Lo Spirito della missione di don Paolo Chiavacci

Crespano 20 agosto 2022, gioia di un ricordo storico con don Giovanni Scavezzon, primo direttore del “Centro incontri con la natura” fondato da don Paolo Chiavacci. Avevo conosciuto don Paolo nel seminario di Treviso, ma non sapevo del suo Spirito missionario. Don Giovanni mi mette in mano il libretto stampato dal Pime nel 1946, Ut omnes unum sint, il problema missionario tra i Chierici, scritto da don Paolo con tanto di imprimatur di monsignor Costante Chimenton e il nulla osta di monsignor Gioacchino Scattolon. Don Giovanni mi dà anche un bel calendario 2022 dove vedo il centro, com’era nel 1972. Mi dice che la prima incaricata di gestirlo era stata Maria Bianchin, sorella del missionario del Pime, padre Mirko Bianchin. Don Paolo e padre Mirko assistevano gli sfollati dei bombardamenti alle Caserme di Dosson fino al 1949 e in quella amicizia – penso – hanno alimentato lo Spirito del servizio e della missione.

Il libretto porta anche in copertina questa intestazione: Don Paolo Chiavacci, Gruppo missionario dei Chierici del seminario di Treviso. Bastano questi elementi per rivelare come era vissuto lo Spirito missionario nel seminario e nella diocesi di Treviso, da dove partirono tanti missionari per tutto il mondo.   

Il libretto di 71 pagine è un piccolo corso missionario, forse un testo di Esercizi Spirituali.  

Leggo a pag. 22/23: È un dovere di giustizia.

Molteplice. Assoluto anche se non sempre precisato o precisabile. Evidente anche se non sempre praticamente determinato. Per noi più che per ogni altro.

Creature: dobbiamo glorificare il Creatore: ma come? A tutti portando la sua voce, il suo Verbo, a tutti cantando le sue lodi, rendendo tutti partecipi dei frutti della Redenzione e dell’amore, «affinché – come vuole lo Spirito Santo – il Padre sia glorificato nel Figlio».

Uomini: abbiamo il dovere sociale di cooperare a che tutta l’umana società, non tanto nel suo insieme, quanto nei singoli individui che la compongono, si orienti al suo vero e unico fine.

Cristiani: dobbiamo essere riconoscenti a Dio che ci ha elargita la fede: «Per la fede che ci ha donato cooperiamo a dar la fede ad altre anime».

Cattolici: dobbiamo vivere e sentire con la Chiesa nell’universalità dei suoi interessi ovunque estesi. Val di più – io penso – un missionario nel centro dell’Africa che una nuova chiesa, non necessaria, al mio Paese.

Sudditi devoti della Cattedra romana: a noi fu rivolto il comando del Papa: «È il sacerdozio cui spetta per primo diffondere in mezzo ai fedeli la conoscenza del problema missionario e accendere nei cuori l’amore». Ma se noi siamo nel buio e siamo freddi, come potremmo illuminare e riscaldare?

Figli della Chiesa: mentre il nostro fratello missionario generosamente tutto si dona per la vita e la gloria della tenerissima Madre comune, come potremo rimanercene noi inoperosi nelle comodità, quasi parassiti di tanta abnegazione?

Ministri di verità: noi pure riceveremo la missione: «Andate, ammaestrate tutte le genti». Tutte.

Leggendo, mi rivedo don Paolo, lo risento, deciso concreto appassionato. Dal seminario di Treviso, con un tale clima missionario, era già partito il Ven. Bernardo Sartori. In quegli anni ’46 e seguenti, ricordo che ero in seminario con don Angelo Santinon, i ‘prefetti’ don Luigi Cecchin, don Merlo. Poi si aggiunsero don Mario Bortoletto e altri ancora. Tutti partiti, accompagnati sempre da don Antonio Marangon e seguiti e sostenuti dalla diocesi di Treviso missionaria.

 

Padre Ermanno Battisti

Nato nel 1937 a San Giovanni Valle Aurina (Bolzano-Bressanone), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1953. Fu ammesso al Giuramento nel 1961 e ordinato Presbitero nel 1962. Servì l’Istituto in Italia dal 1962 al 1969. Partì per la Guinea Portoghese nel 1969. Rientrò in Italia nel 2010. Moriva il 03.01.2015 a Roma.  È sepolto nel cimitero PIME di Villa Grugana.

A un anno e mezzo dalla morte, la memoria di padre Ermanno Battisti, missionario del Pime che ha operato per 33 anni in Guinea Bissau, non si è affievolita. Anzi: tanti ex giovani che hanno beneficiato delle sue iniziative e che appartengono alla diaspora guineana in Italia si raduneranno a Verona il 9 luglio prossimo per ricordare solennemente- con un’iniziativa culturale di un certo respiro – questa figura di missionario.

«In Africa ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia – spiegano i promotori del meeting del 9 luglio – Da qui la domanda: come evitare che la morte di un nostro anziano, di un personaggio che consideriamo un’icona della storia dei nostri popoli, delle nostre nazioni, si trasformi in una “biblioteca che brucia”? Come trasformare la sua dipartita in una celebrazione del trionfo della vita sulla morte?». Ecco l’idea di un evento a ricordo di padre Battisti, che radunasse tante persone che, in forme diverse, sono state da lui aiutate nello studio, nel lavoro, nella conquista di un’autonomia. Quando padre Battisti morì si verificò un’ondata di messaggi di condoglianze. «È stato un autentico missionario che annunziava Cristo con la vita e la parola», Padre Gheddo.

