Uniti accanto al Bambino Gesù, “Allah ighbel”

Mi scrive Suor F. da Tamanrasset, città di confine tra Algeria e Niger, dove Charles De Foucauld fu ucciso 100 anni fa: «Durante il ramadan ero ospite ogni sera di famiglie amiche. Al momento della preghiera facevano la loro preghiera e io la mia. Poi dicevo: “Allah ighbel” (Dio accolga la tua preghiera) e loro mi rispondevano “Allah ighbel“! Mi sentivo nutrita di pane e della fede degli altri. Spesso telefono a un amico scout musulmano che mi aveva regalato il suo foulard e mi dice: “Ci siamo conosciuti grazie all’amore di Dio. Per questo l’amicizia dura. Non c’è altro tra noi”. Altre perle di vita nel mio quotidiano mi dicono che in ciascuno di noi, anche senza saperlo, vive una parte di colui che ci abita. Lo Spirito non è proprietà esclusiva di nessuna religione. Lavora tutte le culture. Incontro nel mio lavoro persone di razze e categorie diverse e spesso do loro la possibilità di incontrarsi, parlarsi, di essere vicine tra loro: medici e malati, operai e padroni… Ci sediamo tutti assieme per mangiare, migranti, arabi, touareg, ciadiani e io, straniera. Vedo gente che arriva dopo il duro passaggio nel deserto, gente sfruttata, disprezzata, rapita, obbligata ai peggiori lavori, scappata da Boko Haram, attaccata col coltello alla gola… Sopravvive. Ci chiediamo: “Perché questo?”. Negli incontri intensi esco sempre incoraggiata dalla loro forza di soffrire, aiutandosi, amandosi. Altra perla: Un prigioniero mi dice : “La guardia che ti lascia venire con noi, non ci fa mai sentire che siamo dei prigionieri”».

Cari amici, Buon Natale! Vedete che sono ancora unito agli algerini come quando, vivendo lontano, ero sempre unito a voi. A gennaio terminerò a Roma il mio tempo di “aggiornamento”. Sono ancora in attesa di “lavoro”. Uniti accanto al Bambino Gesù. “Allah ighbel!”.

Con le Missionarie dell’Immacolata, la gioia di annunciare il Vangelo

L’8 dicembre 2016, festa dell’Immacolata, padre Ferruccio Brambillasca, Superiore Generale del Pime, concelebra a Torre Gaia, con nove confratelli, la festa degli 80 anni di fondazione dell’Istituto delle Missionarie dell’Immacolata. Si festeggiano anche gli anniversari di vita religiosa delle Suore Ausilia Redaelli (60), Madre Rosilia (50), Fabiana Valenti (50) e Antonella Tovaglieri (25).

Momento di gioia, dice padre Ferruccio, celebrare con Maria quanto ha fatto il Signore nella Congregazione e attraverso la vita missionaria di tante Sorelle in molte parti del mondo. La presenza del Superiore Generale, accompagnato da un buon numero di missionari del Pime, è un segno di una fratellanza vissuta con la stessa passione missionaria e di un cammino che si desidera continui come aiuto, scambio, collaborazione e comunione.

Padre Ferruccio ha ricordato lo spirito dei fondatori della Congregazione e ha espresso anche con emozione l’“esperienza” che sta vivendo di un Istituto che ha bisogno di mantenere forte la disponibilità a partire degli inizi e a vivere la missione ovunque sia necessario, mantenendo tale disponibilità ancora gioiosa dello spirito evangelico.

In questo era unito allo stesso pensiero della Superiora Generale Madre Rosilia, espresso in una intervista a “Mondo e Missione”.

La festa è stata allietata dalla consegna di doni alle quattro giubilanti, da canti e danze meravigliose. Il tutto condito anche col gusto di cibi e bevande prelibati e con la gioia di ritrovare e stare ancora un po’ insieme con persone che hanno condiviso la vita missionaria.

Bello il canto finale…

Apri come il Pellicano le tue ali all’infinito

Come in croce nell’abbraccio che si allarga sul creato.

Lascia come il Pellicano che il tuo cuore sia squarciato

Nella sua la tua ferita sia sorgente della vita.

