Padre Alfonso Bassan

Nasce il 26 luglio 1923 a Loreo, Rovigo, diocesi di Chioggia. Entrato nel PIME nel 1938, compie gli studi filosofici a Monza e quelli teologici a Milano. Ordinato sacerdote a Milano il 25 giugno 1950, prosegue gli studi di diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana a Roma e vi si laurea nel 1957. In seguito, insegna nello studentato del PIME a Milano (1955-59) e a Gaeta (1962-65). Nel 1961 è chiamato a fare parte della
Commissione di esperti per la revisione dei Calendari e dei Propri diocesani e religiosi costituita dalla S. Congregazione dei Riti dopo la pubblicazione del Nuovo Codice delle rubriche. Conseguito il dottorato in filosofi all’Università degli Studi di Napoli (1972), insegna religione a Gaeta, Aprilia e Latina. D’accordo con la Direzione Generale, trascorre un periodo di tempo fuori dalle comunità del PIME (1973-1976). Ottenuta la cattedra di lettere al liceo classico di Fondi (Latina), risiede a Terracina presso i Cappuccini. Rientrato nel PIME, è rettore a Gaeta. Nel 1984 viene nominato Direttore dell’Ufficio Ricerche Storiche del PIME a Roma e nel 1993 Postulatore Generale. Si reca negli USA per raccogliere la documentazione relativa alla guarigione di P. Aldo VINCI, considerata un miracolo, e che permetterà la beatificazione di P. Paolo MANNA. Ha al suo attivo, oltre alla biografia di Mons. Angelo RAMAZZOTTI, alcune pubblicazioni di carattere giuridico. Nel 2003 per motivi di salute si trasferisce a Rancio di Lecco e vi muore l’8 aprile 2018. È sepolto nel cimitero del PIME a Villa Grugana.

La Imitazione di Cristo e il P.I.M.E

Tra gli scritti lasciati da padre Bassan, nel documento del Pime, Vincolo, n. 152, 1987, pp. 35-39, abbiamo uno studio, diffuso e con note interessanti, di P. Alfonso Bassan, incaricato dell’Ufficio Ricerche Storiche del PIME, sul libro La imitazione di Cristo. Scrive che “troviamo il libro in mano ai Fondatori e a molti missionari. Forse non è esagerato ritenere La Imitazione di Cristo una fonte, non secondaria, della nostra spiritualità”. In questa presentazione del testo di P. Alfonso ci limitiamo a quanto concerne direttamente il PIME, rinunciando alle note. Lo scritto è ampio e preciso nel presentare la profondità della spiritualità di tanti nostri missionari. Merita una presentazione a parte, nell’elenco dei nostri missionari e nello stesso tempo è una sottolineatura della personalità di padre Alfonso Bassan.

 

Padre Giovanni Calderaro

figlio di Giovanni Battista e di Elisa Sarto, nato a Cittadella (PD) il 25 giugno 1901. Ordinato sacerdote a Padova il 19 luglio 1925, entrò nell’Istituto a Milano il 16 settembre 1926. Partì per Hyderabad il 18 agosto 1927. Morì a Lecco il 16 ottobre 1985.

