Dio, il prezzo dell’uomo

Il cardinale Roger Etchegaray termina il suo libro L’homme à quel prix? (“A che prezzo l’uomo?”) affermando: «È Dio il prezzo dell’uomo».
«Non un affare commerciale per valutare il piede di un calciatore, la gamba di una star, la pelle di un immigrato, il cervello di un sapiente. L’uomo è costato la vita stessa di Dio Salvatore che si è offerto attraverso il sangue prezioso del Cristo».
Il cardinale francese è impegnato al servizio dell’uomo e conosce il prezzo da pagare per la sua libertà. Esperto durante il Concilio, stretto collaboratore di Giovanni Paolo II, incaricato di missioni di giustizia e di pace in Cina e nel Rwanda.
Il suo libro aiuta a pensare, invita a risentire il soffio del Concilio con le parole di Paolo VI: «Suona l’ora per la Chiesa di approfondire la coscienza che ha di se stessa» (Ecclesia suam). A condizione, dice il Cardinale, che la Chiesa «sotto il sole bruciante della parola di Dio, come Cristo condotto dallo Spirito nel deserto, possa trovarvi la forza di restare fedele a Cristo vincitore di tutte le tentazioni».
In particolare, il libro invita al dialogo, alla volontà di comunicare tra tutti i cercatori di Dio, nella grande sfida di pluralismo religioso della nostra epoca. Riporta la frase pronunciata dal cardinale Angelo Scola a Tunisi nel giugno 2012: «Cristiani e musulmani… non siamo tutti in un tempo di transumanza verso nuovi orizzonti?». Si tratta non soltanto della necessità di dialogo inter-religioso, ma piuttosto della necessità di dialogo intra-religioso che spinge ogni religione ad andare più dentro se stessa in spirito e verità.
È quanto diceva Fernando Portal, morto nel 1926, pioniere dell’ecumenismo. «L’unione sarà fatta dal di dentro con una nuova vita religiosa che sale dal profondo del Cristianesimo. Sorgenti diverse, ma… acque che provengono dalla stessa nappa. Formeranno un solo fiume che tracimerà dai suoi bordi. Sarà l’avvenire della Chiesa». La frase è per i cristiani, ma l’invito a ritrovare le sorgenti, i Semi del Verbo, può essere per tutti i veri credenti.
Il cardinale attraverso le pagine del libro manifesta una grande passione per l’uomo (la passione di Dio?) e una infaticabile speranza.

Presenza

I pastori andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 
I Magi entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono.
Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.
Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.

La presenza di Maria e di Gesù mette gioia e conforto.
I cristiani oggi sono Gesù e Maria, presenti ad accogliere e ad accompagnare. Essere presenti, certi che c’è qualcosa in loro di più grande anche se non ci pensano e non lo dicono.
L’operaio cristiano che arriva ad Algeri e trova una comunità che prega, non si sente più solo in un mondo nuovo e da scoprire. Si sente in famiglia, contento di quanto trova e di quanto può dare e condividere.
Uno studente africano racconta: «Quando dissi a mia madre che partivo a studiare in Algeria, si mostrò preoccupata e pregava che non andassi per non perdere la mia fede di cristiano. Arrivato in Algeria scrissi a mia madre: “Ho trovato dei preti, delle suore, dei cristiani che mi aiutano a crescere nella mia fede. Ne sono grato”».
Ad Hassi Messaud, città del petrolio e del gas, gli operai stranieri trovano una chiesa, il prete e tre suore ad accoglierli. Nostra Signora delle Sabbie è mamma di tutti.
A Natale e a Pasqua un piccolo aereo mi ha portato a celebrare nel deserto, dove opera una società petrolifera. Gli operai stranieri di lingue diverse, all’Eucaristia sentivano una presenza, quella del Signore.
Il vescovo Claude visita spesso Tamanrasset, luogo di transito di chi attraversa l’Africa per raggiungere “il paradiso occidentale”. Scrive: «Questi migranti negli incontri quasi quotidiani, in casa nostra, nel luogo di preghiera, coi loro canti di lode, i loro gridi verso Dio, ritrovano e manifestano la loro dignità di uomini e di donne. Altrove non è possibile. Per strada spesso sono aggrediti, nei loro rifugi non sono sicuri. Qui sono pienamente loro, figli di Dio, al quale chiedono aiuto e dicono il loro grazie».
Alcuni amici, quando passano, suonano alla mia porta. Se non mi trovano, poi me lo dicono: «Dov’eri?».
Facendovi ancora gli auguri di un santo Natale, vi chiedo di andare dal vostro Gesù Bambino del presepio a chiedergli di aiutare quanti vivono lontani dalle loro famiglie e desiderano trovarlo.

