Come Gesù a Nazareth

Gesù a Nazareth continuava a vivere la realtà di uomo che si inseriva nella realtà umana. Gesù voleva caricarsi di tutto ciò che è l’uomo. Vivendo anche la sua divinità, unito al Padre e allo Spirito, santificava tutta la sua umanità e tutta l’umanità che accostava col suo esempio e il suo amore. Non c’è una vita di Nazareth da considerarsi un primo tempo staccato dal secondo tempo della vita pubblica.
L’umiltà del Verbo fatto carne e la libertà della povertà radicale vissute per un incontro illuminante e salvifico con l’uomo sono fatte proprie da Gesù lungo tutta la sua vita fino alla croce e alla risurrezione.
Fratel Charles vedeva Gesù presente nel tabernacolo realisticamente, come fosse nella casa di Nazareth o a Betania. Per lui, stare ai suoi piedi, amandolo, era la sola cosa necessaria. Pur di vivere con i tuareg, unico cristiano e unico prete, rimase anche senza celebrare. E per più di sette anni rimase senza conservare l’Eucarestia e tanto meno esporla. Capì che il Mistero del Corpo dato è indicibilmente più grande e che era chiamato lui stesso a «offrire il suo corpo in “sacrificio vivente”, come chicco di grano nella terra».
Pensa di essere a Nazareth. La tua casa, quella di Gesù. Non lo vedi, ma lo senti presente. Prega con te, ti è vicino in tutto quello che fai. Puoi anche dedicare un piccolo angolo con un’immagine, là dove riesci e sai trovare una sosta e dove nessuno ti disturba. Lo puoi sentire vivo, ti ascolta, ti parla. Una fiammella può rappresentarti per fargli compagnia o rappresenta lui per fare compagnia a te. La tua vita è comunione con lui per l’umanità che incontri. La tua vita con Lui è dono per la vita piena del mondo, per la salvezza dell’umanità.

Bussa alla mia porta

Come ogni giorno alle sei e trenta, sono in strada per andare a celebrare la messa con le Piccole Sorelle di Touggourt. La strada è completamente deserta. Da lontano sento delle grida e dei colpi contro porte e saracinesche. Intravedo un uomo che si dimena, minaccia e insulta. Passo dall’altra parte del marciapiede, ma l’uomo appena mi vede viene verso di me. Non è la prima volta. Cerco il mio sorriso migliore, gli vado incontro e stendo la mano. L’uomo si calma, mi da la mano, accenna un sorriso e pone il suo volto sulla mia spalla, piangendo. È comune salutarsi tra amici, ponendo il volto sulla spalla. Ma quel mattino, per strada, quel volto sulla spalla, quelle lacrime, mi dicono di più… Dopo un po’ lo rivedo seduto per terra, calmo.
Vivendo qui a Touggourt accosto tante persone, soprattutto studenti. Spesso anche i loro genitori. A volte anche persone con problemi, oltre a chi si trascina verso nord, sperando di passare il mare. È la mia grande famiglia. Non accadono grandi cose. Ci si vuol bene.

Bussa alla mia porta
Tu che vieni a disturbarmi
Bussa alla mia porta
Tu vieni a risuscitarmi

Non so ne il giorno ne l’ora
Ma so che sei tu Signore

Bussa alla mia porta
Tutto il vento del tuo spirito
Bussa alla mia porta
Il grido di tutti i miei fratelli

Bussa alla mia porta
Il grido dei tuoi affamati
Bussa alla mia porta
La catena dei prigionieri

Bussa alla mia porta
Tu, la miseria del mondo
Bussa alla mia porta
Il Dio di tutta la mia gioia.

