Vicinanza ai fratelli musulmani

Papa Francesco ha espresso la sua «vicinanza» ai «fratelli musulmani» dinanzi alla tragedia che i loro popoli hanno sofferto prima alla Mecca e poi in Turchia.
Mi son sentito unito a Papa Francesco nella sua preghiera e ho pensato che forse tra i morti della Mecca ci potesse essere qualche amico di Touggourt. Infatti, quando qualcuno parte, viene a dirmi la sua gioia e soprattutto, quando ritorna, partecipo alla festa con tanti amici che si felicitano con lui. Il pellegrinaggio alla Mecca segna profondamente il pellegrino. A un amico professore mi sono permesso di dirgli cosa pensavo del pellegrinaggio, momento importante per gli appartenenti a qualsiasi religione. Ricordavo quanto abbiamo letto noi cristiani in occasione del Pellegrinaggio nel Grande Giubileo del Duemila: «O Dio, noi siamo stranieri dinanzi a te e pellegrini come i nostri padri…. L’uomo, infatti, appare nella sua storia secolare come homo viator, un viandante assetato di nuovi orizzonti, affamato di pace e di giustizia, indagatore di verità, desideroso di amore, aperto all’assoluto e all’infinito… Proprio mentre la Chiesa apprezza la povertà del monaco pellegrino buddhista, la via contemplativa del Tao, l’itinerario sacro a Benares dell’induismo, il “pilastro” della peregrinazione alle sorgenti della sua fede proprio del musulmano e ogni altro itinerario verso l’Assoluto e verso i fratelli, essa si unisce a tutti coloro che in modo appassionato e sincero si dedicano al servizio dei deboli, dei profughi, degli esuli, degli oppressi, intraprendendo con costoro un “pellegrinaggio di fraternità”».
Il professore è stato molto contento del mio discorso e ha confidato ad alcuni amici che si sentiva preparato. Di ritorno, mi ha raccontato tanti momenti e soprattutto il sentimento profondo che aveva vissuto: «Ti spogli dei tuoi abiti e indossi il comune tessuto bianco a fianco di persone di tutte le nazioni del mondo. Ti senti ormai libero di tutto e illuminato dalla preghiera. Ti senti davanti a Dio. Lo senti misericordioso. Lui è il solo. Lui è tutto».

Il mio vescovo Claude al Pime di Milano

Il mio vescovo Claude Rault, sarà il 7 ottobre, alle 21, al Pime di Milano, per presentare il suo libro Deserto la mia cattedrale e portare la sua testimonianza. Eccovi l’ultimo biglietto che ci scrive per il mese di ottobre.
«Nel documento “Servi della Speranza”, noi, vescovi del Maghreb, scriviamo: “Alla luce della Scrittura, nella condivisione e nella meditazione, siamo chiamati a dare senso a ciò che viviamo. Non creiamo la storia, ma possiamo darle un senso. Ogni storia à sacra, anche la nostra».
Che senso dare a questa storia? Il cespuglio, che si accanisce a fiorire davanti alla porta dell’episcopio in una fessura della roccia in pieno deserto, ha radici profonde che gli permettono di trovare la terra per svilupparsi. È l’immagine della nostra presenza in Algeria, Paese totalmente musulmano. Ciò che ci trattiene e ci fa vivere è anzitutto questa terra umana, dove noi piantiamo le nostre radici. Senza questi algerini e queste algerine che ci accolgono, non potremmo vivere e saremmo soffocati nella nostra situazione privata. Questo terreno fertile di relazioni è vitale per noi. E noi vi siamo felici in questa gioia di relazioni condivise. Anche Papa Francesco ci disse: “È necessario imparare a incontrare l’altro adottando il comportamento giusto, apprezzandolo e accettandolo come compagno di strada senza resistenze interiori. Meglio ancora imparare a scoprire il volto di Cristo nel volto dell’altro, nella sua voce, nella sua domanda”.
Ma per essere verde e poter fiorire, il nostro arbusto ha bisogno di sole. Senza il sole, niente foglie fiori, niente vita. Questo sole è Dio! È lui che fa vivere e dà senso alla vita come da senso alla vita degli uomini e delle donne che ci accolgono. Senza Dio non saremmo qui. E la nostra gioia è di vederlo brillare nel cuore di chi ci accoglie e che prende spesso il volto di Gesù: “Ero straniero e mi avete accolto”. Anche l’altro produce foglie verdi e fiori nel pieno deserto. Stessa terra, stesso sole, stessi fiori! In un tempo in cui lo straniero disturba, felici quelli che sanno affondare le radici nella Terra umana e si lasciano toccare dal Sole di Dio!».
Claude, vostro fratello vescovo

