Fratello Universale

Il primo dicembre è l’anniversario della morte di Charles de Foucauld. Cadde, solo, vittima innocente, indifesa… Morte silenziosa, come quella del chicco di grano che cade in terra e marcisce, per portare frutto.
Rimedito i suoi pensieri.

Intimità
«Quando si ama, si vorrebbe parlare continuamente con la persona che si ama, o almeno guardarla continuamente. La preghiera non è altra cosa: l’incontro familiare col nostro Beneamato. Lo si guarda, gli si dice che lo si ama, si è felici d’ essere ai suoi piedi. Bisogna domandare a Dio ciò che desideriamo con la semplicità del bambino che parla al padre e poi aggiungere: Tuttavia, non la mia volontà, ma la tua».

Incarnazione
«L’ incarnazione ha la sua sorgente nella bontà di Dio. Ma una cosa appare subito così meravigliosa e splendente, è che brilla come un segno affascinante: è l’umiltà infinita che contiene un tale mistero. Dio, l’Essere, l’Infinito, il perfetto, il Creatore, l’Onnipotente, immenso, Sovrano, padrone di tutto, facendosi uomo, unendosi a un’anima e a un corpo umano e apparendo sulla terra come un uomo e come l’ultimo degli uomini».

Amore universale
«Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e giudei, a considerarmi, come loro fratello universale. Quanto, come dobbiamo stimare ogni essere umano, come dobbiamo amare ogni essere umano! È il figlio di Dio. Dio vuole che i suoi figli si amino. Come un padre tenero, vuole che i suoi figli si amino. Amiamo ogni uomo, perché è nostro fratello e Dio vuole che lo guardiamo e l’amiamo molto teneramente come tale, perché è il figlio di Dio beneamato e adorato».

 

 

«L’amore con cui ci hai amato, sia in loro»

Vedo in tivù il volto di padre Piero Parolari, colpito in Bangladesh. Con lui vissi tre anni di teologia nel seminario teologico di Milano del Pime. Fu uno dei miei migliori “allievi”. Conosco bene la famiglia. Anche sua sorella Chiara, fattasi clarissa, e il fratello don Enrico. Sono, anche loro, la mia famiglia.
Vedo anche il volto di un altro “allievo”, Rolando Del Torchio, ancora in mano ai banditi nelle Filippine. E prego per lui e i suoi cari.
E gli assalti di Parigi, nel Libano, nel Sinai, in Tunisia… E sento infiniti commenti, troppo facili, ingenui, con generalizzazioni e giudizi affrettati.
Vedo le manifestazioni “Non nel mio nome” e mi auguro che siano l’inizio della vera conversione che Papa Francesco auspica per tutte le religioni. Non bastano le strette di mano e gli slogan, da una parte e dall’altra, ma è necessario un vero ritorno allo spirito delle origini delle religioni, cioè passare dallo scontro degli ideali all’incontro – nella vita – degli ideali.
Un tempo, alcuni preti erano diventati famosi quando dicevano: «Breviario e giornale!». E così erano e si ritenevano vicini alla gente. Oggi mi capita di lasciarmi prendere dalla televisione che arriva anche nel deserto dell’Algeria. E vi trovo cose stupende che mi fanno sentire vicino alla mia gente italiana e anche vicino a tanti popoli del mondo. Mi sento a volte arricchito di notizie e di emozioni. Normalmente credo di essere fedele al mio Breviario, e non mi sembra di mancare di fedeltà se qualche volta mi permetto di accompagnare visione e ascolto tivù con canti di giubilo o grida di terrore.
Dove vivo, non ho paura, anche se motivi per essere prudente ce ne sono tanti. Qualche mattina fa, andando a piedi a pregare dalle Piccole Sorelle, una macchina mi si è accostata e la porta si è aperta. Dall’interno, qualcuno mi invitava a salire. Entrato, senza paura, ho visto accanto a me il volto di un giovane amico che voleva darmi un passaggio dalle Piccole Sorelle.
Nella festa di Cristo Re, trovo nel mio Breviario e prego con voi e con Gesù: «Padre, ho fatto conoscere il tuo nome perché l’amore con cui ci hai amato, sia in loro».

