Asia Bibi di fronte alla Corte suprema

Asia Bibi è in carcere in Pakistan da circa 2.700 giorni con l’accusa di blasfemia contro l’islam. Giovedì 13 ottobre dovrà apparire di fronte alla Corte suprema di Islamabad, che nel luglio del 2015 ha sospeso la pena e disposto il riesame del caso.

Asia Bibi è ormai uno dei simboli della mancanza di libertà religiosa nel mondo. Madre di cinque figli (di cui uno disabile) cattolica, arrestata il 19 giugno 2009 nel suo villaggio di Ittanwali nella regione del Punjab, è accusata di aver offeso il profeta Maommetto e di aver bevuto a una fontana del villaggio riservata alle donne musulmane.

È condannata a morte in base alla legge sulla blasfemia introdotta nel 1986, contestata sia in patria che all’estero, non solo da parte dei cristiani. Ora la legge è diventata un’arma nelle mani dei violenti e dei fondamentalisti islamici. Asia Bibi si domanda: «Perché l’islam è diventato così intollerante, perché l’islam non è più l’islam? Facevo la domestica in una famiglia musulmana e mi curavo dei bambini. Erano persone tolleranti. Bevevano nel bicchiere che passavo loro, mangiavano nei piatti che lavavo e mi lasciavano libera la domenica per partecipare alla Messa».

Legate alla sua vicenda ci sono state altre due vittime. Sono stati uccisi il governatore (islamico) del Punjab, Salman Tasser, e il ministro (cattolico) per le minoranze Shabbaz Bhatti, che seppe accendere i fari dell’attenzione pubblica internazionale sulla giovane analfabeta di uno sperduto villaggio del Pakistan.

Su di lei, il giornalista Lorenzo Fazzini riporta nel giornale Avvenire quanto la poetessa e scrittrice libanese Khouri-Ghara scrive nel libro Le roman d’Asia Bibi: «Immagino che Asia voglia farla finita, ma sente un rumore di campane di una chiesa vicina che suonano a distesa… Dolcissima è, infine, e realistica, la tenerezza con cui segue l’evolversi della crescita dei suoi cinque  figli, che da oltre sette anni sono senza la loro madre… Drammatiche le raccomandazioni che Asia Bibi (si immagina l’autrice o è realtà?) offre al marito per quando lei non sarà più: cambiare il cognome perché i figli non siano più riconosciuti e non subiscano la vergogna di essere nati da una mamma morta in prigione; cambiare città e andare il più lontano possibile da dove sono vissuti».

Il ministro cattolico Shabbaz Bhatti, ministro delle minoranze, incontrò la donna reclusa e le disse: «Tu vivrai». Tre giorni dopo il ministro morì assassinato. La scrittrice conclude: «Dubitare della parola di un martire è un sacrilegio».

Mercanti di schiavi. Tratta e sfruttamento nel XXI secolo

È il titolo del libro della San Paolo Edizioni della giornalista del Pime, Anna Pozzi, sulla tratta moderna degli schiavi. Leggiamo dalla presentazione: «La tratta di esseri umani è la peggiore schiavitù del XXI secolo e riguarda il mondo intero. In Italia i nuovi schiavi sono le ragazze costrette a prostituirsi in strada o nei centri massaggi, gli uomini obbligati a lavorare nei campi sino a 14 ore per pochi spiccioli, i bambini forzati a mendicare o le madri che cercano di mantenere i figli lasciati a casa accettando lavori in condizioni servili. Allargando un poco lo sguardo, i nuovi schiavi sono i bambini venduti dai terroristi in Medio Oriente; uomini e minori costretti a lavorare in condizioni subumane nelle miniere dell’America Latina o i bambini-soldato dell’Africa. E sono moltissimi altri, sino a raggiungere le nuove frontiere dello sfruttamento, che vanno dalle gravidanze surrogate alle spose-bambine. I nuovi schiavi hanno in comune le situazioni di estrema vulnerabilità da cui provengono: guerre, povertà, diseguaglianze, corruzione, violenze e persecuzioni. Ma anche l’incapacità – o la non volontà – dei governi locali e delle istituzioni internazionali di affrontare il fenomeno. Non si tratta infatti solo di perseguire i criminali, ma anche di agire sulle cause che obbligano milioni di persone a lasciare le loro case, spingendole spesso nelle reti dei trafficanti; e sulla domanda, soprattutto di lavoro servile o di sesso a pagamento, in continua crescita nei Paesi più sviluppati. Un reportage che racconta tutte le verità sulla tratta di esseri umani e le nuove schiavitù del XXI secolo».

