Testimonianza e conversione sono vissuti insieme

Il tema di vivere un rapporto con la propria identità è frequente qui in Algeria tra cristiani, e non è un tema facile e tranquillo. Si rischia di toccare sensibilità differenti e imbattersi in espressioni che esigono di essere ben capite. C’è chi dice che non bisogna avere paura di annunciare, che si tratta di un dovere e di un diritto da difendere e c’è chi dice che è meglio attendere tempi migliori e che si può vivere l’annuncio con la testimonianza della vita. Si sa ben chiaro che in un paese in cui la religione ufficiale è l’Islam, la legislazione non permette nessun proselitismo, e l’agire di nuclei di religione diversa è ben regolamentato, anche all’interno della religione islamica. Questo non solo qui in Algeria, ma anche in altri paesi e non solo quelli islamici.

Perché il discorso non resti astratto, preferisco partire da piccole esperienze vissute.

1. Quando ero in Camerun e cioè fino al 2006, la religiosa che viveva a Salak (Nord Cameroun) mi raccontava: – C’è una vecchietta che viene ogni tanto a curarsi di una piaga alla gamba. Non sono infermiera. Le presento dell’acqua calda con del permanganato. Lei si lava, sente subito un beneficio e se ne va contenta. Ieri sera ha chiamato un ragazzo e gli ha detto: Non ho mai visto Dio. Sai cosa ho pensato? Penso che Dio deve avere la faccia della suora che mi vuol bene-.

2. Una religiosa che vive da anni qui in Algeria accoglie una ragazza che le dice: “Tu sai quanto ci vogliamo bene. Ora prendo il coraggio di dirti: Perché non dici anche tu la Shahada (la formula della fede dei mussulmani). Anche tu puoi andare in Paradiso, staremo insieme.” Ciò è capitato anche a me da parte di alcune vecchiette musulmane che mi volevano bene.

3. Una donna alla suora: “Dopo anni di amicizia ho pensato di farmi cristiana. Sai perché lo dico a te per prima? Perché non me lo hai mai chiesto”.

Questi fatti mi permettono di vedere il tema dell’annuncio e della conversione in fondo al cuore. Nella vita vissuta con una fede profonda e fattiva e quando i rapporti con la gente sono belli e veri, può scattare qualcosa che diventa annuncio di una novità, un’irruzione. E questo spontaneamente, naturalmente. Ma facciamoci, prima, delle domande?

Le religiose e la ragazza fanno proselitismo? Il proselitismo è voler conquistare alla propria causa. Ma la vera amicizia non si propone questo. L’amicizia è camminare insieme accettando le differenze, e crescere insieme. E’ una vera conversione non vissuta separatamente, ma insieme. E’ scambiarsi convinzioni profonde, in una testimonianza reciproca. In questo caso, la testimonianza alimenta le persone di valori vitali.  Ma poi, per certe situazioni, la testimonianza non è sufficiente per un cammino impegnato.

Se rileggo quanto ho vissuto in Camerun, assistendo allo sviluppo delle comunità cristiane, l’inizio del cammino nasceva in mille modi: amicizie, occasioni delle feste, l’aiuto o l’esempio o la gioia di qualche o dei cristiani. Ma poi tutto questo necessitava un accompagnamento…e non tanto semplice.

In pochi termini parlerei di testimonianza, di annuncio, di accoglienza, di accompagnamento. Tutto si sviluppa dentro il “vento di Dio”. La conversione è di chi annuncia e di chi accoglie. Più che di cambiamento si può parlare di continuazione e sviluppo della tua fede che vivi come cristiano e come musulmano o altro.

E’ normale per un cristiano e per un musulmano che vivono la loro fede, trasmettere, irradiare, far sapere, spiegare quello che prorompe dal cuore. Vita, servizio, dono di se, gioia, parola, sono testimonianza, annuncio, accompagnamento.

Gli ambienti e i tempi, facili o difficili, possono determinare modi e tempi di espressione e di esternazione, ma mai annullarli. I più efficaci, per lasciare che la persona e lo Spirito di Dio facciano il loro lavoro e cammino secondo il loro ritmo, sono il rispetto, la discrezione, l’umiltà, la pazienza, e il sentimento di lasciarsi condurre da Dio.

