La missione è “visitazione”

Maria va a visitare Elisabetta e porta in se un segreto vivo. Anche Elisabetta porta in se un bambino. Le donne non conoscono quale rapporto ci sia tra i bambini. Il saluto di Maria portatore di pace e la lode e la gioia di Elisabetta si trasformano in Magnificat, lode, annuncio di Dio.

«La nostra Chiesa non ci dice – scrive il monaco Christian de Chergé, priore di Tibhirine,ucciso con altri sei confratelli nel 1996 – quale sia il legame esatto tra la Buona Novella che noi portiamo e il messaggio che fa vivere l’altro (i fedeli dell’islam e altri)… Nonostante ciò, se siamo attenti e ci situiamo allo stesso livello, il nostro incontro con l’altro con l’attenzione e la volontà di raggiungerlo, e col bisogno di lui per quello che è e per quello che ha da dirci, allora veramente, egli ci dirà qualcosa che raggiungerà ciò che noi portiamo, mostrando che c’è connivenza…».

Anche Gesù ha visitato e si è lasciato visitare ogni volta che proclamò con commozione: «La tua fede è grande».

E Pietro con sorpresa dice di Cornelio: «Ora capisco veramente che Dio non fa differenza tra le persone: ogni uomo, di qualsiasi nazionalità, che lo rispetta e fa ciò che è giusto, gli è gradito!».

La missione, cosciente dei valori presenti e vissuti nelle popolazioni che raggiunge, sta cambiando.

Non è solo, ed è sempre meno, convertire, insegnare, ma incontrare, cercare insieme, condividere, dialogare, cooperare. Certo, arriva anche la conversione, ma di entrambi. Tutti, scambiandosi i doni di se stessi, crescono verso una nuova umanità, immagine del Risorto.

La missione continua la visita uequesto comportamento di Dio come canta Zaccaria: «Benedetto Dio d’Israele perché ha visitato il suo popolo e compiuto la sua liberazione».

 

Auguri!

 

Carissimi, visto che tutti si affrettano a cercare i regali più belli, mi affretto anch’io a offrirvi i miei auguri più belli. Il cuore sia aperto alla speranza, alla fiducia, alla bontà profonda del cuore. Come vedete dai miei scritti, sono contento di vedere in silenzio che anche qui il Signore è presente. Vi sono vicino e lo sarò ancora più vicino a Natale.

Mi hanno chiesto di dare una testimonianza alla marcia e alla giornata per la pace che si terrà a Ancona. Dal 20 dicembre al 3 gennaio sarò a Milano, Treviso, Ancona…

Il Bambino Gesù vi benedica!

Incontro sereno e graduale

Un incontro sereno e graduale. È ciò che desidera il cardinal Jean Louis Tauran dopo quattro giorni vissuti in Pakistan per ottenere la liberazione di Asia Bibi, la cristiana condannata a morte per bestemmia. Affrettare le cose sarebbe contro producente. Si rischia di mettere in pericolo la vita dei familiari della cristiana. Il cardinale ha incontrato il presidente Ali Zardari e il ministro incaricato delle minoranze religiose. Il caso continuerà ad essere esaminato secondo una procedura giudiziaria normale. La “grazia” presidenziale urterebbe gran parte della popolazione, non ancora preparata ad accettare e a convivere con altre “minoranze”.
Mi trovo pienamente d’accordo sia sulla pressione internazionale in favore di Asia Bibi e spero continui, e sono d’accordo col cardinale. Ottenere il rispetto dei diritti umani, e la reciprocità rispettosa dei comportamenti e delle relazioni, non può essere solo frutto di decisioni autoritarie ma di una coscienza matura di tutte le componenti sociali.
La popolazione di un Paese non può superare le barriere tradizionali vissute per secoli, e la convivenza non è solo “lasciar vivere”, ma sentirsi parte di uno stesso organismo, di una stessa famiglia.  È necessaria una più profonda conoscenza reciproca e una complementarietà di vita. Si tratta di far crescere una nuova coscienza, una nuova religiosità. Questo da tutte le parti, sia maggioritarie e sia minoritarie.

Quando vivremo veramente il più profondo delle nostre tradizioni?

