Padre Riccardo Magrin

Nato il 02/01/1924 a S. Pietro in Gù (Vicenza), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1937. Fu ammesso al Giuramento nel 1948. Ordinato Presbitero nel 1949, servì l’Istituto in Italia fino al 1954, quando partì per il Giappone. Nel 2001 di ritornare in patria ma il dott. MichioIde, direttore dell’ospedale di Kurume, lo ha invitato a diventarne il cappellano e p. Magrin ha accolto l’invito. Moriva 26/11/2008 a Fukuoka (Giappone) e riposa nel cimitero di Tosu (Giappone).

Un cuore limpido, retto e fedele…, come nell’elogio di Gesù a Natanaele. Con P. Magrin Riccardo mi legano molti ricordi personali, dovuti anche alla nostra provenienza, lui di San Pietro in Gù (Vicenza) e io di Fontane di Villorba (Treviso): una mia zia (sposa di un fratello di mia mamma) proveniva dal suo paese natale.  Qui, quando P. Riccardo era ragazzo, cappellano della sua parrocchia era il sacerdote che divenne poi Vescovo di Treviso, S.E Mons. Antonio Mistrorigo, con il quale P. Magrin tenne sempre una cordiale amicizia. Il Vescovo Mistrorigo – come si sa – iniziò e portò avanti per molti anni una fruttuosa collaborazione con il PIME.

Ma ci incontrammo la prima volta solo in Giappone quand’era parroco a Karatsu, una delle chiese della Prefettura di Saga, affidata al PIME come “Missione”, la terra dove dedicò tutta la sua vita missionaria servendo in varie chiese, come le circostanze chiedevano, fino a Tosu che fu l’ultima parrocchia in sua cura, e poi servendo come cappellano presso il grande ospedale Sei Maria Byoin a Kurume, dove concluse il suo cammino. P. Magrin lasciò in coloro che lo conobbero una profonda impressione come uomo di Dio, sempre in umile servizio dell’annuncio e della testimonianza di Fede per la quale aveva consacrato la sua vita al Signore che lo aveva chiamato fin da piccolo. Forse si può dire che il motivo per cui era amato non era dovuto tanto a particolari talenti umani quanto alla sua trasparenza e candore, che mi ricorda le parole di Gesù a Natanaele: “Ecco davvero un israelita, in cui non c’è falsità” (Gv. 1,47). Padre Riccardo portò sempre con sé quella qualità evangelica di bambino che caratterizza chi vive sempre davanti al suo Signore.  Anche se schivo, amava la compagnia e accettava lo scherzo. Ma la sua pietà lo avrebbe portato forse alla vita di clausura se non avesse sentito da sempre e se non avesse saputo accogliere ogni volta con rinnovato coraggio e spirito di fede quella spinta missionaria che lo aveva sradicato dalla sua amata terra. Così fu per lui come un premio quando, arrivata l’età, gli fu chiesto di dedicarsi, negli ultimi anni, alla cura dei malati nell’Ospedale Santa Maria di Kurume. Finalmente poteva dedicarsi senza preoccupazioni solo alla pietà e alla carità. Fu uno dei “giovani” della prima generazione della Missione del Giappone con P. Giannini, di cui fu compagno da quando, giovani sacerdoti, insieme al P. Claudio Gazzardi, guidavano il piccolo seminario del PIME a Vigarolo (Lodi), Il primo restò sempre a Yamanashi, il secondo a Saga, e la loro memoria ci accompagnerà sempre.

E la sua testimonianza si diffuse come il profumo di Cristo (cfr. 2Cor. 2,14) che tutti siamo chiamati ad essere. Il giorno del funerale nella Cattedrale di Fukuoka la gente era numerosa. Si volle anche pubblicare un libretto in suo ricordo. Ora riposa nel cimitero della chiesa di Tosu. (p. Bianchin)

 

Padre Giovanni Cadorin

Nato il 16.08.1880 a Taibon (Belluno), entrò nell’Istituto nel 1907. Fu ordinato Presbitero e partì per la Birmania (Taungngu) nel 1911. Dal 1937 servì l’Istituto in Italia. Morì il 06.01.1951 a Monza ed è sepolto nel cimitero del PIME a Villa Grugana.

