Centenario del carisma di una famiglia unita

Celebrare il centenario del seminario missionario di Treviso significa mantenere viva la memoria non solo dei missionari del Triveneto, ma anche di quanti hanno accolto e condiviso il carisma missionario restando là dove il Signore li aveva chiamati. Come è nato frutto di cammino di Chiesa così è stato albero o meglio Famiglia missionaria i cui membri sono a giusto titolo missionari.

Lo affermò bene mons. Antonio Mistrorigo, vescovo di Treviso, il 29 giugno 1967: »«L’esempio più bello di questa nostra unione e collaborazione l’abbiamo dato questa mattina, consegnando il crocifisso a quattro missionari partenti per la lontana terra africana del Camerun: due di essi sono del Pime e due sono nostri sacerdoti diocesani. Sono missionari di due famiglie, ma che sono diventati d’una sola famiglia, perché avviati ad un’unica impresa apostolica, indivisibile, da compiere assieme aiutandosi a vicenda e mettendo ciascuno a servizio dell’altro quanto di meglio ha da offrire. L’unico crocifisso che abbiamo consegnato ai quattro missionari è il segno della loro unione per un unico servizio. Ecco perché oggi è la festa della diocesi intera…».

Papa Francesco, all’udienza generale del 1° ottobre 2014 in Piazza San Pietro a Roma, ha detto: «I carismi nella Chiesa sono un dono di Dio per il bene di tutti. All’interno della comunità sbocciano e fioriscono i doni di cui ci ricolma il Padre».

Come il Pime non nacque dall’idea di una sola persona, ma da una convergenza di ideali che stavano concretizzandosi nel cuore della Chiesa italiana prima e dopo il famoso 1850, così nacque e visse il Seminario Missionario dell’Immacolata di Treviso all’interno della famiglia diocesana e in cammino dentro una comunione di carismi.

Gratitudine al beato Andrea Giacinto Longhin

Ricordando la figura di mons. Longhin, pochissimi mettono in risalto il merito di aver contribuito a far sorgere e a dare un ottimo sviluppo missionario alla diocesi di Treviso.

Questo è tra i primi meriti di un santo e non poteva mancare nel nostro vescovo che aveva un cuore innamorato di Dio e quindi preoccupato anche della salvezza dei suoi figli.

Membro di una famiglia religiosa che annovera tra i propri figli molti e generosi missionari, certamente non era digiuno di notizie d’oltremare e della misera situazione di tanti popoli.

Nei suoi discorsi infuocati ne accennava spesso, e sua preoccupazione pastorale fu di infervorare i cuori dei suoi figli fino alla commozione, perché si sentissero solidali con le sofferenze dei popoli del “terzo mondo” e con la generosità e il sacrificio dei missionari.

Il Signore benedì l’ardore missionario del suo docile servo e lo rese strumento di opere missionarie, che a distanza di tempo, si rivelarono sempre più promettenti. Dio è presente dove lavorano i santi.

Durante i primi anni dell’episcopato di mons. Longhin, il contributo missionario in diocesi era quasi nullo. Scorrendo le cronache del tempo troviamo notizia di qualche conferenza di missionari di ritorno dalle missioni, o di collette in favore di missioni particolari o in occasione di partenze di missionari.

C’era in curia qualche sacerdote che tra i vari incarichi aveva anche quello di raccogliere offerte per le missioni, ma non vi era ancora una precisa direttiva e tanto meno la coscienza di un vero dovere missionario. Inutilmente nel sinodo del 1911, tenuto dallo stesso mons. Longhin, si cercherebbe la parola “missioni”, lacuna colmata dal vescovo mons. Mistrorigo. Allora il problema missionario non era ancora considerato come una delle principali preoccupazioni di una diocesi e di un pastore.

Ciò che fece esplodere lo spirito missionario in diocesi fu una scintilla scoccata da un insieme di circostanze e di persone, sempre fecondate da semplicità e docilità ai disegni divini.

I “natali “del Pime a Treviso

Eccovi un ricordo di come padre Gaetano Filippin ci racconta i “natali “del Pime a Treviso.