Di questo traffico, finalizzato in particolare allo sfruttamento sessuale delle donne, parlava già il libro Schiave. Trafficate, vendute, prostituite, usate (San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 292, euro 18) scritto sempre da Anna Pozzi con suor Eugenia Bonetti presidente dell’organizzazione “Slaves no More” e per molti anni responsabile dell’ufficio “Tratta donne e minori” dell’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi).

Papa Francesco, come gesto di misericordia, aveva visitato a sorpresa, lo scorso agosto, un gruppo di donne vittime della tratta e dello sfruttamento sessuale accolte dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e ha chiesto perdono: «Io vi chiedo perdono per tutti quegli uomini che vi hanno fatto soffrire. Chiedo perdono per tutti quei cattolici e credenti che vi hanno sfruttato, abusato e violentato.Vivete con speranza e gioia il futuro che vi attende».

Distruggere i monumenti è distruggere un popolo

Rolla Scolari, nella rivista Oasis (Anno XII- n.23), traduce e presenta quanto Christian Sahner scrive nel suo libro Among the ruins (Hurst & Company). Sahner è studioso di storia bizantina, araba e islamica a Princeton. Il libro è una avvincente e facile introduzione alla storia siriana: l’avvento dell’islam, i cristiani rimasti maggioranza per secoli, ascesa al potere della minoranza alawita, il consolidarsi dell’ideologia baathista, la guerra di oggi. Vi si sente la passione dell’autore per un passato contenuto nelle mura di decine di chiese, moschee, palazzi mausolei… molti dei quali oggi sono stati distrutti o dissacrati dalla furia del conflitto.

Sahner lamenta: «La perdita di questa eredità culturale è una tragedia non soltanto in termini assoluti. Significa anche depredare la Siria del suo legame con un passato poliedrico e variegato. In realtà, quando si distruggono i monumenti di un popolo e la loro testimonianza materiale, si distruggono i popoli stessi. Quanto è più difficile ricostruire un Paese quando i suoi simboli più importanti sono scomparsi per sempre?».

Giovanni Paolo II disse: «Sia i musulmani sia i cristiani hanno cari i loro luoghi di preghiera, come oasi in cui incontrano il Dio Misericordioso lungo il cammino della vita eterna, e i loro fratelli e le loro sorelle nel vincolo della religione».

 

Rania e l’identità di Charles de Foucauld

Il 17 settembre scorso, Claude Rault, vescovo del deserto dell’Algeria, ha celebrato il centenario della morte del Beato a Strasburgo, luogo della sua nascita. Tutto il discorso è sul filo di questa frase pronunciata da Rania, donna musulmana: «Era un uomo che aveva tutto e che lasciò tutto per avere ciò che non aveva».

«Rania, giovane donna musulmana di 32 anni, è deceduta trasportata dalla corrente improvvisa di un oued a Tamanrasset. Da alcuni anni era stretta collaboratrice del Piccolo Fratello Antonio Chatelard, negli studi su Charles de Foucauld. Accompagnava i gruppi di turisti soprattutto a visitare il Bordj, dove è stato ucciso Charles de Foucauld. Era presente a Roma alla beatificazione e ha dato una lunga testimonianza che ci aiuta a capire il cammino di una musulmana sui passi di De Foucauld».

Eccone alcuni stralci:
«I visitatori, anche musulmani, mi chiedevano il perché del mio studio, lavoro, accompagnamento di fratel Charles. Mentre cercavo di capire, mi accorgevo che stavo cercando di capire me stessa.
Lessi la sua ricerca nei momenti più difficili della sua vita e il suo sforzo per uscirne. C’è voluto del tempo. Non è stato facile. Avevo paura di perdere la mia identità e le mie radici. Mi sembrava di trovarmi in un crocevia di separazione. Al contrario lo vivo come un crocevia di incontro e di comunione. Attraverso lì, ho scoperto quanto c’è in me di ricco e di unico, senza aver perso la mia identità. Cammino sugli stessi passi di Fr Charles e trovo la forza di vivere il mio cammino senza paura».