«Non fare a nessuno ciò che non piace a te». Ebraismo, Talmud, Shabbat 31. Tobit 4:15.
«Nessuno di voi è un credente fin quando non fa al fratello quanto desidera per se». Islam, IV Hadith o fan-Nawawi 13
«Questa è la sintesi di tutti i doveri: non fare agli altri quanto fa male a te». Induismo, Mahabharata 5: 1517
«Non far male agli altri con quanto fa male a te». Buddhismo, Udana-Varga 5.18
«C’è un’idea che dobbiamo mettere in pratica tutta la vita? Eccola: fa agli altri ciò che vuoi gli altri facciano a te». Tradizione confuciana, Analects 15:23
«Non creare inimicizia con nessuno perché Dio è presente in tutti». Tradizione sikh, Guru Granth Sahib 1299; Guru Arjan Devij 259
«Fra gli esseri umani è buono colui che non fa agli altri ciò che non è buono per se stesso». Tradizione zoroastriana, Dadistan-i-dinik 94:5
«Nella felicità e nella sofferenza, nella gioia e nel dolore dovremmo guardare agli altri come guardiamo a noi stessi, evitare di procurare agli altri qualsiasi sofferenza che troviamo insopportabile per noi stessi». Gianismo, Lord Mahavira, 24 th Tirthankara
«Fa agli altri ciò che vuoi gli altri facciano a te». Cristianesimo, Vangelo di Mt. 7,12
da La rosa dei venti

Perché Gesù viene ancora ?

La bambina viene col fratellino per fare i compiti, la mamma è al lavoro. Dopo qualche giorno, domando: «Quanti siete in famiglia». Mi risponde: «Noi due e la mamma. Papà non è con noi». E il suo volto si intristisce… Mi sto accorgendo che sotto le domande e le prime cose che la gente mi racconta quando viene da me, vi sono situazioni difficili e attese più grandi. Spesso vedo, sento una solitudine, bisogno di relazioni…e perché vengono da me?

La Piccola Sorella è qui da sessant’anni. Ora ha qualche acciacco. Eppure continua a visitare famiglie, a rivedere persone, a passare del tempo con loro. La fondatrice, Piccola Sorella Magdeleine, era venuta dieci anni prima ad abitare coi nomadi, alla periferia della cittadina di Touggourt. Avevano lasciato il deserto per trovare qualcosa da mangiare: un brodo di carote e un po’ di cous cous. Qualcuno di loro andava in città… poi la polizia veniva a cercarli tutti e a ricacciarli a 5  km nel deserto… Erano i “ladri”. Magdeleine ottenne dall’autorità che chi mostrava un biglietto rosa con la sua firma non era importunato. La responsabile era lei. Viveva con loro.

 

Viene dal Camerun e vuol andare in Europa. Si ferma ad Algeri, qualche anno, con amici. Poi trova un’associazione ed viene aiutata a ritornare. Sulla via del ritorno bussa alla mia porta. Le do qualcosa e alcuni indirizzi, con la mia firma. Continuerà a bussare… sino al ritorno, a casa.

 

La lampada dice che è lì. Come quando sono arrivato in Algeria e gli avevo detto che ero venuto per Lui. «No, mi disse. Sono io qui per te».  E con Lui, la mia vita ha un senso.

 

«Sai che cosa ho capito – dice una vecchia a un giovane perché lo traduca alla suora che la cura -. IL volto di Dio deve essere come il suo volto».

 

Gesù nell’Apocalisse dice: «Ecco, io sto alla porta e busso»

Sì, Gesù, ritorna ancora nella persona che incontri. Gesù ritorna ancora… anche in te.

Tat’jana Kasatkina scrive nell’ articolo intitolato “La speranza in Dostoevskij”: Dostoevskij dice che in ogni uomo è presente qualcosa di ignoto a lui stesso, che è molto più grande di lui, molto più buono di lui, molto più ragionevole di lui, così come appare normalmente. In ogni uomo è racchiusa una forza che lui stesso non vede: chiunque giungesse a quel “se stesso” che si trova in profondità, potrebbe fare di tutto il mondo che ha intorno un paradiso. È una cosa possibile per ognuno di noi in assoluto. «Ogni volta che avete dato da bere o da mangiare… l’avete fatto a me».