 

 

Un’amicizia divina

Questa mattina ho celebrato con le Piccole Sorelle di Touggourt, ricordando il giorno della partenza per il Paradiso della loro fondatrice, Magdeleine Hutin, avvenuta il 6 novembre 1989.
E ho riletto alcune testimonianze sui suoi primi giorni nel deserto di Touggourt: «Con la piccola sorella Anne eravamo partite col cuore pieno di gioia, leggere come chi cammina col solo bastone in mano, con la sola bisaccia senza ingombri per non rallentare il cammino».
«Il vestito assomiglia a quello delle donne arabe. Sul cuore portano il cuore e la croce di De Foucauld, segno che vanno solo per amare. Si accampano in una vecchia casa alla periferia di Touggourt in mezzo a famiglie di nomadi riunitesi per sopravvivere alla carestia. Lavorano assieme ai nomadi per liberare la casa dalla sabbia».
E Magdeleine scrisse: «Eravamo Arabe tra Arabi, nomadi tra nomadi, operaie tra operai, vivendo sulle tracce di De Foucauld un apostolato del “territorio per il territorio”, apostolato del “lievito nella pasta”. Abbiamo adottato il cibo, il mobilio, anzi la mancanza di mobilio, le povere case di terra, il vestito… la stessa povertà. Abbiamo cercato di somigliare a loro, ma soprattutto di rispettarli. Vediamo degli stranieri ridere forte sui loro costumi e sulle loro preghiere mentre nei loro piccoli gesti verso Dio c’è qualcosa di divino che merita un rispetto infinito! Il più miserabile che incontriamo nel cammino è un uomo. Ha dignità. Va rispettato. Davanti a Dio non c’è superiore o inferiore! L’amicizia con loro è stata il momento più straordinario della mia vita. Ho visto che un amore di amicizia può convivere nelle differenze di razza, cultura e condizione sociale. Erano i più poveri e mi hanno riservato una bontà e una delicatezza commovente. Vegliavano e ci curavano quando eravamo ammalate. Ero talmente sicura di loro che questa fiducia mi ha salvata. Nei periodi di vita con loro non sono mai stata delusa».
«Insieme abbiamo vissuto un’amicizia divina», mi ripete ancora oggi il vecchio T. che allora era un ragazzo.

Come camminare insieme

Il cardinale Jean Louis Tauran continua a stimolare i membri delle religioni ad «approfondire i legami che li uniscono e quindi incontrarsi avendo un senso chiaro della loro identità e in uno spirito di rispetto, di stima e di collaborazione. Chi si è impegnato sulla via del dialogo interreligioso ha potuto scoprire l’opera di Dio nelle altre religioni e gli elementi di verità e di grazia che vi sono presenti e che sono veri e buoni. Beni preziosi, sia religiosi che umani, espressioni di verità che illuminano tutta l’umanità. In questi tempi, per motivi oscuri e difficili, sono convinto che l’obiettivo del dialogo tra le religioni è di fare un cammino comune verso la verità. Un cammino che deve tener conto dell’identità di colui che dialoga : non si può dialogare nell’ambiguità; tener conto dell’attenzione all’altro: chi prega e chi pensa in modo diverso da me non è un nemico; e tener conto della sincerità delle intenzioni reciproche. Bisogna senza dubbio intensificare una cooperazione fruttuosa con i credenti delle altre religioni su dei temi di interesse comune in vista del  bene della famiglia umana e delle nostra casa comune. Credo poter affermare che i prossimi anni vedranno la Chiesa ancor più impegnata a rispondere alla grande sfida del dialogo interreligioso. È la condizione necessaria alla pace che è un bene indispensabile per tutti ed è l’aspirazione di ogni persona e alla quale tutte le religioni possono grandemente contribuire col loro bagaglio religioso e umano».

 