Il 6 gennaio 1951. consumato da lunga e penosissima malattia, cessava di vivere il P. Giovanni Cadorin. Durante il tempo che fu costretto a stare in casa di cura a Monza, edificò tutti, suore e infermieri, col suo contegno ammirevole, sempre paziente, sempre caritatevole, sempre umile e docile, come un bambino. Dalla sua bocca non usciva un lamento, non un rimpianto; che, anzi, sapeva nascondere così bene il suo male, che pure lo tormentava terribilmente, da meravigliare quanti gli erano accanto, e da suscitare, lui ammalato, ilarità e allegria, che non sono le note abituali di un ospedale. Per questo, quando chiuse dolcemente gli occhi, e la sua anima se ne vola a Colui, Che aveva saputo tanto bene imitare nella via della croce, gli infermieri non riuscirono a trattenere le lacrime e ne esaltarono le virtù, come se si trovassero di fronte ad un santo; qualcuno di essi, anzi, si raccomandò alle preghiere del buon padre sofferente, per ottenere speciali grazie dal Signore, e, come ci fu narrato da loro stessi, l’effetto fu immediato e oltremodo salutare. P. Cadorin era nato a Taibon, provincia di Belluno, ii 16 agosto 1880. Entrato nell’Istituto il 13 novembre 1907, partiva, tre mesi dopo la sua ordinazione, il 15 settembre 1911 per la Birmania. Conosce Lei ii prete di Hoya? Certamente! P. Cadorin. Ma che razza d’uomo e costui? Italiano. Capisco. Volevo dire, che razza di tempra dev’essere quest’uomo per poter vivere così a lungo fra gente semi­selvaggia e in un luogo così tetro. Io non ci starei nemmeno per tutto I ‘oro del mondo. E anche lui, sa, non ci starebbe… Ma ci sta solo per amore di Dio e delle anime. Chi parlava così, era un ministro anglicano, che veniva appunto da Hoya. Assuefatto ai comodi della città, gli sembrava incredibile che un europeo potesse vivere in quel lontano e oscuro luogo di montagna. E veramente, solo il fatto di aver potuto e saputo trascorrere la vita, dura e solitaria, in quei tempi proprio nel centro della rozza tribù Pre, senz’alcun conforto umano, ha dell’incredibile. Eccetto il primo anno passato tra i Kani, nel distretto di Leiktho, il P. Cadorin trascorse la sua vita missionaria tra i suoi cari Pre. Si richiedeva proprio una tempra d’acciaio per la nuova residenza di Hoya, e ii vescovo pensava chi potesse mandarvi. II P. Gussoni, che vi aveva dimorato un anno, non si sentiva più di tirare avanti, tanto si era esaurito per la troppo dura vita. Se crede, Monsignore, ci vado io – disse calmo Padre Cadorin. Ma la ringrazio proprio di cuore – sospiro allora Mons. Sagrada. Bravo, Cadorin – esclamarono tutti i padri presenti, che si erano riuniti per gli annuali esercizi spirituali. Sono i Pre la razza cariana, fisicamente la pit1 attraente, ma la più selvatica e la più misera. Attaccatissimi ai loro tradizionali costumi pagani, e assai difficile guadagnarli al­ la Chiesa. I più lontani da ogni via di comunicazione, appollaiati su quelle cime rocciose, coperte di fitta boscaglia, sono anche i più retrogradi nella civiltà. Fu appunto fra questa gente così rude, che P. Cadorin rimase venticinque anni, adattandosi alla loro mentalità per poterli guadagnare alla fede. Colà, durante la stagione delle piogge, i fiumi s’ingrossano e i ponti altro non sono che tre bambini legati assieme. appesi ai rami di due alberi, situati sulle opposte sponde e protendendosi uno verso l’altro. Non tutti si è equilibristi! E non lo era neppure P. Cadorin, il quale, perciò, era costretto a restarsene solo nella sua umida casetta di legno, parecchi mesi all’anno, senza poter avere la consolazione della visita di un confratello.

