«Vi accogliamo con gioia, ma non vi tratteniamo»

Venerdì 16 settembre 2011, quattro giovani, tre brasiliani e un italiano, hanno emesso la promessa di aggregazione al nostro Istituto nella chiesa di San Francesco Saverio della casa madre del Pime di Milano, accanto alle spoglie del fondatore, mons. Angelo Ramazzotti. Assieme ai membri della direzione generale, c’erano anche i regionali dell’Istituto, altri missionari e fratelli laici, gli alunni del nostro seminario di Monza, i parenti e gli amici. Animava il canto la corale della Parrocchia di Abbiategrasso.

In questo mese, altri due giovani indiani hanno emesso la professione nel seminario filippino di Tagaytay.

Ormai vediamo un Pime nuovo. La maggior parte del futuro dell’Istituto sarà di missionari provenienti da India, Bangladesh, Birmania, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Stati Uniti e Filippine, con qualche raro giapponese e cinese.

In questi giorni, tra i problemi dell’Istituto, esaminati durante il Consiglio Plenario, ci si è soffermati su quello della formazione. Come preparare alle missioni questi giovani provenienti da tante parti del mondo?

Devo constatare che in questo campo l’impegno dell’Istituto è veramente grande e soddisfacente. Si dubitava un tempo di non farcela e si temeva di sradicare troppo presto i giovani dalle loro culture.

Da anni ormai vediamo che in varie parti del mondo la convivenza tra missionari italiani e missionari di diversa nazionalità è vissuta in maniera positiva. Anche loro, diciamo familiarmente, sanno essere all’altezza delle responsabilità a loro affidate.

Trovo che gli anni che questi giovani tarscorrono in Italia, nell’ambiente formativo, nei vari servizi in parrocchia, nelle case dell’Istituto e altrove, permettono loro di diventare dei “Pimini” doc. Tessono molteplici amicizie con famiglie italiane ed entrano nello spirito dell’Istituto, anche con  qualche debolezza, e speriamo, non in qualche difetto.

Il superiore generale, Giovanni Battista Zanchi, ha spiegato nell’omelia l’importanza di mettersi totalmente al seguito del primo missionario Gesù e di vivere in fedeltà le caratteristiche dell’Istituto, cioè di donare la vita all’annuncio del Vangelo nei Paesi dove si è inviati e in uno stile di vita di comunione fraterna.

Molto bella la frase: «Vi accogliamo con gioia… ma non vi tratteniamo».

Qui è uscita splendente la vera nota preziosa del Pime: essere un Istituto che accoglie giovani di ogni parte del mondo e li prepara  sempre e solo per il servizio del Vangelo e della Chiesa. Tutto ciò non per la potenza dell’Istituto ma unicamente per partire e per servire.

L’applauso finale, ben vigoroso, faceva sentire che accanto all’Istituto un po’ affaticato c’è anche l’Istituto giovane e promettente.

Paradiso vicino

Padre Clemente Vismara, beatificato a Milano il 26 giugno scorso, mi ha fatto sentire la santità vicina perché la sua vita è stata quella di un missionario coi piedi per terra, senza cose straordinarie, ma certamente tutto dedito a donarsi alla gente che incontrava in Birmania e col cuore aperto a Dio. Anche domenica scorsa, 11 settembre, ho vissuta un’altra vicinanza, facendo visita ai confratelli di Rancio di Lecco. Ero con un gruppetto di confratelli partecipanti al Consiglio Plenario.

A Rancio vivono 24 missionari del Pime provenienti da varie missioni. La maggior parte ha superato gli ottant’anni, ma qualcuno è più giovane di me. Tutti sono ormai  bisognosi di assistenza. Per loro l’Istituto riserva cure di una professionalità straordinaria e premure affettuose. Oltre che dal personale sanitario, essi sono assistiti anche da alcune missionarie dell’Immacolata e dai nostri seminaristi che vi passano il sabato e la domenica.

In quella casa regna la carità e la preghiera. Anche quella è missione. E bello vedere qualcuno spingere la carrozzella di un altro e poi scambiarsi un gesto di incoraggiamento e di gratitudine. Altro momento bello, al quale ho assistito, è stato vedere con quanto amore curavano il loro parente missionario la sorella e la nipote venute da lontano per passare qualche giorno insieme. La maggior parte parla solo con gli occhi… Come quando un seminarista ha chiesto un giorno ripetutamente al padre Carelli: «Padre, è bella la Birmania?». Alla terza volta, il missionario ha risposto con una lacrima.