Originario dell’alto Alto Adige,  padre Ermanno, ordinato sacerdote nel 1962 e redattore di “Italia Missionaria” fino al 1968, è stato missionario dal 1969 al 2010, quando, malandato in salute, è tornato in Italia come direttore-redattore di “Infor- Pime”, il bollettino interno dei missionari.

In “Un elefantino miracoloso”, padre Ermanno ha raccontato facendo emergere che il protagonista della “missione alle genti” è lo Spirito Santo: il missionario, anche quando realizza numerose e grandi opere è solo un piccolo e debole strumento di una forza soprannaturale.

Perché quel titolo curioso? L’elefantino è una statuetta in legno palissandro, che padre Ermanno (aveva imparato a lavorare il legno da bambino), scolpì all’inizio della sua missione in Africa, quando ancora imparava il criolo, la lingua nazionale col portoghese. A Bissau era incaricato di seguire i ragazzi e i giovani delle scuole cattoliche e vedeva che, finite le elementari e alcuni anche le medie, non trovavano lavoro. Mentre studiava l’arte e l’artigianato locali e, con naturale senso artistico, si convinceva che nell’arte tradizionale sta il tesoro nascosto da mettere in luce per produrre lavoro e ricchezza. Raduna i suoi giovani, prende un tronchetto di palissandro e con uno scalpello e un martello scolpisce in pochi giorni un elefantino non ancora lavorato, ma sufficiente per entusiasmare i suoi alunni. Si accorge che i suoi giovani avevano abilità manuale e immaginazione mai immaginate. «Mi hanno scolpito elefantini e altre statuette più belli dei miei e abbiamo incominciato a venderli con un banchetto per la strada. Con loro somma felicità, hanno incominciato a guadagnare qualcosa col loro lavoro! Appena si è diffusa la voce di questa nuova attività lavorativa, venivano da tutte le parti con un loro piccolo dono (una gallina, uova, banane, zucche) per diventare miei alunni». Così è nato il “Centro artistico nazionale” che prepara scultori, pittori, artigiani che col legno, la paglia, le foglie di palma e altro materiale locale, l’hanno affermato come un’opera di valore nazionale, premiata e visitata dai politici, che acquistano una parte dei suoi prodotti da offrire come dono ai personaggi stranieri in visita alla Guinea Bissau.

Da quel piccolo e insignificante oggetto sono nate in seguito, con l’aiuto generoso di molti amici e benefattori italiani, le molte opere del missionario altoatesino: le borse di studio per mandare giovani nelle Università portoghesi o italiane, la parrocchia di Cristo Redentore a Bissau, con tutte le strutture esterne ed interne (porte, finestre, banchi, altare, sedie, candelieri, Crocifissi, Via Crucis, battistero, ecc.) scolpite in legno secondo l’arte locale delle varie etnie guineane; l’ospedale pediatrico Bòr, unico del genere in Guinea (con 60 letti); la “Casa di accoglienza Bambaran” per bambini abbandonati e studenti; la chiesa parrocchiale e le strutture della nuova parrocchia di Bòr, quartiere periferico di Bissau; la scuola di Bòr, “Ermondade” (fraternità) che arriva fino al Liceo.

Accanto a tante opere realizzate, anche un sogno rimasto nel cassetto, «Ricostruire quella casa per farne un museo diocesano, perché conservare le memorie del passato fa parte sostanziale di ogni cultura e mi sembra importante anche per la nostra Chiesa, perché dall’esperienza del passato possono venire idee nuove, e anche migliori, per il futuro».

 

Padre Igino Mattarucco

Nato il 14/10/1921 a San Lazzaro (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1938. Fu ammesso al Giuramento nel 1943. Ordinato Presbitero nel 1944, partì per la Birmania (Taungngu) nel 1948. Servì l’Istituto in Italia dal 1986 al 1993. Rientrato in Birmania moriva 12/12/2005 a Taunggyi (Myanmar) e riposa nel cimitero di Taunggyi.

Si spegne a Taunggyi, Myanmar, padre Igino Mattarucco, missionario del Pime. Aveva 84 anni.

La sua testimonianza di fede e di servizio agli ultimi in un suo racconto dalla missione…

“Là sulle nostre montagne birmane, dove si vive una vita ancor molto «primitiva» e lontana dal progresso moderno, la fame fisica e le situazioni di ingiustizia sono evidentissime: tanto più oggi con la situazione di guerriglia che stiamo vivendo.

Ebbene, da sempre i missionari hanno svolto opera sociale di aiuto agli affamati ed ai poveri, hanno condiviso la loro povera vita, hanno difeso gli oppressi, le minoranze, i perseguitati per qualsiasi motivo. Ma io ho toccato con mano – e questa è l’esperienza che vorrei trasmettere e non riesco – che il contributo essenziale, fondamentale, che il missionario e la Chiesa danno alla crescita di un popolo e alla liberazione da ogni oppressione, non è tanto l’aiuto materiale o tecnico, quanto l’annunzio di Cristo, la fede in Cristo, la fondazione della Chiesa, l’inizio e la crescita delle famiglie e delle comunità cristiane.

lo ho visto in concreto come una famiglia, un villaggio, una singola persona, diventando cristiana, passa da uno stato di passività, negligenza, divisione, ad un inizio di cammino di crescita e di liberazione. Il perché mi pare evidente ed è quanto andrebbe approfondito nella cosiddetta «animazione missionaria»: è Gesù Cristo che libera, che salva, che trasforma dal profondo (la persona, la famiglia, il villaggio, ecc.); è Gesù Cristo che «cambia il cuore» nel senso di una maggior umanità.