«Durante le vacanze autunnali del 1921, desideravo tanto d’essere ordinato diacono. Ero suddiacono dal sabato santo. Mi presentai a Mons. Longhin e gli apersi il cuore. -Si, caro, ben volentieri, mi rispose. L’ultima domenica di luglio, festa del Redentore, celebrerò la Messa a S. Agnese e là ti ordinerò diacono -. E per gli esercizi spirituali? -Va’ in seminario, sta tranquillo, mettiti sotto la direzione del padre spirituale, don Vittorio D’Alessi. Fu in quella occasione che, con don Vittorio, si maturò l’idea di aprire una casa apostolica a Treviso. Vi ritornai a Natale per la prima Messa solenne. Fui ospite del seminario vescovile, ove celebrai così una delle prime Sante Messe, dove avevo frequentato il ginnasio e il liceo. Intanto si concretava l’idea di aprire in città un focolare, ove si preparassero i futuri missionari trevigiani. Un giorno, don Vittorio, tutto raggiante, mi disse: – Sai che il vescovo è contento e mi incaricò di vedere un po’ dove e come si potrebbe aprire il nuovo seminario. Fu così che cercai a lungo in città e il mio sguardo si posò sulla chiesa di S. Martino e sull’annessa canonica. Dopo lunghi e laboriosi sondaggi, finalmente mi ritrovai con Mons. Longhin. E dunque? -Tutto combinato, Eccellenza! – Deo gratias! Vieni subito con me in Curia e ti firmerò il decreto di nomina a vicario di S. Martino Urbano; così potrai iniziare l’opera benedetta, che sta tanto a cuore anche a me».

Centenario della presenza del Pime nel Triveneto

Cari amici, riprendo a mandarvi la mia “cartolina” dopo alcuni mesi dal mio rientro dal Camerun nel giugno scorso. Sto rivivendo molti contatti con Treviso, diocesi che ha visto i miei primi passi di giovane prete animatore vocazionale e rettore del seminario missionario; e diocesi che mi ha sempre seguito con affetto e passione missionaria quando ero in Camerun e in Algeria. Ora riaccendo il mio arabo perché il 3 dicembre, festa di San Francesco Saverio, partirò per la Tunisia per un servizio di tre mesi chiestomi da padre Ferruccio Brambillasca, superiore generale del Pime.

Desidero anche informarvi che stiamo organizzando la celebrazione del centenario della nostra presenza nel Triveneto, prima nel seminario missionario a Treviso, poi coi gemellaggi condivisi in terra africana con le diocesi di Treviso, Belluno e Gorizia e con l’animazione missionaria in alcune zone del Triveneto. Lo spirito della missione ci ha acceso, ci ha mantenuti uniti e continua a soffiare fino a una nuova comunione apostolica in Asia (Tailandia). Speriamo e preghiamo che la celebrazione del centenario sia un’occasione per riaccendere la passione missionaria vissuta, in modo da realizzarsi ancora col motto «Esci dalla tua terra e va»’ perché Cristo sia conosciuto e amato, diventi la vita dei popoli.

Perché la data della canonizzazione di Charles de Foucauld non è stata annunciata

Contro ogni aspettativa, la data della canonizzazione di Charles de Foucauld e di altri sei beati non è stata annunciata nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico di lunedì 3 maggio. Per il postulatore della causa del Francese, interpellato da i.Media, questa non è una vera sorpresa.

Lo scorso 26 aprile papa Francesco aveva annunciato la convocazione di un Concistoro Ordinario Pubblico. I cardinali residenti in Roma sono stati dunque convocati per oggi, lunedì 3 maggio, al fine di approvare sette canonizzazioni – tra cui quelle dei francesi Charles de Foucauld e di César de Bus. Nel corso di questa celebrazione si sarebbe dovuta precisare anche la data della canonizzazione.

E invece non è andata così. Secondo l’uso, papa Francesco ha presieduto la celebrazione dell’ufficio di Terza subito prima del Concistoro. Durante la cerimonia (in latino) egli ha confermato ufficialmente, davanti al cardinale Semeraro (prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi), la canonizzazione dei sette beati, ma non ha indicato date, limitandosi invece a dire che esse sono da determinare. Un’anomalia, in un concistoro di questo tipo.