Sei tu colui che deve venire?

Un’amica mi scrive: «Una delle tue lettere ci ha fatto riflettere sul deserto che anche noi viviamo nel nostro ambiente. Nella quotidianità si può vivere questo sentimento di estraneità anche all’interno delle nostre famiglie e possiamo comunicare la nostra fede non condivisa solo con un sorriso, una gentilezza, un aiuto pratico. Nei nostri impegni, un fatto abbiamo rilevato, che ci tocca molto: è l’insufficiente assistenza spirituale agli handicappati e agli anziani. Anche nelle case di riposo tenute da religiose non esistono gruppi di preghiera e di condivisione della fede, al massimo qualche recita affrettata del rosario. Forse si teme di toccare l’argomento tabù principe di tutta la nostra cultura: la morte? Ora ci inginocchiamo anche noi davanti alla Nostra Vergine delle Sabbie».
Un giovane africano, scappato dal suo Paese, mi racconta che non ha nessuno al mondo. Nel viaggio verso il “Paradiso occidentale” è incappato nei “briganti” moderni che lo hanno spogliato di tutto, anche della sua dignità. Ai confini dell’Algeria è stato buttato via e lasciato con gli altri nel deserto. Tre giorni sotto il sole, seppellendo nella sabbia chi non ce la faceva più. Arrivato a Tamanrasset e poi ad Algeri, ora è assistito dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur). Assistiamo insieme a una scena di teatro, organizzato dallo stesso organismo: due mamme rivendicano il divorzio per rendersi libere dalle prepotenze del “maschio”. Un terzo interviene e dice: «Pensate ai figli. Chi si occuperà di loro?». Il giovane comincia a piangere…
Un amico prete fidei donum mi scrive un suo momento di attesa (con qualche normale incertezza?): «Ora si apre una nuova prospettiva che mi rende pieno di gioia. C’è l’ipotesi di un ritorno in missione. Ripenso a quanto ha scritto padre Davide che ha dovuto cambiare missione: “Fare una o un’altra cosa, da un certo punto di vista è indifferente, in quanto ciò che conta è amare e farsi amare”. Chiedo anche la tua preghiera».
Attorno a noi un mondo in attesa: Tunisia, Egitto, Libia, Siria e molti altri Paesi in crisi, compresa l’Italia. Benedetto XVI il giorno dell’Immacolata ha detto: «La Vergine si è rimessa totalmente nelle mani di chi l’ha creata. Come lei, chi si rivolge a Dio trova la vera libertà, diventa chi veramente è… e grande».
Trovo e prego nel breviario: «Sei tu colui che deve venire e che viene ogni giorno, liberare le nostre vite, rianimare il nostro soffio al passaggio del tuo?».