Mons. Claude Rault presenta invece il Beato Charles de Foucauld in questo modo: «Aveva tutto per riuscire nella bella carriera militare. Ma lascia la vita militare per indisciplina. Studia l’arabo e lo yddish e vive una spedizione in Marocco come un pellegrino ebreo. Scrive la sua esplorazione in Marocco e diventa celebre. Ma non è quello che cerca.

Nei suoi viaggi scopre uomini che hanno la fede, musulmani che hanno fiducia in Dio, che pregano e hanno un senso della loro vita. Ne è scosso perché non ha la fede. Si trova in ginocchio nel confessionale di una chiesa di Parigi davanti a un prete, Huvelin, che non lo lascerà più. Pensa di avere ciò che non aveva, ma questo sarà solo al termine di una lunga ricerca. Comincia un interminabile viaggio spirituale, prima a Nazareth, poi in un monastero che però trova ricco. Eccolo ora in un altro monastero, fa i voti religiosi, gli studi teologici, è ordinato prete. Crede di aver trovato.

Gli manca di raggiungere i più lontani, i più poveri, i più isolati. Nel 1901 è a Beni Abbes, monaco, cappellano dei militari, difensore accanito degli schiavi. Ma non basta. Bisogna andare più lontano. Eccolo a l’Hoggar nel 1905 a Tamanrasset, solo… in mezzo a un piccolo villaggio tuareg. Si stabilisce, vuole diventare uno di loro e ne studia la lingua. Prega, lavora duro, cerca l’ultimo posto. Durante una carestia dona tutto, attende la morte. Nel 1908 i suoi amici poveri lo guariscono portandogli il latte di capra. La sua vita cambia e capisce che deve lasciare agli altri la gioia di dare. Sono i poveri che lo salvano.

Ora lascia la presa. Conosce la gioia dell’abbandono, essere se stesso, lavorare, pregare, vivere in mezzo a quel popolo, accogliere…. e soprattutto prepararsi a seguire il cammino del suo Beneamato Fratello e Signore Gesù. Viene ucciso il primo dicembre 1916 davanti al suo Bordj che non l’ha protetto, tradito da uno dei suoi vicini, come il suo Signore. Grano steso per terra che muore per portare frutto.

Quello che non aveva ora gli viene dato: è la scoperta del volto di Gesù, il Beneamato Signore e Fratello che non  smise mai di cercare per esser finalmente con lui».

È commovente pensare che una musulmana abbia saputo trovare il filo di una vita così straordinaria.  Cristianesimo e islam, se si ascoltano, possono capirsi bene.

Tutto sui migranti

Se ne parla tanto e spesso senza sapere qual è la verità. Migranti liberi o forzati? Giovani e/o vecchi? Tanti e/o pochi? Buoni e/o cattivi? Tanti/e nella tratta sessuale? Rubano il lavoro agli italiani? Vanno a scuola fino a quale classe? Vicini, sembriamo uguali? Tutti delinquenti? I rifugiati sono un’emergenza? Mamma li turchi? Quale posto della politica?

A queste domande rispondono due professori dell’università di Padova, Stefano Allievi e Giampiero Dalla Zuanna, nel piccolo libro Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (Editori Laterza).

È necessario avere chiarezza di vedute per non trovarci a subire trasformazioni nella società. Nel libro leggiamo: «C’è bisogno di sguardi fermi, di intelligenze vive, di principi solidi e di fantasia… L’orizzonte storico in cui ci collochiamo è quello di ulteriori gigantesche trasformazioni… delle nostre società, all’interno delle quali si collocano anche le crescenti mobilità umane, nelle varie direzioni, che probabilmente tenderanno ad aumentare ulteriormente. Ci sono ottime ragioni per guardare ad esse con il dovuto realismo, le necessarie cautele, valutandone gli inevitabili costi, ma anche cogliendo le ragionevoli opportunità e forse le speranze che queste prospettive offrono».