Questo scenario invece «non è una sorpresa», spiega padre Bernard Ardura, postulatore della causa dell’ex militare francese:

Le canonizzazioni non sono fatte per i santi ma per noi. È un evento di grande portata ecclesiale, ed è per questa ragione che la canonizzazione si fa alla presenza del popolo di Dio. Se non possono esserci fedeli, la cosa perde senso.

In Algeria si comprende la scelta di attendere

«Papa Francesco – prosegue – attende che si diano possibilità concrete» di organizzare bene l’evento:

Di solito il concistoro ha luogo nel mese di giugno per annunciare le canonizzazioni di ottobre. Facendolo adesso, quando tutto è calmo, papa Francesco si lascia la possibilità di indicare una data in un secondo momento. La Sala Stampa comunicherà la data quando sarà il momento.

Mons. John MacWilliam, vescovo di Laghouat, in Algeria, dichiara ad i-Media:

Qui in Algeria ci teniamo a partecipare in pienezza alla cerimonia di canonizzazione, ma attualmente le nostre frontiere restano chiuse, e dunque accogliamo con favore la decisione. (Vincenzo PINTO / AFP)

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

La vitalità dell’Africa

Pasqua, aprile 2021. Ho confessato a lungo in alcune chiese di Yaoundé e celebrato le feste pasquali. Soprattutto ho avuto la gioia di condividere la preghiera e l’entusiasmo della fede coi cristiani della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes dove don Mario Bortoletto, fidei donum di Treviso, padre Fabio Bianchi del Pime, e ora padre Sleevah, indiano, hanno messo tutte le loro forze e passione di missionari. La realtà più forte è il senso della comunità che cresce tutti i giorni: gente di varie etnie del Camerun e di paesi vicini che si sentono unite dall’unica fede in Gesù.

Senza descrivervi come gli africani esprimono i loro momenti festivi, liturgici, un po’ più calorosi che in Occidente, vi posso dire con gioia che ricordando i miei oltre 50 anni di Africa, Cristo è vivo e sta vivificando l’Africa. Nei mesi in seminario e nelle parrocchie di Yaounde mi son sentito ravvivare nella mia fede e nella mia realtà di missionario. Dopo la benedizione finale della messa di Pasqua, ho voluto toccare il battistero facendomi il segno della croce per rivivere in me la mia vita nuova col Risorto. I fedeli vedendomi, piccoli e grandi, continuarono dopo di me e ci sentivamo contenti: Gesù risorto e vivo in tutti noi. Il seme cristiano c’è e produrrà i suoi frutti.

Un giovane vuol parlarmi. Fra pochi giorni terminerà gli studi presentando la sua tesi. Vuol fare un cammino vocazionale perché la vita di alcuni nostri seminaristi lo attira. È attivo in parrocchia, appartiene a una etnia di grande solidarietà sociale. La sua famiglia cattolica praticante, sa già che sta pensando a dedicarsi a un impegno di donazione e lo sostiene.

So che è già seguito da un missionario incaricato delle vocazioni e non mi estendo a domande profonde, ma resto a dialogare sul campo familiare, quello che ritengo importante per la riuscita di una vocazione. Continuo a restare sorpreso nel vedere un giovane che si inoltra in un cammino così particolare e che potrebbe avere un avvenire sicuro, quello che tantissimi non hanno, perché in situazioni precarie. Negli incontri che tengo con ‘gruppi vocazionali’, accanto a giovani ancora a livello di liceo, ci sono anche alcuni universitari.  Ora vanno accompagnati per la maturazione della loro chiamata, anche per un periodo prolungato.

Il seminario nuovo del Pime preparerà sacerdoti e laici missionari che partiranno in paesi di missione, Italia compresa. Paesi che potranno beneficiare della loro fede e vita di donazione. Car amici, sentitelo il vostro seminario africano.

