La quarta nota della Chiesa in Algeria descritta dal vescovo Pierre Claverie, ucciso nel 1996: «Accettare la propria povertà come ospite, spogliata di quanto aveva e lasciarsi amare. Accogliere l’aiuto dell’altro, il consiglio, l’orientamento che nascono da una condivisione di vita e di vera comunione».
«Sono qui non per “fare notizia – dice Papa Francesco ad Assisi – ma per indicare che questa è la via cristiana, quella che ha percorso san Francesco… Francesco fece la scelta di essere povero. Non è una scelta sociologica, ideologica. È la scelta di essere come Gesù, di imitare Lui, di seguirlo fino in fondo. Gesù è Dio che si spoglia della sua gloria». Così il Papa alza lo sguardo e si chiede: «Di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?».
«La Chiesa deve spogliarsi di ogni mondanità spirituale, che è una tentazione per tutti; spogliarsi di ogni azione che non è per Dio, che non è di Dio; dalla paura di aprire le porte e di uscire incontro a tutti, specialmente dei più poveri, bisognosi, lontani, senza aspettare; certo non per perdersi nel naufragio del mondo, ma per portare con coraggio la luce di Cristo, la luce del Vangelo».
Il cappuccino Hubert Le Bouquin che vive a Tiaret (Algeria), vede il Papa come il nuovo Francesco e scrive: «Chiamarsi Francesco non può essere un programma di pontificato. Francesco d’Assisi non era un uomo di programma. Il nome è soprattutto un segno. Segno di una Chiesa che vuol essere povera, che vuole vivere nella sua carne la beatitudine evangelica: – Felici voi poveri! -. Non una Chiesa per i poveri, che deve andare verso i poveri e chinarsi verso di loro, ma una Chiesa che si lega a loro, che assume la loro condizione, che prende ella stessa i cammini della povertà come il suo Signore Gesù, lui, che da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci della sua povertà e che non smise mai di legarsi con amore ai poveri. Si è fatto povero perché la Chiesa come lui arricchisca il mondo della sua povertà».
Consolidate le vostre relazioni con i musulmani
Consolidate le vostre relazioni con i musulmani. È il desiderio di Papa Francesco, espresso ai vescovi dell’Africa del Nord riuniti a Roma per la Conferenza episcopale. Il mio vescovo Claude Rault ci dice su quale certezza egli basa il suo impegno di relazioni: «Siamo una vasta famiglia umana amata da Dio. Tutti, fratelli e sorelle impastati della stessa umanità. Gesù è il nostro fratello maggiore, è il punto di riferimento. Ci ha tracciato il cammino di una fraternità senza frontiere e ci invita a seguirlo. In ogni persona c’è una fiamma d’umanità comune anche quando è indebolita dalle forze del male: violenza, voglia di potere a tutti i costi, ricerca di ricchezza, odio dell’altro diverso. Questa fiamma c’è, anche se debole può essere sempre ravvivata. È la preghiera che mi fa raggiungere i miei fratelli e le mie sorelle in profondità, a cominciare dalle persone vicine nel lavoro, nei doveri sociali e nella vita quotidiana fino all’infinito.
Consolidare le relazioni è il modo visibile e concreto d’incarnare tale fraternità: relazioni abituali, familiari… ma anche piccoli gesti, colti come un dono: il poliziotto di frontiera che mettendo il timbro sul passaporto, al mio ritorno da Roma, mi dice: “Che Dio vi benedica, padre”; l’anziano che non conosco e mi dice: “Come stai padre?” e alla mia risposta: “El hamdou li Llah!”, mi risponde a sua volta: “El hamdou li Llah!”, come dire Alleluia!
È necessario parlare, informare… anche all’interno della Chiesa. Sta crescendo una sfiducia nei confronti dell’islam e dei musulmani influenzata dai media e dal comportamento di minoranze islamiste estremiste. È vero, non si può misconoscere che alcuni cristiani sono perseguitati perché cristiani. Ma anche molti musulmani cadono sotto le bombe di altri musulmani! Dio fa la differenza? Alcuni musulmani sono spesso i primi ad essere colpiti dalla grande divisione che il mondo dell’Islam sta attraversando.