La carità

Sono stato oggetto di tante gentilezze e a volte le attribuivo a un senso di gratitudine per le buone relazioni vissute con chi mi ha preceduto o per i piccoli servizi che rendevo. Ma approfondendo il dialogo e la conoscenza dell’ambiente, ho trovato il grande valore della carità vissuto normalmente dalla gente. Alcune donne mi raccontano che quando preparano un buon pranzo, pensano subito a portarne una parte a qualche vicino, preferibilmente a un povero. Quando vanno al cimitero, portano sempre qualcosa da mangiare ai poveri o, in mancanza di cibo, danno un’offerta.  In momenti di necessità la carità è come una medicina. Durante il Ramadan, i gesti di carità sono frequenti e la grande festa conclusiva diventa meravigliosa per la condivisione e le relazioni riannodate. L’elemosina è uno dei cinque obblighi principali del credente e si attua nella forma obbligatoria (zakat) e quella volontaria (sadaqa). Alla base c’è l’idea che il padrone di tutto resta il Creatore e l’uomo è solo amministratore dei beni ricevuti.
Nel Dizionario del Corano di Mohammad Ali Amir-Moezzi, trovo le seguenti spiegazioni sotto la voce Sadaqa (elemosina): «L’uomo pio è descritto come “colui che dà i suoi beni facendo elemosina”. Questo ha valore di purificazione e di accrescimento. L’elemosina purifica i beni e l’anima e il merito che da esso deriva si moltiplica nell’Aldilà. La distribuzione dei beni è prima di tutto un dono che l’uomo fa alla propria anima proteggendola contro la sua avarizia». (64,16). «Prospererà chi si purificherà, il nome del Signore ripeterà, pregherà». (87, 14-17).
Il Corano associa costantemente la preghiera all’elemosina. «La pietà non consiste nel volgere la faccia verso l’oriente o l’occidente ma è quella di chi crede in Dio, e nell’ultimo giorno, e negli angeli e nel libro e nei profeti, e dà dei suoi averi, per amore di Dio, ai parenti e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e per riscattare prigionieri, è quella di chi compie la preghiera e paga la decima» (2,177).
Il saggio Al Abshihi (m 1446) scrisse: «Gesù ha detto: Chi manda via un mendicante lasciandolo deluso, gli angeli non faranno visita a quella casa per sette giorni».

Il Papa in frontiera a Cipro

Non le folle oceaniche, ma la piccola comunità. L’ho seguito alla televisione con gioia indescrivibile, me lo sentivo vicino. Cari amici, mi piacerebbe condividere con voi la riflessione che sto facendo dopo la visita del Papa a Cipro. Penso che Benedetto XVI debba aver fatto una esperienza profonda, trovandosi alla frontiera e a contatto concreto con delle realtà che esistono, nuove, non soltanto all’interno delle religioni che conosciamo, ma anche all’esterno, in un mondo secolarizzato. La sua presenza è stata un’occasione per molti di avvertire e di dire che lui, la Chiesa, hanno ancora qualcosa che li interessa. Ha detto: «Nel mondo attuale costatiamo sotto molti aspetti il dovere di ritornare alle radici dello spirito dell’evangelizzazione, in un mondo che veramente non accetta o conosce male il messaggio del Vangelo e al quale siamo ancora in dovere di portarlo».
Il mondo ha ancora bisogno di una Notizia, buona. Quale?
Le radici dello spirito dell’evangelizzazione cosa sono, quali sono?
Mi piacerebbe sentire da lui che cosa ha provato, incontrando cristiani che vivono nella discrezione, prudenza, credendo all’incontro quotidiano. Lo sapeva già, ma credo che l’esperienza della Chiesa povera e nascosta gli abbia permesso di sentirne la vitalità e la vicinanza a Gesù. Durante il viaggio in aereo aveva detto: «Dobbiamo essere più consapevoli, approfondire anche i dettagli, anche se le culture diverse e le storie diverse hanno creato malintesi e difficoltà, cresciamo nella consapevolezza dell’unità nell’essenziale. Vorrei aggiungere che  naturalmente non è la discussione teologica che crea di per sé l’unità: è una dimensione importante, ma tutta la vita cristiana, il conoscersi, l’esperienza della fratellanza,  imparare nonostante le esperienze del passato, sono processi che esigono anche grande pazienza. Stiamo proprio imparando la pazienza, l’amore, e con tutte le dimensioni del dialogo teologico andiamo avanti  lasciando al Signore  quando ci dona l’unità perfetta».
Durante la messa a Nicosia, ha ricordato l’importanza della croce: «Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della Croce del Signore»
In Medio Oriente,  i cristiani sono in minoranza e soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose. Per questo, ha detto: «Molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso». Ma poi  ha precisato: «In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro».
Mi è piaciuto tanto il suo farsi vicino con discrezione e umiltà. Come Pietro, che aveva detto: «Date ragione della vostra speranza con dolcezza e rispetto. Sarà questo a toccare il cuore». (1 Pt 3,16)

