In ricordo di padre Mario Bortoletto

Cari amici, il 9 marzo è il decimo anniversario della morte di padre Mario Bortoletto. Dedico a lui una cartolina.

Questa mattina (2 marzo 2019) il parroco padre Sleeva è in pellegrinaggio con venti cristiani a Ma.an dove è sepolto padre Mario Bortoletto ed è per me una grande gioia celebrare nella chiesa voluta da padre Mario. Il mio legame con lui, fin dalla nostra giovane età di preti, si riaccende di ricordi e di comunione e fraternità sacerdotale. Mi aveva confidato la sua decisione di partire per la missione e l’ho accompagnato durante tutta la sua vita, anche se eravamo a volte distanti. Appena la gente mi vede e mi sente nel mio francese-italiano pensa e racconta di Mario. È ancora vivo dopo dieci anni della sua scomparsa. Chi non ha potuto andare in pellegrinaggio,  era unito ai pellegrini e a padre Mario celebrando la messa. Nelle confidenze profonde che i cristiani mi fanno,  sento che padre Mario è un punto di riferimento per la loro vita spirituale e quotidiana.

Il missionario fidei donum Mario Bortoletto divenne membro associato del PIME e fu confondatore di Ntem-assi, vero esempio di vita sacerdotale e maestro nelle sue prediche coi proverbi ntoumou. L’impegno dell’inculturazione era appena nato dopo il Concilio Vaticano II, quando si introdusse la possibilità di celebrare la liturgia, non più solo in latino, ma anche nella lingua madre di ogni popolo. Padre Mario, dicono gli ntoumou, conosceva la lingua e la nostra cultura meglio di noi. Vi trascrivo due suoi racconti, presi da proverbi ntoumou, ascoltati da un cristiano mentre mi accompagnava a casa dopo la messa.

1. Concorso di bellezza

In gara sono rimasti un serpente con la sua pelle variopinta e movimenti di danza  e un misero verme tutto timido. Il giorno del verdetto finale davanti al giudice della gara, si presenta il serpente tutto nuovo con la pelle dalle scaglie tenere e lucenti. In ritardo arriva il verme, ma volando nel cielo nella sua veste di farfalla bianca. Chiede scusa perché ha tante persone da visitare e consolare. Vince il verme diventato farfalla.       Applicazione di padre Mario : “Il battesimo non cambia la nostra pelle, ma ci fa nuovi e aperti a Dio e al prossimo”. Coglieva nel proverbio non solo un messaggio etico, ma anche e soprattutto catechetico.

2. Unica femmina

In un villaggio di scimmie erano rimaste solo le femmine e una sola con un figlio.  Le femmine erano talmente gelose che incoraggiarono il figlio a uccidere la madre per diventare il re del villaggio. Il figlio uccide la mamma, la fa a pezzi per gettarla nel fiume. Per strada si ingambera, cade e i pezzi della mamma si disperdono dal sacco. Si sente una voce dal cuore : “Figlio, ti sei fatto male”? Il messaggio di padre Carlo: «La mamma continua ad amarci sempre e così è Dio. Anche in situazione di peccato, Dio continua ad amarci».

Raccontandomi, l’anziano commissario di polizia si commuove e dice: «È padre Mario che ci ha fatto uscire dalle tenebre. Qui non c’era nulla!».

La Parola da annunciare è il Vangelo

I primi giorni del mio ritorno a Yaoundé, per reinserirmi nel mondo della missione, cercavo di interrogare, capire le situazioni, quali argomenti preferire nelle omelie per attualizzare il Vangelo oggi. Mi sembrava di dover “re-imparare” la missione.

Questa mattina tornando a casa dopo la Messa, un giovane che mi accompagnava mi spiegava bene alcune cose della stregoneria e alcune pratiche di magia. «Nella parabola del seminatore che hai spiegato questa mattina – ha aggiunto – ho capito come il seme della Parola è soffocato dalle spine, ed è la situazione di alcuni cristiani soffocati da preoccupazioni e desideri di grandezza». Sono rimasto sorpreso, vedendo come il Vangelo tocca la vita dell’africano e la attualizza.