Infine, c’è in me una intima convinzione nella mia fede nel mistero pasquale: misteriosamente, le grandi sofferenze del mondo sono una energia accumulata, in riserva per la costruzione di un mondo più fraterno».
Mons. Sabbah, Patriarca latino di Gerusalemme ha detto: «Nel vuoto di ogni speranza, facciamo sentire oggi il nostro grido di speranza. Crediamo in un Dio buono e giusto. Crediamo che la sua bontà finirà per trionfare sul male dell’odio e della morte che regnano ancora sulla nostra terra. E finiremo per vedere “una terra nuova” e “un uomo nuovo”, capace di mettersi in piedi col suo spirito fino all’amore di tutti i suoi fratelli e sorelle che abitano questa terra».
Auguri per la festa El Adha
Condivo con voi gli auguri del mio vescovo per la festa dell’Aïd el Kébir.
A tutti i musulmani e musulmane, a tutti gli amici della Chiesa Cattolica del Sud dell’Algeria.
Cari amici,
La festa è sempre occasione per manifestarvi i nostri legami di fraternità nel nostro antenato Abramo. Più particolarmente questa festa ci ricorda la sua fedeltà a Dio. Quando l’Altissimo gli ha chiesto di sacrificare suo figlio, non si è sottratto, ma grazie alla sua sottomissione, è stato benedetto. Ed è un montone che è stato sacrificato al posto del suo figlio beneamato.
In realtà Dio è il creatore e il protettore de tutta la nostra vita. È lui che ha creato gli esseri umani e non vuole che il loro sangue sia versato perché la vita e la morte gli appartengono.
In questi tempi dolorosi di conflitti, soprattutto nel Medio Oriente, le nostre lacrime si uniscono quando il sangue innocente di cristiani e di musulmani è versato dalla violenza dovunque venga. Quelli che compiono questi atti o li sostengono agiscono contro Dio e contro l’umanità. Spesso credono di onorare Dio e lo tradiscono. Più che mai ci sentiamo figli e figlie di Abramo. In nome della nostra fraternità, adoratori dello stesso Dio Creatore e Protettore della Vita continuiamo a vivere la buona battaglia della dignità di ogni vita umana, ma con le armi pacifiche del dialogo, della preghiera e della misericordia.
Che l’Altissimo vi benedica, che benedica le vostre famiglie e la nostra grande famiglia umana.
Claude Rault, vescovo de Laghouat-Ghardaïa.
a nome della comunità cattolica del Sud dell’Algeria
Felici gli occhi che vedono
Un mattino m’incammino verso le Piccole Sorelle per celebrare l’Eucaristia. Sento sotto i portici un fracasso. Lontano cento metri, un uomo batte con un bastone saracinesche, porte e muri e grida frasi incomprensibili. Ho paura ad avvicinarmi. Passo dall’altra parte della strada. Mi vede e mi viene incontro. Allora gli vado incontro anch’io col sorriso più angelico che posso fare e gli tendo la mano. S’avvicina, ci guardiamo, mi dà la mano e pone la guancia sulla mia spalla destra come si fa tra amici. Poi continua la sua strada. Lo guardo ancora: si siede sul marciapiede e piange. Durante l’Eucaristia parlo a Gesù di lui.
Questo momento mi è rimasto impresso e mi sono domandato che cosa potesse significare per la mia vita qui a Touggourt, dove incontro tante persone. Alcune mi chiedono un aiuto scolastico, altre si confidano e raccontano la loro vita. Mi vedono come una persona con la quale vivere momenti di dialogo e relazione amichevole. Molti hanno vissuto coi Padri Bianchi, con le Suore Bianche e con le Piccole Sorelle tanti momenti di vita insieme, di lavoro, di scuola, di divertimento, di formazione. Le Piccole Sorelle hanno accolto nella loro casa parecchie partorienti. Molti abitanti di Touggourt mi dicono con gioia che sono nati nelle loro mani e si considerano loro figli. Ora tutte queste persone mi vedono e mi accolgono col clima di famiglia, che si è creato in tanti anni di presenza e di servizio da quanti mi hanno preceduto.