Guardare al cielo

Per il mio cinquantesimo di sacerdozio mi fu regalato un viaggio a Tamanrasset dove visse e morì Charles de Foucauld. Rileggo nel mio diario: Viaggio verso l’Assekrem.

Sassi, sassi e poi sassi tra montagne di ogni forma: picchi, altipiani, e valli che non finiscono mai, qualche rigagnolo e piccolo lago. Una giornata intera tra i sassi. Charles ha voluto andarvi perché è lì che vivevano i tuareg, dove pioveva e crescevano i pascoli. È con loro che voleva vivere. Proprio in alto, a circa 2.600 metri, vedi il suo eremitaggio.

Aveva scritto: «La vista è la più bella che non si possa dire, né immaginare. Nulla può dare l’idea di foresta di picchi e di guglie rocciose che si ha ai propri piedi. È una meraviglia. Non la si può ammirare senza pensare a Dio. Mi è difficile distogliere lo sguardo da questa vista ammirevole, la cui bellezza e impressione di infinito ci ravvicinano a Dio, mentre questa solitudine e questo aspetto selvaggio ci fanno sentire che cosa sia essere soli con Lui: una goccia d’acqua nel mare».

Charles, come altri eremiti, ha saputo rendere importante e conosciuto questo angolo della terra, diventato luogo di incontro con Dio e coi fratelli. Ma c’è voluto un po’ di pazzia. I tuareg dicono in proverbi: «La verità è nascosta  tra le sabbie del deserto, affinché chi la scopre sia considerato un pazzo, la mente bruciata dalla solitudine e dal sole».

«Dio ha creato i luoghi ricchi di acqua perché l’uomo vi possa vivere ed ha creato il deserto perché l’uomo vi possa trovare la propria anima… Non l’uomo attraversa il deserto. È il deserto che attraversa l’uomo».

Piccolo fratello Ventura mi accompagna al mio eremitaggio: a circa un chilometro dall’eremitaggio di frère Charles e di quello dei piccoli fratelli. In questa stanza di sassi ho passato due notti e un bel tempo di solitudine. Non manca niente, niente è di più, tutto è pura semplicità. Lì, solo, guardi, pensi, mediti. Dio, parla ancora, comunica mostrando il creato. Continua a dire le sue prime parole di creatore: «Tutto è buono. Tutto è bello!». L’uomo, creato ad immagine di Dio percepisce il linguaggio di Dio.

Ho raccolto questo, sfogliando il quaderno delle testimonianze che la gente lascia scritte all’interno dell’eremitaggio.

Vedi i caratteri delle lingue del mondo. Ogni scritta ti fa sentire chi è musulmano, cristiano, indù, buddhista, ateo, in ricerca, ecc. Ma in tutti senti una sola cosa: la gioia di sentirsi lì e la sorpresa di avvertire una grande novità nell’esistenza.