L’attualità di Charles de Foucauld

In questo centenario della morte del Beato Charles de Foucauld, è aumentato l’interesse per questo “monaco missionario”. Il vescovo di Ghardaïa (Algeria), mons. Claude Rault, risponde così alla giornalista Anne-Bénédicte Hoffner che gli ha chiesto perché de Foucauld è ancora così attuale: «Per la sua libertà interiore e per il suo desiderio di andare verso l’altro. La sua libertà lo guidò in tutte le tappe della sua vita. Anzitutto nel tempo della ricerca nei suoi viaggi in Marocco poi, dopo la sua conversione, quando cercò di farsi monaco trappista e quando fece un lungo soggiorno a Nazareth e a Gerusalemme. Questo momento lo possiamo considerare la “traversata del deserto”. Finalmente, poi, quando si stabilizzò veramente nel deserto in Algeria a Beni Abbes e a Tamanrasset, e là vi trovò la sua via. Le sue lettere lasciano trasparire il suo grande senso di discernimento, di dialogo continuo con se stesso e col Vangelo. Chiedeva consiglio, ma in realtà sapeva che doveva sempre decidere verso mete le più lontane ogni volta che si sentiva chiamato a prendere il largo».

Le sue lettere mostrano anche situazioni profonde molto diverse: aspirazioni insoddisfatte, fino a Nazareth, e gioia e tranquillità quando si fa “monaco missionario” in Algeria”.

Ma chi è il vero Charles de Foucauld?  A volte è una persona “inquadrata” e a volte liberissimo, per poi addolcirsi con il passare degli anni e degli avvenimenti.

Amo molto questo passo di una sua lettera quando racconta che se non ha il tempo di pregare l’Ufficio, prega col Rosario e se non ha il tempo di pregare col Rosario, pensa al buon Dio… Questo Gesù di Nazareth è diventato la sua colonna vertebrale. Certamente non ha preso il controllo totale della sua vita. Per esempio, in alcune circostanze, circa  il suo rapporto con la violenza armata, come si vede in alcune sue lettere durante la guerra 1914-1918. Ne è stato forse vittima? Ma in quello che Charles non ha compiuto nella sua opera, per noi oggi c’è una bella sfida.

Dal 1907 fino alla sua morte, arrivava a lavorare spesso undici ore al giorno sul suo dizionario della lingua touareg! Si era attaccato con energia fantastica all’umanità del luogo dove viveva, a quelle famiglie che si erano sedentarizzate a Tamanrasset. Questa parte della sua vita resta attuale: siamo noi capaci di amare e di capire il nostro mondo in mezzo al quale viviamo?

Charles de Foucauld aveva capito presto che non poteva, che non doveva proclamare il Vangelo sui tetti, ma piuttosto vivere quello che chiamava “l’apostolato della bontà”, facendolo sprizzare con tutta la sua vita. Noi oggi ci situiamo nello stesso spirito: nella nostra diocesi del Sahara algerino, contiamo 65 membri permanenti di 18 nazionalità e un centinaio di fedeli in mezzo a 4 milioni di musulmani. O noi scuotiamo la polvere dai nostri sandali, oppure vi restiamo per fedeltà a Cristo che ama ogni persona. Crediamo che Cristo abbia qualcosa da dire a questo mondo attraverso la nostra vita, con la sorpresa di vedere che attraverso questi musulmani è ancora lui che viene ad incontrarci.

Cari amici, sentendomi ormai fuori dell’Algeria e lontano dai miei amici musulmani, vi chiedo di starmi vicino con la preghiera offrendo il mio oggi quotidiano. Vi assicuro che prego per voi perché cresca anche in voi l’attenzione e la bontà verso gli stranieri a voi vicini.

 

Il Pime dentro la Chiesa diocesana

Il 25 novembre 2016, Papa Francesco ai partecipanti alla 88a Assemblea generale dell’Unione Superiori Generali (USG) ha ribadito che «i religiosi si sentano appieno dentro la Chiesa diocesana ed è importante condividere la spiritualità dei fondatori con il clero diocesano come fonte di arricchimento spirituale per tutti».

È un dovere che ci viene ricordato e domandato avendo noi del Pime un fondatore come il Servo di Dio Angelo Ramazzotti che unì “missionarietà” e “diocesaneità”, e che trasmise anzitutto a noi del Pime questa caratteristica vitale per la Chiesa e che volle anche per i sacerdoti diocesani.