L’incontro con quell’uomo che urlava, lo sento come un’immagine-simbolo di tanti momenti vissuti da Gesù nei suoi incontri con la gente e vissuti poi da tanti discepoli di Gesù durante i secoli e in tutto il mondo. Gesù incontra il cieco nato, Francesco incontra il lebbroso…
L’amore vissuto unisce, lenisce, rimette in cammino.
Quante ore passo ad ascoltare e a farmi sentire vicino…
Alla base di questo modo di vivere a contatto con persone di culture, religioni, lingue diverse e bisognose d’aiuto e di calore umano, c’è un principio di fede che permette di vedere, di sentire in un modo nuovo. È la contemplazione di cui parla Gesù: «Felici gli occhi che vedono». «Vedono ciò che molti profeti e giusti hanno desiderato di vedere». È vedere Gesù vivente, attivo, presente e che ti tende la mano e ti abbraccia.
Questa contemplazione è stata la prima attività della Chiesa: la preghiera. Cioè vedere e sentire con Dio tutto ciò che arriva nelle nostre vite di ogni giorno. Trovare Dio in ogni creatura, in ogni fratello.
«Il primo frutto della contemplazione – dice il biblista trevigiano don Antonio Marangon – è di suscitare la speranza e la fiducia nei confronti della razza umana e della nostra vita quotidiana».
Monigo, comunità aperta
Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, dice che durante il Conclave il cardinale Bergoglio aveva fatto un appello per una Chiesa più missionaria concentrata sulla “periferia” piuttosto che su se stessa. Questo è stato condiviso da molti cardinali.
Una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore. Noi preghiamo perché il Signore riscaldi il nostro cuore e ci sostenga nell’affascinante missione di portarlo al mondo. Una Chiesa che ha una profonda simpatia per l’uomo, che accoglie la donna e l’uomo di oggi, che cammina con loro condividendo il loro percorso di vita, che cerca di manifestare ed esprimere il volto di un Dio che ama l’uomo appassionatamente.
Oggi Papa Francesco vive e insegna: «Voglio che la chiesa esca per le strade verso le periferie del mondo. Le parrocchie, le istituzioni sono fatte per uscire fuori».
Durante le mie vacanze in Italia, ho avito numerose occasioni di raccontare la mia vita coi musulmani in Algeria e ho trovato interesse e apertura. Dopo un incontro con un bel numero di amici, il parroco di Monigo, don Giuseppe Mazzoccato ha scritto: «I problemi di rapporto con i musulmani rimangono; tuttavia rimangono anche queste oasi di convivenza nella simpatia reciproca le quali, oltre ad essere segni di speranza per il futuro, attestano la possibilità di una convivenza non solo pacifica, ma reciprocamente arricchente. Il buon cristiano si accredita (anche) per la sua capacità di accoglienza e di relazione. Il primo tra voi sia colui che serve, dice il Vangelo, ed uno dei servizi a cui oggi siamo richiesti è di far incontrare la gente, rompendo quei muri di indifferenza che hanno creato tanta solitudine e talvolta anche litigi e querele. Il lievito di cui parla il Vangelo mi sembra sia oggi ogni azione capace di far incontrare le persone, a partire dal posto in cui abita, testimoniando il valore dell’incontro, prima di ogni appartenenza e pratica religiosa».
Quasi ogni giorno ho celebrato l’Eucaristia nella bella chiesa di Monigo accanto agli amici che portavano all’altare la loro vita, le loro attenzioni a tante persone disabili, la loro apertura missionaria e io portavo all’altare anche l’umile e nascosto servizio di quanti nelle loro case vivevano accanto ai loro ammalati. Anche quelli sono le “periferie del mondo” di Papa Francesco.