  1. Calderaro era nato a Cittadella (Padova) il 25 giugno 1901; aveva frequentato il seminario di Padova, uscendone, sacerdote del clero diocesano, il 19 luglio 1925. Un anno dopo, con il permesso del suo vescovo, nel settembre 1926, faceva il suo ingresso nell’Istituto. Il 17 agosto 1927 emetteva il giuramento perpetuo ed il giorno dopo partiva per l’India, destinato alla Missione di Hyderabad; incaricato del distretto di Pedda Avutapalli (oggi diviso in una dozzina di parrocchie), nel territorio che avrebbe poi costituito la Missione di Bezwada, con l’erezione della stessa veniva ad essa assegnato. Ed in questa missione avrebbe continuato a lavorare fino al suo rimpatrio nel 1977.
    Sono stati 50 anni di vita missionaria, contrassegnata da un grande ardore apostolico, in cui P. Calderaro seppe fondere armoniosamente le esigenze dell’evangelizzazione e quelle della promozione umana. Scuole, dispensari, ospizio per i vecchi, e perfino una banca rurale, sono le opere per la promozione umana; formazione dei catechisti, cappelle e chiese, fino al Santuario della Madonna di Gunadala, quelle per l’evangelizzazione. Il tutto con un impegno così totale da spingere collaboratori e testimoni della sua attività a chiedersi dove trovasse il tempo e le forze per occuparsi di tutto. E facendosi tutto per tutti; da tutti stimato e amato, e, dopo la sua partenza, ricordato e rimpianto; tanto dai senza casta, quanto dagli indiani di casta.
    Al suo rientro in Italia, con il permesso dei Superiori, per circa 5 anni si prodiga nella sua parrocchia a Cittadella, in aiuto al clero locale, per ritirarsi poi nella casa di Rancio. In questi ultimi mesi, gli anni e le fatiche avevano cominciato a far sentire il loro peso, in un progressivo declino delle forze, davanti al quale dovevano risultare vani tutti gli aiuti umani.
    La mattina del 18 ottobre ebbero luogo i suoi funerali nella cappella della nostra comunità di Rancio. Poi la salma venne portata a Cittadella, dove, il giorno dopo, con la partecipazione di una vera folla di gente, fu ricordata la sua attività in missione e nella sua parrocchia, e tutto il bene da lui seminato nei suoi 60 anni di sacerdozio. La sua salma fu poi tumulata nella tomba di famiglia, nel cimitero di Cittadella.

 

Re Carlo III, “defender of faith”

«La Regina Elisabetta aveva una profondissima fede, della quale parlava nei suoi messaggi di Natale e per gli anniversari dell’incoronazione, e riceveva spesso la comunione. Per la nostra nazione sarà un lutto profondo e anche chi è repubblicano sarà addolorato». Il vescovo anglicano Graham Kings, oggi in pensione a Cambridge, si commuove quando pensa alla sovrana appena scomparsa che ha incontrato. Per commemorarla ha voluto twittare una preghiera speciale. «Ha fermato la tempesta e le onde del mare sono state zittite. Poi furono felici perché provarono pace e Lui li condusse al paradiso che desideravano», queste le parole che ha inviato sui social media.

Nel giornale Avvenire di sabato 10 settembre ’22, Silvia Guzzetti scrive: «La regina ha rafforzato il dialogo ecumenico» e spiega che aveva il titolo di “difensore della fede” dedicato al rapporto tra religione e monarchia in Inghilterra, titolo conferito proprio da Clemente VII a Enrico VIII. È ruolo di Supremo governatore della Chiesa d’Inghilterra di guida della Chiesa ma la sua gestione pastorale quotidiana è affidata all’arcivescovo di Canterbury.

Sempre in Avvenire, Angela Napoletano scrive: «Oggi la Chiesa d’Inghilterra ha visto diminuire il numero di fedeli e il nuovo sovrano non ha il ruolo di difendere l’Anglicanesimo ma di proteggere in questo Paese il libero credo di tutte le fedi. Risale al 1994 la prima volta in cui Carlo si era detto favorevole a una rivisitazione del titolo di “fidei defensor”, da “defender of de faith” (fede anglicana) a defender oh faith, difensore della fede tout court».  Si tratta di una novità importante. Infatti, si dice già che dopo l’incoronazione del re con la presenza di rappresentanti di Charities e di altra denominazione religiose, ci sarà una seconda cerimonia che coinvolga anche i leader non cristiani.

Ricordiamo:

Giovanni Paolo II con i capi religiosi delle diverse confessioni, riuniti ad Assisi domenica 27 ottobre 1986, spiegava il senso di un incontro che non voleva essere una “conferenza interreligiosa sulla pace” o una ricerca di un “consenso religioso” o un “negoziato”. Le religioni ad Assisi offrivano le loro risorse, la forza della preghiera, al servizio della pace. Diceva papa Wojtyła: «Senza negare in alcun modo la necessità di molte risorse umane volte a mantenere e rafforzare la pace, noi siamo qui perché siamo sicuri che, al di sopra e al di là di tutte quelle misure, c’è bisogno di preghiera intensa e umile, di preghiera fiduciosa, se si vuole che il mondo diventi finalmente un luogo di pace vera e permanente».