Nato il 3 agosto 1800 a Milano, avvocato nel 1823, ordinato sacerdote nel 1829 e Superiore degli Oblati di Rho, vescovo a Pavia il 30 giugno 1850, fondatore del Seminario per le Missioni Estere il 30 luglio 1850, Patriarca di Venezia nel 1858, organizza la prima spedizione delle Suore della carità (Suore di Maria Bambina) in Bengala e delle suore Figlie della Carità (Canossiane) a Hong Kong. Muore il 24 settembre 1861, tre giorni prima di poter ricevere la berretta cardinalizia dalle mani del Beato Pio IX.

Nella sua prima lettera pastorale alla Diocesi di Pavia, tra i tanti argomenti trattati, ecco la sua particolare attenzione agli operatori della carità e ai poveri: «O voi adunque che desiderate davvero che tanti orfani abbandonati trovino un padre, che tanti poveri genitori possano dire ogni giorno ai propri figli: Eccovi anche per oggi un po’ di pane; e voi principalmente, o poveri di Gesù Cristo, o cari poveri, che tanto potete sul cuore di Dio, pregate il Padre comune… che non lasci giammai venir meno tra noi lo spirito della cristiana Religione, alla quale sola dobbiamo grazie se trionfa tra noi la Beneficienza e la carità».

«Grande anima di sacerdote perfetto, di apostolo evangelico, di prelato insigne della Chiesa di Dio». Con queste parole il patriarca cardinale Angelo Roncalli (San Giovanni XXIII) definiva il Servo di Dio Angelo Ramazzotti, suo predecessore nella cattedra di San Marco a Venezia, delineando il profilo spirituale di un pastore profondamente radicato nel suo popolo e generosamente aperto al mondo.

Tutta la famiglia del Pime, missionari, parenti, associazione Padrini e Madrine, e amici “pimini” dichiarati e anonimi, tutti siamo invitati a cogliere questa nuova responsabilità missionaria.

Lutero oggi

Il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Consiglio pontificale per la promozione dell’unità dei cristiani, ha presentato il “finale” del dialogo tra cattolici e protestanti come una “polifonia”, «una comunione delle differenze riconciliate» su «una base comune della Parole di Dio».

Si era tenuto un concerto il 16 novembre 2016 a Trento nel contesto di un incontro ecumenico per i 500 anni della Riforma. Organizzato dall’ufficio dell’ecumenismo della Conferenza episcopale italiana (Cei) in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia ed era avvenuto nella Chiesa di Santa Maria Maggiore che all’epoca del Concilio di Trento era stata la sede delle discussioni Teologiche che poi hanno portato alla divisione delle Chiese.

Noi abbiamo fatto passi importanti, continua il cardinale seguendo la metafora musicale, anche se «la cacofonia del passato non può essere trasformata in una sinfonia armoniosa. La ricerca teologica e il dialogo ecumenico hanno segnato una “svolta nella comprensione della figura di Lutero». «Diabolizzato per secoli, Lutero è ora considerato come un “uomo religioso”, un “testimone” di Cristo che non voleva costruire una Chiesa riformata, ma voleva cominciare una riforma, un rinnovamento evangelico di tutta la Chiesa. Oggi parliamo di una nuova evangelizzazione».

Il cammino difficile dei cristiani può oggi diventare migliore col nuovo sguardo di “Ogni Altro”, che Dio può darci accogliendo divergenze e somiglianze.

 

Ricordando don Mario Bortoletto

La diocesi di Ebolowa (Camerun) ha aperto la causa di beatificazione di don Mario Bortoletto, fidei donum della diocesi di Treviso, poi associato al Pime.

Mi commuovo perché don Mario è come un fratello, avendo condiviso tanto cammino missionario con lui e con la sua famiglia. Ora lo vedo ancora più vicino a tanti amici fedeli al Vangelo e che daranno lode a Dio per i doni dati a lui e ai quali aveva corrisposto. Desidero che tanti amici possano unirsi a quanti l’hanno conosciuto per godere della gioia profonda che ci dà Dio col suo amore di santità.

Quel mattino del 9 marzo 2009 nacque questa “Cartolina a don Mario Bortoletto” dal deserto dell’Algeria dove ormai mi trovavo.