Vicinanza ai fratelli musulmani

Papa Francesco ha espresso la sua «vicinanza» ai «fratelli musulmani» dinanzi alla tragedia che i loro popoli hanno sofferto prima alla Mecca e poi in Turchia.
Mi son sentito unito a Papa Francesco nella sua preghiera e ho pensato che forse tra i morti della Mecca ci potesse essere qualche amico di Touggourt. Infatti, quando qualcuno parte, viene a dirmi la sua gioia e soprattutto, quando ritorna, partecipo alla festa con tanti amici che si felicitano con lui. Il pellegrinaggio alla Mecca segna profondamente il pellegrino. A un amico professore mi sono permesso di dirgli cosa pensavo del pellegrinaggio, momento importante per gli appartenenti a qualsiasi religione. Ricordavo quanto abbiamo letto noi cristiani in occasione del Pellegrinaggio nel Grande Giubileo del Duemila: «O Dio, noi siamo stranieri dinanzi a te e pellegrini come i nostri padri…. L’uomo, infatti, appare nella sua storia secolare come homo viator, un viandante assetato di nuovi orizzonti, affamato di pace e di giustizia, indagatore di verità, desideroso di amore, aperto all’assoluto e all’infinito… Proprio mentre la Chiesa apprezza la povertà del monaco pellegrino buddhista, la via contemplativa del Tao, l’itinerario sacro a Benares dell’induismo, il “pilastro” della peregrinazione alle sorgenti della sua fede proprio del musulmano e ogni altro itinerario verso l’Assoluto e verso i fratelli, essa si unisce a tutti coloro che in modo appassionato e sincero si dedicano al servizio dei deboli, dei profughi, degli esuli, degli oppressi, intraprendendo con costoro un “pellegrinaggio di fraternità”».
Il professore è stato molto contento del mio discorso e ha confidato ad alcuni amici che si sentiva preparato. Di ritorno, mi ha raccontato tanti momenti e soprattutto il sentimento profondo che aveva vissuto: «Ti spogli dei tuoi abiti e indossi il comune tessuto bianco a fianco di persone di tutte le nazioni del mondo. Ti senti ormai libero di tutto e illuminato dalla preghiera. Ti senti davanti a Dio. Lo senti misericordioso. Lui è il solo. Lui è tutto».

Il mio vescovo Claude al Pime di Milano

Il mio vescovo Claude Rault, sarà il 7 ottobre, alle 21, al Pime di Milano, per presentare il suo libro Deserto la mia cattedrale e portare la sua testimonianza. Eccovi l’ultimo biglietto che ci scrive per il mese di ottobre.
«Nel documento “Servi della Speranza”, noi, vescovi del Maghreb, scriviamo: “Alla luce della Scrittura, nella condivisione e nella meditazione, siamo chiamati a dare senso a ciò che viviamo. Non creiamo la storia, ma possiamo darle un senso. Ogni storia à sacra, anche la nostra».
Che senso dare a questa storia? Il cespuglio, che si accanisce a fiorire davanti alla porta dell’episcopio in una fessura della roccia in pieno deserto, ha radici profonde che gli permettono di trovare la terra per svilupparsi. È l’immagine della nostra presenza in Algeria, Paese totalmente musulmano. Ciò che ci trattiene e ci fa vivere è anzitutto questa terra umana, dove noi piantiamo le nostre radici. Senza questi algerini e queste algerine che ci accolgono, non potremmo vivere e saremmo soffocati nella nostra situazione privata. Questo terreno fertile di relazioni è vitale per noi. E noi vi siamo felici in questa gioia di relazioni condivise. Anche Papa Francesco ci disse: “È necessario imparare a incontrare l’altro adottando il comportamento giusto, apprezzandolo e accettandolo come compagno di strada senza resistenze interiori. Meglio ancora imparare a scoprire il volto di Cristo nel volto dell’altro, nella sua voce, nella sua domanda”.
Ma per essere verde e poter fiorire, il nostro arbusto ha bisogno di sole. Senza il sole, niente foglie fiori, niente vita. Questo sole è Dio! È lui che fa vivere e dà senso alla vita come da senso alla vita degli uomini e delle donne che ci accolgono. Senza Dio non saremmo qui. E la nostra gioia è di vederlo brillare nel cuore di chi ci accoglie e che prende spesso il volto di Gesù: “Ero straniero e mi avete accolto”. Anche l’altro produce foglie verdi e fiori nel pieno deserto. Stessa terra, stesso sole, stessi fiori! In un tempo in cui lo straniero disturba, felici quelli che sanno affondare le radici nella Terra umana e si lasciano toccare dal Sole di Dio!».
Claude, vostro fratello vescovo

 

 

