Essere cristiani in Pakistan

Vorrei ricordare il testamento di Shahbaz Batti, ministro pakistano cristiano, ucciso dagli estremisti.

«Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore, donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo Paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”.
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire».

Ora al fratello medico, Paolo, formato a Padova, il governo pakistano ha chiesto di continuare il suo lavoro in favore delle minoranze del paese.

 

Leggendo il testamento di questo cristiano pakistano mi son venuti alla mente i miei confratelli missionari del Pime arrivati in Pakistan nel 1855. Il “ricordare i nostri’ è per me “malattia di famiglia”. Oggi lavorano nel Pakistan orientale  divenuto Bangladesh nel 1971.

Leggo nelle prime cronache del Pime.

«I primi missionari del Pime destinati al Bengala, padre Albino Parietti, padre Luigi Limana, padre Antonio Marietti e fratel Giovanni Sesana, sbarcano a Calcutta all’inizio del giugno 1855 e il 17 giugno arrivano a Berhampur. Cominciano una vita da monaci: studio e preghiera, preghiera e studio, imparano l’hindi e il bengalese. Vivono in una povertà estrema. Appena riescono a farsi capire, i tre sacerdoti si stabiliscono in tre località diverse. Il superiore Parietti a Berhampur, Limana a Krishnagar con fratel Sesana e Marietti a Jessore».

«Studiamo a tutta posa e con vero calore perché senza lingua saremmo statue. …4 ore di scuola e 5 di studio, oltre agli altri doveri diversi. E ciò con 44°». (padre, Parietti, Berhampur, 26 luglio 1855).

«I nostri cattolici sono così dispersi e così bisognosi dell’assistenza del missionario che di tre che siamo, siamo divisi in tre differenti province, e ciò per assentimento del nostro amatissimo Vescovo di Calcutta, che molto approvò tale divisamento. (padre Parietti, Berhampur, 19 marzo 1857)

«Nella primavera del 1857 scoppia la “rivolta dei sepoys”. I civili inglesi fuggono. I missionari restano, affermando di essere “protetti dalla sola Divina Provvidenza», come scrive padre Parietti. Non hanno infatti nessun fastidio da parte dei ribelli. 

«La Chiesa – diceva qualche tempo fa padre Sozzi – pur senza accorgersi, e pur facendo pochi e incerti cristiani, ha trasformato il Bengala. (…) le idee cristiane, testimoniate e predicate da questa piccola comunità, hanno cambiato radicalmente l’ambiente, come, io credo, hanno cambiato il mondo».

Il bene comune

Nel suo discorso pasquale il Papa ha parlato anche agli abitanti dei paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente. «Tutti i cittadini, ed in particolare i giovani, ha detto, si adoperino per promuovere il bene comune e per costruire società, dove la povertà sia sconfitta ed ogni scelta politica risulti ispirata dal rispetto per la persona umana».

Spesso il Papa tocca il tema del bene comune ed è una realtà veramente rivoluzionaria. Il papa presenta anche il cammino nuovo.

«Cristo risorto cammina davanti a noi verso i nuovi cieli e la terra nuova (cfr. Ap 21,1), in cui finalmente vivremo tutti come un’unica famiglia, figli dello stesso Padre. Lui è con noi fino alla fine dei tempi. Camminiamo dietro a Lui, in questo mondo ferito, cantando l’alleluia. Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è risorto, è vivo e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al Cielo».

Ma una domanda: Sappiamo tutti che cos’è il bene comune?

Un volontario dello sviluppo educa alcuni ragazzi africani allo sport. Un giorno si presenta con una scatola di cioccolatini e dice: «Vedete quell’albero lì, lontano. Conterò fino a tre e poi correte. Il primo che toccherà l’albero riceverà questi cioccolatini. Uno, due, tre…via!».

Con sorpresa,  i tre si danno la mano e corrono tutti insieme. E si dividono i cioccolatini.