 

 

Giubileo della Misericordia con i musulmani

Uno dei momenti forti del Giubileo potrebbe essere quando il Papa affermerà la natura dei cristiani di essere testimoni della misericordia di Dio verso coloro che aderiscono a religioni e culture diverse. Ma anche quando chiederà di concretizzare momenti di perdono da parte di Dio e da parte dei cristiani per i cattivi comportamenti dei cristiani del passato e del presente.
So di toccare una questione delicata e complessa.
Possiamo ricordare che qualcosa del genere è già avvenuto quando Paolo VI nel discorso di apertura della seconda sessione del Concilio, «domanda perdono a Dio […] e ai fratelli separati d’Oriente che si sentissero offesi “da noi” (Chiesa cattolica), e si dichiara pronto, da parte sua, a perdonare le offese ricevute».
E la domanda di perdono di Giovanni Paolo II del 12 marzo 2000: «Perdoniamo e chiediamo perdono….. Chiediamo perdono per le divisioni che sono intervenute tra i cristiani, per l’uso della violenza che alcuni di essi hanno fatto nel servizio alla verità, e per gli atteggiamenti di diffidenza e di ostilità assunti talora nei confronti dei seguaci di altre religioni».
Recentemente, anche Papa Francesco ha rivolto una domanda di perdono alla Chiesa valdese: «Da parte della Chiesa Cattolica, vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani, che nella storia abbiamo avuto contro di voi. In nome di Gesù Cristo perdonateci».
La domanda precisa di perdono ai musulmani è molto complessa e suscita un’infinità di altre domande e impegnerà concretamente il dialogo tra le persone e le comunità esistenti. Perdono a chi? Perdono per quale momento storico? Il Papa perdona… e noi? Perdono in un unico senso ? Sarebbe veramente capito il perdono?
Penso che si parlerà a lungo della questione, soprattutto perché il perdono sarebbe capito e sentito solo quando sarà reciproco. È un perdono in cui si tratta di riscoprire da parte di tutti non solo la ricchezza del cuore dell’uomo, ma soprattutto la natura stessa di Dio vivente nell’uomo.
Ancora per quanto riguarda l’islam, mi sembra che non è il perdono che viene espresso e chiesto nei dialoghi coi musulmani, ma è segnalata la constatazione della gioia di sentirsi credenti allo stesso livello e la gioia di condividere momenti di preghiera insieme e poi continuare in una convivenza piena di aiuti e servizi reciproci. Prima del perdono è il riconoscimento reciproco che deve realizzarsi.
Anche nell’incontro di Papa Francesco coi valdesi è avvenuto che il perdono sia stato accettato e riconosciuto, ma poi è uscita la richiesta che quella dei valdesi sia riconosciuta Chiesa e non comunità ecclesiale. L’arcivescovo Bruno Forte al Sinodo valdese ha risposto che il Papa a Torino li ha salutati con le parole di Ts 1,1: «Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace».
Essere di Dio e del Signore Gesù Cristo è la condizione più alta di cui un cristiano possa essere grato al Signore.
Riconoscere… è quello che aveva già incominciato il Concilio nel documento Nostra Aetate: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno».
È questa riconoscenza reciproca che va portata avanti.
Padre Christian De Chergé, priore del monastero di Notre-Dame d’Atlas, superiore dei sette monaci uccisi nel 1996, ha scritto nel suo Testamento: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo… ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze».
Nell’anno giubilare, musulmani e cristiani si lascino toccare dalla Misericordia di Dio per guardarsi come Dio vuole.
Il cardinale Philippe Barbarin scrive: «Vivere la Misericordia è una svolta importante di tutti i credenti. È passare il ponte che ci divide. È sentire il richiamo che viene dal sangue. È ritrovare l’immagine che Dio ha lasciato di lui in ciascuno di noi. Come Giacobbe, che volle incontrare ancora suo fratello Esaù. Si erano preparati come per uno scontro, Esaù arriva con 400 uomini, ma Giacobbe si inchina a terra sette volte. Esaù gli corre incontro, lo abbraccia, gli si getta al collo, lo bacia e tutt’e due piangono. Giacobbe gli dice: “Accetta i miei doni, vedendo la tua faccia è come se vedessi la faccia di Dio. Tu mi hai gradito”».