Padre Federico Lombardi, presentando il libro “Francesco il Papa delle prime volte” di Gerolamo Fazzini e Stefano Femminis, dice che la più importante novità portata da Papa Francesco è dentro la sua fedeltà al Vangelo, la stessa fedeltà e novità che ogni popolo cristiano può vivere in ogni tempo. «Il suo centro si trova nel messaggio della misericordia. Le omelie “dialogiche” di Papa Francesco ci mettono direttamente a confronto con la parola viva di Gesù, cosicché il Vangelo  entra subito in rapporto con la vita concreta nostra e della gente comune. (…) Sembra svelarci un segreto: anche oggi, nel mondo globalizzato e tecnologico, l’evangelizzazione si fa col Vangelo!».

Allora il  mio  lavoro principale, incontrando la gente, è di vivere una relazione amichevole, una condivisione, un restare vicino. Mettere fiducia e speranza  è importante. Quando Gesù incontrava la gente, faceva sentire che l’amava. Anche a me, alla base di tutto, è chiesto non di fare un lavoro o di insegnare, ma di amare gli africani.

Ne ho già avuto la prova durante i miei primi anni di missione e in questi mesi, ritornando nei luoghi dove avevo trascorso tanto tempo, la gente mi ha fatto risentire la gioia del rapporto vissuto, meglio di quanto avevo fatto o detto. Era una passione, gioia di essere con gli africani. Spesso amo ricordare ciò che una vecchietta disse a un giovane della suora che la curava: «Sai, penso che Dio abbia il volto di questa suora che mi vuole bene».

La missione allora è mantenere vivo il volto di Gesù, la sua attenzione per tutti e dire il suo Vangelo con la vita (Charles de Foucauld). La stessa comunità, per essere cristiana, non deve solo essere unita nella preghiera, ma deve vivere umanità e fraternità. Quanto al ragionamento su qualche problema africano, le sue devianze e i suoi pericoli, esso potrebbe aiutare la riflessione, ma il vero discernimento sul positivo e negativo, lo potrà fare l’africano stesso col pensiero di Gesù. Quando l’africano farà esperienza di Gesù vivo, avremo l’Africa nuova.

Occhio per occhio, dente per dente?


Il 18 marzo 2006 Benedetto XVI ha ricevuto i vescovi del Camerun, al termine della visita “ad Limina Apostolorum” e li ha esortati a «far penetrare il Vangelo nel più profondo delle culture e delle tradizioni del loro popolo, caratterizzate dalla ricchezza dei valori umani, spirituali e morali, senza cessare di purificare le culture, per mezzo di una necessaria conversione, di tutto ciò che in esse si oppone alla pienezza della verità».  I campi interessati sono quelli della fede e della vita concreta.

La devozione di molti cristiani andrebbe aiutata a non restare solo nel sentimento di fiducia e abbandono né in situazione di sottomissione e dipendenza. Sentimenti umani e buoni, ma Cristo Signore chiama a incontrarlo e ad accoglierlo nella vita, facendo del cristiano un suo collaboratore e testimone. Dopo aver ascoltato il cieco Bartimeo e avergli dato la vista, Gesù gli ha detto: «Seguimi». Dopo aver guarito i lebbrosi, Gesù li ha invitati a ringraziare. La vera preghiera non è restare a lamentarsi e a piangere. Il cristiano è un battezzato e un inviato. La sua vita diventa testimonianza di lui. Passare quindi dai valori della religione tradizionale e dalla devozione prevalentemente di supplica, alla vita animata dall’amore e dall’insegnamento del Signore Gesù. Il cristianesimo è più di una religione, è vita con Gesù, come Gesù, che fa la volontà del Padre donandosi ai fratelli.

Ecco un fatto avvenuto in questi giorno. Padre Carlo è chiamato al telefono : «Un ladro ha aperto la cassetta delle  elemosine e la gente del quartiere vuole ucciderlo». Si sentono spesso accusati di furti e finalmente hanno in mano un colpevole. Padre Carlo risponde: «Prendete nome e indirizzo e lasciatelo andare». Si muovono i responsabili della Caritas, qualche catechista. Chiamano la madre.

Dopo messa, padre Carlo dice: «Occhio per occhio, dente per dente? Se uno ruba una gallina, lo si ammazza? Dov’è la proporzione?». Un responsabile mi racconta: «Si tratta di un giovane senza lavoro, cerca dei soldi per fare la patente. Abbiamo chiamato la madre, lo abbiamo consigliato, ora lo affidiamo a chi gli fa la scuola guida. Cerchiamo la somma per aiutarlo».