Se vuoi la pace, impara a perdonare

John Onaiyekan, nuovo cardinale nigeriano, ha ricevuto il Premio Pax Christi 2012. Si impegna alla promozione del dialogo e a una migliore comprensione tra le popolazioni di diverse tradizioni religiose che vivono nel continente africano. Nelle situazioni di conflitto e di disaccordo che provocano ferite e sofferenze dice che ha trovato anche buona volontà nella maggioranza dei casi.
Queste sono le sue convinzioni. «I miei parenti mi hanno insegnato a rispettare le convinzioni degli altri. La prima convinzione è la mia fede profonda in Dio, Creatore e Padre amante di tutta l’umanità di qualsiasi fede nazionalità e statuto sociale. Un Dio di pace che ha orrore della discordia e dell’odio, della disonestà e dell’oppressione. Il Padre di nostro Signore Gesù, principe della Pace. Ci da una promessa e una responsabilità: Beati gli artigiani della Pace».
La seconda si radica nello spirito del Concilio Vaticano II. Ma la sua esperienza inter-religiosa si è formata negli incontri coi musulmani coi quali vive in Nigeria. «La Chiesa mi ha posto a vivere la sfida di cercare e scoprire in ogni vero credente la Luce che illumina ogni persona che viene al mondo. Questo progetto mi ha appassionato e arricchito. Ciò che condividiamo con gli altri esseri umani è più importante dei nostri tratti specifici».
Onaiyekan afferma: «La grande maggioranza delle persone vuol vivere in pace. Persone semplici, normali. Su questa buona volontà si deve costruire e permettere alle persone che non parlano… di uscire dal silenzio, di gridare. E si deve lavorare per unire una folla di artigiani di Pace, e che si esprimano. Il tempo delle guerre di religione appartiene al passato. Liberiamo la religione dalla strumentalizzazione di altri interessi e impegniamoci alla riconciliazione. Se cristianesimo e islam vogliono vivere ciascuno la missione di diffondersi in tutto il mondo e di abbracciare tutta l’umanità, vivano questa missione in pace col vicino».
Alla fine il cardinale ha ripreso l’affermazione di Giovanni Paolo II: «Se vuoi la pace impara a perdonare, certo di essere nella direzione in cui lavora Dio stesso verso un regno di giustizia, di amore e di pace».

Quando ci si mette Maria

Non mi sembra vero. In questi sei anni di vita in Algeria ne ho visto di belle e di meno belle. Questa volta è bellissima. Che cosa? Chi? Quando le prime volte venivo ad Hassi Messaud per pregare insieme agli stranieri cristiani operai delle società petroliere nella chiesetta di Nostra Signore delle Sabbie, si incominciava a sperare nell’arrivo delle suore. Dli amici si davano da fare per preparare la loro abitazione accanto alla chiesetta. Per due anni don Emmanuele Cardani ha seguito i lavori e ormai vi può abitare anche un prete, quando si sposta da Ouargla o da Touggourt. Abbiamo vissuto anche momenti di dubbio perché non eravamo sicuri di riuscirci.
Giorni fa ho potuto abitarci per qualche giorno. E ora anche le missionarie dell’Immacolata sono già lì, coi documenti in regola: un’italiana, una brasiliana, un’indiana. Alla Messa, finalmente qualche bel canto… in varie lingue! E durante il giorno, quando entri nella cappella, vi trovi qualche sorella a pregare. Ripeto, non mi sembra vero!
Penso che Maria abbia fatto qualcosa… Come quando si è interessata della basilica di Algeri, Nostra Signora d’Africa, ora restaurata, rimessa a nuovo, splendente, anche con l’aiuto, l’affetto e la presenza continua degli algerini. Se ci si mette Lei! Come a Cana, quando ha anticipato l’ora di Gesù e la gioia del Vangelo… o quando fu presente davanti alla Croce. Lei sa come parlare a Gesù e a tutti noi.
Nei miei tanti anni di Camerun, ho visto le suore seguirci nella foresta del Sud e nella savana del Nord. Ora, anche nel deserto del Sahara. A volte ci hanno anche preceduto. Quante meraviglie hanno potuto compiere, quanto sono amate. Ora pregheranno insieme a tanti stranieri, che accoglieranno l’invito accanto alla Nostra Signora delle Sabbie, e li accompagneranno nella loro vita con gli amici algerini. Reciteranno insieme la preghiera composta da un miracolato italiano:
«Oh, Nostra Signora delle Sabbie, a te ci rivolgiamo, noi uomini resi aridi nei sentimenti, dalla lontananza dai nostri cari. A te ci rivolgiamo, noi uomini resi duri dal pesante lavoro del deserto.
Stendi su di noi e sulle nostre famiglie il tuo manto benedicente. Proteggici ed aiutaci a perseverare la nostra fede. Oh, tu Signora delle Sabbie, volgi il tuo sguardo amorevole sugli ammalati, infondi loro la speranza della guarigione, consolali nella loro malattia. Oh, Nostra Signora delle Sabbie, a te ci rivolgiamo, noi poveri peccatori, a te rimettiamo le nostre mancanze. Perdonaci, consolaci, aiutaci ad affrontare le avversità della vita. Infine, Madre Santa, poni ai piedi di Gesù, tuo Figlio e nostro Signore, le nostre pene, le nostre miserie e le nostre speranze. Amen!».
Grazie Maria. Sei anche nel deserto del Sahara. Accompagnaci!