Poi siamo passati a Sotto il Monte nella casa natale di Papa Giovanni, dove continuamente i fedeli vogliono rivedere il loro amato Pontefice. Guardandoli accarezzare la statua ormai lucida sul mento, gli orecchi, il naso, ti sembra di vedere il Papa sorridere come un nonno, felice di stare vicino ai nipotini.

E finalmente la visita a Villa Grugana, dove riposano i nostri missionari defunti. Lì, quando leggi i nomi, risenti la storia del Pime. Ritrovi i primi, poi i tuoi formatori, qualche tuo compagno…

Prima di partire ci ha salutati il custode del cimitero, padre Angelo Gianola, 92 anni, sorriso aperto, felice, lucente, già missionario in Brasile.

Una giornata vissuta in comunione. E dove c’è la comunione dei santi il cielo è più vicino. Anche il paradiso è vicino.




Mamme educatrici

Sabato 27 agosto, Santa Monica, madre di Sant’ Agostino, vescovo algerino. Prego per tutte le mamme, in particolare per quelle che conosco a Touggourt. È importante che le mamme  facciano opera di educazione nel mettere e nel far emergere dal cuore dei figli i primi sentimenti umani, religiosi e di accoglienza dell’altro anche se straniero, correggendo, se necessario, quei luoghi comuni che ci mantengono separati.

La mamma dei sette Maccabei chinatasi sul figlio, così disse nella lingua paterna: «Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno… che ti ho educato… Ti prego, o figlio, di osservare il cielo e la terra e di mirare tutte le cose in essi contenute e di dedurne che Dio non le ha fatte da cose preesistenti, e che il genere umano ha la stessa origine. Non temere questo carnefice, ma accetta la morte, mostrandoti degno dei fratelli, affinché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli al momento della misericordia».

Sant’Agostino nel libro delle Confessioni ci tramanda le ultime parole di sua madre sul lido di Ostia: «Mia madre disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”».

Christian de Chergé, il superiore dei sette monaci di Tiberine (Algeria), uccisi nel 1996, dice che fu sua madre a mettergli nel cuore i primi sentimenti di rispetto per i musulmani. Scrive: «Avevo cinque anni, e scoprivo l’Algeria per un primo soggiorno di tre anni. Conservo una profonda riconoscenza a mia madre che ha insegnato, a me e ai miei fratelli, il rispetto della rettitudine e dei gesti della preghiera musulmana. “Pregano Dio”, diceva  mia madre. Così, ho sempre saputo che il Dio dell’islam ed il Dio di Gesù non sono diversi».


Lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci

 

Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini…

Io e i miei figli siamo molto toccati da una così grande umiltà, un così grande cuore, dalla pace dell’anima e dal perdono. Il testamento di Christian è molto più di un messaggio: è come un sole che ci è trasmesso, ha l’inestimabile valore del sangue versato.

Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi.

La chiesa cristiana con la sua presenza continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna. Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi… E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria.

(lettera firmata. 01.06.’96)

Missione nuova

Nei dodici giorni vissuti in Camerun, dal 4 al 16 luglio scorso, ho potuto incontrare, rivedere, rimettermi dentro varie situazioni e vari aspetti di questo Paese e della Chiesa che vi opera.

Yaoundé, Maroua, Yagoua e alla fine Ebolowa, i luoghi delle visite e degli incontri. Naturalmente ho frequentato maggiormente i miei confratelli del Pime e la sorpresa è che in maggioranza sono indiani e uno è del Bangladesh, poiché parecchi italiani erano in Italia o per vacanza o per cure mediche. Ebbene questo è il nuovo volto del Pime che si fa sempre più internazionale.

È con viva soddisfazione che vedo questi preti e fratelli laici svolgere le loro attività con dedizione e capacità. Lo spirito italiano si trova a vivere con altri spiriti e geni in comunione ecclesiale.

La Chiesa è la prima a sperimentare con spirito di famiglia l’internazionalità e la globalizzazione; è cattolica, universale, per natura e per espansione.