Non sono i nostri aiuti o impegni e strutture e insegnamenti, che rimangono sempre all’esterno, ma Gesù Cristo che scende nel profondo dell’uomo e vi opera quelle trasformazioni, senza le quali parlare di liberazione dalla fame e dalle ingiustizie non ha senso.

Ora, la mia esperienza di vita tra i non cristiani mi porta a concludere che la fame fisica dei popoli poveri è poca cosa a confronto della «fame di Dio» e di Cristo che essi, a volte pur confusamente, sentono. Essendo popoli profondamente religiosi (credo che anche gli africani siano così e anche i latino-americani!), la loro ricerca del «Dio che salva» è autentica, sentita, investe tutta la loro vita. La risposta che noi missionari e la Chiesa diamo alla loro fame è anzitutto questa: di annunziare e testimoniare che la liberazione viene da Cristo, cioè dalla fede che diventa vita, da una trasformazione profonda dell’uomo che porta a cambiare poi la situazione di disumanità in cui quest’uomo vive…”

 

Padre Piero Bonaldo

Nato il 11/05/1915 a Scorzè (VE). Ordinato presbitero nel 1937. Nel 1953 è a Hong Kong poi servì in Italia per diversi anni anche come superiore regionale del PIME nel Nord Italia e responsabile del seminario del PIME in Piazza Rinaldi a Treviso. Nel 1968 gli viene chiesto di aprire una nuova missione nelle Filippine dove diventerà il primo superiore regionale. Moriva il 10/11/1973 a Milano e riposa nel cimitero PIME di Villa Grugana.

Nelle Filippine

La città di Santa Cruz (a 120 km. a sud-est di Manila) in 19 barrios ha circa 60.000 abitanti, 40% dei quali cattolici e 60% «aglipayani» (3); in realtà la maggioranza non frequenta alcun luogo di culto: le persone colte si sono allontanate dalla pratica religiosa, le masse popolari conservano avanzi di «cristianesimo popolare» fortemente superstizioso. P. Bonaldo scrive all’inizio: «Siamo sopraffatti dalle folle». Quando hanno visto dei preti che si danno totalmente alla gente, rendendosi disponibili in qualunque momento e per tutte le necessità, i fedeli accorrono in massa, mettendo in imbarazzo i missionari, che non s’aspettavano una risposta così corale. Organizzano il catechismo, il consiglio parrocchiale (dove si discute tutto con la gente), le associazioni parrocchiali che stimolano i laici all’impegno; nelle due chiese ogni settimana ci sono 15 messe con omelia, nei barrios una dozzina; introducono una liturgia partecipata in vista dell’istruzione religiosa molto carente; «purificano» le chiese dalla congerie di statue e immagini che le rendono più luoghi di superstizioni che di fede. Questa nuova impostazione della vita ecclesiale scandalizza i cattolici «tradizionali». La divisione fra le due comunità è netta. Compresa la situazione, i padri si impegnano nelle opere sociali per i più poveri. Molte iniziative che suscitano il caloroso sostegno popolare ma scombussolano i fedeli più vicini, abituati a vedere nel prete solo il distributore di benedizioni e di consolazioni spirituali. i missionari lavorano fino all’esaurimento: Bonaldo e Alessi sono ricoverati in ospedale (erano in piedi 16-18 ore al giorno…).

Apostolo del Trevigiano: simpaticone, cordiale e sempre missionario a Hong Kong e nelle Filippine.

Da Treviso a San Donà di Piave sono almeno 40 chilometri di strada; P. Bonaldo li macinava tutti, con la sua pesante bicicletta, almeno una volta alla settimana, per andarvi a svolgere il ministero domenicale. E ne faceva tutte le settimane tanti e tanti di più, sempre in bicicletta, per recarsi ovunque – magari in tre posti diversi in uno stesso giorno – per tenere quaresimali, tridui. giornate missionarie: o per questue di salami, formaggio e altro ben di Dio per i suoi apostolini. Si era fatto amici tutti i sacerdoti della diocesi di Treviso, non solo per ottenere il loro aiuto, ma anche per confortare e incoraggiare tutti. E così poteva stimolare alla generosità missionaria.

Parlando di P. Bonaldo, credo che non ci sia altro modo di presentarlo che questo: un missionario tutto d’un pezzo e un grande cuore di amico sincero e cordiale. Le testimonianze che di lui danno tutti i sacerdoti della diocesi sono di questo tono: tanto che sulla sua durezza come apostolo e la sua giovialità come amico si potrebbe scrivere un intero libro.

Dopo il rientro per malattia di padre Bonaldo dalle Filippine, dove era stato eletto superiore regionale, p. Amelio Crotti scrive di lui:

“II giorno prima della morte, cioè il 9 novembre, con altri sacerdoti della diocesi di Treviso mi recai a fargli visita. «Ci rivedremo lassù» gli disse Mons. Barbiero, ed egli. quasi a rinviarlo di queste parole di conforto, mosse il capo e allargò le mani. Poi io aggiunsi: «Ricordati, lassù, del Seminario del PIME di Treviso, il seminario che tu hai tanto amato»: egli stese di nuovo le mani, mosse di più il capo e mi guardò fisso, quasi per dirmi: «E come posso dimenticarmi?».

