La basilica di Sant’Agostino si rinnova

 

La basilica di Nostra Signora dell’Africa di Algeri ora risplende e continua ad accogliere fedeli, pellegrini, visitatori e anche molte donne musulmane in preghiera, particolarmente devote alla vergine. I restauri sono stati ultimati. Ma anche la basilica di Sant’Agostino di Annaba si sta rinnovando. Annaba è il nome nuovo della antica Hippona, di cui il santo fu vescovo.

La gente è generosa, dice il vescovo Paul Desfarges, e vuole la chiesa ancora bella, aperta, accogliente. Non è considerata un museo, ma luogo di silenzio e di preghiera per sentire ancora vicino il grande antenato Agostino. Poco lontano le piccole sorelle dei poveri ospitano persone anziane e bisognose. Con l’aiuto dell’amministrazione di Annaba e di altri benefattori privati, algerini, francesi e di varie parti del mondo, anche le magnifiche vetrate riprendono armonia, colore e luce viva. Vi pregano e animano le liturgie, i padri agostiniani che assicurano accoglienza di turisti e di pellegrini. 

Benedetto XVI ha voluto contribuire con un suo dono personale e mostrare la sua profonda vicinanza di pensiero col grande  Santo. Anche la diocesi di Pavia, dove il santo riposa, ha dato il suo contributo.

In Algeria esiste l’associazione sant’Agostino ed è formata da quanti possono continuare a dire come il santo: «Ti cercavo fuori e tu eri dentro».

Preghiamo perché questo posto continui ad esser un luogo di studi, ricerche, dialogo e fraternità.

Il cielo ci è vicino

Oggi, 18 febbraio, è la festa del santo Alberico Cresciteli, missionario del Pime, ucciso in Cina.

Ogni mattina, prima di pregare, apro il calendario liturgico del mio Istituto e accanto alle indicazioni liturgiche trovo i nomi dei missionari defunti dei quali si ricorda l’anniversario del loro arrivo in Paradiso. È bello vederli davanti all’altare come dice l’Apocalisse quando parla dei santi. Sono vivi della vita della risurrezione di Cristo. Vicino a loro ti senti aprire alle dimensioni del mondo in cui hanno vissuto. Ti ricordano i momenti che hai condiviso con loro. Risenti il loro affetto e le attenzioni che hanno avuto per te. Il loro esempio ti stimola e ti ricarica. Ti senti sulla stessa strada e anche insieme ai tuoi confratelli sparsi nel mondo. Oggi al santo Alberico chiedo di fare una “telefonata” speciale, come sanno fare i santi, per farmi arrivare il mio compagno di missione, padre Davide.

A tale riguardo Sant’Agostino riferisce che la sua mamma Monica, prima di morire, gli aveva raccomandato: «Seppellite pure questo mio corpo dove volete, senza darvi pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, dinanzi all’altare del Signore». (Confessioni 9, 11,27)

In una cartolina, Natalina mi scriveva: «La festa dei Santi e dei morti per me, ogni anno, è stata una tristezza, pensando alle persone care che mi hanno lasciato. Quest’anno è diverso, ho vissuto queste feste più serena, mi sembrava di aver lasciato i miei cari liberi di volare verso la felicità. Il motivo della mia serenità è dovuta all’amore che mi circonda e alla gioia della vita che mi è stata donata. Grazie Signore».

Al funerale di Narciso Bacchin, fratello del missionario padre Angelo, il parroco ha ricordato: «Quando vent’anni fa è morta la moglie, ne aveva sentito il distacco, ma egli raccontava di un sogno nel quale aveva visto la sua sposa che gli era venuta incontro su una strada tortuosa e gli aveva detto con semplicità : “Ti porto io”, e lui ne aveva trovato conforto».