 

«L’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio cuore»

Ho seguito Papa Francesco tramite i social nel suo viaggio in Iraq. Aiutato dai ricordi e dall’immaginazione, ho rivisto, risentito, rigustato, quanto avevo vissuto nei miei dieci anni in Algeria: la musica, i colori, i calori, i sapori, i profumi, i volti, i sentimenti di un mondo, dove pur diversi, ci si sente vicini e uguali, adoratori e figli del medesimo Dio e quindi fratelli. Mi ha commosso il presidente dell’Iraq quando ha detto e ripetuto al Papa: «Schucran Jazilan» («Grazie molte»). È lo stesso grazie sentito tante volte in Algeria. Col Papa ho rivissuto profondamente la gioia di quando entravo in un ambiente dove i cristiani si sentivano a casa loro, liberi di condividere e di cantare preghiera e amicizia. Col Papa ho visto, sentito la gioia dei cristiani.

Colgo alcune espressioni di Papa Francesco durante il suo viaggio in Iraq col cuore aperto.

«Vengo come penitente che chiede perdono al cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà̀. Vengo come pellegrino di pace, in nome di Cristo, principe della pace. Quanto abbiamo pregato, in questi anni, per la pace in Iraq!».

«Sono venuto a ringraziarvi e confermarvi nella fede e nella testimonianza».

«Qui dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa. Qui Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle. Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio. Ma tutto cominciò da qui. Il suo fu dunque un cammino in uscita».

«Non siete soli!». «Questo è il momento di risanare non solo gli edifici, ma prima ancora i legami che uniscono comunità e famiglie. Vi incoraggio a non dimenticare chi siete e da dove venite! A custodire i legami che vi tengono insieme, vi incoraggio a custodire le vostre radici!».

«In questi anni l’Iraq ha cercato di mettere le basi per una società̀ democratica… Nessuno sia considerato cittadino di seconda classe. Incoraggio i passi compiuti finora in questo percorso e spero che rafforzino la serenità̀ e la concordia».

«Sopra questo Paese si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, della guerra e della violenza… Chi ha fede rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione».

«Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque! Cessino gli interessi di parte, si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace… ai piccoli, ai poveri, alla gente semplice, che vuole vivere, lavorare, pregare in pace».

«Basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze!».

«Mi sono sentito onorato. Il Grande Ayatollah Al-Sistani, la massima autorità sciita dell’Iraq, si è alzato per salutarmi, per due volte, un uomo umile e saggio, a me ha fatto bene all’anima questo incontro».

«Nel mondo di oggi, che spesso dimentica l’Altissimo, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità».

«L’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio cuore».

 

 

I 60 anni di Messa di padre Carlo Scapin

Questa sera, veglia della festa di San Giuseppe, nella parrocchia di Mvog Ebanda di Yaounde,  padre Carlo Scapin del Pime, ordinato sacerdote nel 1961, festeggia i 60 anni di Messa. Era giunto in Camerun nel 1974 e fu direttore del collegio Saint Charles Lwanga ad Ambam.  Alla fine degli anni Novanta, ha vissuto a Yaoundé nella parrocchia di Etoudi, dalla quale poi sorsero otto nuove parrocchie. Padre Carlo con altri missionari ha assistito alla nascita e alla formazione di tre di esse: Ngousso, Mvog Ebanda, Ntem-asi. Due chiese, quelle di Ngousso e Mvog Ebanda sono il frutto del suo lavoro nella progettazione, assistenza dei lavori e crescita spirituale delle parrocchie.

Alla celebrazione, assieme ai parrocchiani, qualche prete e alcune suore della zona, noi missionari del Pime abbiamo condiviso con gioia il suo “Grazie” al Signore per la sua vita missionaria.

Nella sua omelia, padre Carlo ha ricordato che quand’era in Italia a Treviso, dopo aver brillantemente concluso gli studi universitari, il defunto vescovo Celestin N’kou, di Sangmelima, l’aveva chiesto ai superiori per affidargli il collegio di Ambam.  Poi, dopo alcuni anni di servizio ad Ambam, quando arrivò a Yaoundé, visse la sua passione nella progettazione e nella realizzazione delle due chiese con l’aiuto ricevuto dal parroco della sua parrocchia di Onara (PD).  Durante una ventina d’anni, il suo accompagnamento delle persone affidategli dal Signore, è stato continuo e paterno.