Una novità importante è che in questi ultimi anni sono state affidate al clero locale tre grosse parrocchie, quelle di Guidiguis e di Moutourouwa nella diocesi di Yagoua e quella di Ngousso

nella diocesi di Yaoundé. Parrocchie da noi già ben avviate e autosufficienti. Ci si è spostati verso luoghi nuovi, bisognosi della presenza e dell’azione di chi sempre ricomincia con dedizione e la forza. È un po’ quanto l’Istituto vive da oltre 150 anni in varie parti del mondo.

Interessante la domanda postami da un confratello indiano: «Finora la nostra presenza è stata vissuta prevalentemente nella pastorale delle comunità da far crescere e da organizzare. Ci sono altri servizi che possiamo offrire a queste Chiese locali?».

Ho risposto che anch’io ho cominciato nel Nord del Camerun, nella pastorale degli inizi e dell’organizzazione della comunità di Guidiguis. Poi, la diocesi mi diede l’incarico della formazione dei catechisti che ho svolto per 25 anni. Presto varie diocesi del Camerun avranno un proprio clero sufficiente. Se ritornassi giovane, mi offrirei di accompagnare i preti perché mi sembrano un po’ isolati: mi sembra importante offrire loro un luogo dove pregare, riposarsi e alimentarsi di una bella e sana formazione sacerdotale. Ma ci sono altri servizi per noi membri di Istituti missionari, come quello, già vissuto, delle traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici e dello studio delle lingue e delle culture. Poi c’è la fondazione Betlemme per handicappati, orfani, sordomuti, ecc. ecc

A conferma di ciò, aggiungo che padre Rino non nasconde la gioia di aver predicato gli esercizi spirituali a 120 preti di Yaoundé e di essere invitato a predicarli ai preti di Ebolowa, il prossimo anno.

Ovunque sono stato, ho visto vescovi e preti tanto affezionati e riconoscenti per il nostro operato. Siamo visti come gli iniziatori, e senza esagerare, i patriarchi. Dopo la morte di don Mario Bortoletto, il vescovo e i fedeli del sud del Camerun hanno voluto le sue spoglie. Il parroco di Ma’an mi diceva che ogni giorno arrivano dei fedeli, anche da lontano, per pregare sulla sua tomba. Molti africani vedono gli inizi della loro fede e della loro vocazione sacerdotale e religiosa a partire dall’esempio di qualcuno di noi.

Il vescovo di Ebolowa mi ha invitato a parlare a tutti i preti della mia vita in Algeria. Alla fine del pranzo ho concluso: «Nei miei ricordi vedo che lo Spirito Santo ha i suoi tempi per le sue imprese. È stato durante un pranzo, nel 1975, che ho chiesto al vescovo di Vicenza preti per Ebolowa e lui li ha mandati. E oggi, durante un pranzo, ottengo per l’Algeria l’interesse e le preghiere di un vescovo e di altri preti».

Naturalmente, in questi giorni, nel cuore sentivo la gioia di poter dire: «Grazie, Signore! Non a noi la gloria! A te lode e benedizione».

«Ti mando io!»

Giunto in Italia dall’Algeria, in pochi giorni sono riuscito ad avere i documenti necessari per andare in Camerun e il 9 luglio ho partecipato nella cattedrale di Yagoua all’ordinazione sacerdotale di Adolph Ndouwe. Con lui sono stati ordinati anche un altro giovane toupouri e un giovane guiziga.

Adolph era cresciuto al centro di formazione dei catechisti di Doubane, dove suo padre Simon Pierre dirigeva quella comunità, insieme a me. Poi ha frequentato il seminario diocesano di Guider e dopo il liceo, è passato alla scuola di filosofia di Yaoundé e quindi al seminario di teologia del Pime di Roma e Monza.

Membro del nostro Istituto ha già avuto la sua destinazione: il Bangladesh. Durante l’omelia, il vescovo della diocesi, mons. Bartelemy, rivolgendosi ad Adolph ha detto «Sono felice che uno dei figli di questa terra possa partire per un Paese di missione, come il Bangladesh. I missionari ci hanno portato il Vangelo e ora anche noi siamo maturi per trasmettere il Vangelo ad altri popoli. Anzi ti dico: «Ti mando io!». E si è commosso, terminando così l’omelia.