Nel settembre scorso ho fatto una visita a Villa Grugana, dove riposano i nostri missionari defunti. Lì, quando leggi i nomi, risenti la storia del Pime. Ritrovi i primi e poi i tuoi formatori, qualche tuo compagno…

È stato un momento di comunione. E dove c’è la comunione dei santi il cielo è più vicino. E anche il paradiso è vicino.

Resta con noi

In questi giorni è con noi a Touggourt una Piccola Sorella che viene dal Medio Oriente ed è incaricata del coordinamento delle Piccole Sorelle del Maghreb e del Medio Oriente.

Ci ha raccontato di alcune comunità di Piccole Sorelle che vivono in situazioni di pericolo non a causa dei vicini, anche se di religione diversa, ma per la situazione dei Paesi in cui si trovano.  E sempre ritorna lo stesso ritornello delle parole dei vicini: «Non partite. Restate con noi».

Mi ha ricordato il film “Uomini di Dio”, in cui i monaci affermano: «Siamo come uccelli sui rami». E una vicina musulmana dice: «Siamo noi gli uccelli, voi siete i rami. Senza di voi, dove possiamo riposarci?».

Questo mi ricorda anche le parole di una mamma algerina musulmana, dopo l’uccisione dei monaci: «La Chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla Chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna.  Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi… E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria». (lettera firmata. 01.06.96)

Alcuni cristiani d’Oriente si sentono costretti a partire.  I vescovi francesi, riuniti a Lourdes, hanno inviato loro un messaggio per sostenerli: «Nel Paese di Cristo e nei Paesi vicini, voi testimoniate l’antica storia del cristianesimo. Conosciamo gli sforzi quotidiani che fate per vivere la vostra fede nei Paesi dei vostri antenati e per collaborare con tutti i suoi abitanti per una vita comune giusta, solidale, pacifica».

«La vostra testimonianza ci tocca e incoraggia le nostre comunità cristiane. Ci auguriamo che la nostra fraternità e la nostra solidarietà possano raggiungere le vostre comunità».

«Speriamo – si sottolinea nel messaggio – che da noi come da voi, i credenti di tutte le religioni possano vivere insieme e contribuire al bene del loro paese e alla sicurezza di tutti i suoi abitanti».

Le parole: «Resta con noi», le dissero i due discepoli a Gesù dopo che aveva riscaldato il cuore dei due impauriti.  Continuiamo a dirle anche noi per tutti i cristiani e gli abitanti del Maghreb e del Medio Oriente: «Resta con noi, Signore, la sera, resta con noi e avremo la pace. Resta con noi, non ci lasciar, la notte mai più scenderà».

Il Figlio di Dio per strada

Disse: «Andiamo altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!»

«Fu chiesto a Gesù: “Non ti costruisci una casa?”. Rispose: “La costruisco per via”». (Al- Zabidi, Saggio musulmano, m 1791).

Gesù disse: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». (Mt 8,20).

La casa di Gesù è la strada.

«Ha chiamato a sé gli apostoli e ha vissuto insieme a loro. Potevano camminare in­sieme a lui. Lo osservavano mentre pregava. Era un maestro dell’amicizia e que­sto caratterizza il suo amore. Anche la vicinanza ai poveri è senza dubbio carat­teristica dell’amore di Gesù. Egli ha vissuto in modo molto semplice per essere vicino a tutti. E ha scelto di essere senza patria per essere presente per tutti gli uomini e non erigere alcun muro intorno a sé. Gesù è andato incontro agli stra­nieri. E ciò che più importa è che ha saputo trasmettere il suo amore» (card. Martini).

Oggi il Figlio di Dio cammina ancora nei suoi discepoli, mandati in tutto il mondo.

L’8 gennaio 1980, Papa Giovanni Paolo II consacrò vescovi mons. Carlo Maria Martini e mons. Christian Tumi, il mio vescovo di Yagoua (Cameroun), diventato anche lui cardinale e arcivescovo di Douala.

