Fiducia nel Signore e nei vicini

Rimasta sola nella sua fraternità delle Piccole Sorelle di San Francesco di Ouargla, Margherita Clouet ha voluto mantenere una presenza cristiana. Ci racconta: «Attorno a me si è creata una grande solidarietà. In ambito diocesano, alcune suore di Hassi Messaud, Touggourt, Ghardaia sono venute per qualche tempo per restare con me o mi hanno accolto presso di loro. Ottima occasione per sentire e vivere la dimensione universale della nostra diocesi. Anche gli amici della fraternità e le famiglie dei disabili che accompagno sono molto presenti, attenti a rendermi piccoli servizi, a invitarmi a pranzo presso di loro. La vicina Rachida mi reca un pasto caldo per festeggiare l’arrivo della mia superiora generale. Hadja, infermiera all’ospedale, passa spesso a vedermi e veglia su di me. Nouna, la mamma del malato Nadir, arriva un giorno per dirmi: “Ci hai cambiato la vita con Nadir, ora tocca a noi aiutarti”. Djamel  si occupa per mantenere bello il giardino e dovunque si vedono rose, garofani, giacinti… e gli amici vengono a gustarsi momenti di riposo. E che dire di Boussaud, uomo tuttofare che mi mantiene in ordine la casa?…».

Voci da Tibhirine

Film sui monaci di Tibhirine in Italia il 22 ottobre

È fissata per venerdì 22 ottobre l’uscita nelle sale in Italia di «Uomini di Dio», l’edizione italiana di Des hommes et des Dieux il film francese sull’uccisione dei monaci di Tibhirine, in Algeria, Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes. La notizia compare sul sito della Lucky Red, la casa di produzione che distribuisce in Italia la pellicola. E giunge proprio nel giorno in cui dalla Francia arriva la notizia che in sole due settimane di programmazione, Des hommes et des Dieux – diretto dal regista Xavier Beauvois – ha superato la soglia del milione di spettatori. Un successo sorprendente.

Vi aggiungo degli scritti che vi possono aiutare a capire l’oggi di Tibhirine e dell’Algeria e a preparare la visione del Film.

Visita al monastero di Tibhirine

In quel monastero, 7 monaci sono stati  rapiti tra il 26 e il 27 marzo 1996. Sgozzati il 21 maggio seguente. Riposano nel piccolo cimitero del monastero, vegliati dagli amici musulmani.

Lunedì 29 ottobre ’07 ho la fortuna di partire per Tibhirine e proprio a fianco del vescovo mons. Henry Teissier. Con noi viaggiano due sorelle e alcuni parenti di fr. Paolo, uno dei monaci uccisi. Da Algeri a Thibirine, 100 km circa, siamo scortati dalla polizia che ad ogni sotto-prefettura deve darsi il cambio. Scorta per il nostro gruppo di una quindicina di persone, e scorta speciale per il vescovo. Ad ogni arrivo in un centro importante, sirene e gruppi di poliziotti per darci la precedenza e lasciare libera la strada. E’ una cosa impressionante. Anche lì a Thibirine, i vicini sono allertati da poliziotti dentro e fuori del monastero.

Mentre i parenti vanno subito da soli nel piccolo cimitero, io e gli altri componenti del gruppo riceviamo alcune informazioni e poi ci uniamo ai parenti per la preghiera. Il vescovo ci legge alcuni brani delle lettere dei monaci e ascoltiamo alcune testimonianze. Così aveva scritto fr. Paolo pochi giorni prima di essere ucciso: “Che cosa resterà della Chiesa in Algeria fra qualche mese, della sua visibilità, delle sue strutture e delle persone che la compongono? Con tutta probabilità, ben poco. Ma credo che il Vangelo è seminato e che il grano germerà. Lo Spirito lavora nel profondo del cuore degli uomini. Continuiamo ad essere disponibili perché possa agire in noi per mezzo della preghiera e la presenza amabile di tutti i nostri fratelli”.
Un monaco eremita che vive, solo, nelle vicinanze, ci racconta altri particolari. Tra l’altro ci fa sentire quello che pensano i vicini musulmani che hanno condiviso tanti momenti di vita coi monaci e che ora vogliono, loro, vegliare non solo su i morti ma anche su quelli che li rimpiazzeranno. Ci racconta che un giornale di Algeri, il giorno dopo l’annuncio dell’uccisione, aveva scritto in grossi caratteri: Il seme è caduto nella nostra terra, e la gente che aveva conosciuto i monaci, diceva : Il seme è ora nel profondo dei nostri cuori.

Celebriamo l’Eucaristia nella cappella dove i monaci hanno pregato per tanti anni. E’ come se pregassimo con loro. Sono passati 11 anni dalla loro morte, ma noi ci sentiamo talmente uniti che avvertiamo che non si tratta di qualcosa che tocca solo la loro esistenza, ma che sta impegnando anche noi che restiamo in Algeria. Siamo nella stessa compagnia.

Dal testamento del Priore, Fr. Christian

«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. […] Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. […] Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. […] E anche a te, amico dell’ultimo minuto […] Ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!».

Lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci

«Riposino in pace, a casa loro, in Algeria»

Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte.

Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini. La solidarietà umana e l’amore dell’altro è un itinerario che va fino al sacrificio, fino al riposo eterno, fino in fondo.