Nell’omelia ha ricordato anche quando ha sostituito me, padre Silvano, nella direzione del seminario del Pime di Treviso, e quando mi è succeduto ad Ambam, mentre partivo per il Nord Camerun.

Belli questi ricordi che affermano la comunione missionaria vissuta. Sì, grazie allo spirito missionario di Celestin N’kou, il Pime è venuto in Camerun. E grazie allo Spirito Santo che ci ha tenuti insieme e incoraggiati. Insieme abbiamo amato tanto il nostro Istituto missionario, abbiamo amato la missione in Africa e la gente incontrata.

Rivolgendomi a lui, gli ho ricordato che ora abbiamo a Yaoundé un seminario che prepara nuovi missionari, alcuni sono figli delle parrocchie dove siamo presenti. Quindi gioia profonda di avere chi continuerà non solo noi, ma la missione.

Ai fedeli di Mvog Ebanda ho ricordato che quando un ragazzo aveva rubato le offerte nella chiesa, alcuni stavano picchiandolo duramente. Padre Carlo, informato subito, ordinò che il ragazzo fosse messo nelle mani di sua madre. Nell’omelia della domenica, èadre Carlo chiese: «Possiamo uccidere una persona se ruba una gallina?». Conclusi il mio piccolo intervento dicendo: «Padre Carlo vi ha tanto amato!».

Appena padre Carlo riprese la parola, sempre col suo stile, aggiunse: “Io sto attento ai verbi, non vi ho amato, ma… vi amo!”

Nel Bollettino parrocchiale, una catechista testimonia di lui: “Un uomo molto umile, disponibile e vuole vedere la gente lavorare. Ama il lavoro fatto bene”.

Alcuni fedeli della parrocchia: «Padre Carlo è una persona amabile, comprensiva. È uomo di pace, uomo diretto. Alcuni vi vedono un difetto, ma per noi è una qualità, un esempio anche da copiare. È veramente un prete che noi stimiamo molto con affetto”.

 

 

Quelli che muoiono ci insegnano a vivere

Il nuovo vescovo di Constantine et Ippona, Nicolas Lhernould scrive: «È solo un anno da quando sono arrivato in Algeria. Scopro ogni giorno molto. E spero di non smettere mai di scoprire.

Ventidue anni dopo, anche queste righe mi toccano molto. Attraverso questa miscela di sofferenza e speranza aperta all’universale, che dà forza e luce in questo tempo di pandemia globale. Perché senza la continua meraviglia della scoperta, si appassisce rapidamente come una pianta priva di luce.

Al “Memoriale per la nostra preghiera nell’Islam”, il 25 marzo 2021, ho scoperto la figura di Soumia Lamri, morta di cancro alle ossa ad Ain Sefra il 25 marzo 1999, all’età di 17 anni e mezzo, dopo tre anni di lotta alla malattia. Padre François Cominardi dei Padri Bianchi, che raggiunse Soumia nella luce sei anni dopo, ha scritto: “Nonostante tre operazioni, la malattia si sta diffondendo. Sa di essere condannata a breve termine e, sebbene credente, teme l’ascesa della sofferenza: “Piuttosto morire che soffrire così tanto”. È ricoverata in ospedale e un intero team medico la circonda di cure amorevoli, sostenendo il suo coraggio e la sua fede, assicurandosi che non abbia carenza di antidolorifici per alleviare il suo dolore. A volte le cose migliorano, vuole ascoltare la musica, leggere la rivista “Hayat (“Vita”), fare le parole crociate, guardare la TV… A volte la troviamo prostrata, insensibile [a causa dei medicinali]… Spesso si lamenta e persino urla per il dolore. Stomaco, fegato, polmoni, il male è ovunque. Una mattina, la trovo nel peggiore dei casi. Si sente morire. La vedrò sempre pronunciare la sua professione di fede con tutte le sue labbra, senza che dalla sua bocca esca alcun suono, i suoi grandi occhi rivolti al cielo, con straordinaria concentrazione e solennità. Gli tengo la mano, accompagnando la sua preghiera: “Soumia, Dio, il Misericordioso, pieno di tenerezza, ti aspetta, è pronto ad accoglierti”. Approva con il tocco delle sue dita. Il 25 marzo 1999, Soumia partì per il suo Creatore: un’enorme folla nel cimitero. Otto giorni dopo, sua madre mi diede il taccuino in cui aveva trascritto tre poesie, scritte da quando sapeva di essere condannata».