L’esodo continua

La settimana scorsa ho vissuto due giorni a Ouargla con la piccola comunità cristiana: preti, suore di varie nazionalità e studenti e operai cristiani del Burundi e del Camerun. Riflettevamo sul libro dell’Esodo e ci chiedevamo come stavamo vivendo il nostro esodo in mezzo a gente di lingua, cultura e religione diversa. Sì, perché siamo tutti e sempre in esodo. Non solo i preti e le suore, ma anche gli studenti venuti con borse di studio o gli operai in cerca di lavoro. L’Algeria accoglie tanti studenti di tutto il mondo e operai che arrivano con i documenti in regola.
Interessanti le testimonianze che ci siamo scambiati.
Il cammino fatto dagli Israeliti dall’Egitto alla Terra Promessa, le difficoltà superate, l’accompagnamento di Dio e il dono delle leggi dell’Alleanza sono elementi ancora attuali. Anche oggi il sogno di tutti è la libertà che si può trovare e vivere solo con l’aiuto di Dio, quando si è fedeli al suo amore.
Gli studenti e gli operai hanno raccontato il disorientamento iniziale nel trovarsi in un Paese diverso, presto superato grazie all’accoglienza degli algerini. «Pensavo di trovare dei nemici – ha detto uno di loro -, invece ho trovato dei musulmani a me vicini e attenti alla mia persona, interessati a conoscere la mia cultura, e favorevoli al dialogo e all’amicizia».
Un altro: «Ora scopro che Dio mi ha condotto in Algeria per rendermi conto delle ricchezze religiose e culturali di questo Paese. Capisco che Dio vuole che i popoli si conoscano e creino delle relazioni di collaborazione. La mia vita in questo “esodo” si sta aprendo. Avevo paura all’inizio, ora mi sento rassicurato…!».
Quando un giorno queste persone, tornate al loro Paese con diplomi importanti e forti esperienze, assumeranno delle responsabilità, potranno sperabilmente essere operai di pace e di fraternità.
Ieri, celebrando la messa ad Hassi Messaud, città petrolifera, ho vissuto la stessa esperienza con tecnici di varie nazionalità. Dio ci sposta da un Paese all’altro, da una cultura ad un’altra, dalla nostra famiglia a gente sempre nuova. E scopriamo che in tutto e in tutti c’è sempre Lui che accompagna e che ci fa incontrare perché vuole un mondo unito.
È meraviglioso pregare insieme e sentirsi fratelli!
Uno di loro aveva appena salutato la mamma defunta e aveva raggiunto il suo posto di lavoro, lì in pieno deserto. Anche in quel luogo sentiva l’affetto e l’accompagnamento degli amici, di Dio e della Nostra Signora delle Sabbie.

Come Gesù a Nazareth

Gesù a Nazareth continuava a vivere la realtà di uomo che si inseriva nella realtà umana. Gesù voleva caricarsi di tutto ciò che è l’uomo. Vivendo anche la sua divinità, unito al Padre e allo Spirito, santificava tutta la sua umanità e tutta l’umanità che accostava col suo esempio e il suo amore. Non c’è una vita di Nazareth da considerarsi un primo tempo staccato dal secondo tempo della vita pubblica.
L’umiltà del Verbo fatto carne e la libertà della povertà radicale vissute per un incontro illuminante e salvifico con l’uomo sono fatte proprie da Gesù lungo tutta la sua vita fino alla croce e alla risurrezione.
Fratel Charles vedeva Gesù presente nel tabernacolo realisticamente, come fosse nella casa di Nazareth o a Betania. Per lui, stare ai suoi piedi, amandolo, era la sola cosa necessaria. Pur di vivere con i tuareg, unico cristiano e unico prete, rimase anche senza celebrare. E per più di sette anni rimase senza conservare l’Eucarestia e tanto meno esporla. Capì che il Mistero del Corpo dato è indicibilmente più grande e che era chiamato lui stesso a «offrire il suo corpo in “sacrificio vivente”, come chicco di grano nella terra».
Pensa di essere a Nazareth. La tua casa, quella di Gesù. Non lo vedi, ma lo senti presente. Prega con te, ti è vicino in tutto quello che fai. Puoi anche dedicare un piccolo angolo con un’immagine, là dove riesci e sai trovare una sosta e dove nessuno ti disturba. Lo puoi sentire vivo, ti ascolta, ti parla. Una fiammella può rappresentarti per fargli compagnia o rappresenta lui per fare compagnia a te. La tua vita è comunione con lui per l’umanità che incontri. La tua vita con Lui è dono per la vita piena del mondo, per la salvezza dell’umanità.