Questa è la vera corsa che il mondo dovrebbe correre. Il proprio interesse, non l’unico, la competitività, la libera iniziativa e la concorrenza sono stimolanti ed efficaci. Ma non la guerra.

Anche i cinesi hanno l’idea del senso comune della vita, della gioia e del dolore. Lo dicono raccontando come si è all’inferno e come si è in paradiso. In inferno si soffre la fame davanti a un cibo gustosissimo che si mangia già cogli occhi, ma che ciascuno non può raggiungere perché i bastoncini per avvicinarlo alla bocca sono troppo lunghi. Ognuno pensa per sé.

In paradiso invece sono tutti felici perché ognuno coi bastoncini lunghi può raggiungere la bocca dell’altro, anche se lontano. Tutti per uno, e ciascuno per tutti.

Oggi siamo ancora tutti all’inferno. Il paradiso è ancora lontano?

A Napoli quando si beve il caffè al bar, si lasciano i soldi anche per qualcuno che non avendo denaro, si presenta e chiede: «C’è un caffè già pagato?». E il cameriere risponde : «Si, c’è!». È un uso sacro, parola di Massimo Ranieri.

Gesù ha già pagato un bene comune, per tutti!

Che tempo fa? È primavera

Dove? Nel mondo arabo, attorno al Mediterraneo? A Lampedusa? In Italia?

L’ho chiesto agli amici. «Il mondo arabo sta cambiando». «La fine del mondo è vicina».

L’ho chiesto al card. Martini: «Che cosa fare in momenti difficili?». Martini scrive che «nessun momento, anche se di transizione o di incertezza, di nebbia e di notte, è fuori dal disegno di Dio» e che «ogni epoca è un tempo di grazia».  Ricorda che il cristiano, destinato a essere collante della società, oggi ha il compito non di erigere barriere insormontabili, ma di «creare piazze nuove tra le case, dove ci siano, nel rispetto reciproco, vere possibilità di intesa tra il fratello, il cittadino e lo straniero». (Discorso di addio a Milano, pronunciato nel giugno del 2002).

Teilhard de Chardin dice: «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».

«È dai “segni dei tempi” che dobbiamo risalire a una fecondità spirituale che sa intercettare il presente e aprirsi al futuro, seguendo i disegni di Dio sull’umanità”. (Card. Dionigi Tettamanzi, giovedì santo 2011)

L’ho chiesto anche a Gesù. «Quando vedete una nuvola salire a ponente, subito dite: “Viene la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Ci sarà caldo, e così accade”. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo». (Lc 12,54-59)

Gesù dice che anche oggi è tempo di cambiare il modo di vivere le relazioni umane e il rapporto con la natura.
Il Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal parla di una “Primavera araba”: «Siamo molto contenti di questa presa di coscienza della gioventù che comincia a prendere nelle sue mani il proprio destino. È un movimento senza colore politico e senza particolari pregiudizi religiosi. Emana dalla consapevolezza della gioventù araba della propria forza e vitalità. Essa è riuscita a spezzare l’elemento della “paura”: paura della polizia, paura dei servizi segreti, paura della prigione. Oggi, possiamo affermare che la paura ha cambiato schieramento. I governi temono questa massa di giovani, questa massa di opinione e di credenze che si stanno risvegliando».

Tutti al Duomo in onore di padre Vismara

Qui nel Sahara dell’Algeria, in questa settimana della passione e della risurrezione di Gesù, mi giunge la notizia della beatificazione di padre Clemente Vismara nel Duomo di Milano il 26 giugno prossimo. Sarà una grande festa della Chiesa e della grande famiglia del Pime. Spero di esserci anch’io, perché inizio in quei giorni un periodo di vacanze. In quei giorni, qui nel deserto, il caldo sarà tanto. L’ho già “gustato” l’anno scorso!