Io e i miei figli siamo molto toccati da una così grande umiltà, un così grande cuore, dalla pace dell’anima e dal perdono. Il testamento di Christian è molto più di un messaggio: è come un sole che ci è trasmesso, ha l’inestimabile valore del sangue versato.
Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi.

La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna.

Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria. (lettera firmata. 01.06.96)

Preti in Algeria: vocazione speciale

Una vocazione speciale

Questa minuscola comunità cristiana è di una grande diversità. Ma ciò che mi colpisce sono i due elementi che fanno l’unità e l’unanimità di questa Chiesa: anzitutto è una Chiesa per il popolo dell’Algeria e poi è una Chiesa che testimonia in un ambiente musulmano. Questi due elementi ne fanno una Chiesa particolare e meritano d’essere assunti e vissuti. La scelta di vivere in questa Chiesa esige una vocazione speciale oltre a quella cristiana, sacerdotale o religiosa.

Rafiq Khoury

Tutto il popolo

Per me non è importante solamente la minorità di cristiani cattolici che sono davanti a me, ma tutto il popolo di Dio, compresi i musulmani che vi fanno parte. San Agostino diceva: “Se vuoi amare Cristo, estendi la tua carità a tutta la terra perché le membra di Cristo si trovano nel mondo intero”

Bonaventura, Padre Bianco tanzaniano.

Vicino a Gesù e come Gesù

La mia prima certezza è che uno solo è il vero prete, Gesù. Io mi sento un tassello del mosaico che lo rende visibile e gli permette di agire nel tempo e nello spazio. Nei miei primi anni di vita consacrata all’insegnamento dei giovani algerini ebbi l’impressione di separare vita professionale e vita di prete, servo della comunità cristiana. Meditando gli incontri di Gesù e scoprendo che al suo seguito siamo segni della sua presenza, ho ricevuto la grazia di capire che non c’è separazione tra le mie due vite: Come Gesù mi è stato dato di incontrare persone con le quali situarmi nella verità perché qualcosa nasca, cresca, migliori…
Non faccio che continuare la sua opera, alla sua maniera e alla mia, sui miei cammini della Galilea Algerina. L’importante e tenermi vicino a lui per vivere al suo posto gesti e parole e attenzioni che lui stesso vivrebbe. Poco importo che gli assomiglio poco. Non sono diventato pienamente prete il giorno della mia ordinazione, ma cerco di diventarlo un po’ più ogni giorno.”

Jean Marie, Costantine

Debolezza e gratuità

La gratuità è la caratteristica del nostro ministero. Come l’amore di Dio è per tutti, percepisco meglio che non sono prete solo per i cristiani, ma per ogni uomo al quale Dio mi manda. Capisco meglio ciò che significa servire in una Chiesa debole e fragile. E’ come diceva San Paolo, poi riaffermato da Charles De Foucauld: “La debolezza dei mezzi umani è causa di forza per rendere forte la speranza al cuore stesso delle nostre debolezze e delle nostre povertà”.

Daniel, Tamanrasset

Lasciare posto allo Spirito santo. Riconoscere la fede

Preghiamo lo Spirito Santo che vede le profondità di Dio di darci uno sguardo nuovo su l’Islam e i musulmani. Quante volte all’Eucaristia mettiamo insieme quanto ci è stato dato di vedere e di sentire durante la giornata o la settimana e che riceviamo come frammenti dell’Eucaristia viva nella vita di quelli e di quelle coi quali viviamo. La nostra preghiera e intercessione è abitata da quanto ci è stato dato di condividere come gioie sofferenze e suppliche. Sale allora dai nostri cuori la stessa espressione di Gesù davanti alla fede del Centurione o della Cananea : “La tua fede è grande!”.
La nostra Chiesa ha sofferto e soffre con tutto il popolo dell’Algeria a causa degli estremisti violenti. Ma può camminare dentro il suo popolo con tutti gli artigiani di pace e di fraternità. La nostra gioia di prete è di servire Dio umile e povero, sempre e già presente, nascosto nelle ombre e le luci della vita quotidiana, luminoso in tutti i volti di bontà.

Paolo Desfarges, vescovo di Costantine

L’eucaristia di mons. Tessier

Quando si celebra “l’Eucaristia tra le nazioni” non si può soltanto offrire la propria vita al seguito di Gesù per le nazioni, ma si può unire al sacrificio di Gesù e al nostro anche tutte le offerte degli appartenenti alle nazioni che le coscienze rette hanno suscitato. La maggior parte dei nostri fratelli e sorelle dell’Islam non sono visibilmente presenti nel luogo dove noi celebriamo l’Eucaristia. Noi li introduciamo spiritualmente nella nostra Eucaristia perché è con loro e tra loro che abbiamo vissuto le nostre giornate ed è per loro che domandiamo la comunione (tra noi e con loro). E se come arriva spesso, degli amici musulmani ci hanno domandato di pregare per loro, allora la nostra celebrazione si fa ancora più aperta e sicura nella nostra offerta con loro e per loro del sacrificio di Gesù.

Come un recipiente d’acqua

A che cosa assomigliare la mia vita di prete in Algeria? A volte a un talento nascosto a terra. A volte a un seme nel terreno. Preferisco l’immagine della guerba, un otre in pelle d’animale contenente l’acqua che i nomadi tengono nella tenda o in viaggio o appesa al pozzo perché quelli che passano, poss

Robert, eremita