Compagno indivisibile
«Ecco il compagno indivisibile delle tue fatiche apostoliche, il tuo sostegno nei pericoli e nelle difficoltà; il tuo conforto nella vita e nella morte». Così disse padre Ferruccio Brambillasca, nuovo superiore generale, domenica 15 settembre, a Milano, dando il crocifisso a 11 missionari del Pime: tre sacerdoti, un fratello, due suore, una della comunità missionarie laiche, quattro dell’associazione laici. Preti, suore, laici, un’ unica famiglia missionaria. Un unico compagno, il crocifisso. Unico programma, annunciare il Vangelo. Unica gioia, vivere e portare la Bella Notizia. Unico amore, quello messo nel cuore da Gesù.
Dal 17 al 19 settembre, ho vissuto tre giorni nel nostro seminario di Monza dove si preparano alla vita missionaria una cinquantina di giovani di 12 nazionalità. Sanno che, ordinati sacerdoti, saranno mandati alle Genti, ad Gentes. In un Paese diverso da quello di origine, ad Extra. Missionari per tutta la vita, ad Vitam. E vivranno il loro apostolato insieme ad altri confratelli, Cor Unum.
Gli stranieri provengono dai Paesi in cui hanno lavorato i nostri missionari. Sono i vescovi stessi di quei Paesi che, cresciuti e formati dai missionari, ora sono contenti di affidarceli perché li formiamo e perché un giorno essi stessi possano mandarli ad annunciare il Vangelo.
L’internazionalità del Pime è una testimonianza della missione iniziata da Gesù e che continua in tutti i Paesi e con qualche novità. Nell’intervista a Civiltà cattolica, Papa Francesco ha detto: «Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme».
Tra quei giovani ce ne sono due che ho aiutato in Camerun a fare i primi passi. Altri tre sono già in terra di missione. Non vi nascondo la gioia di vedere i seminaristi di Monza, belli, sorridenti, cordiali e i loro superiori uniti e ben determinati a trasmettere lo spirito di un Istituto che ha dato tanti santi e martiri alla Chiesa e al mondo. Mi cresce la voglia di accompagnarli nella preghiera e vi invito ad avere la grazia di fare altrettanto.
Domani 25 settembre, tornerò in Algeria. Aprendo la porta di casa, cercherò la lucetta nel luogo di preghiera. Mi dirà che Lui è lì e che mi aspetta, compagno indivisibile.
Uniti in preghiera per la pace in Siria
Sabato prossimo, 7 settembre, preghiera e digiuno per la pace. Papa Francesco ci unisce tutti. In quel giorno mi sono proposto di rileggere gli indirizzi degli amici a cui spedisco le mie cartoline e immaginare di rivedervi e di sentire che siamo veramente tutti uniti e vicini. Sarà bello! Nessuno mancherà. Ripropongo quanto ha detto papa Francesco: «Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza! Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione».
Cari amici… a risentirci vicini!
Servizio, non stellette
Durante le mie vacanze italiane, la gioia più bella è stata quella di arrivare nella nostra cappella a Roma e di trovare l’ex superiore generale del Pime, padre Gian Battista Zanchi, in preghiera, proprio il giorno prima della sua partenza per il Bangladesh. Mi vede, accenna un sorriso e dice: «Algeria!». Mi è bastato quel momento, quella parola, per risentire una comunione profonda e un senso forte di Istituto.
So quanto ha creduto in una presenza del Pime in Algeria e quanto ha fatto in questi anni per assicurarmi dei compagni. Oggi, poi, la presenza dell’Istituto è aumentata grazie all’arrivo delle Missionarie dell’Immacolata, che stanno svolgendo un ottimo servizio.
Di che presenza si tratta? Giorni fa papa Francesco ha detto: «I musulmani sono nostri fratelli».