In quell’occasione il Papa pronunciò questa affermazione. «L’episcopato è il sacramento della strada. È il sacramento delle numerose strade, che percorre la Chiesa, seguendo la stella di Betlemme, insieme con ogni uomo. Entrate su queste strade, venerati e cari fratelli, portate su di esse oro, incenso e mirra. Portateli con umiltà e con fiducia. Portateli con prodezza e con costanza. Mediante il vostro servizio si apra il tesoro inesauribile a nuovi uomini, a nuovi ambienti, a nuovi tempi, con l’ineffabile ricchezza del mistero che si è rivelato agli occhi dei tre magi, venuti dall’oriente, alla soglia della stalla di Betlemme».

La Piccola Sorella Magdeleine, dopo aver viaggiato nel mondo intero per incontrare e vivere coi nomadi, coi pigmei, con gli operai e i poveri di ogni categoria, diceva alle sorelle: «Ho una grande gioia da annunciarvi: il piccolo Gesù mi ha condotta per mano in modo straordinario e non dovevo far altro che seguirlo ad occhi chiusi».

E alle Piccole Sorelle chiedeva: «Se vuoi veramente seguire fratel Charles di Gesù, il Piccolo Fratello Universale, hai capito ciò che ti domanda la tua vocazione, cioè di spalancare il tuo cuore, come il suo, alle dimensioni del mondo intero, facendo della salvezza di tutti gli uomini l’opera di tutta la tua vita senza nessuna esclusione …?».

E continuava: «Per rispondere all’immenso e universale del cuore di Gesù, devi essere pronta ad andare fino alla fine del mondo per portarvi questo amore e per gridare il Vangelo, non con le parole, ma con tutta la vita…».

Gesù, il figlio di Dio, è ancora per strada… Lo sai riconoscere quando, oggi, incontrando un fratello senti che ti riaccende il cuore? Sei tu, Gesù, che riaccendi il cuore di un fratello?

Cristiani e musulmani contro la violenza

Un vescovo italiano mi scrive: «Ti invio questa interessante testimonianza. Mi ha molto commosso, perché mostra la possibilità di passi verso la pace”. Anch’io sono commosso di questo comunicarci le buone notizie. Vi trasmetto alcuni passi della testimonianza dell’arcivescovo di Niamey Michel Cartatéguy.
«L’aereo presidenziale decolla dall’aeroporto di Niamey a destinazione d’Abuja, la capitale politica della Nigeria. A bordo ci sono varie autorità del Niger compresi il presidente dell’Associazione islamica e il sottoscritto, in missione ufficiale a nome del presidente della Repubblica del Niger per portare un messaggio di compassione al popolo della Nigeria, martoriato per gli avvenimenti dolorosi della notte di Natale, in cui cinquanta cristiani sono stati massacrati dalla setta islamica Boko Haram. L’incontro dura solo dieci minuti, sufficienti per far sentire quanto il popolo del Niger porti in sé la sofferenza del popolo della Nigeria…
Al ritorno, mentre la delegazione musulmana era alla moschea per la preghiera, in macchina, ben sorvegliato dai militari, ho pregato… Vedevo la croce della cattedrale e mi sono ricordato delle parole dei vescovi dell’Africa durante l’ultimo Sinodo: “Non pensate che il perdono sia cosa inutile e che sia necessaria la vendetta: il vero perdono conduce alla pace e va alla radice del conflitto e trasforma vittime e nemici in fratelli e sorelle”.
Al rientro in Niger i giornalisti ci chiesero quale messaggio avevamo portato. Insieme al Ministro degli affari esteri e all’imam ho detto che noi, credenti cristiani e musulmani, condanniamo la violenza. Il Niger è Paese della tolleranza e dell’armonia di vita tra credenti di diverse religioni…».
Come Gesù sapeva cogliere le necessità, le invocazioni e i segni della venuta del Regno, così la Chiesa, e tutti i cristiani, colgano, gioiscano e annuncino le Belle Notizie! Come sono belli i piedi dei messaggeri del lieto annunzio!