I Pre soffrono la fame molto di frequente. La loro terra rende quasi niente. A chi andare per aver un po’ di soccorso? Al buon padre missionario, naturalmente. E P. Cadorin andava incontro ai loro bisogni con riso, tabacco, sale e denaro, facendosi promettere che, poi, all’occorrenza, sarebbero andati a prendere la sua roba a Toungoo e portarla ad Hoya. Nonostante le difficolta di trasporto dalla città ad Hoya, P. Cadorin riuscì a costruire tra i suoi Pre una bella chiesina e altri fabbricati in legno. I Pre – diceva lui ·-­ bisogna saperli prendere dal loro verso, e usare con loro molta pazienza, diversamente non si ottiene niente. E col suo modo affabile riuscì a convertire vari villaggi e ad infondere più vita cristiana nei già battezzati.

La sua carità per i cristiani, specialmente in occasione di gravi calamità, come epidemie ed incendi, era straordinariamente generosa; allora non pensava più a sé, ma unicamente ai bisognosi, per i quali si privava anche de! necessario. Fra i Pre si usa fabbricare le capanne di bambù le une accanto alle altre, cosicché, se si sviluppa l’incendio in una, generalmente non se ne salva nessuna. Mi ricordo ancora di un’accorata relazione che P. Cadorin scrisse sul nostro giornaletto cariano, invitando tutti i cariani a dare il loro modesto contributo per la sua gente di Htekhu e Bija, due grossi villaggi, rasi completamente al suolo da un incendio. Appena fuori del villaggio di Hoya c’è una bellissima grotta naturale di stalattiti calcarei; vi mancava soltanto la statua della Madonna per farne una copia di Massabielle. Ce la mise lui, la statua che era così bella, che sembrava un sorriso di cielo. Non lo crederesti — mi diceva il suo successore, P. Rovagnati – ma è la pura verità: il P. Cadorin, quand’era a casa, vi conduceva tutte le sere i suoi ragazzi a recitare il Rosario, o, in tempo piovoso, almeno tre Ave Maria. Ancora oggi si segue il suo esempio, nonostante che la grotta disti due chilometri di poco facile cammino. Negli ultimi anni, diventato quasi cieco e con il corpo che andava sempre più cedendo ai diritti della morte, non lo si vide mai lamentarsi. Soffriva indicibilmente, e il suo unico conforto lo trovava nella ininterrotta preghiera e nel ricordare la sua cara missione, alla quale era attaccatissimo, anche dopo il suo forzato rimpatrio avvenuto nel 1937. La sua anima, purificata nel crogiuolo de! dolore, volò al cielo a ricevere il premio eterno, mentre la sua memoria rimane in benedizione, soprattutto tra i Pre della Cariania, per i quali fu pastore, padre e benefattore. Per tutta la sua vita fu dominato unicamente cla una duplice passione: Dio e le anime. Non esisteva altro ideale per lui. P. RINALDO Bossi miss. a Toungoo

Padre Alfonso Bassan

Nasce il 26 luglio 1923 a Loreo, Rovigo, diocesi di Chioggia. Entrato nel PIME nel 1938, compie gli studi filosofici a Monza e quelli teologici a Milano. Ordinato sacerdote a Milano il 25 giugno 1950, prosegue gli studi di diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana a Roma e vi si laurea nel 1957. In seguito, insegna nello studentato del PIME a Milano (1955-59) e a Gaeta (1962-65). Nel 1961 è chiamato a fare parte della
Commissione di esperti per la revisione dei Calendari e dei Propri diocesani e religiosi costituita dalla S. Congregazione dei Riti dopo la pubblicazione del Nuovo Codice delle rubriche. Conseguito il dottorato in filosofi all’Università degli Studi di Napoli (1972), insegna religione a Gaeta, Aprilia e Latina. D’accordo con la Direzione Generale, trascorre un periodo di tempo fuori dalle comunità del PIME (1973-1976). Ottenuta la cattedra di lettere al liceo classico di Fondi (Latina), risiede a Terracina presso i Cappuccini. Rientrato nel PIME, è rettore a Gaeta. Nel 1984 viene nominato Direttore dell’Ufficio Ricerche Storiche del PIME a Roma e nel 1993 Postulatore Generale. Si reca negli USA per raccogliere la documentazione relativa alla guarigione di P. Aldo VINCI, considerata un miracolo, e che permetterà la beatificazione di P. Paolo MANNA. Ha al suo attivo, oltre alla biografia di Mons. Angelo RAMAZZOTTI, alcune pubblicazioni di carattere giuridico. Nel 2003 per motivi di salute si trasferisce a Rancio di Lecco e vi muore l’8 aprile 2018. È sepolto nel cimitero del PIME a Villa Grugana.