Dopo le parole di padre Carlo, i cristiani si son sentiti uniti con lui nella decisione  e i responsabili e si sentono coinvolti. Ce la faranno i cristiani a calmare la gente del quartiere e a non lasciare solo il giovane? Fatti così, sono frequenti. Non è facile essere cristiani, ma sono sulla buona strada, perché hanno vicino un missionario, uno di quelli, come dice Papa Francesco, che da anni ha l’odore della gente, e vive per loro.

Inculturazione a Yaoundé

I

In questi giorni di Africa mi ritorna una vecchia passione, l’inculturazione del cristianesimo, del Vangelo. Dopo la mia esperienza nello studio su nomi, proverbi, riti, racconti africani nei quali ho sempre notato una grande saggezza in umanità, e anche nella pastorale vissuta nella parrocchia di Guidiguis a Yagoua, incoraggerei parroci, catechisti e insegnanti ad accompagnare l’insegnamento e l’ascolto del Vangelo con alcuni elementi culturali della tradizione.

In questo, il fidei donum don Mario Bortoletto, confondatore della parrocchia di Ntem-asi, era vero maestro nell’usare nelle sue prediche i proverbi ntoumou. L’impegno dell’inculturazione nacque dopo il Concilio Vaticano II quando si introdusse la possibilità di celebrare la liturgia non più solo in latino ma anche nella lingua madre di ogni popolo. Nel celebre n. 14 della Sacrosanctum Concilium, leggiamo: «Le ragioni dell’introduzione della lingua madre non sono difficili da ricercare. Essa promuove una miglior comprensione di quel che la Chiesa prega, poiché è ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia… (e alla quale) il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del battesimo».

A Yaoundé, negli anni Settanta/Ottanta era famosa la Messa della parrocchia di Njon Melen e alcuni missionari ne erano entusiasti. Durante la celebrazione, i gesti, i movimenti, i canti e la partecipazione dei fedeli facevano sentire gioia, sentimenti di fede e un forte senso comunitario. L’inculturazione avviene quando il cristiano sente e vede la sua tradizione culturale alla luce del Vangelo; poi vive la liturgia e finalmente la vita vicine alle positività della tradizione.

In certi luoghi, dove i fedeli appartengono tutti a una sola etnia e lingua, l’inculturazione è più facile. Ho letto con interesse e gioia quanto è stabilito nel documento Le coutumier della diocesi di Yaoundé, che fissa le norme pastorali per tutti i fedeli. Art. 136:«Ogni parrocchia deve avere almeno una Messa domenicale in ewondo». Art. 127: «Il prete, religioso o fidei donum non sarà nominato parroco prima di un tempo di esperienza pastorale nell’archidiocesi e una assimilazione del rituale della messa in ewondo».  

Qui a Yaoundé vedendo la bella partecipazione alla Messa dei fedeli, mi sembra che curando bene il significato – lungo l’anno e i tempi liturgici – di parole, gesti, sentimenti, oggetti, si potrebbero sentire quei momenti nella loro profondità cristiana, illuminati da una catechesi inculturata. Non solo la lingua esprime il senso di quanto si fa, ma anche i riti e gli oggetti sono parlanti : il libro, l’acqua, l’olio, il sale, la luce, l’incenso, ecc. Essi hanno una valenza di significato universale.

Nella diversità di etnie presenti, l’elemento unificante è il Vangelo e poi gli elementi e i momenti concreti liturgici.

Apprezzo molto il lavoro fatto tra i tupuri della diocesi di Yagoua che cantano i salmi con la lingua, il ritmo, la musica e la danza tupuri. I fedeli pregano con le parole e i sentimenti dei salmi. In tal modo il cristianesimo è capito e inteso come facente parte e rispondente alla mentalità e alle tradizioni. Stessa cosa, se curata bene, potrebbe essere la celebrazione dei sacramenti e dei riti. Allora la vita entra nella novità evangelica, espressa con l’anima africana.

Per ottenere ciò è necessario conoscere bene la cultura tradizionale e sentire molta empatia, una cosa che oggi manca un po’, forse perché si è troppo occupati o distratti da cose più urgenti. Se un prete arrivasse a parlare la lingua del suo popolo e far gustare i valori positivi della tradizione, sarebbe un prete secondo lo stile di Papa Francesco. Sarebbe prete con l’odore e il sapore della sua gente.