Riguardo ai passi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, i cristiani sono contenti e ritengono che l’incontro tra aderenti di tutte le religioni sia necessario e utile, ma non definitivo e completo. Credono che restando tutti insieme in cammino… sia già un buon arrivo, ma sperano anche che sia situazione di nuova partenza verso l’unica fede in Gesù Cristo, nostro unico Signore.

 

Fratel Ernesto Pasqualotto

Nel seminario del Pime di Monza ci sono studenti africani, bengalesi, birmani, indiani. Per capirli, leggiamo la vita dei missionari.

Fratel Ernesto Pasqualotto

Nato il 10/11/1910 a S. Cipriano di Roncade (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1926 e fu ammesso al Giuramento nel 1934. Partì per la Birmania (Taungngu) nel 1937. Anche dopo l’erezione della diocesi di Taunggyi, rimase a Taungngu come direttore della Catholic Press. Morto a Rangoon (Myanmar) il 21.03.1986.

Il 21 marzo 1986 moriva a Toungoo (Birmania) fr. Ernesto Pasqualotto, uno dei pochi missionari de! PIME ancora presenti in quel paese. Di passaggio in Italia per una breve vacanza, qualche anno fa, su richiesta dei confratelli tracciò a grandi linee l’itinerario dei suoi «primi 22 anni di missione». Lasciamo dunque a lui stesso la parola: “Nacqui a s. Cirpiano di Roncade (Treviso) nel novembre de! 1910. Entrai nel PIME nel lontano 1926, di sabato; il lunedì seguente feci il mio primo ingresso nella nostra tipografia di Milano, dove rimasi ben undici anni. Un pomeriggio di luglio de! 1937 fui chiamato dall’allora Superiore Generale S.E. Mons. Balconi: ero destinato alla Birmania. Nel novembre del 1937 accompagnai il nuovo vescovo di Toungoo S.E. Mons. Lanfranconi, nella sua diocesi birmana.

A Toungoo studiai l’inglese per quattro mesi, quindi fui incaricato dalla tipografia aperta dai missionari de! PIME in quella città. Vi lavorava un giovanotto che si faceva capire abbastanza bene in italiano per cui le difficolta di inserimento furono per me mitigate e le superai presto.

Passarono due anni e io dovetti darmi alle costruzioni, ma la Seconda guerra mondiale fruttò a noi missionari italiani l’internamento nei campi di prigionia inglesi in India. Dopo quattro anni e nove mesi di internamento potei tornare in Birmania e precisamente a Loikaw dove mi dedicai alla medicina, all’agricoltura, alla fabbricazione di mattoni …».

Questa fino al 1959. Nel 1961 la diocesi di Toungoo venne affidata al clero birmano e i missionari del PIME. ad eccezione di fratel Ernesto, si concentrarono nella nuova diocesi di Taunggyi (affidata al neoeletto mons. Gobbato); egli rimase a Toungoo come responsabile della “Catholic press”. In quella tipografia lavorò per lunghi anni stampando, con macchinari antiquati, centinaia di libri e pubblicazioni in nove diverse lingue!

Fratel Ernesto si è spento a Rangoon a 75 anni di età, dopo ben 48 anni di missione; lascia dietro di sé una congregazione di laici consacrati che ne continueranno l’attività.

Padre Giorgio Granziero

Nato a Padova il 20/08/1925. Entra nel PIME nel 1937 emettendo il giuramento perpetuo nel 1948. Ordinato presbitero nel 1949 parte per la Birmania nel 1951. Espulso nel 1966 passa nella missione del Camerun. Rientrato all’inzio del millennio muore a Lecco il 24/10/2020 ed è sepolto nel cimitero del Pime a Villa Grugana.