Dopo i miei cinque anni di silenzio orante in Algeria, in un ambiente unicamente musulmano, senza folle, musiche, danze e canti, ho vissuto alcuni giorni nel sud del Camerun, in foresta, e poi nella savana del nord, immerso nella folla di amici che mi rivedevano gioiosi. Il sentimento più forte è stato quando, salutando catechisti, preti e vescovi, sentivo che attraverso la mia persona, il mio segreto e la passione missionaria si riaccendevano e si illuminavano in loro. Alcuni giovani, ragazzi e ragazze mi dicevano: «Sono in quel seminario, sono in quel noviziato… Sono figlio o figlia del tale catechista che hai formato tu…».

Ho avuto la testimonianza della vitalità di questa parte di Africa che trova nel Vangelo una grande luce e una grande forza vitale.

 Ad Adolph ho ricordato quanto mi disse il cardinal Montini, poi divenuto Paolo VI, quando ordinò prete: «Gesù mette il suo cuore nel tuo e mette il tuo cuore nel suo».

E celebrando a fianco di Adolph durante la sua prima messa, al memento (ricordo) dei defunti, ho ricordato suo padre Simon Pierre e lo straordinario cristiano Pierre Malina, morto lapidato dalla gente del suo villaggio perché ritenuto stregone. Anche l’Africa ha i suoi santi e i suoi martiri.

 

Santità vicina

Ho avuto la fortuna di partecipare il 26 e 27 giugno ai festeggiamenti per la beatificazione di padre Clemente Vismara del Pime, di suor Enrichetta Alfieri, l’angelo di San Vittore, e di don Serafino Morazzone, prete diocesano di Milano. In piazza Duomo a Milano ero proprio sotto il quadro dei tre Beati e mi sono commosso quando questa immagine appariva un po’alla volta. La piazza era gremita di amici dei tre Beati. Metà era rossa dei berretti dei fedeli di Agrate.

Nella parrocchia di Agrate il lunedì dopo, ero ancora vicinissimo al suo quadro e alla sua reliquia mentre ci celebrava l’Eucaristia. Con vivo entusiasmo i fedeli di Agrate cantavano l’inno a padre Clemente: «Clemente di Dio, tu parli alla gente invitando alla gioia. La vita è radiosa se spesa per gli altri, se la sete di amare ci spinge lontano. La gioia è nel cuore dell’uomo che ama, dell’uomo che vive donando ai fratelli. Non c’è mai tristezza per chi vive in missione, per chi perde se stesso per amore di Dio».

L’applauso più lungo è stato per Giuseppe, il giovane birmano miracolato.

In questi giorni la nostra casa di Milano era piena di missionari del Pime venuti da tante missioni e da vescovi, preti e laici della Birmania e della Tailandia.

Questo avvenimento mi resterà a lungo impresso. Quanti momenti belli, sentimenti forti, incontri…

Ci tengo a comunicarvene tre.

Trovandoci insieme, noi missionari del Pime, abbiamo vissuto questi giorni con gioia serena e con semplicità. La frase più bella sentita riguarda un ricordo di padre Filipazzi, uno dei compagni del Vismara, che quando sentì che si incominciava il suo processo di beatificazione, esclamò: “Se fanno beato lui, devono fare beati tutti noi!”.

Ne ho visti tanti di missionari birmani, compreso il Bellotti, venuto poi in Camerun, ed erano tutti dello stesso calibro e entusiasmo.

La seconda cosa straordinaria è Agrate. Se Vismara è stato riconosciuto ufficialmente beato è perché lui ha vissuto in Birmania ma strettamente unito alla sua parrocchia. E il gruppo missionario l’ha sempre sostenuto, sobbarcandosi poi e in modo meraviglioso, anche economicamente, tutto il cammino e tutta la celebrazione della beatificazione.

Il terzo è il pensiero della santità. Ho sentito in questi giorni che la santità è vicina. Non perché sono già santo, ma avendo conosciuto questi confratelli e sapendo che c’è una lista dei nostri in procinto di essere riconosciuti tali dalla Chiesa, basterebbe che mi impegnassi un pochino di più, non per essere riconosciuto, ma per esserlo veramente. Dimentico però una cosa. Ci vuole, è vero, una scelta precisa e fedele, ma nello stesso tempo ci vuole la caparbietà di padre Clemente di stare unito a Gesù e alla gente e di lasciarsi guidare. Questa caparbietà è dono ricevuto da Dio.