In ognuno di questi bambini nuovamente viene sulla terra Cristo. Ogni volta che ci incontriamo tra noi, che incontriamo un altro uomo, dal fondo del suo essere a noi risplende Cristo; al contrario, quando rifiutiamo gli incontri, rifiutiamo Cristo. Dietro ad ogni avvenimento della vita contemporanea, per Dostoevski c’era l’avvenimento eterno della storia di Cristo. Non come una storia che si ripete, ma come una storia che ogni volta, con ogni nuova persona coinvolta, si rinnova.

Gesù ritorna perché vuol amare ancora e per questo ha bisogno di noi.

Vuoi le mie mani?

Preghiera di Madre Teresa

Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno? Signore, oggi ti do le mie mani.

Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico? Signore, oggi ti do i miei piedi.

Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore? Signore, oggi ti do la mia voce.

Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è un uomo? Signore, oggi ti do il mio cuore.

 

I semi del Verbo

Quali sono i semi del Verbo che il Concilio riconosce presenti nelle varie religioni e culture? Giovanni Paolo II ad Assisi li ha ricordati e ne ha precisato uno, quello della preghiera: «Tra questi semi del Verbo e i raggi della sua verità  si trova senz’altro la preghiera, spesso accompagnata dal digiuno, da altre penitenze e dal pellegrinaggio ai luoghi sacri, circondati di grande venerazione”.

Anche il card. Martini : “Questi accenti di fede e di profonda umanità, ampiamente diffusi nei testi sacri delle religioni del mondo, possono farci pensare a quel “libro dei popoli” di cui parla la Bibbia (cfr. Salmo 87,6): un libro celeste, nel quale Dio stesso scrive, ma le cui pagine trovano riferimento anche nei libri dei popoli del mondo».

Nella mia vita di missionario, a contatto con tanta gente di culture e religioni diverse, me lo sono chiesto continuamente e me lo chiedo ancora. Il primo che ho trovato ovunque è il senso di Dio.

Ricordo l’emozione avuta dopo aver accompagnato a casa un camerunese che ritornava da sua madre dopo anni di vita in Gabon. Nel totale silenzio, la madre si stende a terra, e alza per tre volte le mani verso cielo.

Come il padre del bambino appena nato che secondo la sua tradizione, per tre giorni, mattina, mezzogiorno e sera si reca su un’altura e presenta il bimbo al cielo. O la gente che in momenti forti come trovando l’acqua, o dopo un fulmine, o alla nascita di un figlio, grida: «Bosa, bosa, bosa» per dire: «Sei tu che fai, sei tu?».

Il senso della presenza e dell’azione del trascendente accompagna e riempie ancora tutta l’esistenza di molti popoli e questo diventa una testimonianza. Benedetto XVI dice con coraggio che «Le religioni del mondo, per quanto si può vedere, hanno sempre saputo, che in realtà, non c’è che un solo Dio».

 Il secondo è il senso della vita che esplode in danze frenetiche nelle feste del matrimonio, della nascita e perfino nella “festa” della morte. Molti popoli soffrono ancora per la povertà, le calamità, e le ingiustizie, ma continuano a credere nella forza e nella gioia della vita. Davanti a certe mamme, mi chiedo dove trovino ancora la pazienza e la fiducia.

Il terzo è il senso dell’altro vissuto nell’ospitalità abrahamitica e nella condivisione con l’altro. Si sa che sono i poveri che condividono e tutti possiamo raccontare esempi di aiuto tra vicini e tra parenti anche in situazioni di grave disagio. Io lo vedo continuamente.

È vero che tutto  è avvenuto e avviene soprattutto tra gente di religioni e culture che qualcuno definisce come primitive. Sta di fatto che questi sono i “sensi” essenziali che hanno permesso a loro di vivere.

Se si riflette bene, potremmo definirli con le categorie a noi familiari di virtù della fede, della speranza e della carità?