Ne trascrivo solo due: «Non sono credente, ma oggi sono arrivato qui all’Assekrem. Ho letto qualche parola di Charles de Foucauld. Mi sento vicino a Dio e all’anima, alla grande anima, all’uomo, al santo. All’Assecrem ho toccato con mano la grandezza dell’universo. Ne sono affascinato».(H.H.)

«Come non pensare al creatore universale davanti a tanto splendore. Un paesaggio lunare, una vista magica che porta all’umiltà. Sufficiente per ricordare all’uomo che non è polvere e che deve tutto a Dio. Sufficiente per vivere felice». (M.)

 Al turista che vantava le gioie della città, il vecchio tuareg rispose: «Preferisco restare qui nel deserto, dove il cielo è sempre puro… La notte, quando alzo la testa, posso contemplare il cielo stellato… e medito».

Ha ragione. È la meditazione che dà senso alla vita.

L’ospitalità è sacra

L’ospite è l’inviato di Dio e come tale viene trattato. Tayeb, padre di una famiglia poverissima con molti figli, due dei quali oggi professori di liceo, in una notte fredda e piovosa incontrò un uomo senza dimora. Lo ha tenuto con sé per undici anni!
Anche nel cuore dell’islam l’ospitalità è sacra. L’offerta di cibo è importante quanto la preghiera o la fede negli angeli. Lo straniero è equiparato ai parenti prossimi (Corano 2,117; 2,215; 4,36; 30,37). Sono condannati gli avari (4,37).  Abramo è considerato l’iniziatore di tali leggi e comportamenti (Corano 11, 69-73 e 51, 24-36). Il riferimento ad Abramo mostra come il Corano riprenda e faccia proprie le leggi dell’ospitalità dei beduini e di molte altre civiltà.
Ancora oggi la gente mi parla delle loro nobili tradizioni e si mostra felice quando dico che anch’io sono stato accolto e mi trovo bene.

È utile ricordare come l’ospitalità sia stata vissuta e accolta reciprocamente tra appartenenti all’islam e non appartenenti, e come qualcuno l’abbia continuata in modo esemplare.
L’etiope al-Negashi, re di Axum, nel 615 accorda ospitalità a un gruppo di compagni e parenti del profeta Mohammed, quando la prima comunità musulmana era perseguitata alla Mecca.
Il profeta Mohammed accoglie a Medina nel 631 un gruppo di cristiani yemeniti venuti in delegazione da Najran. Si racconta ch’egli abbia concesso di celebrare nella sua stessa moschea.
L’algerino emiro Abd el-Kader al-Jazairi nel 1860 salva un gruppo di cristiani arabi di Damasco, accogliendoli nella sua casa
I sette monaci uccisi a Tibhirine, presso Medea, nel 1996, avevano offerto uno spazio per pregare (moschea), nell’interno del monastero ad alcuni vicini musulmani.
 
Benedetto XVI andando a Malta ha ricordato a tutto il mondo i frutti e i doveri dell’ospitalità. Accogliendo san Paolo «è nata la fortuna di avere la fede» e «Malta è il punto dove le correnti dei profughi arrivano dall’Africa e bussano alle porte dell’Europa. Un grande problema del nostro tempo… una sfida… per fare in modo che ognuno possa avere una vita dignitosa, da dovunque parta e ovunque arrivi».
Augurando buon viaggio al Papa, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica Italiana, si è mostrato d’accordo: «Il vecchio continente è chiamato oggi ad assistere ed accogliere, con spirito solidale e senza pregiudizi, coloro che cercano rifugio».