Padre Granziero nasce a Padova il 20 agosto 1925 da Umberto e Angelina Degan. Entra nel PIME nell’ottobre del 1937, compiendo il cammino formativo a Treviso, Genova, Monza, Milano ed emettendo il giuramento perpetuo il 26 giugno 1948; esattamente un anno dopo, il 26 giugno 1949, viene ordinato presbitero a Milano per le mani del Cardinale Ildefonso Schuster.

Dopo un servizio in Italia, come insegnante di IV e V ginnasio al seminario di Monza, viene destinato in Birmania nel 1951, lavorando 5 anni a Loikam, 5 a Manpam e 5 a Lashio. Espulso nel 1966 con altri missionari, viene destinato al Camerun: lì presta servizio per 10 anni, a Ambam e Etoudi. Dopo un servizio di 3 anni in Italia, nella diocesi di Gorizia per animazione (1977-80) ritorna in Camerun per altri 8 anni, a Melane e di nuovo a Etoudi. Rientrato in Italia, a Gaeta, per due anni, riparte nel 1990 questa volta per la Costa d’Avorio, dove rimarrà fino alla fine dell’anno 2000, quando per motivi di salute, chiede di essere trasferito a Rancio. Soprattutto nei primi anni della sua residenza a Rancio, si prende cura della biblioteca della Casa.

Tanti sono i luoghi dove P. Granziero ha annunciato il Vangelo, tante le lettere in cui racconta e descrive nei particolari la vita di missione. Tanti sono anche i confratelli che, durante la sua lunga permanenza a Rancio, ha accompagnato all’incontro con il Padre. Oggi siamo noi ad affidarlo al Signore, perché contempli in pace il Suo Volto, perché dal Cielo continui a essere vicino a chi sulla terra continua l’opera affidata all’Istituto.

Padre Narciso Santinon

Nato il 23/01/1916, a Vedelago (Treviso), entrò nell’Istituto nel 1927. Fu ammesso al Giuramento e ordinato Presbitero nel 1939. Partì per la Cina (Hanzhong) nel 1947. Fu espulso e passò a Hong Kong nel 1952. Servì l’Istituto in Italia dal 1957 al 1961. Morì il 18/05/1995 a Hong Kong e riposa nel cimitero di Happy Valley.

Dal 1939 fu vicerettore, insegnante e propagandista a Treviso e nell’ agosto del 1947 partì per la missione di Hanchung, Shensi, Cina. Dopo l’espulsione, dal 7 aprile 1952 ad Hong Kong curò i profughi presso la cattedrale e poi lavorò come vicario a S. Teresa e come rettore e parroco a Chuk Yuen, Diamond Hill. Dal 1957 al 1961 in Italia fu rettore a Treviso e di ritorno ad Hong Kong fu assistente a S. Lorenzo, rettore a Tai Po e Tailong, N.T. Dal 1988 cooperatore ai Santi Pietro e Paolo, ed infine dal 1991 al 1995 cappellano alla St. Joseph’s home for the aged.

Ha scritto: “Venuti i comunisti, senza consultarmi, si impossessarono di quattro stanze e lasciarono a me e al mio servo due stanze. Nella mia stanza studiavo, mangiavo, dormivo e celebravo la S. Messa…”.

Sono stati anni duri, che hanno lasciato un profondo solco nell’ animo di P. Santinon: ne parlava spesso, anche ripetendosi a volte. Ricordava con commozione il suo servo, che ha voluto restargli sempre al suo fianco e condividere con lui il lavoro di raccogliere sterpaglie e quel poco di cibo che potevano trovare. A volte, si notava un certo rammarico nelle sue parole per non avere avuto la possibilità di imparare bene la lingua: “Ma erano i tempi…”.

Il suo primo impegno in Hong Kong è stato di aiutare P. A. Crotti, nell’apostolato tra i rifugiati, che si affollavano attorno alla cattedrale: non solo si impegnò pienamente nella distribuzione dei soccorsi, di cui avevano estremamente bisogno, ma si preoccupava anche della loro istruzione. Questa sarà sempre una costante del suo apostolato: la cura per l’educazione dei bambini.