Questi semi del Verbo, col tempo, o si seccano o si sviluppano. Si seccano quando l’uomo non sente più il bisogno di Dio e dell’Altro. Si sviluppano quando l’uomo riconosce i suoi valori vitali e li mantiene vivi. Si deteriorano quando un gruppo etnico vive isolato, come in prigione di se stesso o dentro una bolla, preoccupato a difendersi. E allora vanno rivitalizzati, purificati, aperti…

Giovanni Paolo II ha detto che in ogni preghiera autentica lo Spirito Santo prega. Dobbiamo credere che lo Spirito stia fecondando quei semi e stia facendo crescere anche in loro l’albero, sì, l’albero della croce di Gesù, l’unico che ha espresso ed esprime pienamente, ancora, fede, speranza e carità.

Il cristiano non si limita ad amare il prossimo

La parola ‘prossimo’ nella parabola del Buon Samaritano diventa ‘altro’. La domanda oggettiva dello scriba «chi è il mio prossimo?» si trasforma, alla fine, nella domanda soggettiva di Gesù «chi è diventato prossimo nei confronti dell’altro?». Questa mutazione indica che solo diventando prossimo si può veramente capire chi è il prossimo.

Mons. Ravasi

Nei confronti di questa dimensione dell’essere umano non basta quel tipo di amore che è l’amore per il prossimo, perché questo è un amore per cui nel prossimo vedo il prolungamento di me stesso, la realizzazione di me stesso. Lo chiamerei amore ombelicale, per cui nell’altro vedo qualcosa in cui la mia esistenza trova compimento: uscire da me per arrivare all’altro in realtà è un modo per tornare a me più ricco di prima.

Il rapporto con l’altro deve essere come quello di Abramo che esce dalla sua terra per andare in un posto sconosciuto che Dio gli indicherà. Il rapporto con il povero dal punto di vista biblico è proprio questo rapporto. Che cosa induce il samaritano a fermarsi? È la compassione che nasce dal grido dell’altro anche se muto e scuote il samaritano obbligandolo a fermarsi di fronte ad una carne che è al punto estremo della fragilità.

Armido Rizzi

Prossimo – lo dice chiaramente tutto il Vangelo – è ogni essere umano, uomo o donna, amico o nemico, al quale si deve rispetto, considerazione, stima. L’amore del prossimo è universale e personale al tempo stesso. Abbraccia tutta l’umanità e si concreta in colui-che-ti-sta-vicino.
Ma chi può darci un cuore così grande, chi può suscitare in noi una tale benevolenza da farci sentire vicini – prossimi – anche coloro che sono più estranei a noi, da farci superare l’amore di sé, per vedere questo sé negli altri?  E’ un dono di Dio, anzi è lo stesso amore di Dio che “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Non è quindi un amore comune, non una semplice amicizia, non la sola filantropia, ma quell’amore che è versato sin dal battesimo nei nostri cuori: quell’amore che è la vita di Dio stesso, della Trinità beata, al quale noi possiamo partecipare. Sì, l’amore vero ama l’altro come se stesso. E ciò va preso alla lettera: occorre proprio vedere nell’altro un altro sé e fare all’altro quello che si farebbe a sé stessi. L’amore vero è quello che sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, portare i pesi altrui, che sa, come dice Paolo, farsi uno con la persona amata. E’ un amore, quindi, non solo di sentimento, o di belle parole, ma di fatti concreti.

Chi ha un altro credo religioso cerca pure di fare così per la cosiddetta “regola d’oro” che ritroviamo in tutte le religioni. Essa vuole che si faccia agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Gandhi la spiega in modo molto semplice ed efficace: “Non posso farti del male senza ferirmi io stesso”.

Chiara Lubich

C’è una nuova primavera per l’Europa : accogliere, amare, integrare l’altro.

Voci da Tibhirine

Film sui monaci di Tibhirine in Italia il 22 ottobre

È fissata per venerdì 22 ottobre l’uscita nelle sale in Italia di «Uomini di Dio», l’edizione italiana di Des hommes et des Dieux il film francese sull’uccisione dei monaci di Tibhirine, in Algeria, Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes. La notizia compare sul sito della Lucky Red, la casa di produzione che distribuisce in Italia la pellicola. E giunge proprio nel giorno in cui dalla Francia arriva la notizia che in sole due settimane di programmazione, Des hommes et des Dieux – diretto dal regista Xavier Beauvois – ha superato la soglia del milione di spettatori. Un successo sorprendente.

Vi aggiungo degli scritti che vi possono aiutare a capire l’oggi di Tibhirine e dell’Algeria e a preparare la visione del Film.