Come pregano i musulmani

Una signora mi chiede: «Come pregano i musulmani?». La domanda mi è piaciuta perché poche persone se lo domandano. Mostra un desiderio di penetrare nel pensiero musulmano e permette di uscire dal luogo comune che giudica la preghiera musulmana solo esteriore e ostentatoria.
Pensando a come rispondere, mi sono ricordato del primo regalo fattomi da un piccolo commerciante che assieme ai dadi e alle uova che avevo comprato, mi mise in mano un libricino con le spiegazioni e i disegni dei gesti della preghiera musulmana. L’ho letto con piacere, perché non ne sapevo niente. Infatti, anche la signora che mi ha fatto la domanda, si è sorpresa quando le ho detto che, oltre ai testi della preghiera, va capito anche il senso di alcuni gesti che l’accompagnano: gesti sulle orecchie, gli occhi, il viso, il corpo…
In Internet si possono trovare molti sussidi con le preghiere e la descrizione dei gesti. Leggendo questi testi, si deve però superare subito l’impressione di una meticolosità scrupolosa e il senso di obbligo esteriore. Meglio incontrare un buon musulmano che dice con semplicità come vive e come sente la sua preghiera. È preghiera anche corporea, perché lo spirito sia sentito dentro tutta la persona che prega. In tutte le forme di preghiera del mondo c’è una espressione esteriore e una disciplina con regole da rispettare.
Nello scritto di un musulmano, leggo: «La preghiera è il più importante atto d’adorazione dell’islam, è la colonna portante della religione, avvicina la creatura ad Allah (SwT) e purifica, tiene lontano dal peccato e dalla dissolutezza chi la compie. Bisogna quindi impegnarsi a non compierla frettolosamente e con disattenzione, ad essere concentrati e pensare solo ad Allah (SwT) durante la sua esecuzione».
Anche l’Islam ha avuto dei grandi mistici. Riporto la preghiera di Rabi’a al-Adawiyya, nata in Iraq nel secolo VIII. Secondo una tradizione, fu venduta schiava e resa poi alla libertà dal suo padrone, che un giorno la sorprese sprofondata nella preghiera e tutta avvolta di luce.

Ti amo di due amori: un amore di desiderio
e un amore perché tu sei degno di essere amato.

L’amore di desiderio è che nel ricordo di te
io mi distolga da chi è altro da te.

L’amore di cui tu sei degno
è che tu tolga i veli perché io ti veda.

Non lode a me né nell’uno né nell’altro,
ma lode a te in questo come in quell’ amore!

Papa Montini desiderava i cristiani uniti ai musulmani anche nella preghiera. E diceva: «Anche se abbiamo modi diversi di preghiera, è lì che viviamo in comunione con l’altro. Scopriamo che nella tradizione islamica la preghiera è lode, perdono, domanda, raccoglimento e altro, secondo gli avvenimenti della giornata. Alcuni scoprono la ricchezza spirituale dei musulmani nello scambio interiore e personale partendo dai diversi modi di meditare la Parola di Dio (Bibbia e Corano). In alcuni momenti nasce, nell’incontro, la gioia di pregare insieme. Momenti rari, ma pieni di speranza e di vita per ognuno».
Scoprire la bellezza della preghiera e la vita di alcune persone di altre religioni, può stimolarci a migliorare noi stessi nella preghiera e nella vita.

