fraternità sacerdotale, dell’aiuto reciproco, e di una fruttuosa collaborazione per l’annuncio del Vangelo in Diocesi e nei Paesi di missione». (…)

Il Concilio, del resto, tra i compiti che gli istituti missionari sono chiamati ad assolvere, ha affidato pure questo: «Essi devono essere pronti a formare e ad aiutare con la loro esperienza coloro che si consacrano all’attività missionaria solo temporaneamente» (AG 27). Il Pime, accogliendo questo invito del Concilio, ha offerto la propria disponibilità a cooperare con quelle diocesi italiane pronte ad usufruire della sua esperienza per inviare, fianco a fianco ai suoi missionari, i loro sacerdoti e laici in terra di missione. Sia pure in tempi successivi, tre diocesi, Treviso, Gorizia e Belluno-Feltre hanno così chiesto di poter iniziare un “gemellaggio” con il Pime in vista di un impegno comune di evangelizzazione ad gentes. Mi piace sottolineare il fatto che queste tre diocesi sono tutte del Triveneto. (…)

Sacerdoti e laici in missione

“L’opera di evangelizzazione dei non cristiani incombe alla chiesa intera e in particolare al Collegio Episcopale e ai singoli Vescovi” (AG 29,38). Anche i sacerdoti e i laici sono chiamati dal Concilio Vaticano Il a dare il loro aiuto alle Chiese di missione. Infatti: «Il dono spirituale che i Presbiteri hanno ricevuto nell’ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza» (PO 10). «I Laici cooperano all’opera evangelizzatrice della Chiesa, partecipando insieme come testimoni e come vivi strumenti alla sua missione salvifica soprattutto quando, chiamati da Dio, vengono dai Vescovi destinati a quest’opera» (AG 41). Sulla spinta di queste indicazioni del Concilio, veramente innovatrici per l’impegno missionario della Chiesa, in questi anni il numero dei sacerdoti e dei laici che hanno sentito l’esigenza di dedicarsi, sia pure temporaneamente, all’opera di evangelizzazione nelle Chiese di missione o in quelle dell’America Latina dove mancano forze sufficienti per quest’opera fondamentale, è andato sempre più aumentando. Sono sorti così organismi, come il Ceial (Centro Ecclesiale Italiano per l’America Latina), il Ceias (Centro Ecclesiale Italiano per l’Africa e l’Asia), la Focsiv (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) che si propongono di favorire la preparazione, l’invio e l’assistenza di questi sacerdoti e laici.

 

Collaborazione fra diocesi e Istituti missionari

Mons. Pirovano continua. «Il Pime dunque è qui per aiutare le diocesi nella formazione dei missionari, mettendo a frutto il capitale d’una esperienza e d’una tradizione che hanno più d’un secolo di vita: non solo nella formazione dei giovani durante gli anni di seminario, ma formazione ed assistenza sul campo del lavoro, inserendo i novelli missionari in un sistema di vita comunitario che li aiuterà a superare ogni tentazione di scoraggiamento e d’abbandono; che deve loro permettere di diventare – indiani con gli indiani, africani con gli africani, brasiliani con i brasiliani. (…) II desiderio nostro, di noi missionari del Pime., è di esprimere ancora meglio la dipendenza che ci lega alle diocesi italiane, come sempre in passato, ma oggi secondo forme adeguate alla sensibilità post-conciliare; rendere più chiaro che noi esprimiamo, con il lavoro missionario, non qualcosa di nostro, ma semplicemente la missionarietà delle diocesi italiane che ci hanno mandati. (…) E mi pare che la partenza, oggi, da questa città missionaria di Treviso, dei primi quattro missionari per il Camerun, voglia significare proprio questo: che nel risveglio missionari, che sta vivificando la nostra Italia, si apre una nuova e luminosa via da percorrere assieme, quella della collaborazione sempre più stretta fra diocesi e Istituti missionari, della fusione anche sotto la guida dei vescovi per una maggior efficacia dell’apostolato missionario nel mondo».