«Caro don Mario, questa mattina sei andato in Paradiso. Sei stato il mio maestro durante le camminate nella foresta del Sud del Camerun per raggiungere i villaggi lontani. I primi tempi provavo invidia vedendoti l’idolo della gente, poi l’ho superata, sentendomi anch’io tanto amato. Penso che sei stato il più amato dei (e dai) missionari e ora tanto pianto, soprattutto dai tuoi ragazzi, diventati preti.  Non sapevi dire di no, soprattutto quando anche i più piccoli gruppi dei nuovi cristiani, ti chiedevano una cappella per poter pregare insieme. Quante ne hai costruite? Ora passi il tempo a visitarle, e a far sentire il tuo affetto. Non so se mi hai ascoltato quando ti ho chiesto di scrivere, racconti, proverbi, riti, perché eri come uno di loro e ne sapevi ormai più di loro. Ricordi quando ci hanno presentato gli spaghetti dentro una bottiglia di Pedro?

Continua Mario ad incontrare, a camminare, a stare insieme ai tuoi amici africani, col tuo tono da ragazzo allegro e scherzoso. Ci deve essere festa in Cielo, con tanto melamba (vino di canna da zucchero) e danze che non finiscono mai. E quando giocheremo a carte, ricordati che gli assi sono quattro e non di più. Ciao, sempre uniti anche nella preghiera. Arrivederci!».

 

Vivere da migranti

Sempre di più il discorso sullo straniero occupa le nostre conversazioni e preoccupazioni. Non è sempre facile, rispettoso o pacifico. Il fenomeno dell’emigrazione non è nuovo. Anche gli africani conoscono l’emigrazione all’interno dei loro Paesi.

Nel 1974 mi trovavo a Touloum (Nord Camerun ) in un momento di carestia. La gente non aveva niente da mangiare a causa della siccità dell’anno precedente. Qualche famiglia “vendeva” (meglio: affidava per sempre ai ricchi foulbé) il bambino o la bambina per un sacco di miglio. Vedevo i camion pieni di gente che si spostava verso sud (Ngaoundéré) in cerca di terre migliori. E lungo la strada di 300 chilometri, qualche mese dopo, vedevi nascere villaggi nuovi a destra e a sinistra.

Mi sono venuti in mente alcuni proverbi che avevo trovato nella cultura dei tupuri e dei guiziga del Camerun e del Ciad presso i quali ho vissuto tanti anni. Essi mostrano com’è la vita di un migrante.

Se trovi gente che danza o cammina a testa in giù, danza e cammina come loro.
Devi adattarti. Quando sei straniero devi rispettare le leggi che trovi e comportarti come chi ti accoglie senza opporti.

La terra straniera si affonda con te durante la stagione secca.
In realtà, durante la stagione secca non c’è pericolo di affondare. Ma se sei straniero puoi trovare delle cose che non conosci e che ti rendono difficile la vita. Fa attenzione e usa tanto rispetto. Non essere come un bambino che non sa. Si può anche accusarti di cose che non hai fatto.

Il verme parassita approfitta dello straniero.
I membri di famiglia dicono che mangiano meglio quando un ospite arriva, perché il padrone di casa normalmente uccide un animale per onorare il nuovo arrivato.

Lo straniero non beve l’acqua del sacrificio.
Lo straniero non partecipa dei momenti più importanti della famiglia in cui è ospite. È certamente ben accolto, ma la familiarità e la condivisione arrivano fino ad un certo punto, oltre il quale lo straniero non va.

Lo straniero beve l’acqua sotto il naso dell’ippopotamo.
Con questo simpatico proverbio si vuole dire cosa succede a uno straniero che, giungendo in una terra a lui sconosciuta, non vede dove stanno i pericoli e le insidie. Infatti, bere in acqua è pericolosissimo, perché non si vede l’ippopotamo mentre resta sott’acqua. È un invito a chiedere consiglio a chi è del posto, anche sulle cose più semplici, per non trovarsi in difficoltà.

L’ospite (straniero) non supera mai il padrone di casa.
Che sia ben chiaro: chi è del posto resta comunque colui che decide!

Lo straniero è come l’acqua dell’inondazione: passerà presto!
Non preoccuparti. Lo straniero se ne andrà. Oppure si integra.

Proverbi guiziga

Lo straniero è la rugiada.
La goccia di rugiada se ne va all’apparire del sole. Lo straniero non è venuto per restare. Ricco o povero che tu sia, pazienta un po’ e vedrai che l’ospite se ne andrà.

Il cane non solleva la coda in terra straniera.
In terra straniera non puoi gioire, parlare, difenderti come vorresti.