Cuore pulito e nuovo

Preparandomi al Natale, meditavo sul testo di Malachia che diceva: «Manderò il mio messaggero a preparare la via davanti a me… È come il fuoco del fonditore e come la liscìva dei lavandai». (Mal 3, 1ss).

Ai tempi di Malachia si trattava di purificare il tempio e il culto che aveva degenerato. Ma oggi la liturgia ci aiuta ad accogliere l’Angelo dell’Alleanza, il Messia, l’Emmanuele e a prepararci bene non solo per non sentirci indegni, ma per cogliere tutta la novità della venuta del Signore nella nostra vita e vivere totalmente in modo nuovo.

La parola liscìva mi ha riportato nelle campagne di Padova dove, sfollato da Milano, vivevo col nonno Pasquale. Prima delle feste, la nonna e la mamma riempivano un mastello e sopra la biancheria mettevano la cenere. Le lenzuola di canapa diventavano bianche come la neve. Poi c’era la pulizia della casa che diventava più bella e profumata di pulito.

Non solo pulizia della biancheria e della casa, ma anche quella dei cuori che si cercavano l’un l’altro per riaprire qualche sportello semichiuso e arrugginito e risentire la gioia di vivere insieme.

In occasione della festa, nei villaggi del Camerun e del Ciad, i capi famiglia si riunivano nella casa del capo del villaggio. Prima di entrare, deponevano lance e bastoni come segno che in quei giorni la gente doveva vivere in pace. E facevano insieme l’esame di coscienza della vita del villaggio per vedere ciò che andava contro le tradizioni. La festa rinnovava i cuori e il tripudio delle danze e dei canti era un credo, cantato alla vita e alla pace della tribù.

Anche la donna incinta, prima di partorire, si sottoponeva a un rito di purificazione. Faceva il giro delle persone incontrate ai tempi degli amori perché il figlio potesse nascere riconosciuto da tutti e soprattutto dagli spiriti degli antenati, che si vedevano rispettati nella loro volontà. La nascita di un bimbo è gioia di tutti, un grande avvenimento per la famiglia e il villaggio.

In tutti questi esempi si vede il bisogno della purificazione che permette alla vita di rinnovarsi e di continuare nell’intesa comune e nella pace.

Non posso dimenticare la risposta di un povero di Yaoundé, un po’ “originale”… Disturbava con le sue esternazioni gridate fuori della casa, durante un incontro. Uscii, mi sedetti accanto e gli dissi: «Stiamo preparando la venuta del Papa. Come ricevere una persona così?». Si calmò, divenne serio, pensieroso, poi concluse con solennità: «Un personaggio così bisogna riceverlo col cuore pulito!».

I viaggi del Papa in Africa sono sempre stati momenti di grande vitalità e incoraggiamento a un nuovo cammino.

Gesù aveva detto: «Beati i puri di cuore» cioè quelli che agiscono con chiarezza senza intenzioni storte e Dio li accoglie perché si presentano con mani e cuore puri (Salmo 28). Sono quelli che fanno le scelte di Gesù secondo le leggi del cuore di Dio e sono il nuovo popolo di Dio.

La purificazione del cuore è la condizione necessaria per la ripresa di un cammino e per una pienezza di vita.

Il cuore allora non è solamente pulito, ma nuovo.

L’Islam unisce la carità, l’elemosina, alla purificazione del cuore. 
Alla vigilia di Natale, tra una lezione e l’altra ai ragazzi, è arrivato un signore con una scatola di cioccolatini. Non ha aspettato nemmeno il grazie. Il dono gli purifica e gli rinnova il cuore.

Che il 2012 sia un anno “pulito”, nuovo!