(Inno del breviario francese)

Una Chiesa che coinvolge e si lascia coinvolgere

Cari amici, scusatemi se ripeto, riscrivo, talvolta dimentico quanto già vi ho scritto. È per coinvolgervi in un rapporto di fraternità con tutti. Nuova Evangelizzazione è coinvolgere nella stessa passione… Il primo a coinvolgere fu Gesù. I discepoli presero da lui la passione di vivere la vita come comunione.
Quando piccola sorella Jeanne è arrivata a Touggourt a celebrare i settant’anni della fondazione della fraternità nel dicembre 2009, Tahart è andato a riceverla all’aeroporto. Gioia inaspettata, la stessa amicizia, la stessa fedeltà. Alla preghiera del mattino Jeanne dice: «Preghiamo per quelli che hanno fondato con noi la fraternità». Gioia di essere insieme, tra persone di religione diversa. Gioia del Regno. Averla qui a Touggourt è rivivere i tempi degli inizi. Tahart è uno dei due fratelli che hanno accolto Magdeleine. Ha 88 anni. Li porta bene. Durante il pranzo mi dice: «L’amicizia che abbiamo condiviso è un’amicizia divina. È Dio che ha voluto tutto quello che abbiamo vissuto insieme”. Magdeleine chiedeva consiglio agli amici nomadi quando preparava i testi di fondazione della Congregazione. Li ascoltava e li trovava di una grande saggezza e profondità. Una fraternità fondata assieme a dei musulmani. Questa comunione del cuore dura da oltre settant’anni e lo ripetono: «Siamo cresciuti qui. Questa è casa nostra».
Una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci scrive: «Dopo la tragedia e il “sacrificio” vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi».
È quello che dissero due algerini alla morte del vescovo Claverie, ucciso in Algeria assieme al suo autista: «Pierre Claverie mi ha spinto su questa strada. La mia visione dell’islam è diventata più critica, più antropologica. La mia fede si è sviluppata in favore della riconciliazione con l’altro». (Abderrahman)
«P. Claverie mi ha insegnato ad amare l’islam, mi ha insegnato a essere musulmana, amica dei cristiani d’Algeria. Ho imparato che l’amicizia è anzitutto fede in Dio, amore dell’altro, solidarietà umana» (Oum el Kheir).
Questo coinvolgere è reciproco. La comunione è trasmettersi stimoli, incoraggiamenti, esempi, valori. Quando vedo certe persone sacrificarsi per aiutare chi soffre, ho l’impressione di vedere un amore più grande del mio. E questo avviene in persone di qualsiasi cultura e religione.
Ho chiesto a qualche commerciante: «Perché sei cosi generoso non solo con me, ma anche con la tua gente, soprattutto con i poveri?». Mi ha risposto: «Quando faccio del bene, ricevo ancora di più… Io penso soprattutto alla persona, non solo ai soldi».
Anche Gesù ha coinvolto e si è lasciato coinvolgere. Ha coinvolto il buon “ladrone” che vedendo soffrire Gesù, ha preso le sue difese. E Gesù si è lasciato coinvolgere dalla sensibilità di sua madre quando gli ha chiesto di aiutare gli sposi a Cana. Poi anche da altre persone, fino a dire: «Non ho mai trovato una fede così grande».

Dio non si è stancato di amare l’umanità

Ho goduto un bel momento alla tivù che arriva anche nel deserto del Sahara. Un momento ecumenico. Ecco le parole di introduzione del Card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura. «Santità, nel giorno dedicato dalla liturgia a San Benedetto, quasi come per un omaggio augurale a Lei rivolto, la West-Eastern Divan Orchestra – col suo appassionato fondatore e direttore M° Daniel Barenboim – si presenta davanti a Vostra Santità e davanti al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano che tanto ha desiderato questo evento così suggestivo.
Questi giovani orchestrali sono il simbolo vivente delle tre grandi culture religiose della Terrasanta, l’ebraica, la cristiana e la musulmana. A unirli non c’è solo la fede nell’unico Dio e la comune radice abramitica, ma anche la musica, che è la vera lingua universale dell’umanità. Per creare l’atmosfera spirituale profonda di questo evento, è naturale, allora, far risuonare la voce di tre alti testimoni delle fedi qui rappresentate.
La prima è quella dell’islam, col celebre poeta mistico musulmano Jalal ed-Dîn Rûmî, contemporaneo di Dante. Egli nel suono dolce del flauto intuiva la nostalgia del canneto da cui era stato strappato, parabola del nostro legame originario con Dio: “Fuoco è questo grido di flauto – scriveva – e non vento, fuoco dell’Amato divino che ha invaso ogni particella del mio essere, per cui di me non rimane che il nome, tutto il resto è Lui!”.
La seconda voce è quella dell’ebraismo con Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace 1986. Egli rievocava la scala della visione di Giacobbe sulla quale salivano e scendevano gli angeli (Genesi 28) e concludeva: “Ebbene, quando gli angeli risalirono in cielo, dimenticarono di ritirarla. Da allora essa è rimasta tra noi ed è la scala musicale che ci fa ascendere dalla terra al cielo”.
L’ultima voce, che facciamo idealmente risuonare questa sera, è quella del cristianesimo con lo scrittore del VI sec. Aurelio Cassiodoro. Egli nelle sue Institutiones ammoniva: “Se continueremo a commettere ingiustizia, Dio ci lascerà senza la musica”.
Santità, la musica che tra poco risuonerà ci ricorderà che – nonostante tutto – c’è ancora giustizia, amore e pace nel mondo e ci ripeterà che Dio, se ci lascia ancora la musica, è segno che non si è stancato di amare l’umanità».