Per me e per chi vive in Algeria come discepoli di Gesù significa far sentire ai musulmani che incontriamo e in mezzo ai quali viviamo che sono nostri fratelli e siamo testimoni dell’accoglienza che ci riservano e delle ottime relazioni di stima e di servizio reciproco.
Mi sento riconoscente verso padre Gian Battista Zanchi e per la sua apertura apostolica.
L’ho visto partire per il Bangladesh, nella massima semplicità: 71 anni di età, 6 anni di servizio come vicario generale del Pime; 12 anni come superiore generale. Partito come soldato semplice, con nessuna stelletta in più. «Anni di servizio» come ha definito sempre la sua vita missionaria. Il Vangelo della Messa che abbiamo celebrato insieme riportava la parabola degli operai chiamati a tutte le ore. Dopo la Messa gli chiesi: «Tu in quale gruppo ti vedi?». «Tra gli ultimi», mi rispose. Nel documento conclusivo del “servizio” dell’ultima direzione generale, padre Gian Battista ha lasciato scritto quanto gli stava a cuore: la ricchezza del Pime e la missione nuova.
«La ricchezza del Pime sono i suoi uomini: una convinzione tuttora valida. Mi pare sia la verità di questo piccolo Istituto, con tanta tensione verso l’esterno, ed anche con una ricchezza umana incredibile. Una bellezza che sorprende e che si manifesta … quando meno la si aspetta. Segno di una vitalità presente, ma che forse ha bisogno di essere meglio espressa e coordinata… La missione non è solo andare ed annunziare agli altri che il Signore è risorto, ma è anche mantenere gli occhi ed il cuore aperti per accogliere la testimonianza da coloro ai quali siamo inviati. Spesso la missione è pensata esclusivamente in termini di donazione, ma la vera missione è anche ricevere. Se è vero che lo Spirito di Gesù soffia dove vuole, non c’è persona che non possa dare quello Spirito».
Musulmani nostri fratelli
«Il mondo arabo attraversa la fase più difficile della sua storia», afferma Foad Aodi, presidente di Amsi (Associazione medici stranieri in Italia) e Comai (Comunità del mondo arabo in Italia). «Speriamo di poter trovare una personalità araba di alto spessore e alto profilo che possa fare quanto fa Papa Francesco in Occidente», che sappia «unire e far ragionare il mondo arabo in modo che ritrovi serenità e identità. Ora Papa Francesco sta dando tutte le risposte che aspettavamo da anni, che vanno dritte al cuore».
Hamza Piccardo, fra i fondatori dell’Ucoii (Unione delle Comunità islamiche d’Italia) dice che il messaggio di Papa Francesco è stato accolto con «straordinario piacere e gratitudine. Le parole del Pontefice richiamano quelle contenute nel messaggio inviato ai musulmani per la festività dell’Id el fitr, la celebrazione che conclude il Ramadan, ma è “importante” che abbia voluto ribadirle davanti ai fedeli riuniti all’Angelus».
Colgo le parole del Papa come un grido di fraternità, ma non sono sicuro che sarà accolto così da una parte di musulmani e anche da una parte di cristiani. «Amici sì, diceva un giovane musulmano a una ragazza cristiana, ma non fratelli, perché non preghi come me!». E forse alcuni cristiani non sono disposti a sentire i musulmani some “fratelli”. Sento che il Papa ci sta provocando con le sue affermazioni e ci sta portando verso un cambiamento di mentalità e di vita.
«Gli esegeti che hanno computato le parole del Corano hanno rilevato – sottolinea l’Ucoii – che il centro perfetto del Libro è un espressione wa lyatalattaf che abbiamo tradotto: “con gentilezza”». La stessa “gentilezza” che Papa Francesco «ci propone e che, con educazione e rispetto – assicura la maggiore associazione islamica presente nel nostro Paese – devono far parte della nostra prassi quotidiana, ognuno per quello che può e sa, e spesso un sorriso vale più di mille parole».
Il Papa ci dà l’esempio della “gentilezza” e i musulmani accolgono e cercano nel Corano il corrispondente. Continuiamo a rispettarci con gentilezza e a ritrovare nei libri sacri quanto c’è dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Allora ci sentiremo veramente Fratelli.
