Scrive Papa Giovanni XXIII: «Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qualcosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile servus Dei et servus servorum Dei ». Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni».
Sentimento di universalità
«Questa visione, questo sentimento di universalità vivificherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quotidiana: breviario, santa Messa, rosario completo, visite fedeli a Gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con Gesù, familiare e confidente. Un anno di esperienza (il primo anno di Pontificato ) mi dà luce e conforto a ravviare, a correggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto».
Cittadino del mondo
«È questo ormai un principio entrato nello spirito di ogni fedele appartenente alla Chiesa romana: di essere cioè e di ritenersi veramente, in quanto cattolico, cittadino del mondo intero, cosi come Cristo del mondo intero è l’adorato salvatore. Buon esercizio di vera cattolicità è questo, di cui tutti i cattolici devono rendersi conto e farsi come un precetto a luce della propria mentalità e a direzione della propria condotta nei rapporti religiosi e sociali». (DMC 11, p. 394).