Anche la rivista “Mondo e Missione” del Pime segue costantemente la realtà dei migranti. Nel numero di maggio 2016, la rivista ha aderito alla Campagna “Italiani subito”, per chiedere che agli immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, sia riconosciuto il diritto di cittadinanza. Lo sostengono le riviste missionarie e le associazioni per i diritti dei migranti. Che chiedono sia presentato quanto prima al Senato, per la sua definitiva approvazione, il disegno di legge sullo “ius soli”.

Accompagniamo Papa Francesco ad Assisi

Papa Francesco ritorna ad Assisi, capitale della pace e del dialogo. Egli vi ritorna «con la forza debole della preghiera perché la preghiera prevalga di fronte alla prepotenza delle armi». Incontrerà 511 leader religiosi, riuniti dal 18 al 20 settembre al meeting “Sete di pace. Religioni e culture in dialogo”.

Ogni fede porterà ad Assisi il cuore della sua spiritualità. Fu Papa Wojtila ad avere l’intuizione di invitare a pregare in questa cittadina rappresentanti di varie religioni «perché è evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace».

Saranno vicini a Papa Francesco Bartolomeo I, patriarca di Constantinipoli, Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, Efrem II, patriarca siro-ortodosso di Antiochia e alcuni leader musulmani ed ebrei.

È bello ricordare quanto scrisse il cardinale Roger Etchegaray in quel 1986: «Quando, alla fine di una grigia mattinata, l’arcobaleno è apparso nel cielo di Assisi, i capi religiosi riuniti dall’audacia profetica di uno di essi, Giovanni Paolo II, vi hanno scorto un richiamo pressante alla vita fraterna: nessuno poteva più dubitare che la preghiera avesse provocato quel segno manifesto dell’intesa tra Dio e i discendenti di Noè. Nella cattedrale di San Rufino, quando i responsabili delle Chiese cristiane si sono scambiati la pace, ho visto le lacrime su certi volti e non dei meno importanti».

Accompagniamo Papa Francesco. «Costruiamo ogni giorno con la forza della preghiera lo Spirito di Assisi, spirito di San Francesco, spirito evangelico».

Oltre le religioni

Mi ci è voluto del coraggio, poi premiato dalla gioia della novità, per leggere il libro Oltre le religioni (Gabrielli Editori). Gli autori, tra i più prestigiosi, brillanti e amati della nuova teologia di frontiera, così presentano le loro tesi.

John Shelby Spong, vescovo episcopaliano : «Non possiamo più percepire Dio in modo credibile come un essere dal potere soprannaturale, che vive nell’alto dei cieli. Dobbiamo trovare un nuovo modo di concettualizzare Dio e di parlarne».

Maria Lopez Vigil, giornalista cubano-nicaraguense : «Quando nessuna persona è sacra, tutte le persone diventano sacre. Quando nessun luogo è sacro, vedo nella Natura intera il sacro tempio di Dio. Anche questo ce lo ha insegnato Gesù».

Rogers Lenaers, gesuita belga: «Siamo parte di un cosmo che è l’autoespressione, in continuo movimento evolutivo, dello Spirito creativo, che è Amore. Questo Amore assoluto non abita in cielo, ma nel cuore di tutto ciò che esiste».

José Maria Vigil, clarettiano spagnolo: «Le religioni dovranno concentrarsi sul compito essenziale, che non cambierà: aiutare l’essere umano a sopravvivere diventando sempre più umano».

Marcelo Barros, monaco benedettino, nella presentazione del libro scrive: «Lo sforzo di esprimere la fede in accordo con le culture attuali permetterà di vivere in maniera più profonda la proposta di papa Francesco di una “Chiesa in uscita”. Nell’Italia di alcuni anni fa, figure come quelle di Tonino Bello, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Adriana Zarri e anche del cardinale Carlo Maria Martini hanno cercato, ciascuna a modo suo, di rispondere a queste sfide. (…) Si tratta di processi interiori o spirituali intesi come cammini di fede e di amore».