Festa di laurea


In una casa, poco lontana dalla chiesa di Ntem-asi, si celebra la festa della laurea in medicina di una ragazza. Le auto degli invitati si stringono tra loro nelle stradine lì attorno. La musica è già a tutto volume. La laureata, bella col suo copricapo d’onore, accoglie lieta, sorridente, con semplicità. La mamma dirige tutto come un generale. Arriva anche un prete appartenente alla stessa tribù della festeggiata, vestito degnamente per la festa. Celebriamo l’Eucaristia in una stanza già pronta anche per il pranzo. Il sacerdote celebra con entusiasmo, gioia, gestualità e lanci di invocazioni, ai quali i presenti partecipano con altrettanto entusiasmo e generosità. Bello il sermone e la sottolineatura dei doni di Dio alla famiglia e alla tribù: una figlia medico, un cugino già prete, uno commissario di polizia… Mi sento in Africa con la sua esuberanza e in pieno clima fraterno, cristiano e sociale, ormai universale.

Una cosa ha toccato la mia particolare sensibilità che vuole vedere in tutto e sempre l’“africanità”, e capire se è ancora viva. Mi è molto piaciuto il discorsetto conclusivo della nuova dottoressa, che alla fine ha ringraziato Dio, i genitori e i “grand pères” ( i nonni, in italiano). Mi sono felicitato con lei per averlo fatto. Ma mi chiedo: si riferiva ai “nonni” o gli “antenati”? Non lo so e forse non è come li penso io. Sta di fatto che in ogni festa tradizionale africana, il pensiero degli antenati è sempre presente. Lì erano presenti il papà, non ancora battezzato così come altre persone che quindi non sono ancora dentro i sentimenti cristiani. È vero che la festa è festa per tutti, ma una qualsiasi festa celebrata da una tribù fa sentire forte le caratteristiche esteriori e profonde della sua tradizione.

I guiziga li vedi guiziga, i tupuri li vedi e li senti tupuri. Continuo a chiedermi come missionario, preoccupato per l’accusa che ci viene rivolta di distruggere la cultura locale: «Che attenzione diamo al mondo tradizionale ancora vivo? Li vediamo liberi quando sono tra loro, ma quando sono cristiani non sono più della loro tradizione?». In questi giorni una persona cristiana mi ha chiesto: «Faccio bene a tenermi vicini gli antenati?». Ho risposto: «Se conosci bene la tua cultura, e se credi che Gesù ha accolto e purificato la tua cultura, allora tieniteli vicini ancora!». Il discorso è difficile, ma ritengo vada fatto ancora.

Yaoundé, la vita in strada


Sto vedendo come a Yaoundé la popolazione cerca di risolvere il problema serio del lavoro. Lavoro “ formale” non ce n’è. Ma se ne inventa altri. Un centrafricano, scappato otto anni fa dai massacri del suo paese, mi racconta che è stata aiutato da un missionario con un  prestito, e ora vive di un piccolo commercio. Dice che molti a Yaoundé vivono allo stesso modo.

Infatti, basta uscire di casa per incontrare bambini che ti chiedono di comprare  qualche limone e vedi donne lungo le strade sedute davanti a mucchietti di pomodori o piccoli fasci di erbe in vendita. Sui marciapiedi, diventati luogo di mercato, anzi veri e propri supermercati, trovi di tutto e puoi ricaricare il telefonino, acquistare avocado, banane, tutto. Davanti alle scuole, ci sono grappoli di bambini attorno a piccoli tavoli, dove le donne preparano e vendono panini col cioccolato o la marmellata. Anche altrove, un po’ dappertutto, trovi bancarelle di tutti i tipi, e la gente che attende in un ufficio può trovare qualcosa da mangiare dalla donna che passa davanti con un vassoio sulla testa. Oltre a questo tipo di lavoro, i conduttori di moto-taxi sono ormai i padroni del traffico. La gente dice che le moto sono diventate lo strumento di lavoro anche per i laureati.

È anche vero che in certi quartieri, dietro alte mura, ci sono ville sontuose. In quella di un ministro, dove ho partecipato a un incontro, ho visto ambienti da sogno. E lungo alcune strade puoi vedere vetrine di lusso. Alcuni vivono da nababbi, mentre altri continuano a fare una vita da fame.