La Imitazione di Cristo e il P.I.M.E

Tra gli scritti lasciati da padre Bassan, nel documento del Pime, Vincolo, n. 152, 1987, pp. 35-39, abbiamo uno studio, diffuso e con note interessanti, di P. Alfonso Bassan, incaricato dell’Ufficio Ricerche Storiche del PIME, sul libro La imitazione di Cristo. Scrive che “troviamo il libro in mano ai Fondatori e a molti missionari. Forse non è esagerato ritenere La Imitazione di Cristo una fonte, non secondaria, della nostra spiritualità”. In questa presentazione del testo di P. Alfonso ci limitiamo a quanto concerne direttamente il PIME, rinunciando alle note. Lo scritto è ampio e preciso nel presentare la profondità della spiritualità di tanti nostri missionari. Merita una presentazione a parte, nell’elenco dei nostri missionari e nello stesso tempo è una sottolineatura della personalità di padre Alfonso Bassan.

 

Padre Giovanni Calderaro

figlio di Giovanni Battista e di Elisa Sarto, nato a Cittadella (PD) il 25 giugno 1901. Ordinato sacerdote a Padova il 19 luglio 1925, entrò nell’Istituto a Milano il 16 settembre 1926. Partì per Hyderabad il 18 agosto 1927. Morì a Lecco il 16 ottobre 1985.

  1. Calderaro era nato a Cittadella (Padova) il 25 giugno 1901; aveva frequentato il seminario di Padova, uscendone, sacerdote del clero diocesano, il 19 luglio 1925. Un anno dopo, con il permesso del suo vescovo, nel settembre 1926, faceva il suo ingresso nell’Istituto. Il 17 agosto 1927 emetteva il giuramento perpetuo ed il giorno dopo partiva per l’India, destinato alla Missione di Hyderabad; incaricato del distretto di Pedda Avutapalli (oggi diviso in una dozzina di parrocchie), nel territorio che avrebbe poi costituito la Missione di Bezwada, con l’erezione della stessa veniva ad essa assegnato. Ed in questa missione avrebbe continuato a lavorare fino al suo rimpatrio nel 1977.
    Sono stati 50 anni di vita missionaria, contrassegnata da un grande ardore apostolico, in cui P. Calderaro seppe fondere armoniosamente le esigenze dell’evangelizzazione e quelle della promozione umana. Scuole, dispensari, ospizio per i vecchi, e perfino una banca rurale, sono le opere per la promozione umana; formazione dei catechisti, cappelle e chiese, fino al Santuario della Madonna di Gunadala, quelle per l’evangelizzazione. Il tutto con un impegno così totale da spingere collaboratori e testimoni della sua attività a chiedersi dove trovasse il tempo e le forze per occuparsi di tutto. E facendosi tutto per tutti; da tutti stimato e amato, e, dopo la sua partenza, ricordato e rimpianto; tanto dai senza casta, quanto dagli indiani di casta.
    Al suo rientro in Italia, con il permesso dei Superiori, per circa 5 anni si prodiga nella sua parrocchia a Cittadella, in aiuto al clero locale, per ritirarsi poi nella casa di Rancio. In questi ultimi mesi, gli anni e le fatiche avevano cominciato a far sentire il loro peso, in un progressivo declino delle forze, davanti al quale dovevano risultare vani tutti gli aiuti umani.
    La mattina del 18 ottobre ebbero luogo i suoi funerali nella cappella della nostra comunità di Rancio. Poi la salma venne portata a Cittadella, dove, il giorno dopo, con la partecipazione di una vera folla di gente, fu ricordata la sua attività in missione e nella sua parrocchia, e tutto il bene da lui seminato nei suoi 60 anni di sacerdozio. La sua salma fu poi tumulata nella tomba di famiglia, nel cimitero di Cittadella.

 

Re Carlo III, “defender of faith”

«La Regina Elisabetta aveva una profondissima fede, della quale parlava nei suoi messaggi di Natale e per gli anniversari dell’incoronazione, e riceveva spesso la comunione. Per la nostra nazione sarà un lutto profondo e anche chi è repubblicano sarà addolorato». Il vescovo anglicano Graham Kings, oggi in pensione a Cambridge, si commuove quando pensa alla sovrana appena scomparsa che ha incontrato. Per commemorarla ha voluto twittare una preghiera speciale. «Ha fermato la tempesta e le onde del mare sono state zittite. Poi furono felici perché provarono pace e Lui li condusse al paradiso che desideravano», queste le parole che ha inviato sui social media.