 

Vite donate: padre Valeriano Fraccaro

Nato il 15/03/1913 a Castelfranco Veneto (Treviso). Iniziò la formazione nell’Istituto nel 1934. Fu ammesso al Giuramento, ordinato Presbitero e partì per la Cina (Hanzhong) nel 1937. Espulso nel 1952, passò a Hong Kong nel 1953. Venne ucciso il 28/09/1974 a Say Kung, Hong Kong.

La mamma ha allevato una nidiata di 14 figli. Ogni mattina passava dal letto all’altare, per trovare la forza e la bontà nell’Eucaristia.

A scoprire il corpo di Padre Valeriano è un giovanissimo missionario di ventisei anni, Francesco Frontini. Per lui è un colpo terribile…  Anche quella sera il missionario ha avuto visite, fin quasi le undici.

Ma chi può averlo ucciso? Chi poteva voler male a P. Valeriano? La sua veste bianca, la cartellona sformata che si portava sempre dietro, il grande ombrello da contadino con cui si riparava dai caldi raggi del sole, sono popolari in tutti e trentasette i villaggi del distretto. I bambini lo riconoscono da lontano per quel suo incedere un po’ goffo e gli corrono incontro gridando sulle stradine polverose, che lui stesso percorre sempre a piedi. Non ha la macchina e non vuole neppure imparare a guidarla: «Figurarsi, alla mia età!», dice sorridendo.

Nel novembre del 1939 scriveva a suo fratello, P. Vittorino: «Sono sempre lieto e la salute non mi manca, le gambe ancora forti per fare lunghi viaggi, la stanza senza disturbi e il sonno profondo senza sogni. C’è da lavorare da spolmonarsi…».

Era giunto a Hanzhong nel 1937, all’età di ventiquattro anni, senza nulla. Infatti, i bagagli, spediti dall’Italia via mare, erano rimasti fermi in un magazzino allo scoppio della guerra. Glieli consegnarono soltanto nel 1945 quando “ormai non ne avevo più bisogno“. Era un duro periodo: «La guerra continua e non si sa quando finirà. In questi giorni – scriveva alla fine del 1939 – gli aeroplani giapponesi hanno cominciato a bombardare Hanzhong: tante bombe, tanti disastri e morti. L’ultima volta trenta bombe e più sono cadute sui fabbricati del Vicariato. Gennaio 1951: «Siamo sotto dei veri padroni, proclamata la libertà di religione, di stampa, di propaganda, però vogliono sapere tutte le nostre cose, pretendono che si avvisi la polizia su tutto, proibiscono ai cristiani di andare in chiesa e ai preti di compiere il ministero. Temiamo di essere cacciati via dalla Cina …

Così, dopo molte dolorose vicende, anche lui nel 1951 fu espulso dalla Cina per sempre, come nemico del popolo. Lasciata la Cina continentale, riuscì a rimanere a Hong Kong dove mise radici.

È da poco a Cairn quando scoppia un violentissimo tifone che devasta ogni cosa. Padre Valeriano, allora, organizza i soccorsi… Ama talmente le persone anziane, che ha persino organizzato il “Festival della riconoscenza per i vecchi”. In coincidenza con le feste del Capodanno cinese – quando tutti corrono in città a divertirsi, lasciano in casa, soli, i “nonni” – Inventa una gran festa riservata agli anziani. Fa tutto lui: serve in tavola, canta, racconta storie allegre e mesce del buon vino, un vero lusso per i pescatori di Cairn (c’è sempre qualche vecchietto che se ne torna a casa mezzo brillo!). «Che male c’è? Se fosse male – sostiene P. Valeriano – nostro Signore non avrebbe cambiato l’acqua in vino, alle nozze di Cana».

Ai bambini, insieme alle immaginette ingiallite, regala, tirandole fuori dalla borsa impolverata, numerose fette di quel dolce che impasta e cucina lui stesso: lo conoscono, infatti, come “il prete fornaio”.

In tutte le case è amato il suo “faccione sorridente, grondante sudore, che egli si asciuga con un gran fazzoletto da contadino” e che gli è valso un altro soprannome: “Papa Giovanni”. Per lui evangelizzazione significa rapporto personale con la gente, mantenere i contatti con tutte le famiglie dei villaggi. È capace di prendere la barca e partire alle sette del mattino e tornare la sera alle dieci, undici: fa il giro dei piccoli gruppi dispersi, entra nelle baracche a visitare i malati, a scherzare con le vecchiette che non si possono muovere, va a trovare i pescatori sul luogo del loro lavoro e poi celebra messa dove capita, spesso nelle barche dove i pescatori vivono e dormono. Questo, dice, per creare una comunità di fede e di vita.

Un piccolo “Papa Giovanni”, dunque, con quel sorriso che nasce dalla semplicità evangelica, da un cuore dilatato, da una fede più forte delle amarezze quotidiane…E lui è il primo a coltivare questo intenso rapporto con Dio, nonostante i mille impegni e preoccupazioni: «Pur essendo occupati in tante faccende materiali, cerchiamo di trovare un po’ di tempo per raccoglierci tra noi e Dio e pensare alla nostra anima».

«La cosa che mi fece più impressione – afferma una ragazza cattolica di Cairn – era la sua dedizione nell’aiutare i bisognosi: chiunque ricorreva a lui, certamente riceveva un aiuto. Andava egli stesso a cercare i più poveri, gli piaceva aiutare le persone che nessuno aiutava. Chi avrebbe potuto volergli del male?”