 

 

Mons. Aristide Pirovano: il lavoro apostolico del Pime

Leggiamo il discorso che mons. Aristide Pirovano, superiore generale del Pime aveva preparato per l’inaugurazione del seminario missionario di Treviso e che poi non poté leggere perché degente in quel giorno in ospedale. Mons. Pirovano era da poco tornato da un lungo viaggio in Estremo Oriente. Ci pare che questo testo completi bene quanto dice il vescovo di Treviso nel discorso pubblicato nella stessa celebrazione.

«Eccellenza reverendissima, autorità qui presenti, cari sacerdoti e amici, sono appena tornato da un lungo viaggio attraverso il mondo, durato in tutto, a varie riprese, quasi- due anni. Sono potuto venire a contatto diretto con tutti. i missionari del Pime sparsi in tre continenti, impegnati a fondare la Chiesa ed a servire le Chiese locali in sviluppo. Vedendo sul posto le realizzazioni compiute in più d’un secolo di lavoro apostolico, il mio pensiero è andato spesso alle diocesi italiane che hanno dato al Pime la possibilità concreta, in uomini, in mezzi, in preghiere ed appoggi d’ogni genere, di rispondere positivamente e generosamente agli inviti di Dio e della Santa Sede. Ho ancora negli occhi e nel cuore, in questo momento, la visione di tante missioni che anche per me sono state una scoperta: in Giappone, ad Hong-Kong, nelle Filippine, in Birmania, nel Pakistan, in India, in Africa, negli Stati Uniti, nel Brasile e nella cara e mai dimenticata Amazzonia: passando di paese in paese, di diocesi in diocesi, di missionario in missionario, si è venuto formando in me un sentimento profondo e commosso di riconoscenza a Dio anzitutto e poi alle diocesi italiane».

 Le diocesi ci hanno donato a Dio

Mons. Pirovano continua. «Un sentimento che desidero esprimere qui, a Treviso, da cui il Pime ha tanto ricevuto, ma che vale per tutte le diocesi, per tutti i Vescovi d’Italia: quello che abbiamo fatto, amici, quello che Dio ci ha permesso di fare, ed è tanto, veramente tanto come nemmeno io immaginavo, lo dobbiamo a voi dopo che a Dio, a voi che ci avete aiutati, che avete mandato i vostri giovani ad arruolarsi nelle nostre file, che ci avete accompagnati con le vostre preghiere ed il vostro affetto. Grazie a tutte le diocesi italiane e grazie soprattutto a Treviso che, dopo Milano, dove il Pime è stato fondato, è la diocesi che conta più missionari nel nostro Istituto, quella dove il Pime ha maggiori tradizioni e ricordi. E vorrei dire di più: quello che abbiamo fatto è vostro, l’avete fatto voi per mezzo nostro, poiché noi missionari del Pime non abbiamo altra ambizione che quella di rappresentare, ovunque andiamo, le diocesi che ci hanno donato a Dio ed all’opera di evangelizzazione del mondo non cristiano. Il nuovo seminario missionario che Lei inaugura oggi, Eccellenza, mi pare che riassuma in sé tutto il discorso che sono venuto facendo. Il seminario è vostro, della diocesi di Treviso, perché voi l’avete costruito con i vostri aiuti, perché voi lo riempite di ragazzi, di futuri missionari, perché voi della diocesi di Treviso, e delle diocesi vicine, lo sostenete con aiuti spirituali e materiali, con l’affetto e la comprensione. Non è un corpo estraneo nel tessuto connettivo della diocesi, questo seminario: è invece, ed io voglio che, per quanto da noi dipende, esso sia sempre più, una cellula viva, una cellula missionaria della diocesi di Treviso e delle diocesi vicine. Ed allora, che cosa fa il Pime in questo seminario? II Pime è qui per formare i missionari, per aiutare le diocesi in questa delicatissima opera da cui dipenderà domani l’efficienza dell’apostolato missionario (…)».

Il seminario non è solo dei missionari

La vita di un seminario è anche vita di una diocesi e oltre. Essendo il nostro un seminario missionario si sentiva attorno ad esso una passione diffusa, vissuta, una disponibilità a sentirsi uniti con chi donava la vita per l’annuncio del Vangelo.