Ecco un estratto dalla seconda di queste poesie: «Una malattia si è depositata sulla mia anima, il mio piede scivola via dal mio movimento. Una malattia che mi ha fatto perdere il respiro della mia giovinezza, e ha ucciso tutti i miei sogni dentro di me. I miei sogni da ragazza, sogni di pace e tranquillità. Una malattia che mi terrorizza durante il giorno, e tormenta le mie notti con i tormenti del giorno dopo. Potrebbe esserci qualche guarigione, Signore, una guarigione da Te, per me e per tutti i miei fratelli? Sei il Signore, il nostro pastore, il nostro Benefattore, colui che ci fa vivere e morire, Signore. Signore, rispondi alla mia preghiera, e alle preghiere di tutti i miei fratelli. O Signore dei mondi. O Creatore di tutta la creazione».

«L’impatto di queste lunghe settimane di sofferenza e del coraggio di Soumia è stato molto forte su tutti coloro, parenti, amici, personale ospedaliero che l’hanno accompagnata fino alla fine». Ha concluso padre François: «Soumia, manterremo il ricordo del tuo sorriso doloroso durante il tuo calvario e la tua fede luminosa. Possano queste poche poesie che ci hai lasciato, aiutarci ad affrontare la vita con più coraggio… tanto è vero che quelli che muoiono ci insegnano a vivere».

Dialogo interreligioso a Maroua

A Maroua, nella regione dell’Estremo Nord Camerun, alla presenza di un nutrito numero di autorità civili e di rappresentanti dei vari gruppi religiosi, il 2-3 marzo scorso si è svolto un colloquio regionale sul dialogo interreligioso. Dirigeva ACADIR, l’associazione camerunese per il dialogo interreligioso. Creata nel 2007, è stata rilanciata nel 2014, soprattutto dopo gli attacchi del gruppo terroristico Boko Haram, con l’apporto dei padri Juan Antonio Ayanz e Giuseppe Parietti del Pime. Nel 2015 è stata creata l’antenna dell’Estremo Nord con la Maison de la rencontre.

Uno dei documenti proposti al Dialogo era quella sulla Fraternità umana, testo della Santa Sede in occasione del Viaggio Apostolico di Papa Francesco negli Stati Emirati del 3-5 febbraio 2019.

 Il Tema: Dialogo interreligioso. Consolidamento della pace e dello sviluppo nella regione dell’Estremo Nord del Camerun. Sguardi e prospettive.

I lavori in gruppo erano su questi 4 assi: FARE, nostro cammino comune; DIALOGO, nostro obiettivo; FRATERNITA, nostro metodo; CONOSCENZA RECIPROCA, nostra condotta; COLLABORAZIONE COMUNE.

Importante è il contesto che giustifica questo colloquio. La crisi prodotta da Boko Haram costituisce una delle situazioni contemporanee più dolorose che perturbano la vita delle popolazioni del bacino del Lago Ciad. Questo movimento terrorista, nato in Nigeria, ha spinto i suoi tentacoli oltre confine per toccare anche Camerun, Niger e Ciad con effetti devastanti in molti settori della vita sociale: spostamenti forzati di popolazioni, perdite in vite umane e danni materiali ingenti, sconvolgimento del tessuto socioeconomico, dentro una società già fragile e vulnerabile sotto vari aspetti.

La novità del colloquio regionale, già alla terza edizione, è il fatto di veder vivere insieme, durante le giornate di dialogo, rappresentanti dei vari gruppi religiosi e autorità civili, che si sono confrontati su temi così importanti. Il colloquio si estende inoltre a vari settori della diocesi e delle provincie del Nord Camerun. Altra cosa interessante è che il tutto avviene non solo dentro l’aspetto religioso, ma con attenzione ai vari ambiti della vita sociale. L’interreligioso si apre e diventa anche interculturale. Non è solo ecumenismo, ma diventa comune ricerca e conoscenza di tutto quanto può unire.