La religione del cuore

Alcune persone e famiglie che incontro qui in Algeria vivono di bontà. Ne resto commosso. Le vedi attente a chi soffre. Anche nelle difficoltà, continuano nella pazienza e nell’umiltà. La diversità di religione, di tradizioni e di formazione non è un ostacolo all’accoglienza. Nei rapporti non hanno nessuna paura, nessun sospetto dell’altro perché con la semplicità e la bontà nel cuore non hanno niente da perdere.

Mi domando dove si alimenta questa bontà. Da dove viene? Mi è capitato anche in carcere di seguire persone che nonostante il male fatto conservavano una condotta guidata da un cuore sensibile e generoso. Una volta poi, guardato a vista dal poliziotto, ho ascoltato uno che aveva commesso un crimine. I giornali parlavano di lui come di una bestia. Sentivi invece che era ancora un uomo e che aveva ancora un cuore. Come il “buon ladrone” del Golgota che cresciuto forse nel male, trovandosi accanto a un uomo come lui, che soffriva con nobiltà di sentimenti, si è sentito toccare. Ha percepito nelle sue fibre profonde un qualcosa di nuovo, di bello, si è lasciato andare anche lui verso la bontà e gli ha chiesto di stargli vicino anche dopo la morte.

La ricchezza del cuore l’ho trovata dappertutto, tra gli africani di religione tradizionale del Cameroun e del Ciad, la sento ogni giorno nei musulmani che mi accostano e si confidano.

La sorgente e la spiegazione la trovo nel Creatore. È stato lui a mettere nel cuore del mondo la bontà, la bellezza… In tutto, in tutti. Noti che l’umanità scopre e sente in sé questa forza innata e vuole mantenerla viva anche nelle situazioni più difficili.

E poi lo straordinario avvenne quando nel Figlio, Dio ha voluto umanizzarsi in ogni uomo, bianco, nero giallo, cristiano, buddhista, musulmano… per far capire a tutti che l’esistenza è piena quando diventa un dono da donare.

Da sempre ogni bontà è bontà di Dio e Dio ama nel cuore dell’uomo. Questo mantiene viva una grande speranza. La bontà non può morire.  È più forte del male, salverà il mondo, vincerà.

Quando trovi bontà, ti si apre il cuore.

Prima delle religioni definite tali, e anima di tutte, c’è quella del cuore. Il cristiano ha il compito di riconoscerla in tutti e diventarne il lievito.

Suor Maddalena incontra il Patriarca Athenagora e questi le chiede: «Come sta mio fratello Paolo VI?»  Poi Athenagora continua: «Siamo caduti (sic) le braccia dell’uno, nelle braccia dell’altro, l’anima dell’uno, nell’anima dell’altro. Ci hanno chiesto . “Quante volte?” Risposi: “Quando due fratelli si incontrano dopo nove secoli, gli abbracci non si contano!”» «E in che lingua parlavate? –  Risposi: “Dopo nove secoli, è il cuore che parla… ed è inesprimibile!”».

 

Ancora, Buon Natale!

 

A Betlemme tutto l’amore, accoglilo!

La Chiesa, i discepoli del Signore accolgono Gesù e diventano amore.

La piccola sorella Jeanne, venuta a Touggourt per celebrare i 70 anni della fondazione, ha messo nelle mani della sorella più giovane la statua del piccolo Gesù Bambino che la fondatrice,  piccola sorella Magdeleine aveva trovato tra i rifiuti, riparato e messo accanto alla cappella per custodire la fraternità. È a causa di quel bambino da niente, che loro, sorelle da niente, mantengono rapporti di vera amicizia con tutti. E tutti ci stanno, perché tutti hanno bisogno di sentirsi amati e di volersi bene.

Charles de Foucauld ci dice ancora:  «Facendosi cosi piccolo bambino, bambino così dolce, vi grida: “Fiducia! Familiarità! Non abbiate paura di me! È il vostro Dio… pieno di dolcezze e di sorrisi. Diventate tutta tenerezza, tutto amore e tutta confidenza…».