Ma ecco il miracolo! Il poco denaro dei poveri non resta nelle mani di pochi. È condiviso in tanti modi tra loro, tra poveri. Siccome i taxi-man e i moto-man si accontentano di un guadagno minimo, e i gendarmi, quando ci sono, fanno finta di non vedere, tutta Yaoundé può muoversi. Anche i poveri possono permettersi di viaggiare in taxi o sulla moto, magari ammassati l’uno sull’altro. È la stessa cosa che avviene nei quartieri dove insieme riescono a portare avanti situazioni difficili.

La sera, la città illuminata diventa una sagra di musica, con tutta la popolazione in strada. Anche il più miserabile mette qualcosa nello stomaco e va a dormire. Vita misera, ma non ancora abbattuta.

«I poveri li avrete sempre tra di voi»


Li ho trovati sempre nella mia vita di missionario e non sempre me la sono cavata bene. Non solo riguardo ai poveri che chiedevano qualcosa, ma anche con quelli che erano sempre i primi ad arrivare alla preghiera, alla Messa, ammalati, disabili, ciechi, vecchi, bambini. Anche il Signore se li trova sempre davanti.

In Algeria, l’aiuto in denaro ai migranti in cammino verso l’Europa poteva essere visto come proselitismo e quindi davo solo  vestiti e scarpe, ancora in buono stato, che i tecnici stranieri del petrolio e del gas mi lasciavano quando tornavano al loro Paese.

Ma questa volta, penso che lascerò il Camerun con qualche rimorso. Alla porta vedo spesso gente in attesa di essere ricevuta. Oltre ai poveri di Yaoundé, ci sono centrafricani scappati a causa la guerra; sudanesi e nigeriani fuggiti da Boko Aram; camerunesi della zona anglofona.

Oltre ai nuovi, ci sono quelli di sempre, che chiedono di un tale missionario, o di un altro che non c’è, perché partito o è in vacanza o è altrove bisognoso di cure.

Oltre a questo, ricevo anche la telefonata dal missionario lontano che ti chiede di dare la tale somma alla persona indicata. Che cosafaccio? E poi per strada, vedendo il bianco, qualcuno si avvicina a chiedere, e ti rendi conto che alcuni  di loro si trovano in grandi necessità. Trovandomi solo e senza conoscenze dirette, non so che cosa fare. In alcune parrocchie di Yaoundé funziona  la Caritas e mi si dice che è una buona soluzione e spesso funziona bene. Discutendo del problema con alcuni missionari, trovi chi dice: «Solo la Caritas».

Questa mattina un sudanese mi dice: «Per restare in Camerun devo presentarmi entro due giorni alla polizia con alcuni documenti, e la responsabile della Caritas che mi conosce, rientrerà in ufficio fra una settimana».

Altri missionari sono decisi in questo senso: «Il povero va aiutato!». E continuano a donare. Tutto sommato, e dappertutto, nella mia vita di missionario, ho trovato che il problema più grosso e non facile è quello lasciatoci da Gesù: «I poveri li avrete sempre tra voi !».

Con un po’ di esperienza ho anche imparato a distinguere, capire e risolvere in qualche maniera, ma soprattutto ho capito che il povero, oltre all’aiuto concreto, ha bisogno di una parola di conforto e di sentire qualcuno vicino. E, tutto sommato, tu ti senti bene quando hai fatto qualcosa per un povero, meglio di quando hai detto di no. Comunque sia, come ho già detto, forse questa volta rientrerò in Italia con qualche rimorso.

Incontro ecumenico


Durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ho assistito due volte all’incontro tenutosi a Mvog-Ebanda. Erano insieme i cristiani cattolici della parrocchia e i cristiani protestanti della zona, col loro pastore. I testi  di preghiere e di letture venivano dall’organizzazione internazionale della Settimana e preparati dai cristiani dell’Indonesia. I due sermoni sono stati tenuti da due pastori, impeccabili secondo il loro stile. Anche alcuni canti erano di stile protestante. Tutto sommato, due ore ogni volta di incontro piacevole e interessante. Dopo la lettura dei testi e il sermone c’era la proposta di impegnarsi in un’azione precisa da compiere come artefici di unità, anche mettendola per iscritto su un foglietto.