Sergio Ticozzi, da Hong Kong, scrive: “Santinon con la sua bontà, il suo zelo, la sua semplicità, la sua apertura e la sua pazienza ha vinto l’animo di tutti coloro che lo hanno avvicinato”.

 

 

Padre Armando Rizza

Nato il 15/08/1926 a Roncade (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1937, ordinato Presbitero nel 1951. Insegnò nei seminari del PIME in Italia fino al 1962, quando partì per il Brasile (Assis). Dal 1972 al 1980 fu professore di lingua italiana a Rangoon (Birmania). Nel 1983 ritornò in Brasile, a Parintins. Morì il 01/05/2006 e riposa nel cimitero di Parintins (Brasile).

1° maggio 2006 moriva a Parintins (Brasile) per infarto cardiaco P. Armando Rizza. Nato iI 15 agosto 1926 a Cà Tron, provincia e diocesi di Treviso, era entrato nel P.I.M.E. a Treviso nel 1937 proveniente dal seminario diocesano. Il 1° luglio 1951 era stato ordinato Presbitero a Milano. Dopo la laurea in Diritto Missionario nel 1955all’Università Urbaniana aveva insegnato nei seminari del P.I.M.E. a Treviso e Milano. Dal 1960 al 1962 aveva lavorato nella Direzione Generale dell’Istituto come aiuto di P. Tragella. Nel dicembre 1962 era partito per Assis, Brasile, dove lavorò prima come insegnante e poi come rettore del seminario. Nel 1970 fu richiamato a Roma per lavorare nella Commissione Preparatoria del Capitolo del 1971. Dal 1972 al 1980 fu professore di Lingua Italiana presso l’”Institute of Foreign Languages” di Rangoon, Myanmar. Dal 1980 al 1983 svolse il suo ministero presso la casa del P.I.M.E. a Firenze. Nel 1983 era stato destinato all’Amazonas, nella zona di Parintins. Fu collaboratore della rivista “Le Missioni Cattoliche” diventata poi “Mondo e Missione” e autore di testi tra i quali ‘Il risveglio del buddismo”. Riposa nel cimitero di Parintins.

Istituto familiare

Per padre Armando Rizza, parroco della cattedrale di Parintins, la radice di tutte le difficoltà per una vita cristiana, compreso il formare sacerdoti con una certa garanzia di fedeltà alla consacrazione, sta nella precarietà dell’istituto familiare, in Amazzonia più ancora che nel resto del Brasile. I vescovi brasiliani (la Cnbb), in occasione della «Campagna della fraternità 1987» (dedicata alla famiglia), scrivevano:

«La pratica inesistenza della famiglia presso gran parte del nostro popolo spiega la crisi della nostra società. Finché non riusciremo a dare stabilità ai matrimoni ed a formare famiglie unite, ogni azione di carattere religioso e sociale è destinata a fallire».

Padre Armando dice (65):

«Mi pare di poter dire che il livello di cristianizzazione è rivelato dalla situazione della famiglia e la famiglia amazzonica ancora oggi rasenta il disastro. Non mancano famiglie buone, moralmente sane, con figli e figlie impegnati nelle varie pastorali parrocchiali e diocesane. Ma la ‘‘famiglia comunità di amore’’ quasi non esiste. Si piacciono, si amano, si mettono assieme e fanno figli. Poi la situazione cambia, si lasciano, si uniscono con altri e fanno figli. Impressiona soprattutto non il fatto che certe cose accadono, ma la frequenza con cui accadono e che sono giudicate del tutto normali».

Padre Bruno Vanin

Nato il 26/11/1956 a Treviso, iniziò la formazione nell’Istituto nel 1974. Fu ammesso al Giuramento nel 1980 e ordinato Presbitero nello stesso anno a 24 anni. Partì per le Filippine (Mindanao) nel 1981. Morì il 07/07/2015 a Lecco e riposa nel cimitero di Canizzano di Treviso.