E piccola sorella Magdeleine: «Guarda, l’aspetto così semplice di tante riproduzioni del bambino non ti crei difficoltà. È l’umano sulla realtà divina. È Dio che ti chiama a seguirlo col suo spirito d’infanzia e d’abbandono. Davanti a Dio, sentiti bambino!  Davanti a Maria, abbandonati come un bambino che cerca la mamma. E ora accogli dalle sue mani il suo piccolo Gesù per tenerlo sempre con te e portarlo nel mondo col suo messaggio di abbandono umile e fiducioso, di semplicità e di amore, amore universale».

Gesù non si accontenta di venire ad abitare in mezzo a noi, ma vuole entrare nella vita e nel cuore di ognuno di noi. Siamo disposti ad accoglierlo e a viverlo in noi?

 

Non restare solo/a, apri la porta.

Senti il Bambino-Dio vivo in te. Sentilo!

Ti ricorda il bene che sei, che hai vissuto e fatto.

Ti toglie, ti perdona ogni male.

Ora ti aiuta a vedere, a sentire una vita nuova.

Ti porta in casa te stesso/a, dentro di te,

e i tuoi vicini e tanti che hanno bisogno di te e che puoi amare.

Apri la porta. Ti riaccende…

 

Auguri, amici! Non solo da me, ma anche dalle piccole sorelle e da tanti vostri amici di Touggourt! Parlo spesso di voi. Vi conoscono, vi vogliono bene.

Saggezze delle religioni

La presenza dei Semi del Verbo nelle varie religioni e culture le rende degne di stima e di rispetto e capaci di dare il loro contributo alla pace come è stato affermato negli incontri di Assisi.

Ma non va tralasciato in tutte un impegno importante, quello di procedere verso una fedeltà alla verità, alla giustizia e alla ricerca del bene comune dell’umanità.

Durante i secoli, non sempre le religioni (o meglio, gli aderenti a tali religioni) hanno evitato comportamenti di violenza, compresa la Chiesa cattolica. Il Papa ne ha chiesto perdono. È necessario quindi un cammino impegnato di conversione e di purificazione.

Nel discorso ai trecento esponenti religiosi e “cercatori della verità”, tenuto poco dopo l’incontro di Assisi, il Papa ha proposto un esame di coscienza a tutte le religioni, comprese le religioni tradizionali africane. Le ha accomunate in una storia fatta anche di «ricorso alla violenza in nome della fede»: una storia, quindi, bisognosa per tutte di purificazione.
E due giorni dopo Benedetto XVI è stato ancor più preciso. Ricevendo in Vaticano i vescovi dell’Angola in visita ad limina, ha denunciato una violenza che in nome delle tradizioni religiose africane arriva persino a uccidere bambini e anziani. C’è nel Papa la preoccupazione pastorale che anche i cristiani africani si liberino da tali comportamenti.

Interessanti gli interventi di alcuni responsabili delle varie religioni presenti ad Assisi che suggeriscono cammini verso l’autenticità delle religioni.

L’arcivescovo di Canterbury afferma la sua determinazione appassionata per la pace nel mondo. E perché ciò avvenga, invita a fare appello alle saggezze proprie ad ogni religione per rispondere alle sfide del nostro tempo, soprattutto riconoscendo il prossimo, non come uno straniero. Egli propone una alleanza delle saggezze delle religioni e di attingere dal profondo delle tradizioni.

Il presidente del Jogye Order appartenente al buddhismo sud-coreano ha paragonato la vita di ciascuno a un bel fiore che fa di questo mondo un luogo magnifico. Ha chiamato le religioni a mettersi insieme in cinque fraternità: la fraternità per la vita, per eliminare le radici della violenza, la fraternità  per la pace per una coesistenza armoniosa, la fraternità per la cultura per accettare le differenze, la fraternità per la condivisione per aiutare quelli che soffrono e la fraternità dell’azione per far diventare il mondo luogo puro e profumato come un fiore.