 

Padre Giuseppe Panizzo

Nato il 20/03/194 a Breda di Piave (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1952, ammesso al Giuramento nel 1966 fu ordinato Presbitero nel 1967. Servì l’Istituto negli Stati Uniti dal 1969 al 1978 e in Italia come animatore vocazionale dal 1979 al 1983. Partì per il Brasile (Parintins) nel 1983 e nel 1993 passò in Papua Nuova Guinea (Vanimo). Morì a Vanimo (P. N. G.) il 20/04/1994 in seguito a un incidente all’aereo che lui stesso pilotava mentre trasferiva alcuni catechisti in villaggi montagnosi.

Sentire il suo nome ed associarlo subito alle parole l’aereo”, “volare”, è istintivo. Specialmente ora che, purtroppo, alla parola “aereo” dobbiamo legare l’immagine della morte di questo nostro carissimo missionario. Qualcuno potrebbe aver pensato che per P. Panizzo, l’aereo sia stato un capriccio o un hobby. Non credo che ciò corrisponda a verità. Credo invece che anche l’uso dell’aereo, entrava in uno stile di vita, in una mentalità che P. Panizzo forse aveva acquisito negli anni passati in USA prima come studente e poi come animatore vocazionale. La mentalità cioè che anche la tecnica, se ben usata, aiuta a far avanzare il Regno di Dio. Infatti, il P. Giuseppe è stato il primo a usare il computer in Parintins; aveva un fuori bordo veloce per andare a visitare le comunità nei villaggi e da questi si comunicava con la città attraverso una radio-trasmittente; ha organizzato una libreria nella città di Parintins che non ha niente da invidiare a quelle delle grandi città; ha sempre dato importanza ai mezzi di comunicazione. Lui stesso aveva confessato che fin da piccolo aveva un sogno: poter volare!

Su richiesta di Mons. Bonivento, la Direzione Generale, gli fa la proposta di spostarlo dall’Amazzonia alla Papua. Lo invitano prima a fare una visita in quella missione per poi decidere. Al ritorno di quel viaggio mi confessava: “La Papua è bella, ma io amo molto anche Barrerinha. Lascio che siano i superiori a decidere”. E così, nell’ottobre ‘93 arriva a Vanimo.

Dalle lettere scritte alla mamma e ai 13 fratelli, si capisce che nei primi mesi ha trovato grandi difficoltà ad inserirsi in un nuovo lavoro e in un nuovo ambiente. Poi le cose cambiano, tanto che un mese circa prima di morire scrive: “Posso dire che i 40 giorni di deserto sono passati…”, indicando che ormai il più difficile è passato e sta inserendosi sempre più nella realtà della Papua. Ma nella stessa lettera c’è una frase che sembra quasi un presagio: “…non c’è Pasqua senza Croce!” e poi termina con delle parole che credo siano state un programma per la sua vita: “Ricordiamoci ai Signore e mettiamo Lui al primo posto. Senza di Lui tutto crolla”.

 

Vite donate: padre Eliodoro Farronato

Nato il 18/05/1912 a Fellette di Romano d’Ezzelino (Padova), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1928. Fu ammesso al Giuramento e ordinato Presbitero nel 1934. Partì per la Birmania (Kengtung) nel 1935 dove venne ucciso il 11/12/1955 ed è sepolto a Mong Young.

È il 10 ottobre 1926. La chiesa di S. Maria Maggiore di Treviso è gremita di folla: P. Antonio Farronato ha appena terminato di celebrare la messa e sta salutando amici e parenti, pronto a partire per la Birmania assieme ad altri compagni. Sceso dal pulpito si trova di fronte uno dei suoi otto fratelli, Elio, che frequenta il ginnasio nel seminario diocesano di Thiene. Tra i due c’è sempre stata una forte intesa. Elio ha seguito le orme del fratello, amato e stimato come un modello, e ha sempre partecipato intensamente alle tappe del suo cammino, perché percepiva, già da ragazzo, che le loro vite erano chiamate ad una stessa vocazione. Ora che Antonio parte per la Birmania, Elio lo “segue” con lo sguardo, fiducioso di poterlo riabbracciare ancora. Eliodoro è un tipo energico, deciso: sebbene abbia solo 14 anni ha già le idee chiare. E così, due anni dopo, entra nel Seminario del PIME, a Monza. Sulla scrivania del suo studio c’è sempre in bella vista una lettera proveniente da Mong Young. È Toni, che nell’agosto del 1929 gli scrive: «Fratello caro, qui io vivo senza casa, mi alzo senza sveglia, prego senza chiesa, caccio senza licenza, sto allegro senza amici, studio lingue senza professori, non ho giorni senza fastidi, invecchio senza accorgermi, morrò senza rimorsi… Quando verrai a farmi compagnia?».

E così, ordinato prete il 22 settembre 1934, P. Eliodoro è destinato alla Birmania, proprio nella missione del fratello. La sera del 24 agosto 1935 salpa per l’Oriente e il giorno dopo, dal ponte della motonave, scrive ai familiari: «Al momento della partenza, mare e cielo sembravano imbronciati, quasi a indicare il dolore di chi restava e di chi partiva. Ma sopra le nuvole leggere, c’era il sole, bello come sempre e oggi è splendido. Se vi ho lasciati, è per Dio. Perciò, dopo il dolore, sento una gioia ineffabile. E spero che la proviate anche voi, più felice di me non c’è nessuno! Valeva la pena fare quel che ho fatto e lasciare tutto per provare la consolazione di sentirsi unicamente di Dio, per amarlo e farlo amare!».