Fatelo con dolcezza e rispetto

Disse Gesù ai suoi discepoli: «Prendete il mio giogo sopra di voi, e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro».
Gesù aveva appena detto: «Ti rendo lode, o Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli. Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio». (Mt 11, 29).
In contrapposizione con quanto insegnavano Scribi e Farisei, Gesù annuncia l’amore del Padre e il suo amore per il Padre. È perché è stato mite, umile e obbediente. A questo possono far parte anche i suoi discepoli. Non è un “giogo” di servi, ma di figli. Gesù si propone come esempio e insegna come vivere i rapporti col Padre e coi fratelli. Gesù non impone, fa nascere e insegna a far nascere dal cuore un sì di fiducia e di gioia
Scrive il Card. Martini: «Mitezza è la capacità di cogliere che, nelle relazioni personali che costituiscono il livello propriamente umano dell’esistenza, non ha luogo la costrizione e la prepotenza, ma la passione persuasiva, la forza e il calore dell’amore».
È quanto visse Francesco d’Assisi. Padre Massimiliano Mizzi Ofm Conv. scrive: «Francesco è andato dai Musulmani con mitezza e bontà e non con la spada dell’odio ma con rispetto come ad un fratello che gli vuole bene. È andato con il messaggio dell’amore. Il Sultano ha capito che Francesco voleva solo il bene della sua anima non di soggiogarlo arrogantemente al cristianesimo. Il Sultano che, da parte sua “era incline alla mitezza” l’ha capito subito e accettò di dialogare con Francesco e il loro dialogo era basato sul rispetto da tutte e due le parti che, nel dialogo, è una regola fondamentale . (…) Un’altra cosa da notare è che Francesco era pronto a subire la morte piuttosto che usare violenza con il dissidente».
Ai cristiani perseguitati, l’apostolo Pietro consigliava: «Date ragione della vostra speranza con dolcezza e rispetto. Sarà questo a toccare il cuore». (1 Pt 3,16)
Lasciarsi amare
Arrivato in Algeria tre anni fa, avevo paura. In Europa si comunica solo attentati e crudeltà. Io vivo tra amici. Quanti momenti belli di accoglienza e di bontà. I primi giorni, trovandomi senza pane, una persona è venuta alla porta con un bel pane. Un altro giorno mi sono commosso ancora di più quando i vicini si erano accorti che non avevo più gas e a mezzogiorno in punto uno è venuto con un pasto completo di cous cous e con una bottiglia di sugo di frutta e una bella mela. Ora le attenzioni da parte di tante persone sono aumentate. Quando alcune mamme di alunni mi portano qualcosa esclamo scherzando: «Che persecuzione di affetto!».
È bello lasciarsi circondare così. È bello amare e lasciarsi amare. Trovo questo anche nel pensiero di alcuni saggi islamici, attribuito a Gesù.
Dio ha detto a Gesù in ispirazione: «Quanto a mitezza sii per la gente come la terra sotto di loro, come acqua corrente quanto a generosità, e quanto a misericordia come il sole e la luna sul giusto e sull’empio».
Al Balawlli, m. 1.207

Abbandonarsi a Dio

Il mio vescovo, mons. Calude Rault, vescovo di Laghouat-Gardaia, scrive: «In Algeria non ci è concesso rivelare Cristo attraverso la predicazione. È un serio limite, ma forse anche una felice provocazione. Il nostro mondo soffre di una tale inflazione della parola! Gridare il Vangelo per tutta la vita, per riprendere un’espressione cara a Charles de Foucauld, ecco la nostra vocazione oggi in Algeria. Essere presenti a mani nude. Vivere con tutti nel nome della gratuità dell’Amore di Gesù. Il domani non ci appartiene».
      
Primato di Dio
 
Mi aiutano molto le riflessioni sul vissuto dei primi confratelli del Pime partiti per l’Oceania. Dopo le difficoltà incontrate  ci si domandava in Italia, se fosse stata una vera cocciutaggine andare nella Melanesia. I Maristi non ci avevano nascosto le difficoltà. Ma i nostri dicevano: «Que le cœur saigne quand on voit la misère de ces peuples» («Che il cuore sanguini quando si vede la sofferenza di questi popoli»). Taglioretti, uno dei testimoni degli inizi del Pime, scrisse: «Ubbidirono, non scelsero! Partirono a questi patti: sacrificar tutto a Dio!».
Giovanni Mazzucconi, il primo martire diceva: «Signore per voi solo voglio vivere, per voi morire».  Di lui hanno scritto: «È un innamorato di Dio perché al culmine dello sviluppo spirituale non troviamo più il giovane entusiasta, che si disperde in una molteplicità di ideali, ma l’adulto nello spirito, che pur non rinnegando nessuno di tali ideali, ne ha intuito uno sublime, tale da relativizzare tutti gli altri: Dio».  Mons. Marinoni, primo direttore dell’Istituto per più di quarant’anni, ripeté anche prima di morire: «Il missionario è l’uomo della fede».
Per me, oggi, la presenza in Algeria è anzitutto un’occasione per risentire ancora più forte la presenza di Dio.