Il gallo non canta in terra straniera.
Quante volte uno deve tacere, accettare, mandar giù trattamenti difficili.

La gallina nuova non può andare d’accordo con la gallina vecchia.
La gelosia regna dappertutto e ognuno cerca di difendere il suo dominio.

La zanzara dice che non punge l’uomo morto.
Si ride sul musulmano che non mangia la carne di animale ucciso da un non musulmano.

Chi è ben educato non muore di fame.
Chi tratta bene gli altri sarà sempre trattato bene. In alcuni paesi chi lasciava la sua terra e arrivava in una nuova, perdeva anche i diritti di umanità. Si poteva fare di lui quello che si voleva. Non solo batterlo o derubarlo, ma anche ucciderlo.

Oggi siamo consapevoli della dignità e della cultura di ogni popolo, e possiamo e dobbiamo anche vigilare e fare tesoro della sapienza di ogni straniero. E non dimenticare quello che diciamo, pregando, nel salmo 146, 9: «Il Signore protegge lo straniero!».

 

Dell’uso (e dell’abuso) del Corano

«Capita di udire che la colpa è del Corano…»,  scrive Michele Brignone nel numero della rivista OASIS ( Anno XII – N. 23 – Giugno 2016 ) che porta il titolo Il Corano e i suoi custodi.

«La violenza settaria, il terrorismo internazionale, le persecuzioni delle minoranze: per alcuni tutto sarebbe ricondicibile alla lettera del testo sacro dell’Islam. E lo Stato Islamico… non farebbe che confermare questa tesi…».

In questo numero di OASIS, gli scrittori degli articoli non affrontano direttamente il tema, ma preferiscono «interrogarsi sulla “dinamica” del rapporto tra i musulmani e le loro scritture e dunque sui modi in cui essi le leggono e le hanno lette nel corso dei secoli… Oggi la risposta a questa guerra non consiste nel dire che quello non è Islam, perché è proprio in nome di una certa lettura dell’Islam che sono commessi quegli atti. No, la risposta consiste nel riconoscere e affermare la storicità e l’inapplicabilità di un certo numero di testi che fanno parte della tradizione musulmana. E nel trarne le conclusioni… Le scritture islamiche si trovano insomma al centro di un vero e proprio conflitto delle interpretazioni che certamente in maniera non esclusiva contribuisce alle convulsioni dell’Islam contemporaneo. Che questo conflitto debba risolversi in senso fondamentalista non è un destino già scritto. Il caso dell’Indonesia, il più popoloso Paese musulmano del mondo raccontato nel reportage di Rolla Scolari, dice non soltanto che la partita è aperta, ma che i movimenti estremisti possono essere contrastati. Leggendo tra l’altro lo stesso Corano a cui quei movimenti pretendono ispirarsi».

AsiaNews (n. 292 di Agosto-settembre 2016) nell’articolo Il burkini, un cappio per strozzare l’Oriente e l’Occidente, riporta questa testimonianza di un maghrebino: «Mi sembra che i musulmani debbano ripensare la loro presenza nella società occidentale. Ho sempre detto che il Corano non è un catalogo dei modelli da indossare; in un libro religioso non è questa la cosa più importante. Oggigiorno ogni musulmano deve leggere, meditare e interpretare il Corano secondo la sua cultura, i suoi valori e la sua identità. (…) Io vorrei dire ai maomettani occidentali di smettere di importare l’islam dei beduini e che la smettano di prendere i testi apocrifi come dei riferimenti religiosi». (Kamel Abderrahmani)

 

“Giusti” islamici nel Giardino di Milano

 

Per la prossima giornata europea dei Giusti (6 marzo 2017) l’Associazione Gariwo-Giardino dei Giusti ha scelto le nuove figure che saranno onorate nella cerimonia di dedica degli alberi e dei cippi al Monte stella di Milano.

I nuovi alberi saranno dedicati a Lassana Bathily e Mohammed Bed Abdesslem, due musulmani che hanno salvato ebrei e cristiani durante i recenti attacchi terroristici a Parigi e al Bardo di Tunisi, al blogger saudita perseguitato Raif Badawi, a Pinar selek, sociologa e attivista turca che si batte per le minoranze, e a Etty Hillesum, giovane ebrea olandese deportata dai nazisti nel campo di sterminio.