Chiesa tra le case e pulpito del marciapiede

Leggo sulla rivista Jesus dello scorso febbraio: «È necessario cercare nuove forme di organizzazione ecclesiale sul territorio, dalle unità e zone pastorali alle équipe vicariali e di zona per rispondere ad alcuni bisogni evidenti. La manifesta “insufficienza” della parrocchia, la carenza di sacerdoti, la maggiore mobilità della popolazione e il venir meno di molti “confini” geografici, la mutata condizione esistenziale culturale e religiosa delle persone a cui la Chiesa è chiamata a predicare il Vangelo».
L’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzoccato ha invitato vescovi, preti e laici delle quindici diocesi del Nord-Est a riflettere sulle nuove forme di presenza di Chiesa e su alcune sperimentazioni in corso. Concordo pienamente con l’affermazione: «Non è più tempo di aggiustamenti, ma si è chiamati ad assumere, con pazienza e determinazione insieme, una sfida forte per rispondere oggi e in un mondo rinnovato all’esigenza di trasmettere il Vangelo, di stare come Chiesa tra le case della gente e di offrire alle persone e alle comunità una reale esperienza di Cristo».
Alcuni preti qui in Italia mi hanno chiesto come trasmetto il Vangelo in Algeria tra i musulmani. Anche mia sorella religiosa mi tempesta sempre di domande: «Che apostolato fai? Quanti ne converti?». Rispondo che il mio pulpito principale è la strada e il marciapiede.
Il cardinal Martini scrisse: «Occorre guardare non tanto, in modo generico, all’islam in quanto religione e tradizione (della quale, fra l’altro, sappiamo ben poco), ma all’uomo islamico come lo incontriamo nelle nostre città. È da questo rapporto che nasce il dialogo. È da questo riconoscimento fraterno che nasce un cammino di pace, nella realtà quotidiana».
Alcuni anziani mi dicono: «Passa spesso di qui e resta un po’ con noi». È sempre sul marciapiede che vivo i miei incontri, qualche volta bevendo il tè, seduto su uno sgabello. Papa Benedetto in Germania ha detto: «L’umiltà è l’olio che facilita il dialogo».
Ritengo che il mio stare accanto a questa popolazione con affetto e discrezione, vivendo, corrisponda a quanto dice ancora Martini: «Un’autentica esperienza dello Spirito Santo: lo Spirito è infatti il vincolo di unità tra i diversi e aiuta ciascuno a gridare l’Abba del cuore e della vita verso l’unico Padre di tutti».
C’è poi il pulpito del tavolo della biblioteca nella mia casa, attorno al quale passo del tempo con studenti e adulti che vogliono leggere, studiare e parlare il francese. Qualcuno anche l’italiano. Ma poi tocchiamo vari temi e arriviamo anche, per esempio, all’insegnamento della vita.
E infine il terzo pulpito: quello dell’Eucaristia, con le Piccole Sorelle, dove condividiamo la Parola e il Pane di Dio.
È la mia vita, il Vangelo dei tre pulpiti, nei quali percepisco quanto avviene e si muove nel cuore della gente che accosto. C’è un grande bisogno di rinnovamento all’interno del Paese e dell’islam e mi sento chiamato ad accompagnare le persone nei vari aspetti della vita. Sono in attesa di una buona notizia? Quella che li aiuta a leggere il vero Corano e a vivere il vero islam?
E ora esprimo quanto ho colto giorni fa durante la settimana biblica di Paderno del Grappa sul tema “Camminando s’apre cammino”, tenuta da mons. Antonio Marangon coi suoi stretti collaboratori don Luca Pizzato e don Michele Marcato. Marangon fa notare, traducendoun brano di Giovanni (Gv 1,35-42), che Gesù non ha invitato i discepoli ad abitare con lui, ma a stare con lui e a seguirlo. In realtà Gesù non aveva fissa dimora perché voleva raggiungere continuamente ogni situazione umana di infermità (fisica o morale) e annunciare così il Regno di Dio. Ha incontrato al pozzo la samaritana, ha sentito il grido del cieco dal ciglio della strada, ha esaudito il buon ladro sulla croce, ha chiamato con sé il pubblicano Levi, nemico dei giudei, si è lasciato toccare il vestito per strada dall’emorroissa, si è commosso all’immagine dei cagnolini che mangiano le briciole dei bambini. E ha detto alla mamma cananea: «La tua fede è grande».
Ho visto mons. Marangon commuoversi e affermare con forza la sensibilità di Gesù nel cogliere la fede di “altri” (altre fedi). Ha ricordato inoltre che in un primo momento Gesù ha vissuto l’evangelizzazione del Regno di Dio, di Dio che ama tutti gli uomini e li vuole salvi e che poi Gesù, in un secondo momento, si è impegnato ad avvicinare i discepoli a sé e a formarli. Marangon ha poi aggiunto che le prime comunità dei discepoli, dopo la Pentecoste, non avevano nessuna organizzazione, ma crescevano e si formavano «nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… e ogni cosa era fra loro comune».
E i primi cristiani si disperdevano, semplici laici e autentici credenti, col Cristo Risorto nel cuore e nella vita, e diventavano veri missionari, accendendo la fede nel Signore Gesù e attuando l’universalità della Chiesa anche senza saperlo, guidati dallo Spirito.
Questo ricordare Gesù e i primi discepoli testimoni è di grande importanza per l’evangelizzazione del mondo odierno, perché oggi siamo anche noi in situazione di vivere come Gesù e i discepoli nei loro primi momenti di evangelizzazione, immersi in un mondo di culture e di fedi molteplici o in un mondo senza fede e cultura.
Ci tocca, preti e laici, vivere “una Chiesa che sta tra le case della gente”, che sente gli odori di queste case e non si limita a servire pastoralmente quelli che entrano in Chiesa. Il servizio pastorale, ora si apre alla preghiera continuamente missionaria, alla fedeltà alle beatitudini evangeliche e si forma ad accostare e a dialogare. Uscire poi insieme per poi sedersi accanto a ogni figlio di Dio e fratello di Gesù per ascoltare, soffrire e gioire, e lasciarsi sorprendere dai valori umani ancora vivi anche nel più disgraziato, percepire qualche segno della cultura e della fede dell’altro, qualche segno del Regno di Dio e dei suoi disegni più ampi dei nostri e accompagnare e curare ogni situazione di infermità fisica o morale.
Per avere la libertà di accostarsi alla gente e mantenere vivo il ministero di Gesù che forma ancora oggi i suoi discepoli, la Chiesa ha bisogno di ritrovare una libertà maggiore da tante strutture e tante pesantezze del passato. Cosa non facile. «Desidero una Chiesa povera per i poveri», dice Papa Francesco.
La Chiesa nell’Italia del Nord-Est ha già nel suo Dna la passione ad “uscire”, dentro e fuori, fino anche ai Paesi lontani. Basta ricordare i suoi pastori che vivevano con la gente con forte intensità emotiva e paterna, i laici delle associazioni, le migliaia di figli e figlie partiti missionari e le migliaia di emigranti, testimoni cristiani pure loro.
È il gregge che è nuovo e nuove sono le forme di “sperimentazioni” in cui vive oggi la Chiesa. Ma non lasciamoci prendere dal panico. Piuttosto affidiamoci allo Spirito che continuerà a guidare la Chiesa nel nuovo servizio pastorale, nella nuova comunione fraterna e nel nuovo uscire.
Tutto questo in clima di preghiera, in stato di preghiera, come insiste a non finire mons. Marangon.