Preghiera del Beato Charles De Foucauld

Padre, mi abbandono a Te, fa’ di me ciò che ti piace. Qualsiasi cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me, e in tutte le tue creature: non desidero nient’altro, mio Dio. Rimetto l’anima mia nelle tua mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo. E per me un’esigenza di amore, il donarmi a Te, l’affidarmi alle tue mani, senza misura, con infinita fiducia: perché Tu sei mio Padre.

Debolezza

La Chiesa vive un momento di debolezza. Ci sentiamo tutti coinvolti e ne portiamo il peso. La parola si fa più sottovoce, la forza della verità più discreta, il silenzio medicina. Nel cuore cresce il lamento, la preghiera. Ma l’animo si fa più forte, la voglia di migliorare c’è ancora. L’appartenenza è più convinta, diventa fierezza anche se meno visibile. Nella Pasqua recente, un mio fratello mi dice che ha notato una partecipazione di cristiani più intensa.
Christian Chessel, giovane Padre Bianco ucciso a Tizi Ouzu assieme a tre confratelli, scriveva: «La debolezza non è in sé una virtù, ma l’espressione di una realtà fondamentale del nostro essere che deve essere ripresa, rimessa al suo posto, animata dalla fede, dalla speranza e dalla carità per lasciarci conformare alla debolezza di Cristo. Questa debolezza ben compresa diventa il linguaggio migliore per esprimere l’amore discreto di Dio agli uomini, amore pieno di discernimento, discreto come quello di chi ha voluto condividere la nostra situazione umana. Diventa un invito a creare delle relazioni di non-potenza con gli altri. Accettata la mia debolezza, capisco quella degli altri e a condividerla come ha fatto Gesù».
Mons. Henri Tessier, arcivescovo emerito di Algeri, spiega: «Ritornando allo spirito del dialogo rimesso in valore dal Concilio, lo vediamo anzitutto come rispetto del cammino dell’altro e dono di Dio fatto alla Chiesa. E la Chiesa diventa segno di questo dono e serva di questo dono per la vita degli altri, al di là delle frontiere. La Chiesa accoglie il dono e ne fa oggetto di ringraziamento come ha fatto Gesù davanti alla fede del Centurione e della donna siro-fenicia.
La debolezza ci ha portati ad essere ancora più fedeli alla nostra missione. Sono loro, i musulmani, che si fanno più vicini quando viviamo deboli in mezzo a loro e vengono a visitarci e chiederci di condividere gioie e pene».