Giubileo della Misericordia con i musulmani

Uno dei momenti forti del Giubileo potrebbe essere quando il Papa affermerà la natura dei cristiani di essere testimoni della misericordia di Dio verso coloro che aderiscono a religioni e culture diverse. Ma anche quando chiederà di concretizzare momenti di perdono da parte di Dio e da parte dei cristiani per i cattivi comportamenti dei cristiani del passato e del presente.
So di toccare una questione delicata e complessa.
Possiamo ricordare che qualcosa del genere è già avvenuto quando Paolo VI nel discorso di apertura della seconda sessione del Concilio, «domanda perdono a Dio […] e ai fratelli separati d’Oriente che si sentissero offesi “da noi” (Chiesa cattolica), e si dichiara pronto, da parte sua, a perdonare le offese ricevute».
E la domanda di perdono di Giovanni Paolo II del 12 marzo 2000: «Perdoniamo e chiediamo perdono….. Chiediamo perdono per le divisioni che sono intervenute tra i cristiani, per l’uso della violenza che alcuni di essi hanno fatto nel servizio alla verità, e per gli atteggiamenti di diffidenza e di ostilità assunti talora nei confronti dei seguaci di altre religioni».
Recentemente, anche Papa Francesco ha rivolto una domanda di perdono alla Chiesa valdese: «Da parte della Chiesa Cattolica, vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani, che nella storia abbiamo avuto contro di voi. In nome di Gesù Cristo perdonateci».
La domanda precisa di perdono ai musulmani è molto complessa e suscita un’infinità di altre domande e impegnerà concretamente il dialogo tra le persone e le comunità esistenti. Perdono a chi? Perdono per quale momento storico? Il Papa perdona… e noi? Perdono in un unico senso ? Sarebbe veramente capito il perdono?
Penso che si parlerà a lungo della questione, soprattutto perché il perdono sarebbe capito e sentito solo quando sarà reciproco. È un perdono in cui si tratta di riscoprire da parte di tutti non solo la ricchezza del cuore dell’uomo, ma soprattutto la natura stessa di Dio vivente nell’uomo.
Ancora per quanto riguarda l’islam, mi sembra che non è il perdono che viene espresso e chiesto nei dialoghi coi musulmani, ma è segnalata la constatazione della gioia di sentirsi credenti allo stesso livello e la gioia di condividere momenti di preghiera insieme e poi continuare in una convivenza piena di aiuti e servizi reciproci. Prima del perdono è il riconoscimento reciproco che deve realizzarsi.
Anche nell’incontro di Papa Francesco coi valdesi è avvenuto che il perdono sia stato accettato e riconosciuto, ma poi è uscita la richiesta che quella dei valdesi sia riconosciuta Chiesa e non comunità ecclesiale. L’arcivescovo Bruno Forte al Sinodo valdese ha risposto che il Papa a Torino li ha salutati con le parole di Ts 1,1: «Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace».
Essere di Dio e del Signore Gesù Cristo è la condizione più alta di cui un cristiano possa essere grato al Signore.
Riconoscere… è quello che aveva già incominciato il Concilio nel documento Nostra Aetate: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno».
È questa riconoscenza reciproca che va portata avanti.
Padre Christian De Chergé, priore del monastero di Notre-Dame d’Atlas, superiore dei sette monaci uccisi nel 1996, ha scritto nel suo Testamento: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo… ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze».
Nell’anno giubilare, musulmani e cristiani si lascino toccare dalla Misericordia di Dio per guardarsi come Dio vuole.
Il cardinale Philippe Barbarin scrive: «Vivere la Misericordia è una svolta importante di tutti i credenti. È passare il ponte che ci divide. È sentire il richiamo che viene dal sangue. È ritrovare l’immagine che Dio ha lasciato di lui in ciascuno di noi. Come Giacobbe, che volle incontrare ancora suo fratello Esaù. Si erano preparati come per uno scontro, Esaù arriva con 400 uomini, ma Giacobbe si inchina a terra sette volte. Esaù gli corre incontro, lo abbraccia, gli si getta al collo, lo bacia e tutt’e due piangono. Giacobbe gli dice: “Accetta i miei doni, vedendo la tua faccia è come se vedessi la faccia di Dio. Tu mi hai gradito”».