Visita al monastero di Tibhirine

In quel monastero, 7 monaci sono stati  rapiti tra il 26 e il 27 marzo 1996. Sgozzati il 21 maggio seguente. Riposano nel piccolo cimitero del monastero, vegliati dagli amici musulmani.

Lunedì 29 ottobre ’07 ho la fortuna di partire per Tibhirine e proprio a fianco del vescovo mons. Henry Teissier. Con noi viaggiano due sorelle e alcuni parenti di fr. Paolo, uno dei monaci uccisi. Da Algeri a Thibirine, 100 km circa, siamo scortati dalla polizia che ad ogni sotto-prefettura deve darsi il cambio. Scorta per il nostro gruppo di una quindicina di persone, e scorta speciale per il vescovo. Ad ogni arrivo in un centro importante, sirene e gruppi di poliziotti per darci la precedenza e lasciare libera la strada. E’ una cosa impressionante. Anche lì a Thibirine, i vicini sono allertati da poliziotti dentro e fuori del monastero.

Mentre i parenti vanno subito da soli nel piccolo cimitero, io e gli altri componenti del gruppo riceviamo alcune informazioni e poi ci uniamo ai parenti per la preghiera. Il vescovo ci legge alcuni brani delle lettere dei monaci e ascoltiamo alcune testimonianze. Così aveva scritto fr. Paolo pochi giorni prima di essere ucciso: “Che cosa resterà della Chiesa in Algeria fra qualche mese, della sua visibilità, delle sue strutture e delle persone che la compongono? Con tutta probabilità, ben poco. Ma credo che il Vangelo è seminato e che il grano germerà. Lo Spirito lavora nel profondo del cuore degli uomini. Continuiamo ad essere disponibili perché possa agire in noi per mezzo della preghiera e la presenza amabile di tutti i nostri fratelli”.
Un monaco eremita che vive, solo, nelle vicinanze, ci racconta altri particolari. Tra l’altro ci fa sentire quello che pensano i vicini musulmani che hanno condiviso tanti momenti di vita coi monaci e che ora vogliono, loro, vegliare non solo su i morti ma anche su quelli che li rimpiazzeranno. Ci racconta che un giornale di Algeri, il giorno dopo l’annuncio dell’uccisione, aveva scritto in grossi caratteri: Il seme è caduto nella nostra terra, e la gente che aveva conosciuto i monaci, diceva : Il seme è ora nel profondo dei nostri cuori.

Celebriamo l’Eucaristia nella cappella dove i monaci hanno pregato per tanti anni. E’ come se pregassimo con loro. Sono passati 11 anni dalla loro morte, ma noi ci sentiamo talmente uniti che avvertiamo che non si tratta di qualcosa che tocca solo la loro esistenza, ma che sta impegnando anche noi che restiamo in Algeria. Siamo nella stessa compagnia.

Dal testamento del Priore, Fr. Christian

«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. […] Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. […] Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. […] E anche a te, amico dell’ultimo minuto […] Ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!».

Lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci

«Riposino in pace, a casa loro, in Algeria»

Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte.

Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini. La solidarietà umana e l’amore dell’altro è un itinerario che va fino al sacrificio, fino al riposo eterno, fino in fondo.

Io e i miei figli siamo molto toccati da una così grande umiltà, un così grande cuore, dalla pace dell’anima e dal perdono. Il testamento di Christian è molto più di un messaggio: è come un sole che ci è trasmesso, ha l’inestimabile valore del sangue versato.
Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi.

La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna.

Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria. (lettera firmata. 01.06.96)

Preti in Algeria: vocazione speciale

Una vocazione speciale

Questa minuscola comunità cristiana è di una grande diversità. Ma ciò che mi colpisce sono i due elementi che fanno l’unità e l’unanimità di questa Chiesa: anzitutto è una Chiesa per il popolo dell’Algeria e poi è una Chiesa che testimonia in un ambiente musulmano. Questi due elementi ne fanno una Chiesa particolare e meritano d’essere assunti e vissuti. La scelta di vivere in questa Chiesa esige una vocazione speciale oltre a quella cristiana, sacerdotale o religiosa.