Rapporto con gli altri più maturo

Mi sono chiesto: «Che comunione vivo con questa gente? Posso sentirmi solamente diverso e quindi distaccato, separato?». Quando mi raccontano la loro vita, il loro amore della famiglia e dei poveri, la loro preghiera quotidiana. Quando ogni mattina vedo la mamma davanti a casa sua che mi indica al suo bambino perché mi saluti. Quando constato ogni giorno la loro stima per tanti che hanno lavorato qui, quando sento l’affetto della gente per le Piccole Sorelle ritenute le loro mamme. Quando con affetto osano chiedermi: «E tu, preghi?» e lo fanno perché la preghiera è il momento più bello della vita e lo dobbiamo vivere tutti e tutti vicini gli uni agli altri.

Charles de Foucauld in Marocco, militare e lontano dalla sua fede, si sentì interrogato dall’islam e scrisse: «L’islam ha prodotto in me un grande cambiamento. La vista di questa fede, di queste anime che vivono nella continua presenza di Dio, mi ha fatto intravedere qualche cosa di più grande, di più vero che le occupazioni mondane».

Il vescovo Pierre Claverie di Orano raccontava: «La mia educazione è avvenuta dentro l’amore esemplare della mia piccola e grande famiglia e dentro una tradizione religiosa ben fissa. Ma era anche come vivere dentro un recinto ben protetto e chiuso, dentro una bolla di sapone. Membro di una famiglia francese, avevo vissuto la mia infanzia in mezzo a un popolo di algerini musulmani, ignorando la loro cultura e la loro religione». Poi cambiò direzione sino a dare la vita.

Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine, ha trovato il fondamento dell’unica fede, dell’unica preghiera, dell’unico amore nell’uomo che ha salvato la sua vita, poi nell’uomo musulmano col quale ha passato una notte in preghiera, e con gli Alauyis che hanno chiesto di pregare insieme. Diceva: «È importante lasciarmi trasportare il più avanti possibile nella preghiera dell’altro se voglio essere un cristiano vicino a un musulmano. La mia vocazione è di unirmi a Cristo attraverso il quale sale ogni preghiera e che offre al Padre misteriosamente questa preghiera dell’islam come quella di ogni cuore giusto».

Anche per me sta avvenendo un’apertura.  Poco a poco, avviene un aprirmi, un interesse, l’appropriarmi di una realtà più vasta.

Le varie esperienze fatte, di missione e di azione nelle varie società, mi portano alla conoscenza di un’umanità più ricca, delle varie culture, delle religioni e di un Dio dai mille nomi, volti, esperienze, cammini.

Più resto qui, più mi sento interrogato e spinto a rendermi conto di ciò che ci unisce già, anche se resta velato, prudente, ma in attesa. Per trovare nella loro esistenza quanto mi unisce a loro mi sento chiamato anzitutto ad approfondire la mia spiritualità e a partire da quanto c’è già in me nel mio essere cristiano. Christian de Chergé diceva che lo Spirito gioca con le diversità: gioca, agisce, conduce…

La preghiera del cristiano è preghiera di Gesù e dello Spirito che la anima. Gesù presenta al Padre le preghiere dell’umanità e le preghiere che lo Spirito ispira nei credenti. Il cristiano continua a vivere in Gesù il servizio di essere l’intercessore per l’umanità. Questo mi chiede di impegnarmi a sentirmi unito a ogni  preghiera e a farla mia, a mettere la mia preghiera nella loro e la loro nella mia.

In più sono invitato a mantenere viva la contemplazione di quanto ci unisce. Come ogni uomo e ogni donna sono tali e diversi non per restare separati ma per vivere una comunione più intensa, così la diversità nelle culture e nelle religioni mostra la ricchezza dell’azione dello Spirito e sono fatte per un arricchimento comune. Si tratta di scoprirle, di conoscerle.