 

Uomini nuovi… a 80 anni!

Il Superiore Generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, scrive: «Ho visitato Yanzibian (Cina), luogo del martirio di San Alberico Crescitelli. Nel villaggetto di fronte al luogo del martirio, purtroppo è rimasta solo una chiesetta diroccata (a malapena si capisce che è una chiesa…) in pessime condizioni. Inoltre, pare che in quella zona sia rimasta solo una famiglia cristiana e quindi sembra che il seme cristiano stia ormai scomparendo. Mi chiedevo allora, mentre mi trovavo sul luogo del martirio del nostro Alberico, a cosa è servito veramente il suo martirio. Non è rimasto nulla, forse non ci sarà più nulla e, anche se costruissero ex novo la chiesetta, non credo che la comunità cristiana da quelle parti possa rifiorire facilmente».
E continua: «I nostri martiri in Cina (e non solo…) hanno dato una risposta precisa (donando la vita
intera con una grande fedeltà giornaliera) a questa domanda: l’Istituto serve alla missione della Chiesa quando ogni luogo a esso assegnato, anche insignificante, diventa luogo in cui l’Istituto si coinvolge pienamente con amore e senza remore per le persone (anche poche…) che vivono in quel luogo e in quel periodo storico (che mai andrebbe dimenticato come memoria viva per il presente); inoltre, io come missionario del Pime, “servo” all’Istituto quando le mie parole, i miei progetti e le mie aspirazioni sono in armonia con l’amore pieno e sincero che l’Istituto riversa nei luoghi e nei tempi storici della sua missione, anche quando questa sembra non aver portato a nessun risultato concreto o cambiato situazioni che mai cambieranno».
Infine, annuncia l’argomento del prossimo Consiglio plenario dell’Istituto: “Uomini nuovi in strutture nuove. Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime”.
Le parole del mio superiore mi invitano a rileggere la mia vita proprio in questi giorni, preparandomi a celebrare il 6 agosto prossimo i miei 80 anni.
La rileggo anche nel libro “Una vita per la missione” che i miei fratelli hanno voluto, mettendo insieme alcuni miei scritti e aggiungendo anche testimonianze di amici, del mio vescovo, del superiore generale, di Marton, Marangon, Silvano Perissinotto, padre Gheddo, Anna Pozzi, delle Piccole Sorelle e di alcuni algerini.
Il bello del libro è che fa vedere che la vita per la missione non l’ho vissuta da solo, ma insieme a voi, agli africani del Camerun e agli amici musulmani di Touggourt (Algeria).
E quindi sento che è per tutti noi, ancora oggi, la domanda del superiore generale: uomini nuovi in strutture nuove. Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime. Il Pime ha bisogno di unirci per le sfide nuove della missione nuova.
È bello sentirmi invitato a diventare “uomo nuovo” a 80 anni. Col cuore che Gesù mi ha messo il giorno dell’Ordinazione sacerdotale… spero di farcela!