Partito nel 1980 per le Filippine, dove ha sempre svolto il suo ministero a Mindanao, la grande isola del Sud. Gli anni dell’inizio del suo ministero nell’arcipelago erano stati quelli del clima pesante imposto dalla legge marziale voluta da Marcos; in quel contesto era stato tra i primi ad iniziare la missione nell’Arakan Valley, nella diocesi di Kidapawan. Allora si trattava di un territorio di frontiera, difficile anche solo da raggiungere. E fu lui – nel 1985 – ad accogliere là padre Fausto Tentorio, che in Arakan sarebbe poi rimasto per tanti anni e nel 2011 avrebbe pagato con la vita il suo impegno in favore dei diritti dei manobo, la locale popolazione tribale.

Per dodici anni – insieme – si erano presi cura di quella comunità: Vanin come parroco e punto di riferimento per i contadini filippini, Tentorio come presenza amica accanto al manobo. Poi per padre Bruno erano arrivati gli anni del ministero a Columbio – altra storica presenza del Pime nella diocesi di Kidapawan – e successivamente a Bayog, nella prelatura di Ipil. Qualche tempo dopo la tragica morte dell’amico padre Fausto, Bruno Vanin era stato nuovamente destinato all’Arakan; poté – però – rimanerci poco: la grave malattia che lo ha portato alla morte lo costrinse a rientrare in Italia, dove ha trascorso gli ultimi anni.

Ricordo P. Bruno come un buon amico, sempre disponibile all’ascolto e molto franco nelle risposte, in buon gergo contadino e trevigiano. Questa mattina quando ho saputo della sua dipartita, non so come mai ma mi è venuto in mente l’apostolo Natanaele: una persona schietta, senza doppiezze e molto generoso. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’era da lavorare, e a volte i suoi sacrifici sono stati grandi.

Quando tre anni fa era tornato dall’Italia dopo un periodo sabbatico di riflessione e rinnovamento, ricordo che avevamo parlato molto sul nostro modo di essere missionari stranieri vicini alla pensione e sulla nostra presenza dopo tanti anni nelle Filippine per non correre il pericolo di perdere l’entusiasmo col rischio di lasciarci vincere dal pessimismo o dalla disillusione. Dopo quel periodo in Italia, Bruno si era rimesso a lavorare con impegno con la gente di Mindanao fino alla scoperta della malattia. Quando l’ho rivisto lo scorso anno a Lecco, mentre era in cura con la chemioterapia, diceva di sentire molto la mancanza del contatto con la gente anche se era sempre impegnato nel giardinaggio. In seguito, mi aveva scritto più contento quando aveva trovato da fare un po’ di ministero nelle parrocchie (Redecesio, Segrate) vicino al san Raffaele.

Ora è andato alla casa del nostro Padre di tutti. Là ritroverà i nostri comuni amici delle Filippine: Giancarlo Bossi, Fausto Tentorio e gli altri prima di loro e di noi. Buon viaggio, Bruno. Saluta tutti gli amici e manda a tutta la gente delle Filippine, specie a quelli che ti hanno conosciuto, la pace del cuore che viene dal Signore. (Padre Fernando).

 

 

Monsignor Gino Malvestio

Nato il 14/01/1938 a Briana di Noale (Treviso), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1948 e fu ammesso al Giuramento nel 1964. Fu ordinato Presbitero e partì per il Brasile (Parintins) nel 1965. Servì l’Istituto in Italia dal 1972 al 1982. Rientrato in Brasile viene ordinato Vescovo di Parintins nel 1994. Morì a Treviso il 07/09/1997 dopo una breve vacanza in Italia.