Rafiq Khoury

Tutto il popolo

Per me non è importante solamente la minorità di cristiani cattolici che sono davanti a me, ma tutto il popolo di Dio, compresi i musulmani che vi fanno parte. San Agostino diceva: “Se vuoi amare Cristo, estendi la tua carità a tutta la terra perché le membra di Cristo si trovano nel mondo intero”

Bonaventura, Padre Bianco tanzaniano.

Vicino a Gesù e come Gesù

La mia prima certezza è che uno solo è il vero prete, Gesù. Io mi sento un tassello del mosaico che lo rende visibile e gli permette di agire nel tempo e nello spazio. Nei miei primi anni di vita consacrata all’insegnamento dei giovani algerini ebbi l’impressione di separare vita professionale e vita di prete, servo della comunità cristiana. Meditando gli incontri di Gesù e scoprendo che al suo seguito siamo segni della sua presenza, ho ricevuto la grazia di capire che non c’è separazione tra le mie due vite: Come Gesù mi è stato dato di incontrare persone con le quali situarmi nella verità perché qualcosa nasca, cresca, migliori…
Non faccio che continuare la sua opera, alla sua maniera e alla mia, sui miei cammini della Galilea Algerina. L’importante e tenermi vicino a lui per vivere al suo posto gesti e parole e attenzioni che lui stesso vivrebbe. Poco importo che gli assomiglio poco. Non sono diventato pienamente prete il giorno della mia ordinazione, ma cerco di diventarlo un po’ più ogni giorno.”

Jean Marie, Costantine

Debolezza e gratuità

La gratuità è la caratteristica del nostro ministero. Come l’amore di Dio è per tutti, percepisco meglio che non sono prete solo per i cristiani, ma per ogni uomo al quale Dio mi manda. Capisco meglio ciò che significa servire in una Chiesa debole e fragile. E’ come diceva San Paolo, poi riaffermato da Charles De Foucauld: “La debolezza dei mezzi umani è causa di forza per rendere forte la speranza al cuore stesso delle nostre debolezze e delle nostre povertà”.

Daniel, Tamanrasset

Lasciare posto allo Spirito santo. Riconoscere la fede

Preghiamo lo Spirito Santo che vede le profondità di Dio di darci uno sguardo nuovo su l’Islam e i musulmani. Quante volte all’Eucaristia mettiamo insieme quanto ci è stato dato di vedere e di sentire durante la giornata o la settimana e che riceviamo come frammenti dell’Eucaristia viva nella vita di quelli e di quelle coi quali viviamo. La nostra preghiera e intercessione è abitata da quanto ci è stato dato di condividere come gioie sofferenze e suppliche. Sale allora dai nostri cuori la stessa espressione di Gesù davanti alla fede del Centurione o della Cananea : “La tua fede è grande!”.
La nostra Chiesa ha sofferto e soffre con tutto il popolo dell’Algeria a causa degli estremisti violenti. Ma può camminare dentro il suo popolo con tutti gli artigiani di pace e di fraternità. La nostra gioia di prete è di servire Dio umile e povero, sempre e già presente, nascosto nelle ombre e le luci della vita quotidiana, luminoso in tutti i volti di bontà.

Paolo Desfarges, vescovo di Costantine

L’eucaristia di mons. Tessier

Quando si celebra “l’Eucaristia tra le nazioni” non si può soltanto offrire la propria vita al seguito di Gesù per le nazioni, ma si può unire al sacrificio di Gesù e al nostro anche tutte le offerte degli appartenenti alle nazioni che le coscienze rette hanno suscitato. La maggior parte dei nostri fratelli e sorelle dell’Islam non sono visibilmente presenti nel luogo dove noi celebriamo l’Eucaristia. Noi li introduciamo spiritualmente nella nostra Eucaristia perché è con loro e tra loro che abbiamo vissuto le nostre giornate ed è per loro che domandiamo la comunione (tra noi e con loro). E se come arriva spesso, degli amici musulmani ci hanno domandato di pregare per loro, allora la nostra celebrazione si fa ancora più aperta e sicura nella nostra offerta con loro e per loro del sacrificio di Gesù.