Papa Francesco ci unisce in uno sguardo contemplativo

Leggiamo nell’Enciclica Laudato Si’ a pag. 182: «L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: “La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature”.
San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle espe¬rienze del mondo “si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per dire meglio, Egli è ognuna di queste grandezze che si predicano”. Non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri, e così “sente che Dio è per lui tutte le cose”. Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve de¬positarsi nel Signore: “Le montagne hanno delle cime, sono alte, imponenti, belle, graziose, fio¬rite e odorose. Come quelle montagne è l’Amato per me. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di dolci acque. Per la varietà dei loro alberi e per il soave canto degli uccelli ricreano e dilettano grandemente il senso e nella loro solitudine e nel loro silenzio offrono refrigerio e riposo: queste valli è il mio Amato per me”».
Un maestro spirituale, Ali Al-Khawwas (musulmano), a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità. Diceva: «Non occorre criticare a priori coloro che cercano l’estasi nella musica o nella poesia. C’è un segreto sottile in ognuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a captare quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si flettono, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il suono delle corde o dei flauti, il sospiro dei malati, il gemito degli afflitti…».

Parlaci di Gesù

Due ragazze e un loro amico suonano alla porta. «Desideriamo vedere dove preghi e vogliamo sapere chi sono i cristiani. E chi è Gesù?».
Li faccio entrare e mi sento tranquillo anche perché c’è già con me un giovane che da anni mi frequenta per motivi di studio e può aiutarmi nella conversazione in arabo. Sono cosciente di non dover fare proselitismo e che c’è il rischio di essere messo alla prova. Giovani e adulti mi frequentano perché le loro famiglie hanno conosciuto i Padri Bianchi e le Piccole Sorelle e sanno bene che non hanno mai fatto qualcosa per cambiare la loro fede, anzi li hanno aiutati a essere fedeli alla loro vita di credenti musulmani. L’amicizia è sempre stata vissuta nel rispetto e nell’aiuto reciproco. Mi premuro subito che capiscano bene che possiamo parlare e che posso rispondere alle loro domande, perché è bello conoscere anche gli appartenenti ad altre religioni ed è un arricchimento aprirsi, incontrare, approfondire.
Certo la conversazione e il dialogo devono camminare nel rispetto reciproco e nella prudenza senza pretendere di approfittare di queste situazioni per convincere e mettere in crisi. E sempre dico che non è facile capire bene la profondità delle verità e dei valori di una religione diversa dalla propria. Ma si può anche stare insieme nella convinzione che ci sono dei valori in ognuna ed è possibile comunicarseli.
Le domande sono sempre le stesse: «Voi pregate? Voi credete in un solo Dio? Perché dite Padre, Figlio e Spirito Santo? E Gesù è veramente morto sulla croce e perché? Perché non ti sposi e non hai una famiglia?».
Non è facile rispondere, spiegare, far capire… È necessario creare subito un clima comune di fiducia. Si è spesso su terreni diversi, ma è certo che l’islam ha una grande idea di Isa (Gesù) e di Myriam (mamma di Gesù), l’unica donna chiamata per nome nel Corano.
Mi è piaciuta la frase di una ragazza : «In Internet troviamo tutto, ma è più bello sentire certe cose direttamente da un cristiano». Queste parole le sento in me, vive e profonde. Mi dicono gioia di incontro. Che cosa ha sentito quella ragazza? E io ho la coscienza piena di essere cristiano?