Fedeltà di testimoni

Don Bruno Maggioni scrive: «Il martire colpisce e affascina per la libertà della sua morte, piena di significato; il martire muore per una ragione, non semplicemente perché ogni uomo è destinato a morire».
Mons. Tessier vede nel martirio dei 19 religiosi/e uccisi nel periodo ’93/’96 un martirio di fedeltà a un popolo musulmano e non solamente un martirio in odium fidei. Mentre tanti cristiani algerini nei momenti difficili avevano lasciato l’Algeria, i membri di varie congregazioni hanno voluto restare.
Dopo il Vaticano II hanno rinunciato alla gioia di scegliere un lavoro missionario in regioni dove, grazie a Dio, la Chiesa cresce abbondantemente. Hanno creduto alla parola della Chiesa che li aveva mandati a cercare dei fratelli e delle sorelle da amare tra i credenti dell’islam. Hanno creduto che anche lì il Regno di Dio è presente e si sviluppa. Hanno creduto che anche nell’islam lo Spirito di Dio agisce e produce i frutti del regno. Hanno creduto alla fedeltà di musulmani in cammino verso la riconciliazione e la fraternità umana.
Quelli che sono stati uccisi erano rimasti vicini ai liceali del quartiere povero della Casbah di Algeri, alla popolazione della Kabilia, alle piccole comunità, ai contadini e ai più poveri…
Anche chi non è stato ucciso ha vissuto la stessa fedeltà di testimone.
Questa fedeltà l’aveva già vissuta l’algerino sant’Agostino. All’arrivo dei Vandali in Algeria, uno dei tanti vescovi allora presenti, Quotvuldeus, chiese ad Agostino di mettere in salvo il suo clero perché potesse essere ancora utile altrove.
Agostino rispose : «Il buon pastore dà la sua vita per le sue pecore. Nel pericolo non parte… parte solo se il gregge decide la fuga».
Questa fedeltà, la Chiesa la vive come vocazione ed è la stessa che Dio vive con l’umanità: fedeltà tra il bisogno profondo di ogni uomo di vivere con Dio e con gli altri simili e quello che Dio vive in se e che continua ad alimentare nel cuore dell’uomo.
Negli incontri che vivo ogni giorno qui a Touggourt, mi convinco sempre di più del bisogno innato, in ogni persona, di fraternità e della mia responsabilità di testimone.
Una mattina, prendendo il caffè, ho sommato gli anni di presenza in Algeria delle quattro Piccole Sorelle di Touggourt : 192 ! Due di loro hanno la nazionalità algerina e tutte vogliono camminare ancora…
Di loro, mons. Marangon, noto biblista trevigiano che le ha seguite nel loro cammino spirituale in varie parti del mondo, scrisse, in occasione dei settant’anni in Algeria e a Touggourt: «Sono debitore di tanta luce per l’eredità evangelica che si vive presso di voi… Voi assicurate al “Vangelo di Nazareth” il valore di segno. Prego il Signore… perché abbiate il coraggio (eroico) di essere fedeli alla gratuità del “segno di Nazareth…Vi ringrazio pure di un’altra nota tipica della vostra identità vocazionale: quella di pregare e di offrire ogni giorno la vostra giornata al Signore “per i fratelli (anzitutto) dell’islam (e poi anche) del mondo intero!”».

Speranza in nuova Chiesa

Il Papa nel suo messaggio pasquale ha detto «L’umanità sta vivendo una crisi profonda. Anche ai nostri giorni l’umanità ha bisogno della salvezza del Vangelo – afferma – per uscire da una crisi che è profonda e come tale richiede cambiamenti profondi, a partire dalle coscienze». C’è bisogno, ha spiegato, «di un “esodo”, non di aggiustamenti superficiali, ma di una conversione spirituale e morale».
È la Chiesa che sta vivendo la sua crescita e lo sviluppo delle sue note: Una, santa, cattolica, apostolica. Bisogno di purezza, di santità, di cattolicità aperta. Sta rinascendo e sarà nuova, più bella. Anche in Algeria.
Vorrei ridire il pensiero del vescovo emerito di Algeri, Mons. Henri Tessier, che ha vissuto la sua vita credendo nella venuta del Regno di Dio e nel lavoro dello Spirito Santo anche in Algeria. Scrive: «Quando comunichiamo insieme negli stessi valori, noi prepariamo l’avvenire della Chiesa. L’avvenire della Chiesa sarà un dono di Dio. Tale avvenire non è il frutto di tattiche per cercare protettori per la Chiesa. Ciò può permettere di attraversare qualche difficoltà, ma non costruisce l’avvenire. Questo nasce quando i nostri amici ci riconoscono interessati insieme con loro su dei valori che fanno crescere l’uomo e la comunità umana. Per i credenti questi valori sono accolti come dono di Dio». Un’amica algerina della Chiesa a Orano dice: «La presenza dei cristiani, il loro sacrificio, il dono di sé, la loro opera sono un conforto per chi a volte è scoraggiato. Con questo esempio vivente di Dio, noi riprendiamo fiducia. La Chiesa in Algeria ci da l’occasione di imparare a lottare perché l’umanità cresca nella giustizia, nella verità, nella libertà, nella solidarietà e la fraternità».
Il vescovo continua: «Così si forma una Chiesa nuova non di soli cristiani ma anche di non cristiani che vivono coi cristiani la propria fedeltà a Dio e alla propria coscienza. Noi crediamo alla nostra responsabilità nella nascita d’un avvenire per la Chiesa».