Amare è far vivere Dio

Nei dialoghi con amici di religione diversa l’idea di Dio è la più frequente. Ma questo succede anche in Italia. Un amico mi scrive: «Ci immaginiamo un Dio a distanza, collocato un po’ al di là di noi, al limite della dimensione, sufficientemente metafisico…».
Sant’Agostino invece invita a trovare Dio al cuore della vita: «Ritorna al tuo cuore e da lì al tuo Dio, perché il cammino non è lungo dal tuo cuore a Dio. Tutte le difficoltà vengono perché sei uscito da te: ti sei esiliato dal tuo proprio cuore, ritorna al tuo cuore».
È meraviglioso sentire questa comunione di cuore a cuore con Dio, di essere una sola esistenza, interdipendenti, solidali.
Nel libro di Jean-Marie Ploux Dieu n’est pas ce que vous croyez (Dio non è quello che voi credete) trovo queste riflessioni: «La parola di Dio ha bisogno dell’umanità. Maria dona il suo corpo perché la Parola nasca in Gesù. Questo è stato vero, a un altro titolo, anche quando Dio ha avuto bisogno di tutta l’umanità, di tutti i profeti, di tutti coloro che hanno accolto la Parola di Dio nel loro cuore e che vivono di Essa. Senza un “sì” degli uomini, non c’è parola di Dio tra loro. Alla fine della enciclica Dio è amore, Benedetto XVI invita a “vivere l’amore e in questo modo a far entrare la luce nel mondo”».
Hetty Hillesun, giovane donna ebrea, assassinata a Auschwitz, ha lasciato scritto: «Mi appare sempre più chiara una cosa: non sei tu Dio che puoi aiutarci, ma noi possiamo aiutarti e facendo ciò aiutare noi stessi. È tutto quello che noi possiamo salvare in questa epoca ed è la sola cosa che vale, un po’ di te in noi, mio Dio».
Molta gente ha aiutato Dio negli altri e a renderlo visibile ai nostri occhi, perché si erano chiusi.
Un giovane disse un giorno che amare è far vivere Dio. «Dio non agisce come un mago, ma si fa sentire vivo e ci accompagna perché noi siamo più umani in tutto ciò che viviamo».