Padre Vismara, col suo caratteraccio, è un segno di passione e di risurrezione. Ora Beato anche lui! Passione per l’umanità, risurrezione di una vita donata. È chiamato il Patriarca della Birmania e il protettore dei bambini. A lui si attribuiscono vari miracoli, soprattutto in favore dei bambini, ma il vero miracolo è stato lui con gli orfani che ha salvato. Ne aveva sempre, dai 200 ai 250.

Quanto vorrei incontrare nel giorno della beatificazione tanti amici dell’Istituto! Il pensiero va soprattutto ai parenti non solo del Vismara, ma di tutti i nostri missionari, senza i quali non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto. Sono stati gli amici e i parenti del Vismara la sua Provvidenza. Diceva con fiducia a uno di loro: «Perdiamo, perdiamo quaggiù, se vogliamo ricevere lassù quello che abbiamo perduto. La mia è un’amministrazione un po’… apostolica. Non ho tempo né testa per tenere registri, vado avanti a occhi chiusi, non tengo registrazione alcuna. Spendo, spendo e vedo che ce n’è sempre».  

L’aiuto dei parenti mi ricorda quanto mi disse mio padre prima di partire per la missione: «Fa’ il tuo lavoro, al tuo pane ci penso io». E ancora oggi quando la gente mi chiede: «Chi ti aiuta?», rispondo: «La mia famiglia, gli amici».

Alla televisione, quando riesco a captarla, tra i politici gli artisti e gli industriali, sento i cognomi Clerici, Perego, Maggioni, Mazzucconi, Ramazzotti, Vismara, Crespi, ecc. Certo le famiglie sono numerose e non tutti quelli che portano lo stesso cognome si ritengono parenti. Ma la mia curiosità e il mio sussulto, quando sento quei nomi, fanno nascere questa domanda: «Queste famiglie sanno di avere avuto tra i loro parenti dei veri santi?».

Avendo conosciuto alcuni di questi missionari, che hanno contribuito alla mia formazione, mi viene spesso il desiderio di incontrare qualcuno della loro famiglia per dirgli il mio ricordo pieno di gratitudine e di stima. Spero di incontrarne alcuni, nel Duomo di Milano.

La festa della beatificazione dovrebbe riunirci tutti, con una certa fierezza e gioia per i doni che il Signore ha fatto alle nostre famiglie.

Lo straniero

Sempre di più il discorso sullo straniero occupa le nostre conversazioni e le nostre preoccupazioni e non è sempre facile o rispettoso o pacifico. Mi sono venuti in mente alcuni proverbi che avevo trovato nella cultura dei tupuri del Camerun e del Ciad, presso i quali ho vissuto tanti anni.

Mi hanno voluto tanto bene e continuo ad amarli, soprattutto quando li vedo qui, stranieri come me.

«Se trovi gente che danza o che cammina la testa in giù, danza e cammina come loro».

Quando sei straniero devi rispettare le leggi che trovi e comportarti come chi ti accoglie senza opporti.

«La terra straniera si affonda con te durante la stagione secca».

In realtà, durante la stagione secca non c’è pericolo di affondare. Ma se sei straniero puoi trovare delle cose che non conosci e che ti rendono difficile la vita. Fa attenzione e usa tanto rispetto. Non essere come un bambino che non sa. Si può anche accusarti di cose che non hai fatto.

«Il verme parassita approfitta dello straniero».

Una persona, ospite, mangia meglio quando uno straniero arriva, perché il padrone di casa normalmente uccide un animale per onorare il nuovo arrivato.

«Lo straniero non beve l’acqua del sacrificio».

Lo straniero non partecipa delle cose più importanti della famiglia in cui è ospite. È certamente ben accolto, ma la familiarità e la condivisione arrivano fino ad un certo punto, oltre il quale lo straniero non va.

«Lo straniero beve l’acqua sotto il naso dell’ippopotamo».