Bussa alla mia porta

Come ogni giorno alle sei e trenta, sono in strada per andare a celebrare la messa con le Piccole Sorelle di Touggourt. La strada è completamente deserta. Da lontano sento delle grida e dei colpi contro porte e saracinesche. Intravedo un uomo che si dimena, minaccia e insulta. Passo dall’altra parte del marciapiede, ma l’uomo appena mi vede viene verso di me. Non è la prima volta. Cerco il mio sorriso migliore, gli vado incontro e stendo la mano. L’uomo si calma, mi da la mano, accenna un sorriso e pone il suo volto sulla mia spalla, piangendo. È comune salutarsi tra amici, ponendo il volto sulla spalla. Ma quel mattino, per strada, quel volto sulla spalla, quelle lacrime, mi dicono di più… Dopo un po’ lo rivedo seduto per terra, calmo.
Vivendo qui a Touggourt accosto tante persone, soprattutto studenti. Spesso anche i loro genitori. A volte anche persone con problemi, oltre a chi si trascina verso nord, sperando di passare il mare. È la mia grande famiglia. Non accadono grandi cose. Ci si vuol bene.

Bussa alla mia porta
Tu che vieni a disturbarmi
Bussa alla mia porta
Tu vieni a risuscitarmi

Non so ne il giorno ne l’ora
Ma so che sei tu Signore

Bussa alla mia porta
Tutto il vento del tuo spirito
Bussa alla mia porta
Il grido di tutti i miei fratelli

Bussa alla mia porta
Il grido dei tuoi affamati
Bussa alla mia porta
La catena dei prigionieri

Bussa alla mia porta
Tu, la miseria del mondo
Bussa alla mia porta
Il Dio di tutta la mia gioia.

(Inno del breviario francese)