Nel giornale Avvenire di sabato 10 settembre ’22, Silvia Guzzetti scrive: «La regina ha rafforzato il dialogo ecumenico» e spiega che aveva il titolo di “difensore della fede” dedicato al rapporto tra religione e monarchia in Inghilterra, titolo conferito proprio da Clemente VII a Enrico VIII. È ruolo di Supremo governatore della Chiesa d’Inghilterra di guida della Chiesa ma la sua gestione pastorale quotidiana è affidata all’arcivescovo di Canterbury.

Sempre in Avvenire, Angela Napoletano scrive: «Oggi la Chiesa d’Inghilterra ha visto diminuire il numero di fedeli e il nuovo sovrano non ha il ruolo di difendere l’Anglicanesimo ma di proteggere in questo Paese il libero credo di tutte le fedi. Risale al 1994 la prima volta in cui Carlo si era detto favorevole a una rivisitazione del titolo di “fidei defensor”, da “defender of de faith” (fede anglicana) a defender oh faith, difensore della fede tout court».  Si tratta di una novità importante. Infatti, si dice già che dopo l’incoronazione del re con la presenza di rappresentanti di Charities e di altra denominazione religiose, ci sarà una seconda cerimonia che coinvolga anche i leader non cristiani.

Ricordiamo:

Giovanni Paolo II con i capi religiosi delle diverse confessioni, riuniti ad Assisi domenica 27 ottobre 1986, spiegava il senso di un incontro che non voleva essere una “conferenza interreligiosa sulla pace” o una ricerca di un “consenso religioso” o un “negoziato”. Le religioni ad Assisi offrivano le loro risorse, la forza della preghiera, al servizio della pace. Diceva papa Wojtyła: «Senza negare in alcun modo la necessità di molte risorse umane volte a mantenere e rafforzare la pace, noi siamo qui perché siamo sicuri che, al di sopra e al di là di tutte quelle misure, c’è bisogno di preghiera intensa e umile, di preghiera fiduciosa, se si vuole che il mondo diventi finalmente un luogo di pace vera e permanente».

Riguardo ai passi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, i cristiani sono contenti e ritengono che l’incontro tra aderenti di tutte le religioni sia necessario e utile, ma non definitivo e completo. Credono che restando tutti insieme in cammino… sia già un buon arrivo, ma sperano anche che sia situazione di nuova partenza verso l’unica fede in Gesù Cristo, nostro unico Signore.

 

Fratel Ernesto Pasqualotto

Nel seminario del Pime di Monza ci sono studenti africani, bengalesi, birmani, indiani. Per capirli, leggiamo la vita dei missionari.

Fratel Ernesto Pasqualotto

Nato il 10/11/1910 a S. Cipriano di Roncade (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1926 e fu ammesso al Giuramento nel 1934. Partì per la Birmania (Taungngu) nel 1937. Anche dopo l’erezione della diocesi di Taunggyi, rimase a Taungngu come direttore della Catholic Press. Morto a Rangoon (Myanmar) il 21.03.1986.

Il 21 marzo 1986 moriva a Toungoo (Birmania) fr. Ernesto Pasqualotto, uno dei pochi missionari de! PIME ancora presenti in quel paese. Di passaggio in Italia per una breve vacanza, qualche anno fa, su richiesta dei confratelli tracciò a grandi linee l’itinerario dei suoi «primi 22 anni di missione». Lasciamo dunque a lui stesso la parola: “Nacqui a s. Cirpiano di Roncade (Treviso) nel novembre de! 1910. Entrai nel PIME nel lontano 1926, di sabato; il lunedì seguente feci il mio primo ingresso nella nostra tipografia di Milano, dove rimasi ben undici anni. Un pomeriggio di luglio de! 1937 fui chiamato dall’allora Superiore Generale S.E. Mons. Balconi: ero destinato alla Birmania. Nel novembre del 1937 accompagnai il nuovo vescovo di Toungoo S.E. Mons. Lanfranconi, nella sua diocesi birmana.