La fede forma la fraternità
Nell’enciclica Lumen fidei di Papa Francesco trovo testi molto belli sul tema della fraternità universale. Eccone alcuni: «Assimilata e approfondita in famiglia, la fede diventa luce per illuminare tutti i rapporti sociali… Occorre tornare alla vera radice della fraternità… Nel procedere della storia della salvezza, l’uomo scopre che Dio vuol far partecipare tutti, come fratelli, all’unica benedizione, che trova la sua pienezza in Gesù, affinché tutti diventino uno. L’amore inesauribile del Padre ci viene comunicato, in Gesù, anche attraverso la presenza del fratello. La fede ci insegna a vedere che in ogni uomo c’è una benedizione per me, che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello… Grazie alla fede abbiamo capito la dignità unica della singola persona». [54]
Così disse Giacobbe quando incontrò il fratello Esau: «Vedere te… è come vedere il volto di Dio».
Interessante è la stretta relazione tra il fratello e Dio. Questa relazione è fondata sulla realtà di Dio padre e creatore e quindi si amplifica fino a comprendere tutti in una sola famiglia, in un solo popolo. Dio diventa un catalizzatore universale.
Ciò non appare sempre evidente, ma lo possiamo supporre, anche quando c’è una fratellanza che supera barriere di culture e di religione.
Dopo l’attentato di Ain Amenas (Algeria) in cui morirono molti algerini e operai stranieri, un algerino che aveva salvato tre stranieri mi racconta: «Finalmente, eccoci all’aeroporto. Da lontano vedo uno che avevo salvato. Lascio i bagagli e corro. Ci siamo abbracciati a lungo davanti a tutti. Non faceva che dirmi: “Non ti dimenticherò mai!”. Piangevamo. E così tutti quelli che aspettavano l’aereo, algerini, stranieri, tutti esultavano di gioia. Ci sentivamo tutti fratelli».
Il rapporto con Dio in ambiente musulmano è sottinteso. Ma c’è anche il caso in cui la religione crea ostacoli. Una ragazza camerunese cristiana diceva continuamente “fratello” a un giovane musulmano. Costui si distaccò dicendole: «Amico, sì, fratello no, perché non preghi come me».
Allora mi chiedo di quale fraternità parli Papa Francesco quando tratta di fraternità che procede dalla fede e che unisce tutti i popoli. Gesù aveva detto: «Miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica». Allora la fratellanza, secondo Papa Francesco, vive della Parola di Dio, vive di Fede, impegna tutta la vita, è di un amore totale.
Altra domanda. Quando Tawadros II, patriarca copto-ortodosso, ha incontrato a Roma Papa Francesco e lo ha invitato in Egitto, ha anche proposto che il 10 maggio di ogni anno si celebri «la festa dell’amore fraterno» tra le due Chiese. Ma questa festa sarà un semplice incontro emotivo o una vera celebrazione di fraternità di fede e di comunione profonda? E sarà poi aperta e condivisa dai membri di altre religioni… perché si realizzi il piano di Dio?
Allora la fraternità di cui parla Papa Francesco deve essere capita, desiderata, pregata perché possa trasformare le persone e il mondo intero.
Ci incoraggia Giovanni Paolo II che dopo l’incontro contestato d’Assisi del 1986, affermò:
«Possiamo in effetti ricordare che qualsiasi preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo, che è misteriosamente presente nel cuore dell’uomo. È ciò che si è visto anche ad Assisi: l’unità che proviene dal fatto che ogni persona è capace di pregare, cioè di sottomettersi totalmente a Dio e di riconoscersi povera davanti a lui. La preghiera è uno dei mezzi per realizzare il disegno di Dio tra gli uomini».
Bellissima questa testimonianza di Giovanni Paolo II. Lo Spirito Santo lavora nel cuore di chi prega autenticamente e forma il fratello universale.