Con questo simpatico proverbio si vuole dire cosa succede a uno straniero che giungendo in una terra a lui sconosciuta non vede dove stanno i pericoli e le insidie. Infatti, bere nei pressi del naso dell’ippopotamo è pericolosissimo, perché non lo si vede mentre resta sott’acqua. È un invito a chiedere consiglio a chi è del posto, anche sulle cose più semplici, per non trovarsi in difficoltà.

«L’ospite (straniero) non supera mai il padrone di casa».

Che sia ben chiaro:chi è del posto resta comunque colui che decide!

«Lo straniero è come l’acqua dell’inondazione: passerà presto!».

Non preoccuparti. Lo straniero se ne andrà. Oppure si integra.

Ma questo proverbio la dice lunga sulle innumerevoli presenze straniere che ci sono state in Africa: progetti di tutti i tipi, grandi inizi, grandi promesse, grande spiegamento di mezzi… Tutto puntualmente già concluso. Questo, quando non si tiene conto della cultura africana.

Tutti dobbiamo vigilare e fare tesoro di questa semplice sapienza che riguarda lo straniero. 

E non dimenticare mai quanto preghiamo nel salmo 146, 9: «Il signore protegge lo straniero!».

 

Il grido delle pietre

Varie volte ho incontrato ad Algeri Jean-François Debargue durante le pause delle sue presenze tra i saharawi, che sono da trenta cinque anni in esilio nel deserto algerino. Ha deciso di essere la loro voce con un libro che mi ha dato e che ho appena letto durante le dieci ore del viaggio che mi ha ricondotto a Touggourt. Ecco un suo grido:

 

«Per averle viste e versate,

chi potrà impedirmi di pensare

che le lacrime degli uomini

hanno rese salate le acque dei pozzi?

Per averle sentite… gridate,

chi potrà vietarmi di immaginare

che le grida degli esiliati

sono nel canto del vento?

Dopo essere stati filtrati e assottigliati,

chi potrà smentire

che le sabbie delle dune e la polvere delle piste

siano le vite setacciate dei nomadi erranti?».

 

«Chi sono? Per i marocchini, il saharawi è un marocchino che si ignora. Per i francesi, il saharawi è qualcuno che potrebbe aver un rapporto col Sahara? Per gli spagnoli, il saharawi permette di avere una buona coscienza in cambio di una “indennità umanitaria”.

Per il Programma alimentare mondiale un saharawi è ogni mese: 8 kg di farina, 1 kg di zucchero, 1 litro d’olio, 1 kg di cipolle, 1 kg di patate, 1 kg di proteine di cereali, 2 kg di miglio, 2 uova, 1,5 kg di riso, 500 gr di carote, 500 gr di mele e a volte ogni tre mesi: 1 o 2 kg di lenticchie, 500 gr di datteri, 500 gr di pasta.

Per le statistiche un saharawi è da 35 anni un quarto di popolo nei campi dei rifugiati, un quarto nei territori occupati (dal Marocco), un quarto nei territori liberati e un quarto seminato in diaspora.

Per Dio, un saharawi è un seme caduto e dimenticato, del deserto, in attesa e nella promessa di germinare».

Ormai i saharawi non hanno più voce, non hanno più forza di gridare. Questo “Grido delle pietre” (il titolo del libro), l’amico Jean-François me lo ha affidato anche per voi.

Lettera a un amico musulmano

Mio fratello musulmano. L’altro giorno mi hai chiesto perché non mi facevo musulmano. Sorpreso, non ti ho risposto subito. Poi mi son detto e ti dico: “Perché tu non ti converti al cristianesimo?”