In terra d’islam come Maria

Il mistero della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta è il più vicino alla situazione del cristiano che vuol incontrare i musulmani e vivere tra loro.

Lo ritroviamo nella testimonianza di Jean-Pierre Flachaire, priore titolare del Monastero Notre Dame dell’Atlas (Marocco), così come alcuni scritti di Charles De Foucauld, di Christian de Chergé e di altri. Celebriamo così il centenario della morte di De Foucauld e il ventennio della morte dei monaci di Tibherine.

«Sulla montagna che sovrasta Tibherine – scrive père Flachaire – in un punto elevato, ben visibile da tutta la regione e che domina il monastero e i dintorni è posta la statua di Notre Dame dell’Atlas. Essa viene da Stateli, primo monastero trappista stabilito in Algeria tra il 1843 e il 1904. Si racconta che padre de Foucauld, che ha vissuto qualche tempo a Stateli, abbia pregato davanti a questa statua. I primi fratelli dell’Atlas hanno dunque collegato molto presto padre de Foucauld, la statua, il mistero della Visitazione che gli era caro e il loro motto.

Nell’omelia del 31 maggio 1993, Christian de Chergé, responsabile del monastero di Tibherine (Algeria) e ucciso nel 1996, precisa che i primi monaci dell’Atlas hanno fatto di questa festa la loro festa “quasi patronale”. Sappiamo infatti che si trattava già di un’intuizione di padre de Foucauld. L’eremita di Tamanrasset, dunque, è il primo ad aver capito che questo “mistero” è quello che dobbiamo vivere in terra d’islam.

Il motto dell’Atlas è “Un segno sulla montagna”. Sullo stemma del monastero, il segno è la croce, sulla cima delle montagne dell’Atlas. Ma nell’angolo sinistro dello stemma, più discreta, c’è la stella, stella che rappresenta Maria. «I nostri primi fratelli, invece di tenere per loro dentro il monastero la statua che proviene da Stateli, dopo meno di un anno dal loro arrivo a Tibherine, sono andati a metterla sopra una base di cemento alta quattro metri, in cima alla montagna. E Maria fu davvero per loro il “nuovo segno sulla montagna”. Non Maria da sola, ma Maria con Gesù. Non Gesù in braccio a Maria, ma Gesù nel grembo di Maria. La statua di Notre Dame dell’Atlas infatti – cosa rara – è una Vergine incinta con sulla cintura la testa di un angioletto. Maria che porta Gesù, Maria nella sua Visitazione, di fretta, verso “l’altro”».

I sette monaci sono stati rapiti l’indomani della festa dell’Annunciazione, il 26 marzo 1996 e i loro resti, le loro teste, sono stati ritrovati la vigilia della festa della Visitazione, il 30 maggio 1996. Sono rimasti nascosti durante tutta la vita, ma ancora di più durante gli ultimi 56 giorni, come nel grembo di una madre. Dopo, è la  testimonianza del dono della loro vita per amore che fu segno, il trasalire capace di svegliare una moltitudine di Magnificat, ovunque nel mondo e prima di tutto tra “gli altri” nell’Islam”.

De Foucauld è stato un esempio di vita mariana ardente. Il mistero di Maria a Nazareth e il mistero di Maria nella Visitazione diedero volto e contenuto alla sua configurazione e dinamica spirituale. Nella Visitazione di Maria egli trova il modello di chiunque voglia viaggiare in tutto il mondo per portarvi il buon profumo di Cristo: «Questa festa – dice – è anche la festa dei viaggiatori. Insegnaci, o  Madre, a viaggiare come viaggiavi tu, nell’oblìo assoluto delle cose materiali, con lo sguardo dell’anima incessantemente fisso sul solo Gesù, che portavi nel tuo seno contemplandoLo, adorandoLo, in continua ammirazione verso di Lui, passando in mezzo alle creature come in sogno, vedendo tutto ciò che non è Gesù come in una nebbia, mentre Lui brillava, scintillava, risplendeva nella tua anima come un sole, abbracciava il tuo cuore ed illuminava il tuo spirito… ».