A Toungoo studiai l’inglese per quattro mesi, quindi fui incaricato dalla tipografia aperta dai missionari de! PIME in quella città. Vi lavorava un giovanotto che si faceva capire abbastanza bene in italiano per cui le difficolta di inserimento furono per me mitigate e le superai presto.

Passarono due anni e io dovetti darmi alle costruzioni, ma la Seconda guerra mondiale fruttò a noi missionari italiani l’internamento nei campi di prigionia inglesi in India. Dopo quattro anni e nove mesi di internamento potei tornare in Birmania e precisamente a Loikaw dove mi dedicai alla medicina, all’agricoltura, alla fabbricazione di mattoni …».

Questa fino al 1959. Nel 1961 la diocesi di Toungoo venne affidata al clero birmano e i missionari del PIME. ad eccezione di fratel Ernesto, si concentrarono nella nuova diocesi di Taunggyi (affidata al neoeletto mons. Gobbato); egli rimase a Toungoo come responsabile della “Catholic press”. In quella tipografia lavorò per lunghi anni stampando, con macchinari antiquati, centinaia di libri e pubblicazioni in nove diverse lingue!

Fratel Ernesto si è spento a Rangoon a 75 anni di età, dopo ben 48 anni di missione; lascia dietro di sé una congregazione di laici consacrati che ne continueranno l’attività.

Padre Giorgio Granziero

Nato a Padova il 20/08/1925. Entra nel PIME nel 1937 emettendo il giuramento perpetuo nel 1948. Ordinato presbitero nel 1949 parte per la Birmania nel 1951. Espulso nel 1966 passa nella missione del Camerun. Rientrato all’inzio del millennio muore a Lecco il 24/10/2020 ed è sepolto nel cimitero del Pime a Villa Grugana.

Padre Granziero nasce a Padova il 20 agosto 1925 da Umberto e Angelina Degan. Entra nel PIME nell’ottobre del 1937, compiendo il cammino formativo a Treviso, Genova, Monza, Milano ed emettendo il giuramento perpetuo il 26 giugno 1948; esattamente un anno dopo, il 26 giugno 1949, viene ordinato presbitero a Milano per le mani del Cardinale Ildefonso Schuster.

Dopo un servizio in Italia, come insegnante di IV e V ginnasio al seminario di Monza, viene destinato in Birmania nel 1951, lavorando 5 anni a Loikam, 5 a Manpam e 5 a Lashio. Espulso nel 1966 con altri missionari, viene destinato al Camerun: lì presta servizio per 10 anni, a Ambam e Etoudi. Dopo un servizio di 3 anni in Italia, nella diocesi di Gorizia per animazione (1977-80) ritorna in Camerun per altri 8 anni, a Melane e di nuovo a Etoudi. Rientrato in Italia, a Gaeta, per due anni, riparte nel 1990 questa volta per la Costa d’Avorio, dove rimarrà fino alla fine dell’anno 2000, quando per motivi di salute, chiede di essere trasferito a Rancio. Soprattutto nei primi anni della sua residenza a Rancio, si prende cura della biblioteca della Casa.

Tanti sono i luoghi dove P. Granziero ha annunciato il Vangelo, tante le lettere in cui racconta e descrive nei particolari la vita di missione. Tanti sono anche i confratelli che, durante la sua lunga permanenza a Rancio, ha accompagnato all’incontro con il Padre. Oggi siamo noi ad affidarlo al Signore, perché contempli in pace il Suo Volto, perché dal Cielo continui a essere vicino a chi sulla terra continua l’opera affidata all’Istituto.

Padre Narciso Santinon

Nato il 23/01/1916, a Vedelago (Treviso), entrò nell’Istituto nel 1927. Fu ammesso al Giuramento e ordinato Presbitero nel 1939. Partì per la Cina (Hanzhong) nel 1947. Fu espulso e passò a Hong Kong nel 1952. Servì l’Istituto in Italia dal 1957 al 1961. Morì il 18/05/1995 a Hong Kong e riposa nel cimitero di Happy Valley.