In realtà queste domande non ci fanno avanzare nelle nostre relazioni. Il più importante è di credere che Dio è con ciascuno di noi. Tu sei mio fratello. Non sono diverso da te. Solamente, io credo in Dio tramite Gesù. Tu, tramite il Corano. Noi viviamo insieme, crediamo nell’unico Dio. Dobbiamo rispettarci e conoscerci di più e creare un clima di tolleranza e di fiducia. Per noi cristiani, il primo comandamento è di amare Dio più di tutto e di amare il prossimo come se stessi. E per voi musulmani, qual è la prima esigenza? Non aver paura di avvicinarti a me. Frequentarmi non è un peccato, anche se la società insiste a farti pensare che l’Islam à l’unica via di accesso al Paradiso.

Ricordati che un giorno mi hai chiesto di bruciare una candela secondo le tue intenzioni. L’ho fatto con la mia convinzione e l’ho presentata a Gesù e ho chiesto a Maria che tu sia esaudito. Il mio desiderio più vivo è che possiamo trovarci in uno scambio che ci arricchisca della fede dell’altro.  Questo scambio ci porterebbe a una migliore conoscenza di Dio e amplierebbe la nostra preghiera. Ti abbraccio, fratello.

(Dal bollettino diocesano di Costantine)

Charles de Foucauld parla e prega ancora

In una stanza di Beni Abbes (Algeria) che conserva ancora la sua valigia-cappella, uno dei tabernacoli da lui fatti, la grata confessionale inserita in una porta, il dizionario Tuareg da lui composto e i disegni che faceva nei suoi viaggi, si possono vedere foto e scritte che riportano il suo cammino verso Tamanrasset, dove fu ucciso nel 1916. Vi invito a leggere:

L’islam ha prodotto in me un grande cambiamento. La vista di questa fede di queste anime che vivono nella continua presenza di Dio mi ha fatto intravedere qualche cosa di più grande, di più vero che le occupazioni mondane.

Voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, ebrei, idolatri a guardarmi come un fratello universale. Cominciano a chiamare la casa “la fraternità” (la Khaua in arabo) e questo mi è dolce.

Bisogna passare per il deserto, e restarvi, per ricevere la grazia di Dio. E’ là che ci si svuota che si caccia da se tutto ciò che non è Dio.

Tutti gli uomini sono dei figli di Dio. E dunque impossibile voler amare Dio senza amare gli uomini. Più si ama Dio e più si ama gli uomini. L’amore di Dio è tutta la mia vita, sarà tutta la mia vita, lo spero.

Ecco ciò che sono venuto a fare: lavorare per stabilire la fraternità sulla terra. Fare che regni questo amore, questa fraternità che il cuore di Gesù vi ha portato dal cielo.

Faccio fatica a staccare questa vista meravigliosa di cui la bellezza e l’impressione di infinito avvicinano tanto al creatore. Nello stesso tempo la sua solitudine e il suo aspetto selvaggio mostrano quanto si è soli con lui.

Dalla stanza si passa alla cappella da lui voluta. Questa unità tra vita e Eucaristia ci fa capire De Foucauld. Scrive il teologo Pierangelo Sequeri: “Quello di De Foucauld appare un mondo sin troppo affollato di relazioni: e fitto di incessante conversazione con il suo “popolo adottivo”.

Impressionante è piuttosto, se si vuole, il fatto che questa continua relazione e conversazione sia perfettamente sovrapposta con una totale relazione/conversazione- apparentemente altrettanto fitta e ininterrotta- con il suo Signore. Il suo Signore è lì perché lui ce l’ha portato. E Gesù-fratello si concede a questa abitazione: cosa della quale de Foucauld non finisce di stupirsi e di commuoversi.