Nel mistero della Visitazione frère Charles scopre un contenuto di vita, che irradia di significato anche le nostre Comunioni Eucaristiche: «Questa festa benedetta della Visitazione –  scrive – è anche la festa di noi tutti privilegiati, favoriti, fortunati che possiamo comunicarci: è la festa di Maria che porta Gesù con sé, come noi dopo la Santa Comunione. O Madre diletta, tu che portasti Gesù così bene, insegnaci a portarlo dentro di noi quando ci siamo comunicati, sia quando l’abbiamo ricevuto che sempre. Egli è dentro di noi come era dentro di Te col suo corpo; sempre è dentro di noi come lo fu anche dentro di Te con la sua essenza divina… Insegnaci a portarlo col tuo stesso amore, col tuo raccoglimento, con la tua contemplazione, con la tua adorazione continua, onorandolo con quella corona di tutte le virtù con la quale tu Gli fai come un letto di fiori nell’anima tua…».

Christian scrive: «Negli ultimi tempi mi convinco che l’episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-biblico della missione nel rispetto dell’ “altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace la frase di Sullivan (in Matinales) che riassume tutto ciò: Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo. Cioè: quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla ed agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Prova ad essere “senza ostacoli”, vedrai che non smetterai di stupirti…di eucaristizzarti…(hum!è poco eufonico!)».

Vent’anni prima di donare la vita per colui che gliela prendeva, Christian aveva già le idee chiare, forse anche definitive, su ciò che deve essere la presenza della Chiesa in terra d’islam.

Per la professione semplice di frère Philippe, il 31 maggio 1989 esprime: «Ecco Maria, giovane professa (il cui sì è ancora fresco!). Si lancia per  strada verso la montagna per fare il noviziato della maternità universale… Maria col voto di portare Cristo in sé, fuori di casa, come noi. E di servire umilmente perché lo Spirito faccia trasalire il figlio di Dio ancora in gestazione in “ogni altro”. Hai già conosciuto questa cosa – dice Christian a Philippe -: basta esserci, essere lì con tutta la fiducia, perché “l’altro” si apra un po’ di più. E avverti che l’islam può rivelarsi, nel suo legame con Cristo che vorresti portargli, a condizione che tu gli offra, grazie ad una Visitazione permanente, un cuore disponibile all’impossibile che ci viene da Dio».

In Marocco, il mistero della Visitazione è contemplato allo stesso modo da tempo. Albert Peyriguère – l’eremita di El Kbab – uno dei primi discepoli di padre de Foucauld, ne parla spesso nei suoi scritti.

Charles-André Poissonier, francescano, eremita a Tazert, ha chiamato il suo eremo,eremo della Visitazione.

Padre Abd-el-Jalil, marocchino divenuto cristiano, poi francescano, professore all’Institut Catholique di Parigi per trent’anni e amico di Paolo VI, ha scritto pure lui: «Uno sforzo eroico di testimonianza viva da parte dei cristiani che “operano la verità nella carità” è oggi  più necessario che mai. Il mistero mariano da viver accanto ai musulmani è per eccellenza quello della Visitazione».

E per finire, Padre Voillaume, soltanto qualche settimana prima di morire: «Portare Cristo in sé, per portarlo al mondo islamico».

Se l’Atlas in Algeria è un “segno” che permane, lo stesso segno resta da portare ancora ovunque nel mondo, fino al ritorno definitivo di Cristo. Nell’attesa, Maria e noi con lei, dobbiamo continuare a visitare “l’altro” perché possano esplodere nuovi Magnificat, perché insieme con “l’Altro” possiamo “scavare il nostro pozzo” e trovarvi “l’acqua di Dio”.

Charles De Foucauld testimone attuale

24Charles De Foucauld (1858-1916), ucciso il primo dicembre del 1916 a Tamanrasset (Algeria) e beatificato il 13 novembre 2005 da Benedetto XVI, è stato testimone del Vangelo tra i tuareg del Sahara per imitare la vita nascosta di Gesù di Nazareth. Fino all’ultimo sperava che qualcuno si unisse a lui, ma nessuno lo raggiunse. Dopo la morte, la sua testimonianza cristiana e il suo carisma sono stati un giardino fecondo in cui sono fiorite dieci congregazioni e otto associazioni di vita spirituale. Alcune hanno delle presenze in Algeria.