Dal 1939 fu vicerettore, insegnante e propagandista a Treviso e nell’ agosto del 1947 partì per la missione di Hanchung, Shensi, Cina. Dopo l’espulsione, dal 7 aprile 1952 ad Hong Kong curò i profughi presso la cattedrale e poi lavorò come vicario a S. Teresa e come rettore e parroco a Chuk Yuen, Diamond Hill. Dal 1957 al 1961 in Italia fu rettore a Treviso e di ritorno ad Hong Kong fu assistente a S. Lorenzo, rettore a Tai Po e Tailong, N.T. Dal 1988 cooperatore ai Santi Pietro e Paolo, ed infine dal 1991 al 1995 cappellano alla St. Joseph’s home for the aged.

Ha scritto: “Venuti i comunisti, senza consultarmi, si impossessarono di quattro stanze e lasciarono a me e al mio servo due stanze. Nella mia stanza studiavo, mangiavo, dormivo e celebravo la S. Messa…”.

Sono stati anni duri, che hanno lasciato un profondo solco nell’ animo di P. Santinon: ne parlava spesso, anche ripetendosi a volte. Ricordava con commozione il suo servo, che ha voluto restargli sempre al suo fianco e condividere con lui il lavoro di raccogliere sterpaglie e quel poco di cibo che potevano trovare. A volte, si notava un certo rammarico nelle sue parole per non avere avuto la possibilità di imparare bene la lingua: “Ma erano i tempi…”.

Il suo primo impegno in Hong Kong è stato di aiutare P. A. Crotti, nell’apostolato tra i rifugiati, che si affollavano attorno alla cattedrale: non solo si impegnò pienamente nella distribuzione dei soccorsi, di cui avevano estremamente bisogno, ma si preoccupava anche della loro istruzione. Questa sarà sempre una costante del suo apostolato: la cura per l’educazione dei bambini.

Sergio Ticozzi, da Hong Kong, scrive: “Santinon con la sua bontà, il suo zelo, la sua semplicità, la sua apertura e la sua pazienza ha vinto l’animo di tutti coloro che lo hanno avvicinato”.

 

 

Padre Armando Rizza

Nato il 15/08/1926 a Roncade (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1937, ordinato Presbitero nel 1951. Insegnò nei seminari del PIME in Italia fino al 1962, quando partì per il Brasile (Assis). Dal 1972 al 1980 fu professore di lingua italiana a Rangoon (Birmania). Nel 1983 ritornò in Brasile, a Parintins. Morì il 01/05/2006 e riposa nel cimitero di Parintins (Brasile).

1° maggio 2006 moriva a Parintins (Brasile) per infarto cardiaco P. Armando Rizza. Nato iI 15 agosto 1926 a Cà Tron, provincia e diocesi di Treviso, era entrato nel P.I.M.E. a Treviso nel 1937 proveniente dal seminario diocesano. Il 1° luglio 1951 era stato ordinato Presbitero a Milano. Dopo la laurea in Diritto Missionario nel 1955all’Università Urbaniana aveva insegnato nei seminari del P.I.M.E. a Treviso e Milano. Dal 1960 al 1962 aveva lavorato nella Direzione Generale dell’Istituto come aiuto di P. Tragella. Nel dicembre 1962 era partito per Assis, Brasile, dove lavorò prima come insegnante e poi come rettore del seminario. Nel 1970 fu richiamato a Roma per lavorare nella Commissione Preparatoria del Capitolo del 1971. Dal 1972 al 1980 fu professore di Lingua Italiana presso l’”Institute of Foreign Languages” di Rangoon, Myanmar. Dal 1980 al 1983 svolse il suo ministero presso la casa del P.I.M.E. a Firenze. Nel 1983 era stato destinato all’Amazonas, nella zona di Parintins. Fu collaboratore della rivista “Le Missioni Cattoliche” diventata poi “Mondo e Missione” e autore di testi tra i quali ‘Il risveglio del buddismo”. Riposa nel cimitero di Parintins.

Istituto familiare

Per padre Armando Rizza, parroco della cattedrale di Parintins, la radice di tutte le difficoltà per una vita cristiana, compreso il formare sacerdoti con una certa garanzia di fedeltà alla consacrazione, sta nella precarietà dell’istituto familiare, in Amazzonia più ancora che nel resto del Brasile. I vescovi brasiliani (la Cnbb), in occasione della «Campagna della fraternità 1987» (dedicata alla famiglia), scrivevano:

«La pratica inesistenza della famiglia presso gran parte del nostro popolo spiega la crisi della nostra società. Finché non riusciremo a dare stabilità ai matrimoni ed a formare famiglie unite, ogni azione di carattere religioso e sociale è destinata a fallire».