Nel suo programma di vescovo mons. Gino ha voluto ispirarsi al versetto di Isaia. “Il Signore mi ha unto e mi ha inviato per annunciare la buona notizia ai poveri” (Is 61, 1-2). Nella messa del 15 maggio 1994 Mons. Gino sottolineava l’importanza di lasciarsi evangelizzare, di lasciare a Dio il posto principale della nostra vita. Per lui non era sufficiente l’entusiasmo, occorreva l’ardore missionario che cresce nel rapporto personale con Cristo in un clima di famiglia, di comunità. L’ardore esige il Fuoco, Cristo era per lui questo Fuoco. Il Signore gli aveva imposto di andare e questo significava per lui avere il coraggio di uscire, di lasciare le comodità, le amicizie… le sue paure, persino i suoi peccati e debolezze per entrare nel cuore della gente. Annunciare il Vangelo inoltre implica anche il coraggio di parlare e se è necessario anche di denunciare rischiando così la persecuzione e la morte, ma per Mons. Gino l’importante era che l’annuncio fosse comunque basato sulla testimonianza e che nascesse da un cuore pieno di Spirito Santo. Il missionario deve portare una buona notizia e questa è Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato ha sofferto per noi morendo in croce ed è risorto. Mons. Gino sentiva questa presenza nei Sacramenti, nella Parola, nei fratelli e soprattutto nei poveri e negli ammalati.  Padre Franco Cagnasso, superiore generale scrive: “È a Parintins che voglio collegarmi in questa celebrazione, non solo idealmente, ma realmente, attraverso il mistero dell’Eucaristia e della Comunione dei Santi. Parintins, con i suoi grandi fiumi e le sue foreste, i lunghi viaggi, la gente semplice, i problemi della giustizia e dello sviluppo, la crescita delle comunità cristiane, la formazione del suo clero. Quella Parintins che Dom Gino amava tanto, e per la quale ha dato la vita! In un momento difficile mons. Cesare Bonivento, vescovo in Papua, scrisse a Dom Gino: «Ti sono vicino in questo momento di grande sofferenza e disorientamento. Tutti gli altri sono nella gioia, invece tu sei vicino alla Croce del Signore. È la tua vocazione, ora. Ma il Signore è con te e lo siamo anche tutti noi, con la preghiera».

Padre Franco Cagnasso, superiore generale scrive: “Ho fatto scorrere alcune delle sue lettere conservate in Segreteria a Roma e ho notato come, spesso, emerga questa sua volontà precisa di non fare la propria volontà. Chiamato a trasferirsi a Manaus come direttore spirituale in seminario, scrive al Superiore Generale nel 1982: «Ho trascorso i primi sei mesi qui a Barreirinha: forse è stato il ‘noviziato’ più duro della mia vita … e ci voleva! Vado a Manaus perché mi piacciono questi strani e imprevedibili ‘giochi’ della Provvidenza … i miei gusti avevano già fatto un bel segno di croce sulla vita in seminario. Questa fede ci prende un po’ per il naso …». Andando a Manaus, lasciava con sacrificio la vita pastorale per tornare in seminario, la formazione è stata, infatti, uno dei campi dove il Signore gli ha chiesto maggiore impegno, un settore della cui importanza era pienamente consapevole. Nella prima parte del suo testamento spirituale, P. Gino rinnovava il suo sì alla vocazione, ma vedendola nella sua completezza: «Oggi, ancora una volta, dico il mio sì alla chiamata definitiva del Signore, quella che completa e incorona tutte le altre. (…) Muoio contento perché la mia vocazione missionaria non ha avuto confini né di spazio, né di tempo, né di strutture. Tutto ha concorso per la sua vivacità. Muoio contento perché sono stato un peccatore, un uomo con tanti limiti, ma sono certo della sua misericordia e potenza … I funerali siano allora un grazie, e, in questo grazie che la Chiesa innalzerà per questo suo figlio, troverà il suo posto la misericordia del Padre».

 

Padre Cesare Bano

Nato nel 1918 a Loreggia (Padova), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1933. Fu ammesso al Giuramento nel 1944. Ordinato Presbitero nel 1945, partì per la Cina (Hanzhong) nel 1947. Espulso nel 1952, passò al Brasile (diocesi di Londrina) nel 1955. Nel 2003 rientrò definitivamente in Italia. Moriva il 26/04/2008 a Massanzago (Padova). È sepolto nel cimitero di Loreggia.

Destinato in Cina – Diocesi di Hanchung – partì il 18 luglio 1947 e fu espulso il 30 luglio 1952. Tornato in Italia fu professore di italiano, storia e geografia a Treviso per un anno. Nel 1955 fu destinato alla Regione Brasile Sud, dove servì in diverse parrocchie fino alla fine del 2003, quando tornò in Italia e si ritirò presso il fratello don Gian Paolo, Parroco a Massanzago, in Provincia di Padova. Il funerale è avvenuto il 29 aprile 2008, a Massanzago, poi la salma è stata trasportata a Loreggiola per la cerimonia funebre e la sepoltura.