Padre Giovanni Rizzi, nel suo libro Il ritorno di Elia (Il pozzo di Giacobbe, 2011), dice: «De Foucauld trovò nella fedeltà alla sua specifica vocazione, nel suo amore a Cristo e per i tuareg del Sahara la ragione del suo vivere e della sua speranza, una speranza ormai purificata dalle illusioni, dalle ideologie e anche dai progetti pastorali. Previde e assistette anche nel fallimento delle sue iniziative, ma avvertì che la fecondità della sua vita era nelle mani di Qualcuno, che le dava un senso a lui ancora ignoto. La sua morte è un fallimento solo per coloro che non conoscono la vita come risposta a una vocazione specifica da parte del Signore Gesù».

Il card. Kasper attualizza Charles De Foucauld per la Chiesa d’oggi e scrive: «De Foucauld mi sembra interessante come modello per realizzare la missione del cristiano e della Chiesa non solo nel deserto di Tamanrasset ma anche nel mondo moderno: la missione tramite la semplice presenza cristiana, nella preghiera con Dio e nell’amicizia con gli uomini. Egli portava Gesù tra “coloro che non lo cercavano”. La situazione dei tuareg dell’Algeria è simile a quella dei nostri contemporanei nella realtà umana, ovvero alla nostra stessa situazione, anche se esteriormente la differenza è eclatante; da loro si tratta di povertà materiale, da noi di povertà spirituale. Il deserto è certo diverso. Ma il punto comune consiste nel fatto che né loro, né noi siamo veramente “a casa” in nessun luogo; siamo in cammino, siamo nomadi. Charles è una figura luminosa, e può essere anche un valido contrappeso di fronte al pericolo di un imborghesimento e di una noiosa banalizzazione della Chiesa».

A Beni Abbes nel deserto e a Tamanrasset sui monti dell’Hoggart, lo senti ancora vivo e lo vedi a dialogare, a scrivere e a pregare, totalmente immerso nel mistero divino e umano del Signore. È là che maturò la sua esperienza di adoratore di Dio, di fratello universale.

Solo come fratelli il Cielo ci accoglierà

Il cardinale Pietro Parolin ha espresso il desiderio di Papa Francesco di coinvolgere anche i musulmani nel Giubileo della Misericordia: «Il Papa vuole che il Giubileo serva alle persone per incontrarsi, comprendersi e superare l’odio. Dopo gli attentati, questa finalità esce rafforzata. Riceviamo la misericordia di Dio per adottare questo atteggiamento verso gli altri. La misericordia è anche il più bel nome di Dio per i musulmani, che possono essere coinvolti in questo Anno santo, come l’ha voluto il Papa».

Sharazade Houshmand, teologa musulmana, accoglie senza esitazione la proposta: «Certo che è possibile, proprio sulla base del fatto che il nome per eccellenza del Dio del Corano è Misericordia. Anche nell’islam ci sono dei momenti in cui si dice che le porte del Cielo si aprono maggiormente. E ciò avviene, per esempio, negli ultimi giorni e nelle ultime notti di Ramadan. Dopo il digiuno, dopo la preghiera, dopo le notti passate nella richiesta di perdono a Dio, si dice che le porte del Cielo sono ancora più aperte e chiunque può essere perdonato. In questa ottica religiosa, si può benissimo accogliere la proposta dei nostri fratelli cristiani».

Sono parole che scendono in un contesto difficilissimo per il mondo islamico, dopo molti attentati che portano la firma del grido Allah akbar!.

«Il Giubileo deve essere aperto a musulmani perché saranno gli stessi musulmani a proteggere i loro fratelli cristiani». E a proposito di Allah akbar la teologa precisa: «Non significa che Dio è grande. Significa che Dio è sempre più grande di ogni visione e ogni comprensione. Significa che nessuno può afferrare Dio, ma siamo tutti in cammino e uno accanto all’altro e solo con la misericordia reciproca possiamo avvicinarci di più a Dio».

Preghiamo per poter chiamarci “fratelli” come ormai cominciano a dire anche alcuni musulmani. Solo come fratelli il Cielo ci accoglierà.