Padre Armando dice (65):

«Mi pare di poter dire che il livello di cristianizzazione è rivelato dalla situazione della famiglia e la famiglia amazzonica ancora oggi rasenta il disastro. Non mancano famiglie buone, moralmente sane, con figli e figlie impegnati nelle varie pastorali parrocchiali e diocesane. Ma la ‘‘famiglia comunità di amore’’ quasi non esiste. Si piacciono, si amano, si mettono assieme e fanno figli. Poi la situazione cambia, si lasciano, si uniscono con altri e fanno figli. Impressiona soprattutto non il fatto che certe cose accadono, ma la frequenza con cui accadono e che sono giudicate del tutto normali».

Padre Bruno Vanin

Nato il 26/11/1956 a Treviso, iniziò la formazione nell’Istituto nel 1974. Fu ammesso al Giuramento nel 1980 e ordinato Presbitero nello stesso anno a 24 anni. Partì per le Filippine (Mindanao) nel 1981. Morì il 07/07/2015 a Lecco e riposa nel cimitero di Canizzano di Treviso.

Partito nel 1980 per le Filippine, dove ha sempre svolto il suo ministero a Mindanao, la grande isola del Sud. Gli anni dell’inizio del suo ministero nell’arcipelago erano stati quelli del clima pesante imposto dalla legge marziale voluta da Marcos; in quel contesto era stato tra i primi ad iniziare la missione nell’Arakan Valley, nella diocesi di Kidapawan. Allora si trattava di un territorio di frontiera, difficile anche solo da raggiungere. E fu lui – nel 1985 – ad accogliere là padre Fausto Tentorio, che in Arakan sarebbe poi rimasto per tanti anni e nel 2011 avrebbe pagato con la vita il suo impegno in favore dei diritti dei manobo, la locale popolazione tribale.

Per dodici anni – insieme – si erano presi cura di quella comunità: Vanin come parroco e punto di riferimento per i contadini filippini, Tentorio come presenza amica accanto al manobo. Poi per padre Bruno erano arrivati gli anni del ministero a Columbio – altra storica presenza del Pime nella diocesi di Kidapawan – e successivamente a Bayog, nella prelatura di Ipil. Qualche tempo dopo la tragica morte dell’amico padre Fausto, Bruno Vanin era stato nuovamente destinato all’Arakan; poté – però – rimanerci poco: la grave malattia che lo ha portato alla morte lo costrinse a rientrare in Italia, dove ha trascorso gli ultimi anni.

Ricordo P. Bruno come un buon amico, sempre disponibile all’ascolto e molto franco nelle risposte, in buon gergo contadino e trevigiano. Questa mattina quando ho saputo della sua dipartita, non so come mai ma mi è venuto in mente l’apostolo Natanaele: una persona schietta, senza doppiezze e molto generoso. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’era da lavorare, e a volte i suoi sacrifici sono stati grandi.

Quando tre anni fa era tornato dall’Italia dopo un periodo sabbatico di riflessione e rinnovamento, ricordo che avevamo parlato molto sul nostro modo di essere missionari stranieri vicini alla pensione e sulla nostra presenza dopo tanti anni nelle Filippine per non correre il pericolo di perdere l’entusiasmo col rischio di lasciarci vincere dal pessimismo o dalla disillusione. Dopo quel periodo in Italia, Bruno si era rimesso a lavorare con impegno con la gente di Mindanao fino alla scoperta della malattia. Quando l’ho rivisto lo scorso anno a Lecco, mentre era in cura con la chemioterapia, diceva di sentire molto la mancanza del contatto con la gente anche se era sempre impegnato nel giardinaggio. In seguito, mi aveva scritto più contento quando aveva trovato da fare un po’ di ministero nelle parrocchie (Redecesio, Segrate) vicino al san Raffaele.

Ora è andato alla casa del nostro Padre di tutti. Là ritroverà i nostri comuni amici delle Filippine: Giancarlo Bossi, Fausto Tentorio e gli altri prima di loro e di noi. Buon viaggio, Bruno. Saluta tutti gli amici e manda a tutta la gente delle Filippine, specie a quelli che ti hanno conosciuto, la pace del cuore che viene dal Signore. (Padre Fernando).