Sbarcato in Birmania, dopo un periodo di studio della lingua Shan, nell’aprile del 1936 arriva a Mong Yong, dove gli abitanti lo stanno già aspettando. E qui inizia la sua attività pastorale.

Nel 1940 anche per i missionari di Kengtung cominciano a farsi sentire le dolorose ripercussioni della guerra finché vengono confinati dagli inglesi in zone d’isolamento.

Finalmente nel 1944 riacquista la libertà. Finita la guerra, nel 1946, può tornare a Kengtung, subisce un duro colpo: la missione di Mong-tsat è stata rasa al suolo e bisogna ricominciare tutto da capo.  Inizia, così, la traduzione dei manuali di preghiere, storia sacra, catechismi e canti liturgici nelle lingue Shan, Lahu e Ahkà.

La mattina del 9 dicembre 1955 parte per Mong Yong. Ha attraversato valli e monti, infestati da briganti e ora, con il cuore in gola, scruta dall’alto il suo piccolo villaggio e in silenzio fissa lo sguardo tra il verde della radura: gli sembra di riconoscere la sua casa e, distante appena 30 metri, separata da una valletta, la tomba del fratello. Quanti ricordi e quanto tempo è passato, eppure ogni persona conosciuta e ogni avvenimento sono così vivi in lui. Gli sembra di riprendere a respirare a pieni polmoni. Ancora dieci chilometri e arriverà a casa.

Ma appena ripreso il cammino, viene fermato da diciassette guerriglieri cinesi. La sera del 14 viene ritrovato il corpo sepolto a fior di terra sotto alcune pietre, nel greto d’un ruscello. Eliodoro viene deposto accanto al fratello e la sua tomba, con quella del suo Toni, è testimonianza di fede tra i villaggi sperduti della Birmania.

 

Padre Vittorio Giurin

Nato nel 1939 a Maniago (Concordia-Pordenone), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1959 e fu ammesso al Giuramento nel 1963. Fu ordinato Presbitero nel 1964 e partì per il Brasile (Parintins) nel 1971. Dal 1976 servì l’Istituto come animatore vocazionale nel seminario del PIME di Preganziol, Treviso. Moriva per malattia il 10/11/1979 a Treviso

Voglio raccontarti un po’ di me…

Per me la vocazione può essere paragonata ad un Contatto Elettrico. Esiste anzitutto la centrale elettrica, cioè Gesù, fonte di luce, calore, amore… e noi che siamo i fili. Questi fili hanno valore effettivo quando vengono innestati alla centrale, perché soltanto così potranno trasmettere luce. La centrale Gesù è tanto potente e meravigliosa che ti attira, ti invita e dopo il contatto tu dispenserai luce secondo la tua volontà. Infatti, di fili-uomini ce ne sono di tutte le qualità: più o meno buoni, fini e grossi, corti e lunghi…

Il mio grande ed importante contatto è avvenuto a 9 anni quando ricevetti nello stesso giorno la prima Comunione e la Cresima. Sinceramente, allora sono rimasto «elettrizzato». Il voltaggio è aumentato con un atto di generosità in favore di un paralitico, povero, sudicio, che elemosinava girando su una carrozzella sgangherata. Desiderando costui trasferirsi in un altro paese, non trovava nessuno che lo aiutasse. Mi sono fatto coraggio e per 4 chilometri l’ho spinto nella sua carrozzella, facendo pure una salita molto dura. Un discorsetto del delegato Aspiranti orientava infine la mia vita per donare luce.

Lui diceva che gli Aspiranti erano come coppe vuote, che dovevano lasciarsi riempire di liquore (cioè di Cristo) fino a traboccare in favore degli altri. Questi 3 fatti mi hanno accompagnato all’Altare, al sacerdozio.

Alcuni pensieri

* Essere missionari è la forma più bella, più affascinante, di amare i nostri fratelli, di dedicare la nostra vita alla loro salvezza.

Non hai mai pensato che tra le schiere dei missionari, potresti esserci anche tu? (Maggio 1977)

* A me piace troppo la mia scelta sacerdotale, la scelta di Cristo: proprio per questo non intendo dividere il mio affetto con nessuno (settembre 1979)

* …resta il problema del tuo futuro: matrimonio o vita consacrata? Io non conosco la tua scelta, ma ti consiglio di preferire la felicità. «Hai una persona che ti ama, il suo nome è Gesù» dice una canzone. Hai la libertà di essere sempre giovane e la gioia interiore che nessuno ti può rubare. (Settembre 1979)

* Un segreto per diventare «grande», per essere felice nella vita: amare il Silenzio. Ogni giorno devo trovare 10-15 minuti per rimanere in silenzio e riflettere. Soltanto nel silenzio posso mettermi in sintonia con Dio ed ascoltarlo. (Agosto 1979)

«La tua fede è vana se non senti il bisogno, il desiderio di comunicarla agli altri». (Luglio 1979)

* Devo sforzarmi per realizzare sempre un offertorio vivo: Gesù aspetta il dono del mio cuore, del corpo, della purezza, delle mie azioni, attende il dono totale di me stesso. Offertorio vivo anche nel senso di donare cose personali che andranno per i poveri, per le missioni… (Marzo 1979)

Dal letto della sua sofferenza…

«Nella vita sono sempre vissuto nella gioia, perché mi sono impegnato ad essere fedele a Gesù… Ma ho voluto chiedere a Dio una prova che verificasse questa mia gioia, come dice San Paolo. Ed il Signore mi ha preso in parola.