Lo afferma bene Mons. Mistrorigo nel discorso d’inaugurazione: «Ecco perché oggi è la festa della diocesi intera, oltre che dei missionari del Pime. Noi non saremo cattolici se non saremo missionari. Lo spirito missionario è il termometro infallibile della nostra vita cristiana. Il Signore benedica di più, oggi, per questo, tanto la diocesi che i missionari, che cercano assieme, con buona volontà, un modo nuovo di servire la Chiesa e l’umanità, un modo nuovo per sommare, per moltiplicare le forze, affinché non restino divise. (…)

Il seminario non è solo dei missionari, è anche della diocesi, è per tutta la diocesi: per questo è qui il Vescovo ad inaugurarlo e per questo anche sono qui molti sacerdoti e fedeli e molte autorità cittadine, che ringraziamo della loro presenza. (…)

Il vescovo è dunque qui per prospettare alla diocesi una nuova dimensione missionaria, che ci fa abbracciare tutto il mondo, che crea in noi interessamento per tutti gli uomini. Una dimensione missionaria nuova che ci farà camminare fianco a fianco, in unione di forze e di intenti, con il Pontificio Istituto Missioni Estere, questo antico e glorioso istituto missionario che ci aiuta ad esprimere ed a realizzare la nostra missionarietà diocesana. Il seminario missionario che oggi inauguriamo sia benvoluto da tutti, visitato, aiutato da tutti. Per questo spirito missionario, la diocesi nostra è più completa, più funzionante; tutte le cellule della sua vitalità, tutte le organizzazioni cattoliche saranno così rinnovate da questo spirito nuovo. Sia questo seminario come la semente feconda, che fruttifichi e dia frutti abbondanti per la diocesi, per i missionari del Pime per tutta la Chiesa».

 

Ritorno a piazza Rinaldi 

Demmo l’addio a Santa Cristina ai primi di luglio, ringraziando il Signore di poter rientrare tutti sani e salvi a Piazza Rinaldi, che andava rinascendo dalle rovine.

Padre Maquignaz, ormai vecchio e provato dalle tribolazioni della guerra, lasciò Treviso, consegnando gli Apostolini a P. Umberto Galbiati, che un anno e mezzo dopo partì col primo scaglione di Missionari del Pime destinati al Brasile.

Gli successe padre Narciso Santinon il 17 febbraio 1948. Alla sua partenza per Hong Kong nell’agosto del ’53 venne sostituito da padre Celso Caugig. Dopo di lui la direzione passò a padre Floriano Forestan. Si cominciò allora a pensare ad una nuova sistemazione del vecchio seminario. Ricostruire nello stesso luogo o portare tutto in ambiente più ampio, presentando ai Superiori Maggiori il terreno acquistato lungo il Terraglio. P. Gaetano Filippin, rettore dal 1961, dopo 25 anni di Cina e 10 di Brasile, era pronto a ricominciare da capo con entusiasmo giovanile.

 

Padre Gaetano Filippin, rettore del seminario da piazza Rinaldi a Preganziol

 

Espulso dalla Cina nel ’48, da Mao-Tse-Tung, padre Filippin riprende in mano le sorti del Seminario.  Ripartì per il Brasile nel ’51 e dieci anni dopo venne richiamato e nominato Rettore a Treviso. Viste le ristrettezze a Piazza Rinaldi incominciò a darsi da fare per una nuova sede in via Terraglio. Il “Terraglio” è un viale che in pochi chilometri, da nord a sud, quasi in linea retta, collega Treviso con Mestre-Venezia. Vicino alla città è fiancheggiata da abitazioni che man mano si diradano e vi appaiono, separati da terreni messi a coltivazione, parchi e “Ville Venete”. Là, nelle vicinanze della città, con buoni collegamenti pubblici col centro, era stato individuato un ampio terreno che fu ritenuto adatto per il nuovo seminario. Padre Filippin interessò al progetto i missionari reduci perché vi contribuissero con la loro esperienza; sapeva infatti che il missionario è spesso costretto a divenire ingegnere, architetto, impresario e…manovale nella costruzione di chiese, ospedali, seminari… L’elaborazione dell’architetto Roberto Fontana risultò di comune gradimento e se ne decise la costruzione.