(…) Il mistero della viva presenza del Signore trae la sua inconfondibile evidenza di prossimità semplicemente dal fatto che è povero, semplice, ‘piccolo’, ‘nascosto’, e ridotto all’essenziale tutto il resto”. (Pierangelo Sequeri Charles de Foucauld , Il Vangelo viene da Nazareth, VeP)

Dieci giorni con Charles de Foucauld a Beni Abbes

Continuo a essere fortunato. Le novizie delle Piccole Sorelle di Gesù stanno vivendo il noviziato proprio dove Charles aveva vissuto alcuni anni in attesa di entrare in Marocco. Da lì poi aveva sentito il richiamo di andare tra i tuareg a Tamarasset. Accanto alle Piccole Sorelle vivono anche tre Piccoli Fratelli che custodiscono l’eremitaggio di Charles de Foucauld sempre visitato da algerini e da stranieri. Proprio in questi giorni ho visto l’Ambasciatore di Spagna con la moglie, naturalmente massicciamente scortati da un esercito di polizia e di militari. Le Piccole Sorelle mi avevano invitato a passare con loro dieci giorni per dare un corso di catechesi sul tema: “I Sacramenti fanno del cristiano un’immagine di Gesù”.

La fortuna per me è stata di sentire presente il grande eremita Charles in quel luogo di silenzio e di preghiera. Lo auguro a tanti sacerdoti e a tutti. Questi Piccoli Fratelli e Sorelle oltre ai luoghi di Charles hanno ricevuto il dono per tutta la Chiesa di mantenere viva una presenza fraterna tra i mussulmani. Vi vedi tante cose appartenenti a Charles, ma il luogo dove lo senti adorare è quella chiesa di terra e di sabbia coi suoi dipinti.

Oltre a lui mi ha interessato come vivono i Fratelli e le Sorelle. Con loro fino a pochi anni fa aveva vissuto un certo son Ermete Sattoloni della diocesi di Nocera Umbria che dopo alcuni anni di parroco aveva voluto vivere a Beni Abbes, fattosi anche lui Piccolo Fratello assieme a Carlo Carretto. Leggete quanto scrive un suo amico prete, Alessandro Pronzato, venuto a visitarlo.

«Fratel Ermete manovra la cazzuola con disinvoltura e non ha certo paura dei calli alle mani. Si distinguono perfettamente quando innalza l’ostia, oppure apre le palme al “Padre Nostro”. Fanno un bel vedere.

Due giorni prima della mia partenza, è venuto a cercarmi nella cella, prima ancora di andarsi a rinfrescare. “Sai? Alessandro, oggi mi è successo un fatto curioso. Un manovale della mia squadra, durante la breve sosta di mezzogiorno, mi ha domandato all’improvviso: ‘Ermete, spiegami un po’ che cosa ha fatto di straordinario per te Gesù Cristo che lo ami tanto’. Non so se ti rendi conto…È la prima volta, in tre anni, che mi sento rivolgere una domanda sulla mia fede. Guarda che strano. Embé, che devo dirti, Alessandro? Sono contento”.

Non posso guardarlo negli occhi. Ma mi porto dentro l’avvenimento. Mi servirà, ne avrò bisogno, senza dubbio. Una parola su un argomento religioso in tre anni.

Penso ai nostri trionfalismi, alle nostre cifre, statistiche, registri, alle nostre “molteplici attività apostoliche”, all’ansia di vedere dei risultati, allo scoraggiamento per gli insuccessi, alle proteste contro l’indifferenza della gente e i tempi cattivi… “ma vale la pena di continuare cosi?”, “che cosa ci sto a fare in un ambiente come questo?”, “…per quel che ottengo..;”.

Ermete, invece, è felice. Ce l’ha fatta a piazzare una parola in tre anni. Un seme piccolissimo, invisibile, che “si perde” nella sterminata vastità del Sahara.

Può darsi, che fra tre anni, abbia la possibilità  di buttarne un altro in quel deserto immenso, terrificante e meraviglioso.

Lui è felice. Perché sa che il deserto fiorisce soltanto a questo prezzo della pazienza, dell’amore. Non ha tempo di controllare i risultati, Ermete. Deve lavorare. Domani partirà presto, come al solito. E, come al solito, si sarà alzato due ore prima, per pregare.