Giorgio Bernardelli, giornalista del Pime ha scritto il libro “ Giusti dell’Islam” (Pimedit) che accompagna l’omonima mostra itinerante. Nel libro si parla di “Storie di musulmani che salvarono la vita ad alcuni ebrei nella persecuzione nazista”.

In questa pubblicazione si vuole dimostrare che le religioni non sono motivo di divisione e che nel mondo islamico ci sono state tante persone che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.

Sono 63 gli islamici albanesi che hanno salvato numerosi ebrei, ospitandoli nelle loro case in Albania; nel 1943 furono le stesse autorità che non consegnarono le liste degli ebrei ai nazisti. «La grande maggioranza di coloro che ospitarono gli ebrei in Albania- spiega Mordecai Paldiel- lo fece con la convinzione, che per un buon musulmano fosse un dovere assistere e salvare coloro che avevano cercato rifugio nel loro Paese, perché ingiustamente perseguitati».

Anche in Bosnia ci furono islamici che salvarono la vita di ebrei, come Zejneba Hardaga insieme al marito Mustafa, a Sarajevo, che abitando proprio di fronte al quartier generale della Gestapo avvisavano gli ebrei ogni volta uscivano le camionette per una retata. Gli Hardaga fecero di più, infatti aprirono anche le porte di casa all’ebreo Yossef Kabilio. Dicendogli: «Voi siete nostri fratelli. Questa è casa vostra».

Molto toccante la storia del Console turco a Rodi, Selahattin Ulkumen, che nel 1944 grazie a uno stratagemma riuscì a salvare 42 famiglie ebree. Il Console pagò a caro prezzo il suo atto di coraggio: i tedeschi, accortisi di essere stati presi in giro, bombardarono la sua casa, ferendo gravemente la moglie, la quale in seguito alle ferite morì.

Il libretto i “Giusti dell’Islam” – e la relativa mostra itinerante – è un’iniziativa del Pime di Milano che mira a far conoscere i gesti, le scritture sacre, che uniscono ebrei e musulmani. Ogni credente di qualsiasi religione può seminare unione tra i popoli, salvare vite, com’è successo durante il periodo dello sterminio nazista; perché chi salva una vita salva il mondo intero!

 

Desiderio di unità

Il 5 ottobre 2016, Justin Welby, primate della Comunione anglicana, e Papa Francesco hanno firmato una dichiarazione comune. Se desideriamo camminare insieme come cristiani, anche se in parte ancora divisi, dovremmo cercare di conoscere e di sostenere quanto si sta facendo nel campo ecumenico, cioè fare dei passi verso l’unità completa. Ecco alcune espressioni della dichiarazione comune.

«Cinquant’anni fa i nostri predecessori, Papa Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey, si incontrarono in questa città, resa sacra dal ministero e dal sangue degli Apostoli Pietro e Paolo. (…)

Essi avevano riconosciuto i “seri ostacoli” che ostacolavano la via del ristabilimento di una condivisione completa della fede e della vita sacramentale fra di noi. Ciononostante, nella fedeltà alla preghiera del Signore che i suoi discepoli siano una cosa sola, non si erano scoraggiati nell’avviare il cammino. (…) Grande progresso è stato compiuto in molti ambiti che ci avevano tenuti a distanza. Tuttavia, nuove circostanze hanno apportato nuovi disaccordi tra di noi… ordinazione delle donne… questioni relative alla sessualità umana… la perenne questione circa il modo di esercizio dell’autorità nella comunità cristiana. (…)  Le divergenze menzionate non possono impedirci di riconoscerci reciprocamente fratelli e sorelle in Cristo in ragione del nostro comune battesimo… non possono intralciare la nostra preghiera comune. Esortiamo il nostro clero e i fedeli a non trascurare o sottovalutare questa comunione certa, sebbene imperfetta, che già condividiamo. Più ampie e profonde delle nostre divergenze sono la fede che condividiamo e la nostra gioia comune nel Vangelo. (…)

Il mondo deve vederci testimoniare nel nostro operare insieme questa fede comune in Gesù… e invochiamo ardentemente la benedizione della Santissima Trinità sul proseguo dell’opera dell’Arcic e dello Iarccum  (Commissioni internazionali anglicane-cattoliche) e su tutti coloro che pregano e contribuiscono al ristabilimento dell’unità tra di noi».

Impegniamoci tutti a pregare e a far pregare per l’unità della Chiesa.