La cerimonia ufficiale della posa della prima pietra del nuovo Seminario avvenne il 7 giugno 1966 alle ore 18. Erano presenti l’Ecc.mo Vescovo della Diocesi, S. E. Mons. Antonio Mistrorigo, che compì la cerimonia, il Superiore Generale del Pime, S. E. Mons. Aristide Pirovano, padre Pietro Bonaldo, Superiore Provinciale della Provincia settentrionale e varie altre personalità. Si dava così inizio ad una nuova epoca della storia del Pime in terra trevigiana.  Il nuovo Seminario sarà grande, capace di circa centocinquanta seminaristi, di linee architettoniche semplici e che favoriscono la sua piena funzionalità. La zona è veramente bene indovinata: pochissime costruzioni, così che si è potuto isolare il seminario in un vasto terreno, dove trovano posto ampi ed ariosi cortili, campi da gioco e tutto ciò che può favorire e garantire una vita sana e serena ai ragazzi.

La guerra e i bombardamenti

L’attività del seminario proseguì tra le ristrettezze imposte per il tempo di guerra iniziata 1º settembre 1939. Ma il 7 aprile del ’44, Venerdì Santo, Treviso, nodo ferroviario importante sulla linea Italia-Germania e nel cui “Palazzo della Borsa” si era allora insediato il comando tedesco, fu bombardata dagli alleati provocando grossi danni e un migliaio di morti. Il palazzo di Piazza Rinaldi allora non fu toccato, ma si decise di sfollare. Il parroco di San Michele di Piave, don Luigi Malvestio, offri un rustico in cui si poté completare l’anno scolastico. Il posto era pericoloso per il passaggio di molti tedeschi in ritirata; prima dell’apertura del nuovo anno scolastico si accettò il soccorso di mons. Tognana che a S. Cristina, un paese a una decina di Km. a ovest della città, mise a disposizione del seminario buona parte della sua casa-canonica. Il bombardamento del 7 marzo ’45 colpì anche il palazzo del seminario, ma già dal 25 aprile vi si poté mettere mano per renderlo nuovamente agibile. Da allora e per tutti gli anni 50 ospitò ogni anno un centinaio di alunni che vi facevano le medie.

Scrive padre Pietro Bonaldo: «Ben ottanta Apostolini erano in casa quella mattina (il giorno del bombardamento) e fu un vero miracolo se, in mezzo a tanta distruzione, non ci fu tra noi nessuna vittima. Gli Apostolini tornarono in famiglia interrompendo gli studi e privi di assistenza. Mons. Antonio Mantiero offri ai più grandi la possibilità di frequentare i corsi nel Seminario Vescovile, sfollato a Vedelago e per i minori la Provvidenza preparò una casa colonica a San Michele di Piave, dove fummo accolti con grande simpatia da don Luigi Malvestio, che, assieme agli ottimi parrocchiani, fu generoso dl assistenza materiale e morale. Ma neppure lì la guerra ci lasciò tranquilli.

Finalmente il Signore ci fece incontrare mons. Lorenzo Tognana a Santa Cristina. Quel santo Sacerdote ci offrì la sua casa, riservando per sé lo spazio strettamente necessario.

Ai primi di novembre arrivammo alla spicciolata. Molte famiglie del luogo si erano offerte spontaneamente a trasportare le nostre masserizie coi carri, arrischiando incontri poco graditi e mitragliamenti, mentre don Luigi Spolaore sudava assieme a noi per avviare gli orari di Seminario, in modo che la comunità potesse partecipare in pieno alla vita religiosa della parrocchia. Intanto la guerra si avvicinava a Treviso.

La sera del 13 marzo 1945, alle ore 20,15 Treviso fu nuovamente bombardata, mentre noi atterriti assistevamo alla tremenda distruzione dal campanile di S. Cristina. Anche il nostro Seminario fu duramente colpito e padre Santinon, padre Frare e Giuseppe Bonolo, si salvarono fuggendo. Da Santa Cristina partirono subito carri e volontari, che ci aiutarono con slancio a salvare il salvabile…

Finita la guerra, cominciammo a sistemare il fabbricato fino a renderlo ancora abitabile».

 

La visita di mons. Mantiero al seminario

Mons. Longhin era morto il 26 giugno 1936. Leggiamo ora il testo della cronaca.