Come un recipiente d’acqua

A che cosa assomigliare la mia vita di prete in Algeria? A volte a un talento nascosto a terra. A volte a un seme nel terreno. Preferisco l’immagine della guerba, un otre in pelle d’animale contenente l’acqua che i nomadi tengono nella tenda o in viaggio o appesa al pozzo perché quelli che passano, poss

Robert, eremita

L’Annunciazione, festa nazionale islamo-cristiana

Marialaura Conte, il 29 marzo 2010, scrive dal Libano.

Qui il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria, da quest’anno diviene festa nazionale. L’iniziativa, avviata dallo sheykh Mohamad Nokkari, musulmano sunnita, si propone di aumentare l’intesa nazionale e l’amicizia tra comunità, a partire dalla valorizzazione della figura della Vergine Maria, punto di riferimento importante per i cristiani e per i musulmani, e di un particolare episodio della sua vita, l’Annunciazione, raccontato nel Vangelo e nel Corano. (…) L’idea gli è venuta per il posto rilevante che la Santa Vergine occupa sia nel pensiero cristiano che in quello islamico e per la volontà di unire musulmani e cristiani intorno a questa idea.

Azraqui (m.524/1130), il celebre storico della Mecca narra che quando Muhammad diede l’ordine di ‘ ‘purificare’ la Ka’ba dagli idoli che vi si trovavano e dalle immagini che figuravano sulle sue pareti, protesse con la mano un ritratto di Maria e Gesù e disse ai suoi discepoli:”Cancellate tuitti i dipinti di questo muro salvo questo”

Lo cheykh Nokkari dice: “Infatti, se Eva è la nostra madre biologica, abbiamo tuttavia un’altra madre accogliente e premurosa che si preoccupa della sorte di cristiani e musulmani. Una madre che ci protegge che ci riempie di amore e tenerezza. Partendo da queste considerazioni mi sono impegnato a far istituire una festa mariana comune per cristiani e musulmani. Una festa in cui i fedeli delle due religioni si riunissero per invocare la nostra comune Madre: la Vergine Maria. (…)

Come il Vangelo, il Corano menziona, con alcuni dettagli eloquenti, l’episodio dell’annunciazione e della nascita miracolosa di Cristo. Nel Corano nessuna altra donna è citata con il suo nome per nome. Quello di Maria vi ricorre 36 volte e un lungo versetto le è dedicato. Il suo posto di «eletta fra tutte le donne del creato» è definitivo. È un titolo che vale sia per la sua vita terrena che per l’aldilà.

La scelta dell’Annunciazione come festa “federatrice” dovrebbe ricevere echi molto favorevoli in entrambe le comunità. (…) La mia insistenza per rendere la data un giorno festivo è stata accettata senza alcuna esitazione dal nuovo Primo Ministro in occasione della visita che gli ho reso come membro del neonato “Incontro Islamo-Cristiano attorno a Maria”. (…) Già questo incontro comune intorno a Maria è considerato un avvenimento particolarmente importante nella storia delle nostre due religioni. Una volta di più, la Santa Vergine elargirà il suo amore su tutta l’umanità. Il Libano dimostra ancora una volta di essere, più che un paese, un messaggio”.

Messaggio dei vescovi francesi ai cristiani d’Oriente

Messaggio dei vescovi francesi ai cristiani d’Oriente.

«Sappiamo che molti di voi sono tra i nostri fratelli cristiani che, in tutto il mondo, soffrono di più a causa della loro fede. State vivendo troppo spesso paura, umiliazioni, violenze. Alcuni di voi hanno pagato con la vita il loro amore per Cristo. Non dimentichiamo la parola dell’apostolo Paolo: “Quando un membro soffre, tutti condividono la sofferenza” ( 1 Co 12, 26 ). Ringraziamo Dio per il  vostro coraggio nella fede. Vi trasmettiamo il nostro affetto fraterno e vi rinnoviamo il nostro sostegno attraverso i diversi organismi di solidarietà. E preghiamo perché in tutte le nazioni siano rispettate la libertà di coscienza e la libertà religiosa. Con tutto il cuore, con tutti voi».

A volte mi giungono notizie dirette da amici che mi dicono che non ce la fanno più. L’unica speranza è quella di poter fuggire. Intensifichiamo la nostra preghiera. Noi possiamo, o meglio, Dio può fare qualcosa.