Preghiera nel breviario
Signore! Conduci noi tutti sui tuoi sentieri. Apri al tuo popolo la via della salvezza, metti in noi il desiderio di somigliarti. Insegnaci a riconoscerti negli altri, facci attenti alla loro sofferenza. Aiutaci a fare la tua volontà e donaci un cuore che ti cerca. Da’ ai tuoi fratelli di formare un corpo solo e dimentica i nostri errori contro l’unità.

Il «grazie sacerdotale» continua

In questo anno sacerdotale e giubilare del cinquantesimo di ordinazione, continua a sgorgare dal mio animo il «grazie» al Signore e ai fratelli. In realtà si tratta di un «grazie» reciproco per la comunione di vita vissuta insieme. Il segno di una gioia che viene dal sentirsi insieme tra credenti e che continuano a dire «Grazie» a Dio. È l’espressione del sacerdozio, vivo nel prete e nel laico che è “sacramento”, “servizio” di comunione. Anche qui in Algeria via internet posso mettermi in comunione con molti. Anche via internet e a volte anche direttamente, da musulmani, accolgo e rispondo: «Mi manchi».
Leggiamo, sentiamo alcuni «Grazie»: «Carissimo Silvano, come vedi non rispondo ogni volta che ricevo una tua cartolina, perché magari il tempo manca… ma provo ogni volta un piacere così grande nel leggerti e una gratitudine immensa per ciò che sei e che vivi.  Spero che si faranno altri libretti di raccolta di queste “cartoline”… contengono un soffio nuovo anche per chi da tanti anni vive l’amicizia con i musulmani…». 
Un’altra che ha vissuto tutta una vita come missionaria in Africa e in Italia: «Ho appena letto la tua ultima cartolina, ti devo dire che da quando siamo in contatto respiro aria PURA!». Aria del deserto?
E l’altra missionaria laica, ancora in Africa, che rivolge il «Grazie» a Dio: «Il Signore non chiama i dotati ma dota chi chiama».
A chi ha avuto il coraggio di dirmi: «Ti vorrei così».
I miei «Grazie» anche a chi mi domanda: «Ricordami nella Messa». Mi fa sentire l’importanza di questo momento di comunione con tutti.
Ai confratelli che mi hanno formato e continuano ad accompagnarmi.
Ai parenti e amici che mi lasciano libero e continuano a sostenermi.
Agli africani del Camerun, del Ciad e dell’Algeria, che hanno condiviso il senso di Dio e dell’uomo.
Agli “angeli” musulmani e alle “angele” di Touggourt, che mi accompagnano tutti i giorni.
Gesù pregò e dice ancora: «Vogliatevi bene come io vi ho voluto bene».
È l’amore di Gesù che ci mantiene uniti.
Grazie al Papa che ha ricordato ai preti di essere «Pienamente uomini e completamente a Dio col cuore pieno di compassione per il mondo… vivendo in comunione con Cristo con la preghiera costante».

Per noi e per tutti i preti del mondo preghiamo:

Alla Regina della giovinezza
Santa Maria, Madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e trasparente come l’acqua sorgiva.
Ottienimi un cuore semplice che non indugi ad assaporare le umane tristezze, un cuore magnifico nel donarsi, tenero alla compassione, un cuore fedele e generoso che non dimentichi alcun beneficio e non serbi rancore per nessuna offesa.
Dammi un cuore umile che ami senza chiedere contraccambio, felice di sparire in altri cuori sacrificandosi davanti al Tuo divin Figlio, un cuore grande e indomabile che nessuna ingratitudine possa chiudere, nessuna indifferenza possa stancare, un cuore tormentato dalla passione della gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo Amore con una piaga che non guarisca se non in Cielo. Amen                                                                 (Grandmaison)

Auguri di una Santa Pasqua!