Una Chiesa che coinvolge e si lascia coinvolgere

Cari amici, scusatemi se ripeto, riscrivo, talvolta dimentico quanto già vi ho scritto. È per coinvolgervi in un rapporto di fraternità con tutti. Nuova Evangelizzazione è coinvolgere nella stessa passione… Il primo a coinvolgere fu Gesù. I discepoli presero da lui la passione di vivere la vita come comunione.
Quando piccola sorella Jeanne è arrivata a Touggourt a celebrare i settant’anni della fondazione della fraternità nel dicembre 2009, Tahart è andato a riceverla all’aeroporto. Gioia inaspettata, la stessa amicizia, la stessa fedeltà. Alla preghiera del mattino Jeanne dice: «Preghiamo per quelli che hanno fondato con noi la fraternità». Gioia di essere insieme, tra persone di religione diversa. Gioia del Regno. Averla qui a Touggourt è rivivere i tempi degli inizi. Tahart è uno dei due fratelli che hanno accolto Magdeleine. Ha 88 anni. Li porta bene. Durante il pranzo mi dice: «L’amicizia che abbiamo condiviso è un’amicizia divina. È Dio che ha voluto tutto quello che abbiamo vissuto insieme”. Magdeleine chiedeva consiglio agli amici nomadi quando preparava i testi di fondazione della Congregazione. Li ascoltava e li trovava di una grande saggezza e profondità. Una fraternità fondata assieme a dei musulmani. Questa comunione del cuore dura da oltre settant’anni e lo ripetono: «Siamo cresciuti qui. Questa è casa nostra».
Una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci scrive: «Dopo la tragedia e il “sacrificio” vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi».
È quello che dissero due algerini alla morte del vescovo Claverie, ucciso in Algeria assieme al suo autista: «Pierre Claverie mi ha spinto su questa strada. La mia visione dell’islam è diventata più critica, più antropologica. La mia fede si è sviluppata in favore della riconciliazione con l’altro». (Abderrahman)
«P. Claverie mi ha insegnato ad amare l’islam, mi ha insegnato a essere musulmana, amica dei cristiani d’Algeria. Ho imparato che l’amicizia è anzitutto fede in Dio, amore dell’altro, solidarietà umana» (Oum el Kheir).
Questo coinvolgere è reciproco. La comunione è trasmettersi stimoli, incoraggiamenti, esempi, valori. Quando vedo certe persone sacrificarsi per aiutare chi soffre, ho l’impressione di vedere un amore più grande del mio. E questo avviene in persone di qualsiasi cultura e religione.
Ho chiesto a qualche commerciante: «Perché sei cosi generoso non solo con me, ma anche con la tua gente, soprattutto con i poveri?». Mi ha risposto: «Quando faccio del bene, ricevo ancora di più… Io penso soprattutto alla persona, non solo ai soldi».
Anche Gesù ha coinvolto e si è lasciato coinvolgere. Ha coinvolto il buon “ladrone” che vedendo soffrire Gesù, ha preso le sue difese. E Gesù si è lasciato coinvolgere dalla sensibilità di sua madre quando gli ha chiesto di aiutare gli sposi a Cana. Poi anche da altre persone, fino a dire: «Non ho mai trovato una fede così grande».

Dio non si è stancato di amare l’umanità

Ho goduto un bel momento alla tivù che arriva anche nel deserto del Sahara. Un momento ecumenico. Ecco le parole di introduzione del Card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura. «Santità, nel giorno dedicato dalla liturgia a San Benedetto, quasi come per un omaggio augurale a Lei rivolto, la West-Eastern Divan Orchestra – col suo appassionato fondatore e direttore M° Daniel Barenboim – si presenta davanti a Vostra Santità e davanti al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano che tanto ha desiderato questo evento così suggestivo.
Questi giovani orchestrali sono il simbolo vivente delle tre grandi culture religiose della Terrasanta, l’ebraica, la cristiana e la musulmana. A unirli non c’è solo la fede nell’unico Dio e la comune radice abramitica, ma anche la musica, che è la vera lingua universale dell’umanità. Per creare l’atmosfera spirituale profonda di questo evento, è naturale, allora, far risuonare la voce di tre alti testimoni delle fedi qui rappresentate.
La prima è quella dell’islam, col celebre poeta mistico musulmano Jalal ed-Dîn Rûmî, contemporaneo di Dante. Egli nel suono dolce del flauto intuiva la nostalgia del canneto da cui era stato strappato, parabola del nostro legame originario con Dio: “Fuoco è questo grido di flauto – scriveva – e non vento, fuoco dell’Amato divino che ha invaso ogni particella del mio essere, per cui di me non rimane che il nome, tutto il resto è Lui!”.
La seconda voce è quella dell’ebraismo con Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace 1986. Egli rievocava la scala della visione di Giacobbe sulla quale salivano e scendevano gli angeli (Genesi 28) e concludeva: “Ebbene, quando gli angeli risalirono in cielo, dimenticarono di ritirarla. Da allora essa è rimasta tra noi ed è la scala musicale che ci fa ascendere dalla terra al cielo”.
L’ultima voce, che facciamo idealmente risuonare questa sera, è quella del cristianesimo con lo scrittore del VI sec. Aurelio Cassiodoro. Egli nelle sue Institutiones ammoniva: “Se continueremo a commettere ingiustizia, Dio ci lascerà senza la musica”.
Santità, la musica che tra poco risuonerà ci ricorderà che – nonostante tutto – c’è ancora giustizia, amore e pace nel mondo e ci ripeterà che Dio, se ci lascia ancora la musica, è segno che non si è stancato di amare l’umanità».