Ricordando Martini

C’era un filo rosso che legava i ragionamenti del card. Carlo Maria Martini nella sua quiete di Gerusalemme: «I credenti non hanno bisogno di chi instilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere una “coscienza sensibile”».
Ed è bello camminare insieme a chi ha una fede diversa. «Lasciati invitare a una preghiera con lui – suggerisce con mitezza Martini – portalo una volta a un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell’estraneo».
Per il cardinale la grande sfida geopolitica contemporanea è lo scontro delle civiltà. Conoscono davvero i cristiani il pensiero e i pensieri dei musulmani – si chiede Martini – e come fare per capirsi?
Tre sono le indicazioni: abbattere i pregiudizi e l´immagine del nemico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul Corano; studiare le differenze; infine, avvicinarsi nella pratica della giustizia, perché l´islam in ultima istanza è una religione figlia del cristianesimo così come il cristianesimo è figliato dal giudaismo.
La regola aurea del cristiano – Martini lo ribadisce in un suo scritto che assomiglia tanto a un testamento spirituale – è: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Anzi, spiega con la precisione dello studioso della Bibbia, Gesù dice di più: «Ama il tuo prossimo perché è come te». Da lì sorge l´imperativo a praticare giustizia. È terribile, insiste Martini, invocare magari Dio nella costituzione europea, e poi non essere coerenti nella giustizia. E qui il cardinale di Santa Romana Chiesa tira fuori il Corano e legge la splendida sura seconda. «Non si è giusti, se ci si inchina per pregare a Oriente o a Occidente. Giusto è colui che crede in Allah e nell’Ultimo Giudizio. Giusto è colui che pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini. Chi fa l’elemosina e riscatta gli incarcerati. Costui è giusto e veramente timorato di Dio».

Tibhirine: sono ancora vivi

Due donne desiderano parlarmi. «Noi veniamo spesso a rivedere il luogo dove attendevamo per essere accolte dal dottor Luc, uno dei sette monaci. Era il nostro papà. Non solo ci curava, ma si interessava a noi, ci consigliava. Partivamo contente, serene. Sentivamo l’affetto di un padre».
Tibhirine, dopo gli anni del silenzio, sta vivendo una vita nuova. Il film Uomini di Dio è suonato come uno squillo di Risurrezione, come la rottura della diga che tratteneva l’acqua della sorgente viva della parola del monastero, parola di monaci, parola di Dio.
Oggi a Tibhirine li senti vivi. Tutto parla ancora. Ogni giorno arrivano persone di varie nazionalità, anche parecchi algerini. I primi e i più fedeli sono i membri delle ambasciate che risiedono ad Algeri. Col belga Federico e la milanese Francesca accendiamo sette lumini sulle tombe dei sette martiri. Tombe di pietra con una targa e il nome. Semplicità assoluta.
Prima di partire dal Belgio, Federico aveva detto al suo gruppo di preghiera: «Vado a Tibhirine». Subito, una anziana signora corse a cercare e a dargli sette lumini dicendogli: «Accendili per me».
Accendendoli, ho pensato a quanti di voi vorrebbero essere con me per sentire l’emozione, lo sconvolgimento interiore e poi il senso di pace, di serenità, di libertà crescenti davanti alle loro tombe. Tibhirine, anche se continuamente visitato, resta luogo pieno di silenzio e di preghiera.
Ho letto nel quaderno che raccoglie le testimonianze dei visitatori: «Mio Dio, nelle tue mani è il mio destino. Mi trovo qui per caso, ma il caso non esiste. Tu ci stai dentro. Ti ringrazio per tutto quello che scopro nel popolo algerino. Tu sei la mia guida. In te confido, grazie Signore».
«Lo spirito dei monaci cammina con noi, col loro umanesimo, con la loro fraternità. Un esempio da vivere insieme, cristiani e musulmani».
Il silenzio è interrotto dal rumore di un trattore. Padre Jean Marie Lassausse sta caricando letame e lo sparge sul terreno. Ha preso in consegna Tibhirine nel Duemila, in attesa che altri monaci arrivino. È diventato il Giardiniere di Tibhirine, come racconta il suo libro (San Paolo, 2011) assieme a due operai algerini, gli stessi che lavoravano con i monaci. Recentemente, si sono aggiunti Anne e suo marito Hubert, diacono, che aiutano a mantenere il monastero accogliente. Lavora la terra come la lavoravano i monaci perché la terra, l’Algeria, continui a produrre frutti di ogni specie, soprattutto quelli seminati dallo “Spirito di Tibhirine”.