Non dimenticherà certo di mettersi sotto l’ascella il lungo sfilatino. Al silenzio c’è avvezzo. Al digiuno, no. A quello sono abituati soltanto i suoi compagni musulmani che però si mangiano quotidianamente il suo pane. E magari sono curiosi di sapere cos’è Gesù Cristo per Ermete, proprio perché vedono che cos’è Ermete per loro.

Ermé, non ha per caso un piccolo seme di pazienza da gettare nel mio deserto di tutti i giorni?».

Le festività nel mondo islamico

 

Le festività nel mondo islamico sono essenzialmente due ed entrambe sono festività religiose, con un ben preciso significato. Aid al Fitr, o Festa dell’interruzione, si celebra alla fine del mese di Ramadhan, consacrato al digiuno, all’espiazione e alla preghiera. La festa del Fitr è una festa gioiosa, in cui i musulmani, dopo i sacrifici del mese di digiuno, rendono grazie a Dio per averli sostenuti nello sforzo e, contemporaneamente, assolvono l’altro pilastro dell’islam e cioè la raccolta della zakat, o elemosina legale che spetta ai bisognosi.
L’altra festività è Aid al Adha, o Festa del Sacrificio, che ricorre alla fine del Dhul Hajj, il mese del pellegrinaggio alla Mecca, ed è comunemente chiamata “festa grande”, per l’importanza che riveste nel mondo islamico. Di norma, la Festa del Sacrificio cade circa settanta giorni dopo la Festa del Fitr.
I musulmani affermano che le due Festività rappresentano una misericordia di Dio verso essi, per cui sono incoraggiati a viverle con gioia, felicità ed unione. Non è permesso digiunare durante i giorni di festa, anzi, l’islam invita i credenti e le loro famiglie a festeggiare anche attraverso la preparazione di cibi speciali e dolci da condividere con vicini di casa, amici e bisognosi. Le feste islamiche hanno un preciso significato spirituale, quindi esse vanno celebrate in primo luogo rendendo culto al Signore, attraverso la preghiera comunitaria che, solitamente, viene celebrata all’aperto.
Tutti i musulmani sono chiamati a partecipare alle feste comunitarie, come testimonianza della loro fede e per confermare il senso d’appartenenza alla famiglia dei credenti, l’Umma musulmana. Le feste iniziano quindi con la preghiera e con il ricordo di Dio: il musulmano e la musulmana, vestiti con i loro abiti migliori, s’incontrano, si porgono gli auguri e rendono le feste un’occasione di dawah, avendo l’opportunità di spiegare, a coloro che fossero interessati, il significato dell’islam e delle feste che lo caratterizzano. È molto importante trascorrere le feste con parenti ed amici, visitando, se è possibile, anche coloro che sono lontani, poiché ciò aiuta a rinsaldare i vincoli familiari ed affettivi, esigenza sempre molto sentita in ambito islamico.
Di solito, durante queste due grandi festività, i musulmani decorano le proprie case con festoni, ghirlande e luci colorate, e fanno regali ai propri bambini. Ogni nazione a maggioranza musulmana ha poi le sue tradizioni specifiche e particolari riguardo ai cibi da preparare ed al tipo di festeggiamento, ferme restando le regole generali della Sunnah del Profeta dell’islam, secondo le quali le feste sono un’occasione di gioia e di divertimento, ma questi non devono far dimenticare il significato religioso profondo che Dio ha dato loro. Sono quindi incoraggiate le buone azioni, la condivisione, la moderazione.
In Medio Oriente, nell’area siro-palestinese, oltre ai piatti tipici a base di agnello preparati soprattutto durante la festa dell’Adha, nelle festività si usa mangiare ed offrire agli ospiti dolci tradizionali ripieni di datteri, chiamati per l’appunto ka’ek al Aid.


Fonte: http://sulayr1970.spaces.live.com/blog/cns!E9C3E6A0A1C8BC73!2249.entry