In questi interventi si nota che ogni religione può e deve vivere il proprio cammino di purificazione, conversione e crescita. Lo Spirito di Dio l’accompagna e l’assiste. Si tratta di ritornare alle ispirazioni iniziali contenenti i Semi del Verbo, perché è avvenuto che lungo i secoli, alcuni comportamenti non sono sempre stati fedeli allo spirito delle radici e alla natura originaria e quindi non sempre hanno prodotto frutti buoni.  È necessaria una riscoperta, una fedeltà. Ogni albero (ogni religione) deve poter sviluppare la propria identità dentro l’ordine e l’armonia del creato. 

Sosteniamo l’azione dello Spirito con la preghiera.

La primavera araba vista dai vescovi del Nordafrica

Dal 13 al 16 novembre i vescovi del Nordafrica hanno vissuto la loro assemblea annuale. La prossima sarà a Mazara del Vallo, in Sicilia per sottolineare il legame profondo tra ciò che succede su entrambe le sponde del Mediterraneo. Proprio per questo anche il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero – che con la sua diocesi da tempo intrattiene legami di profonda amicizia con le Chiese del Maghreb – ha partecipato già quest’anno ai lavori dell’assemblea. Vi trasmetto una parte della loro analisi come emerge dal loro comunicato.

Passaggi cruciali. «Sono tre le sfide essenziali che emergono in questi Paesi: sfida religiosa, politica e socio-economica». A parere dei vescovi maghrebini queste sfide richiedono “passaggi” essenziali che se intrapresi possono rappresentare delle “promesse di speranza” per tutta la regione. Il primo è «il passaggio dalla paura di manifestare la propria religione all’affermazione tranquilla delle proprie convinzioni di fede nel rispetto delle opinioni altrui e all’interno di un dibattito senza più tabù sull’importanza della promozione di tutte le libertà, compresa la libertà di coscienza».

Altra sfida cruciale per tutto il Nord Africa è «il passaggio da una vita sociale abitata dalla paura e dal rischio della libertà all’impegno affinché tutta la nazione possa vivere nella democrazia e nel rispetto della dignità della persona». Altro punto sottolineato è «la presa di parola e responsabilità delle donne che chiedono di essere più rispettate nella loro dignità e nei loro diritti». Infine, i vescovi danno voce al «grido dei giovani che esigono per sé formazione di buon livello e finalizzata ad un reale avvenire professionale».
Responsabilità, speranze, difficoltà. I membri delle Chiese che vivono nei Paesi del Nordafrica generalmente non sono attori diretti di questi passaggi, ma vogliono essere testimoni di speranza. Le comunità cristiane vogliono, cioè, dare il loro contributo per «la promozione dei valori nei quali essi si riconoscono pienamente». «Sentono la responsabilità d’incoraggiare quella volontà di libertà, cittadinanza e apertura che si è espressa chiaramente nella primavera araba: cercano di farlo accompagnando nel discernimento e dando testimonianza della loro speranza anche in mezzo alle reali difficoltà che incontrano». A questo proposito i vescovi hanno espresso la loro solidarietà alla Chiesa d’Algeria, «condividendo la sofferenza dei vescovi di fronte al non rilascio e talvolta al rifiuto dei visti ai preti e ai religiosi, qualsiasi sia la loro nazionalità. Essi – si legge nel comunicato – lo ritengono come un grave attentato alla vita delle Chiese e ci provoca maggiore sofferenza quando questi provvedimenti riguardano persone che senza alcuno spirito di proselitismo, rendono un reale servizio a quei Paesi e intrattengono relazioni molto cordiali con tutti». Da qui la gratitudine dei vescovi per tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose che vivono nei loro Paesi: «Essi ammirano il loro lavoro e rendono grazia per la qualità del loro impegno».