Il Concilio ha riacceso la spiritualità della comunione e della contemplazione. «Dobbiamo ritenere che in un modo che Dio sa, per lo Spirito Santo, ogni uomo è associato al mistero pasquale». (Gaudium et Spes 22,5)

Attenersi alla parola data

Il cardinal Bagnasco dice l’importanza di attenersi alla parola data. Pur da lontano, vivendo ora nel Sahara algerino, seguo le vicende di questo mondo o alla radio o alla televisione. Si va sempre più verso la globalizzazione di tutto e, nello stesso tempo, verso l’abbandono e il distacco dalle tradizioni e dalle radici culturali. Ogni cultura ha conosciuto l’importanza della parola. Osservando e seguendo ora informazioni, giudizi, supposizioni, attacchi offensivi, ecc  mi domando dove stia andando la parola.
Spesso mi sorprendo a ricordare le “parole” degli anziani tupuri del Camerun e del Ciad.Ecco alcuni dei loro proverbi.
La lingua è stata messa come spartiacque delle parole
Alcuni parlano senza riflettere e nelle vive discussioni dicono parole malvagie e offensive. A volte rivelano segreti o cose personali che non rispettano la dignità delle persone. La parola deve mostrare la saggezza di chi parla.
Non si semina con la pioggia di un mentitore
Bisogna ben conoscere le piogge. Alcune sono vere, sufficienti, scese al momento giusto per poter seminare. Altre non danno sufficiente garanzia ed è inutile seminare. Se uno è mentitore, non offre sufficiente fiducia per credergli.
È il flauto vedovo
Da solo il flauto non piace, deve essere accompagnato da qualche strumento. È la parola di chi pensa da solo senza rispettare il pensiero degli altri e la tradizione del suo popolo che è molto importante.
Si macina sulla grossa pietra
Ogni donna nella sua capanna ha due pietre: una grossa e appiattita su cui si posa il miglio da macinare, e una piccola che passa sopra con forza di muscoli per rendere il miglio in farina. La pietra grande è simbolo del capo famiglia o degli anziani. Oggi gli anziani si lamentano quando i giovani (la pietra piccola) parlano senza tener conto di loro.
La parola è migliore del bastone
Si ottiene di più con la persuasione della parola. Col bastone non si convince.
La bocca è una cicatrice che non guarisce
Chi non fa attenzione alle sue parole continua a  soffrire e a fare del male.
La parola dell’uomo ha preso l’uccello in volo
La parola arriva lontano.
La furbizia del parlare non dura un mese
Il fidanzato può vantarsi di possedere ricchezze e meriti, ma presto si scopre la verità e perde la fidanzata.
Dici che sei scaltro, ma Dio ti vede
È la parola dell’anziano e del povero di fronte al giovane prepotente. Dio vede e protegge.
La parola “coraggio” non riempie il sacco
Non si soddisfa un bisognoso soltanto con belle parole.
Non si danza sui piedi degli altri
Ognuno è responsabile di quello che dice. Non si è come il pappagallo che ripete parole altrui e che non sa

Lo Spirito ritmerà la fraternità

In un inno allo Spirito Santo leggo: «Lo Spirito ritmerà la fraternità».

Quando trovo la parola ritmo non posso dimenticare quello che ho vissuto in Camerun durante le feste. Al centro c’era sempre il tamburo e questo per ore e ore. Varie volte, anche durante le liturgie, vidi qualcuno togliere bruscamente il tamburo al battitore perché non sapeva dare il giusto ritmo. C’è anche un proverbio che dice: «Non si affida il tamburo a uno stolto!». Infatti il ritmo è l’anima della festa. Se il ritmo non è perfetto, tutti sono infastiditi e insoddisfatti.

Puoi vedere mille e più persone muoversi tutti insieme. Da lontano, anche a dieci chilometri di distanza, puoi sentire il ritmo sordo profondo: lì c’è una festa!

La frase «Lo Spirito ritmerà la fraternità” mi ricorda l’ultimo testo che ci ha lasciato padre Denis Pillet, un Padre Bianco, prima di ritornare in Francia, dopo 64 anni di vita in Algeria.

Quando Papa Giovanni Paolo II disse: «Ogni preghiera autentica appartiene allo Spirito Santo che è nel cuore di ogni uomo. E per trovare la pace è necessaria la preghiera di tutti». padre Denis dice che siamo in piena situazione evangelica e si augura che chi resta in Algeria abbia il coraggio di inventare la sua strada nella fedeltà ecclesiale allo Spirito che soffia dove vuole. Dove c’è vera preghiera, lo Spirito agisce, forma i cuori all’incontro con Dio e col fratello.