Come pregano i musulmani

Una signora mi chiede: «Come pregano i musulmani?». La domanda mi è piaciuta perché poche persone se lo domandano. Mostra un desiderio di penetrare nel pensiero musulmano e permette di uscire dal luogo comune che giudica la preghiera musulmana solo esteriore e ostentatoria.
Pensando a come rispondere, mi sono ricordato del primo regalo fattomi da un piccolo commerciante che assieme ai dadi e alle uova che avevo comprato, mi mise in mano un libricino con le spiegazioni e i disegni dei gesti della preghiera musulmana. L’ho letto con piacere, perché non ne sapevo niente. Infatti, anche la signora che mi ha fatto la domanda, si è sorpresa quando le ho detto che, oltre ai testi della preghiera, va capito anche il senso di alcuni gesti che l’accompagnano: gesti sulle orecchie, gli occhi, il viso, il corpo…
In Internet si possono trovare molti sussidi con le preghiere e la descrizione dei gesti. Leggendo questi testi, si deve però superare subito l’impressione di una meticolosità scrupolosa e il senso di obbligo esteriore. Meglio incontrare un buon musulmano che dice con semplicità come vive e come sente la sua preghiera. È preghiera anche corporea, perché lo spirito sia sentito dentro tutta la persona che prega. In tutte le forme di preghiera del mondo c’è una espressione esteriore e una disciplina con regole da rispettare.
Nello scritto di un musulmano, leggo: «La preghiera è il più importante atto d’adorazione dell’islam, è la colonna portante della religione, avvicina la creatura ad Allah (SwT) e purifica, tiene lontano dal peccato e dalla dissolutezza chi la compie. Bisogna quindi impegnarsi a non compierla frettolosamente e con disattenzione, ad essere concentrati e pensare solo ad Allah (SwT) durante la sua esecuzione».
Anche l’Islam ha avuto dei grandi mistici. Riporto la preghiera di Rabi’a al-Adawiyya, nata in Iraq nel secolo VIII. Secondo una tradizione, fu venduta schiava e resa poi alla libertà dal suo padrone, che un giorno la sorprese sprofondata nella preghiera e tutta avvolta di luce.

Ti amo di due amori: un amore di desiderio
e un amore perché tu sei degno di essere amato.

L’amore di desiderio è che nel ricordo di te
io mi distolga da chi è altro da te.

L’amore di cui tu sei degno
è che tu tolga i veli perché io ti veda.

Non lode a me né nell’uno né nell’altro,
ma lode a te in questo come in quell’ amore!

Papa Montini desiderava i cristiani uniti ai musulmani anche nella preghiera. E diceva: «Anche se abbiamo modi diversi di preghiera, è lì che viviamo in comunione con l’altro. Scopriamo che nella tradizione islamica la preghiera è lode, perdono, domanda, raccoglimento e altro, secondo gli avvenimenti della giornata. Alcuni scoprono la ricchezza spirituale dei musulmani nello scambio interiore e personale partendo dai diversi modi di meditare la Parola di Dio (Bibbia e Corano). In alcuni momenti nasce, nell’incontro, la gioia di pregare insieme. Momenti rari, ma pieni di speranza e di vita per ognuno».
Scoprire la bellezza della preghiera e la vita di alcune persone di altre religioni, può stimolarci a migliorare noi stessi nella preghiera e nella vita.