A Nazareth e nel mondo

La Chiesa si impegna nella nuova evangelizzazione e il Papa indice l’Anno della Fede. Si tratta di ritrovare Gesù, di viverlo, di testimoniarlo.
Già nel 1977, così scriveva Joseph Ratzinger: «La Grande Chiesa non può né crescere né prosperare se le si lascia ignorare che le sue radici si trovano nascoste nell’atmosfera di Nazareth. Prima della ricerca accademica, Charles de Foucauld ha incontrato il vero “Gesù storico” e aprì così una nuova via per la Chiesa. Fu per la Chiesa una riscoperta della povertà. Nazareth ha un messaggio permanente per la Chiesa. La Nuova Alleanza non comincia nel Tempio, né sulla Montagna Santa, ma nella piccola casa della Vergine, nella casa del lavoratore. In uno dei luoghi dimenticati della “Galilea dei pagani”, dalla quale nessuno aspettava qualcosa di buono. Solo partendo da lì la Chiesa potrà prendere un nuovo slancio e guarire. Non potrà mai dare la vera risposta alla rivolta del Novecento contro la potenza della ricchezza se, nel suo stesso seno, Nazareth non è una realtà vissuta».
La Chiesa deve ritornare a Nazareth per ritrovare la forza di camminare. Gesù non rimase a Nazareth.
Charles de Foucauld pensava di aver trovato finalmente Gesù, ma è proprio a Nazareth che capì la sua vocazione e la capì restando fisso meditando Gesù. Nel 1896 durante la sua prima esperienza nella trappa sentiva tre vocazioni e le volle viverle tutte e tre. Aveva scritto: «Niente è più perfetto dell’imitazione di una delle tre parti della mia vita, Nazareth, la quarantena, la vita pubblica…
La vita di Nazareth, è la mia vita, quella della Santa Vergine e di San Giuseppe… La vita della quarantena sul deserto, è la mia vita, quella di Giovanni Battista… La vita del ministero, è la mia vita, quella di Pietro e di Paolo, degli apostoli e di San Francesco d’Assisi… Stessi effetti, prodotti dalle stesse cause… Lo Spirito che ha spinto queste anime è quello che ti spinge».
E Charles si mise in cammino…
Una cinquantina d’anni prima, il Beato Giovanni Mazzucconi, del primo gruppo di missionari del Pime – che poi morì ucciso in Oceania – aveva scritto: «Che importa poi se il sole avanzandosi, mentre abbronzò la faccia del missionario e lo sferzò del ministero faticoso, appena poté vide pure il solitario, raccolto ai piedi di un altare, silenzioso con la pupilla estatica? Che importa? Uno solo è il pensiero dei santi, una sola ed uguale la forza, la gioia del missionario, del cenobita, del parroco: Dio! Dio la loro vita, perché la loro meditazione. Che importa in quale parte del mondo si consumino i giorni della prova? Noi siamo uniti perché uno solo è il centro a cui si corre: Dio».
Piccola Sorella Magdeleine, dopo aver viaggiato e disperso le Piccole Sorelle in tutto il mondo, scrisse: «È il Signore che ha fatto tutto presso di me. Niente è impossibile a chi crede. Niente è impossibile a chi ama. Come lo diceva Fratel Charles : “Gesù è il Signore dell’impossibileӻ.
La Chiesa vive a Nazareth, sui deserti e tra i Gentili della Galilea del mondo… con Gesù nel cuore.