Sincerità nel condividere

Cari amici, vi auguro che siano belli anche gli ultimi giorni di vacanze, per chi li fa e per chi non li fa. Vi devo dire che qui fa ancora terribilmente caldo, raggiungendo anche i 50 gradi all’ombra… dove c’è! Pensate agli amici musulmani che vivono il Ramadan. Eppure vedo i miei amici contenti… Stanno vivendo anche dei bei valori di disciplina, di preghiera e di amicizia fraterna. Ricordiamoli nella preghiera.

È la terza sfida che hanno insieme cristiani e musulmani, ha detto il card. Tauran, presidente del Pontificio Istituto per il dialogo interreligioso, il 17 novembre 2009.«La sfida della sincerità è  dialogare proponendo la propria fede, dentro i limiti del rispetto e la dignità di ognuno»

È anche disponibilità a riconoscere la verità e a far conoscere ciò che pensa.
Mentre riflettevo su questo tema mi è arrivata la notizia della morte di Rania, donna musulmana che mesi fa, nel pellegrinaggio a Tamanrasset, era seduta accanto a me nel luogo della morte di Charles De Foucauld e raccontava al gruppo alcuni momenti dell’eremita e dello studioso.

Chi è Rania? Traduco da un notiziario appena giuntomi: «Rania, una giovane donna musulmana di 32 anni è deceduta pochi giorni fa, trasportata dalla corrente improvvisa di un a Tamanrasset. Tragedia per la sua famiglia e per tutta la comunità cristiana. Da alcuni anni era stretta collaboratrice di piccolo fratello Antonio Chatelard, negli studi su Charles de Foucauld. Accompagnava i gruppi di turisti soprattutto a visitare il Bordj, dove era stato ucciso Charles de Foucauld. Fu presente a Roma alla beatificazione e diede una lunga testimonianza (http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=2756)

che ci aiuta a capire il cammino di una musulmana sui passi di De Foucauld. Alcuni stralci: «I visitatori, anche musulmani, mi chiedevano, il perché del mio studio, lavoro, accompagnamento di frère Charles. Mentre cercavo di capire, mi accorgevo che stavo cercando di capire me stessa.

Lessi la sua ricerca nei momenti più difficili della sua vita e il suo sforzo per uscirne. C’è voluto del tempo. Non è stato facile. Avevo paura di perdere la mia identità e le mie radici. Mi sembrava di trovarmi in un crocevia di separazione. Al contrario lo vivo come un crocevia di incontro e di comunione. Attraverso lì, ho scoperto quanto c’è in me di ricco e di unico, senza aver perso la mia identità. Cammino sugli stessi passi di frère Charles e trovo la forza di vivere il mio cammino senza paura».

Comunicandoci la notizia, il vescovo, mons Rault scrive: «Molto vicina alla comunità cristiana è rimasta se stessa: donna musulmana di grande fede e ardore di vita. Rania appartiene a Dio. Ha raggiunto tutti coloro che come Maria hanno detto il loro “sì” , appartenenti a qualsiasi credo».

È questo “sì” che i membri del dialogo vivono e comunicano. Un “sì” a se stessi, a Dio, agli altri, in una ricerca continua fedele al progetto di Dio su ciascuno di noi. È la sincera voglia di impegnare la propria vita, di darle un senso e di condividerlo. I membri del dialogo, musulmani e cristiani, si impegnano alla coscienza del “Dono di Dio” ricevuto e vissuto in uno scambio di valori vitali in sincerità, disposti continuamente anche alla revisione.

E lo studioso islamico Yahya ‘Abd al-Ahad Zanolo scrive: «La sincerità… potrà essere ciò che veramente accomuna i veri dialoganti, che in essa troveranno un mezzo per non confondere ciò che è universale e spirituale con i propri interessi particolari e materiali».

In momenti sinceri che vivo con alcune persone, mi lascio sorprendere a qualcosa di bello. Cresce un rapporto. Nel dialogo e nell’amicizia, ognuno sente gioia a dire quello che trova e che vive in profondità. Percepisce e apprezza il cammino e le ricchezze dell’altro, sente che tutto ciò supera le diversità, e ognuno si sente bene com’è. Ma qualcosa cresce… senza paura di dargli spazio e senza paura di dover lasciare qualcosa.