Offro tutto per le vocazioni, il seminario, le missioni!

«Spero solo che dà tanto soffrire il buon Dio sappia ricavare qualcosa di bene, perché io sono tanto cattivo, mi lamento, ma il Signore sa fare bene ogni cosa!

«Sono come il Figlio prodigo che, lentamente, sta tornando alla casa del Padre.

«”Gli altri” corrono, si danno da fare… e noi cosa facciamo? Stiamo seduti, in ozio! Andare bisogna e predicare che Gesù è buono!

«Che male! Gesù ti amo! Credete al Vangelo!

«In Amazzonia, quanta acqua…quei fiumi grandiosi.  A tutti ho sempre dato tutto ciò di cui avevano bisogno! Ed io sto morendo di sete! Anche Gesù sulla croce ha detto: “Ho sete!”.

«Amici vi amo tutti, tutti… state qui con me, non lasciatemi solo!».

Padre Angelo Bacchin

Padre Angelo Bacchin di Giovanni e di Maria Giusti, nato a Carbonera (Treviso) il 26-1-19 entrato nell’Istituto il 18-10-1923, ordinato Sacerdote il 24-9-1932, partito per Nanyang 1’8-9-1933, espulso dai comunisti nel marzo 1954, morto a Hong Kong il 12-2-1963. La famiglia da Carbonera si spostò a Treviso. Era profondamente cristiana, abitava poco lontano dalla chiesa dei Carmelitani e una sorella si era fatta Carmelitana Scalza a Venezia. Suo fratello Narciso faceva parte dell’associazione degli ‘Adoratori del SS.mo Sacramento della città di Treviso e frequentava regolarmente nella chiesa di Santo Stefano assieme a Elia Bianchin, fratello anche lui di un missionario del Pime, p. Mirko Bianchin.

Padre Bazzo, Vicario Regionale di Hong Kong, annunziando la morte di questo caro Padre scriveva: “il P. Bacchin   se ne è volato in Cielo, lasciando a noi rimasti sulla terra esempio di eroismo e di zelo, frutto del suo spirito di obbedienza e di sacrificio che lo accompagnò per tutta la sua vita di missionario. Apostolicamente visse e santamente mori. Fu doppiamente martire: prima perché, da vero ardito dell’esercito di Cristo, fu angariato, bastonato, sottoposto a duro “lavaggio del cervello” ed altri gravi soprusi. Ultimamente dovette subire anche il martirio fisico e morale di una lunga e fastidiosa malattia che per lunghi anni gli fu causa di dolori, di umiliazioni, di noie. Fu sempre il primo nello zelo e nel lavoro, nella cooperazione e nel sacrificio di sé stesso, quando si trattava di aiutare gli altri nel ministero. Osservatore acuto di uomini e di cose, vedeva e aveva anche il coraggio di santamente disapprovare, quando invece della gloria di Dio e della salvezza delle anime, s’accorgeva che si cercava il trionfo della propria personalità. Amava lo studio, sebbene trovasse una certa difficoltà in esso, e soprattutto pregava molto, e il tempo della preghiera, anche nella grande attività, lo sapeva trovare sempre”.

  1. Angelo al Superiore Generale a proposito della difficoltà della preghiera ha scritto: “Pregare quando si è ammalati non è cosa facile. La testa alle volte non funziona bene… Dica ai seminaristi e ai Padri che cerchino di pregare bene finché stanno bene, perché una volta ammalati, la cosa è molto difficile. Stia sicuro, Rev.mo Padre Superiore, che non mancherò di offrire i miei fastidi al Signore per Lei, per l’Istituto e per la Chiesa tutta”.

Uomo di spirito di preghiera, il suo programma personale e quotidiano venne subito, come era uso fare nei Distretti di Missione, messo in atto. Alle sue SS. Messe sempre celebrate con vero sacerdotale raccoglimento, con grande spirito di asceta, si aggiungevano le lunghe ore di preghiera vocale, e meditazione, che lo facevano il santo sacerdote di grande orazione mentale.
A questa sua pietà va aggiunto il Suo grande amore e divozione alla Vergine SS.ma; per cui le lunghe visite al SS.mo, lunghe ore di vera adorazione, trascorse sempre ginocchioni, immobile, senza lo facevano il vero Missionario adoratore. Il complesso di questa sua pietà sacerdotale, la sua figura d’ asceta, lo spirito di grande mortificazione che lo animava a praticare digiuni e astinenze, gli procurarono il nome di “Fachiro santo”. Apostolo camminatore dei Distretti di Missione, preferiva camminare a piedi, sebbene avesse a sua disposizione il mezzo della cavalcatura. Missionario lavoratore apostolico, anche a Hong Kong volle continuare ad essere in stile; ed essendo libero da impegni fissi, si prestò molto nel lavoro di Ministero presso la chiesa dell’Immacolata e nella celebrazione delle SS. Messe un po’ ovunque, secondo i bisogni e necessità locali. Ai vari malanni fisici, col tempo, vi si aggiunsero anche quelli dello spirito, le sofferenze morali, le vere persecuzioni. Tutto ciò compì senza mai badare mai né al clima, né alle condizioni del tempo, e nemmeno alle sue condizioni di salute; ma una cosa sola lo animava: l’amore nel procurare la gloria di Dio ed il bene delle anime.