Impressioni di infinito

In un meraviglioso volume, il fotografo Faride Fellah pubblica le sue foto del Sahara: «Mondo muto, mondo di silenzi, mondo fuori del tempo che ha un filo che unisce cielo e terra, che ha una melodia profonda e serena che unisce o separa al di là del tempo e dell’eternità».
Ogni foto è accompagnata da un pensiero… Ogni silenzio si fa sentire attraverso una riflessione.
«Nonostante le loro origini, le loro credenze o non credenze, le loro certezze e il loro dubbio, la comunione del pensiero che gli scrittori testimoniano attraverso i loro scritti mostra come l’Universalità dell’Uomo non è una parola vuota…  Tutti evocano una simbiosi eterna sul mistero sahariano e diventano “gli ambasciatori” del mondo muto.  Balbettano, mormorano, si inabissano nella notte del Logos, fino a ritrovarsi a livello delle radici, dove si confondono le cose, le formulazioni…» (Francis Ponge)
Charles de Foucauld nel suo cammino per giungere a vivere coi Tuareg, arrivò fino alle alture dell’Assekrem nel sud del Sahara algerino. Ha lasciato scritto: «La vista è la più bella che non si possa dire, né immaginare. Nulla può dare l’idea di foresta di picchi e di guglie rocciose che si ha ai propri piedi. È una meraviglia. Non la si può ammirare senza pensare a Dio. Mi è difficile distogliere lo sguardo da questa vista ammirevole, la cui bellezza e impressione di infinito ci ravvicinano a Dio, mentre questa solitudine e questo aspetto selvaggio ci dimostrano quanto si è soli con Lui e come si una goccia d’acqua nel mare».
Sul quaderno delle testimonianze che la gente lascia scritte all’interno del suo eremo, ho letto:
«Non sono credente, ma oggi sono arrivato qui all’Assekrem. Ho letto qualche parola di Charles de Foucauld. Mi sento vicino a Dio e all’anima, alla grande anima, all’uomo, al santo. All’Assekrem ho toccato con mano la grandezza dell’universo. Ne sono affascinato». H.H.
«Come non pensare al creatore universale davanti a tanto splendore. Un paesaggio lunare, una vista magica che porta all’umiltà. Sufficiente per ricordare all’uomo che non è polvere e che deve tutto a Dio. Sufficiente per vivere felice». M.
Giorni fa ho avuto la gioia di passare alcune ore assieme a un amico che vive in un ambiente di dune e che conserva quanto la sua famiglia gli ha trasmesso di vita nel deserto. Mi diceva: «A un certo momento si avverte che il silenzio diventa una melodia e se ti lasci trasportare tu non sei più dove sei, ma entri in un altro mondo e senti una serenità infinita…».
Il Papa ha scritto un messaggio autografo al Meeting di Rimini, dicendo: «Anche se l’uomo rifiuta o nega Dio, la sete di infinito che abita il cuore dell’uomo non scompare mai».

Cammino di fraternità

Per celebrare il 50° anniversario dell’indipendenza dell’Algeria, Paul Desfarges, vescovo di Constantine, scrive: «Nel 1962, la Chiesa ha ridetto sì alla comunione col suo popolo. È rimasta fedele alla sua storia che risale ai primi secoli della nostra era, fedele alla fede di San Cipriano, di Sant’Agostino, fedele alla fede dei martiri dei primi secoli, fedele al seme cristiano in terra algerina.
Le parole profetiche del card. Duval erano state preparate dalla scelta di vita dei cristiani e delle cristiane di essere “con gli algerini” loro fratelli.
Ricordiamo semplicemente le congregazioni nate in terra algerina, i Padri Bianchi e le Suore Bianche, i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù. Il beato fratel Charles de Foucault volle diventare su questa terra un fratello universale. La piccola sorella Magdeleine fondò la Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù, in comunione coi suoi vicini musulmani di Touggourt che sono in certo modo confondatori della Fraternità. Bisognerebbe citare ancora altre congregazioni e l’impegno di vita di preti, suore, laici presso gli Algerini, qui in Algeria, ma anche presso gli immigrati in Francia o in Europa. Quanti legami umani profondi si sono intrecciati!Celebrare questi cinquant’anni di indipendenza è celebrare la storia della fraternità. È scegliere ancora la Fraternità, nell’oggi dell’Algeria coi suoi dubbi, incertezze e speranze.
Su questo cammino d’impegno per la fraternità, nella Storia Santa del nostro popolo, tanti musulmani avrebbero un ottimo posto: l’Emiro Abdelkader e la guardia campestre che ha rischiato e perso la vita per salvare quella del fratello Christian de Chergé durante la guerra di liberazione.
La storia spirituale del nostro paese non è ancora scritta. Grazie all’amicizia, la nostra Chiesa poté attraversare la prova del decennio nero. I nostri martiri non sono i soli a far parte della sua storia spirituale. Alcuni Imams non hanno voluto sostenere la violenza al prezzo della loro vita. I nomi di donne coraggiose, di giornalisti, d’intellettuali, e di tanti senza nome, sono degni di essere scritti nel nostro martirologio. Sono figure di questo Islam del cuore…
Festeggiamo, quest’anno, cinquant’anni di gioie e di prove sul cammino della fraternità».