«Giorno di festa è stato il 17 dicembre 1936 per il Seminario dell’Immacolata perché ha avuto l’onore di avere una delle prime visite di S.E. Mons. Mantiero, il nostro pastore della diocesi di Treviso. Ricevuto in forma solenne dai Padri e dagli Apostolini al portone di casa, S.E. si recava subito all’altare dove offriva il S. Sacrificio mentre la Schola Cantorum eseguiva magistralmente scelti e appropriati mottetti.  Dopo la Santa Messa, S.E. rivolse calde e infuocate parole agli Apostolini incitandoli a conoscere sempre meglio Gesù, a prepararsi a essere santi missionari. Dopo il caffè, Padri e Apostolini si radunarono attorno a S.E. Uno dei Padri lesse un indirizzo augurando a S.E. i “dies pleni” della Scrittura e la gioia di poter celebrare la beatificazione del gran Papa trevisano, Pio X e di suor Bertilla. L’indirizzo diceva inoltre che gli Apostolini di questa specie, se trevisani, una volta in missione si glorieranno sempre di essere missionari trevisani e si sforzeranno di tenere alto nelle lontane terre il nome della Chiesa di Treviso. S.E. sì compiacque di rispondere e fra l’altro affermò che la vocazione missionaria è la più grande, la più elevata, la più sublime di tutte, quasi anche quella del vescovo che pure ha la pienezza del sacerdozio, a causa dei grandi sacrifici che comporta la corrispondenza a si eccelsa vocazione. Terminava promettendo di venire ancora e di fermarsi di più a lungo. Gli Apostolini fecero ottima impressione a S.E. “Che bei occhi hanno! diceva. Ne ho visti tanti diventare rossi e coprirsi di lagrime mentre parlavo loro: avrei parlato loro ancora per un’ora”. Il vescovo lasciava il nostro seminario accompagnato dalle vibranti acclamazioni degli alunni e della folla che, frattanto, si era radunata in Piazza Rinaldi».

 

Trasformazioni interne

L’anno scolastico 1926 ebbe inizio nel tardo autunno. Venne l’inverno e del riscaldamento non c’era neanche il fumo! Padre Pagani andava mendicando per noi patate, fagioli, salami e “musetti”, e noi gli facevamo gran festa, quando arrivava a casa stanco e felice. Alle preghiere della sera aspettavamo la sua parola calda e paterna: ci raccontava i fatti più importanti della giornata, alle volte ci rimproverava ed allora la sua voce si velava di tristezza. Negli anni 1928 e 1929, la casa subì alcune trasformazioni interne, che furono possibili grazie all’aiuto dei benefattori e del fedelissimo nostro tecnico Comm. Celestino Valz Brenta. In quegli anni venivamo istruiti da un corpo insegnante composto in gran parte da Sacerdoti trevigiani esemplari e competenti: mentre alla nostra formazione spirituale collaborarono efficacemente il sempre presente Mons. Valentino Spigariol, don Giuseppe Bollato, confessore di suor Bertilla, e don Giuseppe Sommavilla, che era intimo di padre Salvi e lo volle festeggiare in occasione del 50° di Messa. I chierici prefetti, gli assistenti dei ragazzi, frequentarono per diversi anni i corsi teologici nel Seminario diocesano. Nei giorni stabiliti per le Confessioni, mentre noi eravamo in attesa alla porta di padre Salvi, ci capitava di tanto in tanto di vedere il vescovo di Treviso arrivare vicino a noi, per mettersi in coda ad attendere il suo turno ed entrare a fare anche lui la Confessione. Noi volevamo cedergli il postò, ma mons. Longhin non accettava e voleva attendere in raccoglimento. Avevamo sotto gli occhi un esempio vivente di fede, di pietà e di umiltà.  Nel 1935 P. Pagani lasciò Treviso e fu sostituito prima da padre Guglielmo Sinelli e poi da P. Amato Maquignaz. Nell’anno scolastico 1938-39, venne padre Emilio Terruzzi, che, alla fine dell’anno, ritornò ad Hong Kong e, dopo poco tempo, morì trucidato. L’opera nostra si era intanto consolidata e gli anni si susseguirono con ritmo normale fino al 1940 quando in giugno scoppiò la guerra.