Presenza in Cina

Arrivando in Cina, il giovane missionario si mette umilmente alla scuola della difficile lingua cinese e si lascia guidare dai missionari più esperti per essere introdotto nella cultura della nuova patria di adozione. Già nel 1949, lo troviamo al lavoro insieme ad un altro missionario P. Celso Caucig, e già impegnato nell’apertura di un dispensario medico per attendere i poveri nel distretto di Loyang. Mentre P. Cesare cercava di incarnarsi nell’ambiente cinese assieme a un bel gruppo di missionari del PIME, una grande bufera si addensava sulla Cina. Era scoppiata una guerra civile tra i nazionalisti e i comunisti appoggiati dai russi. P. Cesare, chiamato il “poeta-ciclista”, fa un lungo percorso in bicicletta (280 ly) sotto il solleone per incontrarsi con i confratelli missionari e per incoraggiarsi a vicenda ad affrontare la persecuzione. Nel mese di aprile 1942, si accanisce la persecuzione contro Mons. Maggi (vescovo di Hanchung) e i suoi più stretti collaboratori. E il 30 luglio 1952, dopo falsi processi e infamanti accuse di essere a servizio degli imperialisti americani, vengono espulsi. P. Cesare, derubato di tutto e accompagnato dalla polizia militare fino alla città di Hong Kong, arriva con 35 chili in meno e porterà sempre nel cuore l’esperienza del suo apostolato in Cina.

Missionario in Brasile

Dopo essersi ripreso dai maltrattamenti subiti sotto il regime comunista cinese, nel 1944 il P. Cesare fu destinato al Brasile Sud. Diventa di nuovo docile alunno per imparare il portoghese e per adattarsi all’ambiente brasiliano. Lo troviamo così collaboratore di missionari più anziani a Ibiporà e Sertanopolis nella Diocesi di Condrina nel Paranà. Nel 1966 fu destinato come parroco di Alvorada del Sud, succedendo ad un altro missionario del PIME, pioniere in quella regione, P. Giuseppe Pellegrini. P. Cesare fin dal suo arrivo in Brasile si era fornito di una motocicletta, e se in Cina era conosciuto per la bicicletta, in Alvorada lo era per la sua ‘Vespa’. Oltre a possedere doti artistiche di ingegneria pratica e di pittura, P. Cesare ha composto i testi degli inni ufficiali dei Comuni di Sertanopolis e di Alvorada del Sud, sfruttando doni che già si erano manifestati quando, studente di teologia, suonava il violino nelle accademie del Seminario. Le sue doti poetiche sono state tramandate anche in un poema pubblicato dal PIME di Milano nel 1979, con poesie dedicate alla mamma e alla missione. Ha scritto anche un dramma sulla vita e sul martirio di Santo Alberico che è stato portato sulle scene in Alvorada e Frutal.

Attenzione alle vocazioni

Bella testimonianza dell’impegno di P. Cesare anche in Alvorada, sette vocazioni consacrate durante la permanenza come parroco in questa comunità.

Caro P. Cesare, la tua generosa e fedele dedizione al Signore e alle missioni possa servire di stimolo alle famiglie di oggi, perché sappiano favorire il germe vocazionale anche nei propri figli. Prega per il PIME che ti ha sostenuto nella tua vocazione per 75 anni, perché continui ad essere strumento di realizzazione missionaria per molti giovani di oggi. Il Cristo che hai servito con tanto amore ti accolga nel regno preparato per gli apostoli e missionari, e prega perché non manchino continuatori della tua opera.

Massanzago: seme fiorito dopo cinquant’anni

Missionario del PIME ultranovantenne, che risiede presso la parrocchia di Massanzago, col fratello don Gianpaolo. (Eugenio De Marchi, da La Vita del Popolo, settimanale diocesano on-line)