Chiesa tra le case e pulpito del marciapiede

Leggo sulla rivista Jesus dello scorso febbraio: «È necessario cercare nuove forme di organizzazione ecclesiale sul territorio, dalle unità e zone pastorali alle équipe vicariali e di zona per rispondere ad alcuni bisogni evidenti. La manifesta “insufficienza” della parrocchia, la carenza di sacerdoti, la maggiore mobilità della popolazione e il venir meno di molti “confini” geografici, la mutata condizione esistenziale culturale e religiosa delle persone a cui la Chiesa è chiamata a predicare il Vangelo».
L’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzoccato ha invitato vescovi, preti e laici delle quindici diocesi del Nord-Est a riflettere sulle nuove forme di presenza di Chiesa e su alcune sperimentazioni in corso. Concordo pienamente con l’affermazione: «Non è più tempo di aggiustamenti, ma si è chiamati ad assumere, con pazienza e determinazione insieme, una sfida forte per rispondere oggi e in un mondo rinnovato all’esigenza di trasmettere il Vangelo, di stare come Chiesa tra le case della gente e di offrire alle persone e alle comunità una reale esperienza di Cristo».
Alcuni preti qui in Italia mi hanno chiesto come trasmetto il Vangelo in Algeria tra i musulmani. Anche mia sorella religiosa mi tempesta sempre di domande: «Che apostolato fai? Quanti ne converti?». Rispondo che il mio pulpito principale è la strada e il marciapiede.
Il cardinal Martini scrisse: «Occorre guardare non tanto, in modo generico, all’islam in quanto religione e tradizione (della quale, fra l’altro, sappiamo ben poco), ma all’uomo islamico come lo incontriamo nelle nostre città. È da questo rapporto che nasce il dialogo. È da questo riconoscimento fraterno che nasce un cammino di pace, nella realtà quotidiana».
Alcuni anziani mi dicono: «Passa spesso di qui e resta un po’ con noi». È sempre sul marciapiede che vivo i miei incontri, qualche volta bevendo il tè, seduto su uno sgabello. Papa Benedetto in Germania ha detto: «L’umiltà è l’olio che facilita il dialogo».
Ritengo che il mio stare accanto a questa popolazione con affetto e discrezione, vivendo, corrisponda a quanto dice ancora Martini: «Un’autentica esperienza dello Spirito Santo: lo Spirito è infatti il vincolo di unità tra i diversi e aiuta ciascuno a gridare l’Abba del cuore e della vita verso l’unico Padre di tutti».
C’è poi il pulpito del tavolo della biblioteca nella mia casa, attorno al quale passo del tempo con studenti e adulti che vogliono leggere, studiare e parlare il francese. Qualcuno anche l’italiano. Ma poi tocchiamo vari temi e arriviamo anche, per esempio, all’insegnamento della vita.
E infine il terzo pulpito: quello dell’Eucaristia, con le Piccole Sorelle, dove condividiamo la Parola e il Pane di Dio.
È la mia vita, il Vangelo dei tre pulpiti, nei quali percepisco quanto avviene e si muove nel cuore della gente che accosto. C’è un grande bisogno di rinnovamento all’interno del Paese e dell’islam e mi sento chiamato ad accompagnare le persone nei vari aspetti della vita. Sono in attesa di una buona notizia? Quella che li aiuta a leggere il vero Corano e a vivere il vero islam?
E ora esprimo quanto ho colto giorni fa durante la settimana biblica di Paderno del Grappa sul tema “Camminando s’apre cammino”, tenuta da mons. Antonio Marangon coi suoi stretti collaboratori don Luca Pizzato e don Michele Marcato. Marangon fa notare, traducendoun brano di Giovanni (Gv 1,35-42), che Gesù non ha invitato i discepoli ad abitare con lui, ma a stare con lui e a seguirlo. In realtà Gesù non aveva fissa dimora perché voleva raggiungere continuamente ogni situazione umana di infermità (fisica o morale) e annunciare così il Regno di Dio. Ha incontrato al pozzo la samaritana, ha sentito il grido del cieco dal ciglio della strada, ha esaudito il buon ladro sulla croce, ha chiamato con sé il pubblicano Levi, nemico dei giudei, si è lasciato toccare il vestito per strada dall’emorroissa, si è commosso all’immagine dei cagnolini che mangiano le briciole dei bambini. E ha detto alla mamma cananea: «La tua fede è grande».
Ho visto mons. Marangon commuoversi e affermare con forza la sensibilità di Gesù nel cogliere la fede di “altri” (altre fedi). Ha ricordato inoltre che in un primo momento Gesù ha vissuto l’evangelizzazione del Regno di Dio, di Dio che ama tutti gli uomini e li vuole salvi e che poi Gesù, in un secondo momento, si è impegnato ad avvicinare i discepoli a sé e a formarli. Marangon ha poi aggiunto che le prime comunità dei discepoli, dopo la Pentecoste, non avevano nessuna organizzazione, ma crescevano e si formavano «nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… e ogni cosa era fra loro comune».
E i primi cristiani si disperdevano, semplici laici e autentici credenti, col Cristo Risorto nel cuore e nella vita, e diventavano veri missionari, accendendo la fede nel Signore Gesù e attuando l’universalità della Chiesa anche senza saperlo, guidati dallo Spirito.
Questo ricordare Gesù e i primi discepoli testimoni è di grande importanza per l’evangelizzazione del mondo odierno, perché oggi siamo anche noi in situazione di vivere come Gesù e i discepoli nei loro primi momenti di evangelizzazione, immersi in un mondo di culture e di fedi molteplici o in un mondo senza fede e cultura.
Ci tocca, preti e laici, vivere “una Chiesa che sta tra le case della gente”, che sente gli odori di queste case e non si limita a servire pastoralmente quelli che entrano in Chiesa. Il servizio pastorale, ora si apre alla preghiera continuamente missionaria, alla fedeltà alle beatitudini evangeliche e si forma ad accostare e a dialogare. Uscire poi insieme per poi sedersi accanto a ogni figlio di Dio e fratello di Gesù per ascoltare, soffrire e gioire, e lasciarsi sorprendere dai valori umani ancora vivi anche nel più disgraziato, percepire qualche segno della cultura e della fede dell’altro, qualche segno del Regno di Dio e dei suoi disegni più ampi dei nostri e accompagnare e curare ogni situazione di infermità fisica o morale.
Per avere la libertà di accostarsi alla gente e mantenere vivo il ministero di Gesù che forma ancora oggi i suoi discepoli, la Chiesa ha bisogno di ritrovare una libertà maggiore da tante strutture e tante pesantezze del passato. Cosa non facile. «Desidero una Chiesa povera per i poveri», dice Papa Francesco.
La Chiesa nell’Italia del Nord-Est ha già nel suo Dna la passione ad “uscire”, dentro e fuori, fino anche ai Paesi lontani. Basta ricordare i suoi pastori che vivevano con la gente con forte intensità emotiva e paterna, i laici delle associazioni, le migliaia di figli e figlie partiti missionari e le migliaia di emigranti, testimoni cristiani pure loro.
È il gregge che è nuovo e nuove sono le forme di “sperimentazioni” in cui vive oggi la Chiesa. Ma non lasciamoci prendere dal panico. Piuttosto affidiamoci allo Spirito che continuerà a guidare la Chiesa nel nuovo servizio pastorale, nella nuova comunione fraterna e nel nuovo uscire.
Tutto questo in clima di preghiera, in stato di preghiera, come insiste a non finire mons. Marangon.