L’avventura dell’incontro con l’altro di ogni cultura o religione non è solo un’avventura umana. Il primo a crederci e a impegnarsi è lo Spirito Santo.

Spirito di Dio tu sei il vento… ai tempi nuovi sei dato sospiro di un mondo che spera, ovunque presente come una danza, esplosione della tua libertà.

Ogni uomo è una storia sacra, l’uomo è immagine di Dio. Inventa ancora agli uomini i cammini del loro esodo.

Il mare non separa, unisce

Il Mediterraneo era chiamato dai romani Mare nostrum. Divenuti padroni di tutte le sue coste consideravano queste acque come una sorta di “piscina di casa”.  Tutt’intorno i romani coprirono le terre circostanti di empori di commercio, anfiteatri, templi, ecc.

Dopo i romani altri popoli, emersero e viaggiarono… L’Italia conobbe varie invasioni e presenze e ne conserva ancora i segni.

Oggi parecchi abitanti dei Paesi vicini chiedono ospitalità. Non si presentano più come una volta con le armi di aggressori, ma come gente che vuol convivere. Alcuni italiani, tuttavia, hanno paura che possano a poco a poco invadere e conquistare. Ma molto dipenderà da come gli italiani sapranno incoraggiare e attuare una vera integrazione.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, ha affermato che il mare non separa ma unisce. La convivenza con molti tunisini è pacifica e reciprocamente vantaggiosa. La popolazione della regione è meravigliosa col suo spirito di accoglienza e di fraternità. Soprattutto meravigliose sono state le donne, le mamme, che continuano a dire: «Siamo tutti figli di Dio, siamo fratelli!». Sappiamo anche che il Vescovo ha offerto la sua collaborazione al governo italiano nel dialogo con la Tunisia, per affrontare l’emergenza immigrazione.  «I rimpatri – dice – non devono diventare deportazioni all’incontrario: vanno concordati con Tunisi e accompagnati da progetti per creare lavoro nel Paese nordafricano. Non basta, quindi, il blocco degli imbarchi».

Varie sono oggi le iniziative attorno al Mediterraneo.  Il governatore Francesco Socievole del Rotary Club di Caserta impegnato in varie iniziative, afferma: «Il nostro obiettivo è quello di avvicinare ed unire i diversi popoli che hanno abbracciato l’Umana Civiltà. Sappiamo bene che il Mediterraneo è la fonte di ogni fede, di ogni cultura e di ogni ragione e che i popoli spesso si sono divisi, dilaniati. È forte la speranza che il Mediterraneo diventi mare di pace e di civiltà…».

L’Italia apre e si fa giovane. Aprire la porta e accogliere è rischioso ma non tutti hanno paura. Abramo e Sara accolsero i viandanti e grazie a quella accoglienza si trovarono cambiati, giovani, genitori, benedizione per un popolo nuovo. Sono un simbolo di accoglienza.

Anche l’Italia sente ogni giorno qualcuno che bussa alla porta. Ciò non è nuovo. È sempre stato così fin dai suoi inizi, proprio per la sua posizione geografica. Gente dal nord, dal sud, dall’est, dall’ovest… venne in ogni momento e formò un popolo cosmopolita, multireligioso, multirazziale, multicolore… Ho amici che mi parlano di origini greche, montenegrine, slave, nordiche, ecc. Forse abbiamo tutti qualcosa di straniero nella nostra persona. Ora tutti ci diciamo italiani, italiani veri. Ed è bello. Come quel piccolo cinese che canta: «Lasciatemi cantale, con la chitarra in mano, sono un italiano, italiano velo».

Sì, ridiamo, ma con cuore giovane, aperto, coscienti che ci troviamo in un momento importante, da non perdere, anche se un po’ scombussolati.

Ma perché e come aprire? Non basta il sentimento, pur bello e nobile. Non è solo questione di opere buone, ma di fedeltà alla propria identità culturale. Quello che dicono le donne siciliane: «Siamo tutti figli di Dio, siamo fratelli» è definire la nostra vera natura, credere fortemente al grande progetto della famiglia umana. Questo spalanca cuore, casa, tutto. Con questa verità ci accorgiamo che abbiamo ancora qualcosa da donare e che siamo disposti a diventare nuovi.

Con la coscienza che quello che abbiamo e che siamo non è solo per noi. Tutto ciò che è vita è un dono, da scoprire e da donare.