 

Mi avete aiutato a tornare a casa

Il fondatore del Pime (anno 1850), padre Angelo Ramazzotti, superiore dei Padri Oblati di Rho e poi vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia, ci ha lasciato in eredità un esempio di carità radicale che, a suo dire, l’ha portato alla tomba: «Sono questi poveri, credetelo a me, che mi affannano il respiro, mi distruggono la salute».
Qui a Touggourt non sono arrivato a quel punto, ma mi commuovo sempre quando vedo persone venire dal Sud, che suonano alla mia porta, perché la gente di Touggourt dice loro: «Andate lì!». E indicano l’unica croce visibile, quella sulla cupola della mia chiesa, chiusa al pubblico e affidata a una associazione musulmana.
Come faccio a rispondere a tutte le loro richieste? Per fortuna, padre Alberto mi porta tanti vestiti che gli operai del petrolio di Hassi Messaud lasciano quando rientrano in Italia. A volte do qualcosa da mangiare, ma spesso la presenza fraterna, il tempo per ascoltare il loro cammino pieno di dolore, la parola di sensibilità, di preghiera e di fede, sciolgono, in me e in loro, cuore e occhi a lacrime e a un respiro di speranza e di forza. Alcuni, dopo qualche giorno, quando finiscono nelle mani di chi chiede i documenti, riprendono il cammino del ritorno.
Come l’ultimo che vedendo uscire dalla mia casa uno studente di italiano, lo ferma perché gli traduca il documento della polizia scritto in arabo. Documento che gli intima di partire subito, altrimenti ritorna in prigione. Lo studente, leggendo il documento e guardando il suo corpo sfinito, gli dice: «Vado a comprarti il biglietto del bus che ti condurrà a Tamanrasset».
Dopo un po’ torna col biglietto e una bella somma di dinari e lo saluta. Io avevo visto l’africano prima di andare in prigione e ora lo vedevo deciso a tornare a casa. Mentre attendeva il biglietto, leggeva un libretto tutto sgualcito, l’unica cosa che gli era rimasta: Il Vangelo. Poi è partoto col pacchetto che gli avevo preparato.
Sono sicuro che un giorno, l’ultimo, io e l’amico musulmano lo rivedremo e ci dirà: «Avevo fame e mi avete aiutato a tornare a casa».

Migranti a Tamanrasset

Tamanrasset è la città di frontiera dell’Algeria, che accoglie migranti provenienti da vari Paesi africani. Alcuni vi soggiornano per qualche giorno, il tempo di riposarsi dopo la faticosa traversata del deserto, trovare dei connazionali con cui continuare il viaggio o fermarsi per racimolare qualche soldo. Si calcola siano circa 15.000.
Molti di loro arrivano spogliati di tutto da coloro che li hanno caricati durante il viaggio e che li hanno lasciati nel deserto a percorrere a piedi gli ultimi chilometri. Appena arrivati a Tamanrasset, in genere, entrano in una specie di ghetto che all’inizio è un rifugio e poi diventa una prigione, dove il capo è fratello di razza, ha la sua lingua, ma approfitta continuamente della sua fragilità. Parecchi cadono nelle reti della delinquenza, altri riescono a continuare il viaggio.
In questi giorni, ho incontrato il prete, la suora e alcuni migranti che vivono a Tamanrasset. Il prete a Pasqua ha celebrato sette battesimi. La suora continua da anni a incontrali all’ospedale e nei loro quartieri. I migranti coi quali ho parlato mi raccontano che ormai vi risiedono da anni, lavorano e aiutano in vari modi chi arriva bisognoso di tutto.
Quelli che restano, incominciano a organizzarsi e trovano dei veri fratelli, anche nella fede.
E così è nata l’Association des petits débrouillards de la diaspora, di chi ha deciso di cavarsela anche al motto: Solidarité, fraternité, respect. Continuano e adattano alle loro situazioni progetti di microcredito per iniziative di formazione, lavoro e aiuto in caso di malattia, infortunio e perfino di rimpatrio. Anche a loro è giunto ed è vivo il grido di Papa Francesco: «Signore, che ascoltiamo le tue domande : “Adamo dove sei? Dov’è il sangue del tuo fratello?”».