 

Uomini nuovi… a 80 anni!

Il Superiore Generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, scrive: «Ho visitato Yanzibian (Cina), luogo del martirio di San Alberico Crescitelli. Nel villaggetto di fronte al luogo del martirio, purtroppo è rimasta solo una chiesetta diroccata (a malapena si capisce che è una chiesa…) in pessime condizioni. Inoltre, pare che in quella zona sia rimasta solo una famiglia cristiana e quindi sembra che il seme cristiano stia ormai scomparendo. Mi chiedevo allora, mentre mi trovavo sul luogo del martirio del nostro Alberico, a cosa è servito veramente il suo martirio. Non è rimasto nulla, forse non ci sarà più nulla e, anche se costruissero ex novo la chiesetta, non credo che la comunità cristiana da quelle parti possa rifiorire facilmente».
E continua: «I nostri martiri in Cina (e non solo…) hanno dato una risposta precisa (donando la vita
intera con una grande fedeltà giornaliera) a questa domanda: l’Istituto serve alla missione della Chiesa quando ogni luogo a esso assegnato, anche insignificante, diventa luogo in cui l’Istituto si coinvolge pienamente con amore e senza remore per le persone (anche poche…) che vivono in quel luogo e in quel periodo storico (che mai andrebbe dimenticato come memoria viva per il presente); inoltre, io come missionario del Pime, “servo” all’Istituto quando le mie parole, i miei progetti e le mie aspirazioni sono in armonia con l’amore pieno e sincero che l’Istituto riversa nei luoghi e nei tempi storici della sua missione, anche quando questa sembra non aver portato a nessun risultato concreto o cambiato situazioni che mai cambieranno».
Infine, annuncia l’argomento del prossimo Consiglio plenario dell’Istituto: “Uomini nuovi in strutture nuove. Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime”.
Le parole del mio superiore mi invitano a rileggere la mia vita proprio in questi giorni, preparandomi a celebrare il 6 agosto prossimo i miei 80 anni.
La rileggo anche nel libro “Una vita per la missione” che i miei fratelli hanno voluto, mettendo insieme alcuni miei scritti e aggiungendo anche testimonianze di amici, del mio vescovo, del superiore generale, di Marton, Marangon, Silvano Perissinotto, padre Gheddo, Anna Pozzi, delle Piccole Sorelle e di alcuni algerini.
Il bello del libro è che fa vedere che la vita per la missione non l’ho vissuta da solo, ma insieme a voi, agli africani del Camerun e agli amici musulmani di Touggourt (Algeria).
E quindi sento che è per tutti noi, ancora oggi, la domanda del superiore generale: uomini nuovi in strutture nuove. Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime. Il Pime ha bisogno di unirci per le sfide nuove della missione nuova.
È bello sentirmi invitato a diventare “uomo nuovo” a 80 anni. Col cuore che Gesù mi ha messo il giorno dell’Ordinazione sacerdotale… spero di farcela!