 

Padre Gaetano Filippini

Nel centenario del Pime a Treviso e nel Triveneto ricordiamo alcuni missionari.

Padre Gaetano Filippini

Nato il 07.08.1895 a Castelcucco di Asolo (Treviso), entrò nell’Istituto nel 1914. Fu ordinato Presbitero nel 1921. Partì per la Cina (Kaifeng) nel 1924. Rimpatriato nel 1948, partì per il Brasile nel 1951 e servì l’Istituto in Italia dal 1961. Morì a Treviso il 23.03.1972. Riposa a Castelcucco.

Padre Gaetano Filippin lasciava il seminario diocesano di Treviso per entrare nel seminario missionario di Milano quando padre Paolo Manna (1872-1952), ora Beato, ritornato per malattia dalla Birmania (l’attuale Myanmar), si prodigava con tutte le forze a diffondere in Italia l’ideale missionario. Con il motto “Tutta la Chiesa per tutto il mondo”, animava anzitutto il clero, fondando “L’Unione missionaria del clero” (1916). Nacque l’Enciclica “Maximum illud”, la lettera apostolica che nel 1919 Benedetto XV inviava all’indomani del primo conflitto mondiale per imprimere nuovo vigore alla spinta missionaria della Chiesa.

“L’iniziatore di questo movimento missionario diocesano”

Così lo definisce Mons. Mistrorigo vescovo di Treviso negli anni ’60. Leggiamo come padre Gaetano ci racconta i “natali “del PIME a Treviso:

“Durante le vacanze autunnali del 1921, desideravo tanto d’essere ordinato Diacono. Ero suddiacono dal Sabato Santo. Mi presentai a Mons. Longhin e gli apersi il cuore.  -Si, caro, ben volentieri, mi rispose. L’ultima domenica di luglio, festa del Redentore, celebrerò la Messa a S. Agnese e là ti ordinerò diacono-. E per gli esercizi spirituali? – -Va’ in seminario, sta tranquillo, mettiti sotto la direzione del padre spirituale, don Vittorio D’Alessi. Fu in quella occasione che, con don Vittorio, si maturò l’idea di aprire una casa apostolica a Treviso. Vi ritornai a Natale per la prima Messa solenne. Fui ospite del seminario vescovile, ove celebrai così una delle prime Sante Messe, dove avevo frequentato il ginnasio e il liceo. Intanto si concretava l’idea di aprire in città un focolare, ove si preparassero i futuri missionari trevigiani. Un giorno, don Vittorio, tutto raggiante, mi disse: -Sai che il Vescovo è contento e mi incaricò di vedere un po’ dove e come si potrebbe aprire il nuovo seminario-.

Fu così che cercai a lungo in città e il mio sguardo si posò sulla chiesa di S. Martino e sull’annessa canonica. Dopo lunghi e laboriosi sondaggi, finalmente mi ritrovai con Mons. Longhin. E dunque? -Tutto combinato, Eccellenza! –  Deo gratias! Vieni subito con me in Curia e ti firmerò il decreto di nomina a Vicario di S. Martino Urbano, così potrai iniziare l’opera benedetta, che sta tanto a cuore anche a me-.

All’inaugurazione della casa, il vescovo Mons. Longhin disse:” Questo Seminario, come il mio diocesano, sarà la pupilla dei miei occhi”. In Duomo, il giorno di Pasqua del ’28 dirà:” Tre cose mi stanno sommamente a cuore: il Seminario diocesano, il Seminario dell’Immacolata e il Collegio Pio X”.

Nel maggio del 1924 P. Filippin si preparava alla partenza per la Cina. Gli scrive Mons. Longhin: “Carissimo don Gaetano, mi consta che in questi giorni hai lasciato definitivamente la cura di San Martino Urbano, che in un primo momento mi ero lusingato che tu avessi a reggere per lungo tempo, sicuro come ero che avresti fatto un gran bene. Gli avvenimenti hanno portato purtroppo ad una soluzione diversa da quella da me vagheggiata, ma io sentirei di mancare a un mio dovere se non ti ringraziassi vivamente di tutto il bene che hai fatto nei brevi mesi di tua permanenza nella già menzionata Vicaria. Ti auguro che il buon Dio, benedica le tue fatiche nel campo che formò e forma le tue sante aspirazioni, felice che uno dei migliori sacerdoti della mia diocesi porti la parola di Cristo nelle regioni degli infedeli. Ti benedico col solito paterno affetto”. ( Fr Andrea Vescovo, 15 gennaio 1924).

Padre Filippin celebrò la Messa nella chiesa di S. Martino e ricevette il Crocifisso dalle mani del Vescovo che nel Duomo disse:” Io ti benedico, o figlio. Tu parti, e forse non ci rivedremo più qui in terra. Ma ci rivedremo certo in Paradiso, dove ci narreremo le meraviglie che la Provvidenza e la Misericordia di Dio avranno operato in mezzo e per mezzo di noi, suoi umili strumenti.”

Espulso dalla Cina nel ’48, da Mao-Tse-Tung, p. Filippin riprese in mano le sorti del Seminario.  Ripartì per il Brasile nel ’51 e dieci anni dopo venne richiamato e nominato Rettore a Treviso.

Con la costruzione del nuovo seminario nel comune di Preganziol si dava così inizio ad una nuova epoca della storia del P.I.M.E. in terra trevigiana.