Il momento più vivo fu l’abbraccio di pace. Mi sembrava di vedere Maria cristiana mentre abbracciava Elisabetta israelita, tutte e due col bambino, diverse loro e diversi i bambini, ma tutti uniti, figli di Dio. Mi sembra, vedendo quelle persone abbracciarsi, che a loro livello, la separazione non esista, almeno qui a Yaoundé, ma in realtà manca ancora qualcosa all’unità, andando a formarsi e a pregare in chiese e templi diversi e con idee e un’organizzazione diversa, senza la forza della preghiera e dell’azione caritativa comuni. E questo resta un impoverimento della cristianità.

Messa a Ntem-asi

Padre Mario Bortoletto, ora in cielo, nel 2005 mi aveva mostrato in piena foresta una spianata con una scuoletta in legno. Oggi c’è la chiesa, il presbiterio, una grande sala, il terreno per i giochi e nel sotterraneo sale per riunioni. Sostituisco il parroco, padre Sliva, di nazionalità indiana. Arrivando qualche minuto prima delle sei, trovo fedeli alla recita delle lodi. Tutto ben preparato. I chierichetti/e belli, con la tonaca ben pulita, l’altare in ordine, illuminato. Posso incominciare la celebrazione. Certo non siamo nella foresta di Ambam o di Meko’si dove trovavamo le cappelle col tetto di paglia e il pavimento di terra. Il gradino dell’altare era tenuto insieme da bottiglie  capovolte di Pedro, liquore spagnolo. Il Pedro che si comprava in Guinea Equatoriale, cioè al confine vicino, diventava lo ntolo, latassa di culto che i cristiani, formati dal prete locale, offrivano una volta l’anno.

È bella ora la chiesa di Ntem-assi, illuminata, pulita, con pavimento a piastrelle di vario colore, lucide. A fianco dell’altare, il pulpito, come due mani che tengono il libro sacro, e il battistero, vasca di pietra ben ornata con l’acqua battesimale. Ma la meraviglia sono loro, i fedeli che vanno a pregare prima di andare al lavoro, si organizzano, assumono impegni comunitari, oggi meglio vestiti e tutti partecipanti ai canti, alle danze, alle preghiere.

Fosse vivo oggi padre Mario, freddo esteriormente come sempre, e con il suo solito sorriso ironico, direbbe: «Sì, bello, ma il cuore com’è?». Certo non tutto è santo, ma l’impressione che ne ricavi a distanza di cinquant’anni, è intensa. Dai missionari e dai sacerdoti locali, ormai in tutto il Camerun non fai che sentire: «Quanto lavoro, ancora! Quanto lavoro…».

Padre Gheddo aveva ragione

Ho rimesso i piedi in Africa e ora mi si chiede di rimettere anche il cuore qui per un servizio pastorale in due parrocchie di Yaoundé, dopo cinquant’anni dal mio primo arrivo. Sì, mettervi il cuore altrimenti non si sta in Africa, come del resto altrove. Ho insegnato storia delle missioni nel nostro seminario filosofico e vivo nella nostra parrocchia di Nko Abang. Vivendo ora in un angolo d’Africa, l’osservo al Sud, al Nord, lo interrogo, leggo documenti di vario genere, faccio confronti, ecc.

Mi è capitato tra le mani il libro Nel nome del Padre scritto nel 1992 da padre Piero Gheddo con Michele Brambilla (Bompiani). Padre Gheddo nei suoi viaggi  attraverso il mondo missionario, ha accostato l’Africa non frequentando gli alberghi Hilton e Sheraton, ma le capanne della gente del posto e le baracche di preti e suore, tutti avamposti della fede nel mondo. «Il torto del nostro padre – in questi anni, scrive Vittorio Messori nella prefazione – è stato di non nasconderlo, ma di metterlo nero su bianco su giornali e libri, questo divario tra la realtà e gli schemi di confratelli che credevano all’avanguardia…. Padre Gheddo non ha avuto vita facile, all’interno della Chiesa medesima… mentre coesistevano certi miti accettati acriticamente… Sono pagine alle quali il lettore vorrà ritornarci sopra… ne varrà la pena».

Dal capitolo Il continente della fame: L’Africa, del libro, riporto alcune frasi :

«La mentalità terzomondista concepisce le culture dei popoli poveri come qualcosa di assoluto, una sorte di millenarismo fondato sul mito fasullo del ‘buon selvaggio’. Si sostiene che tutto il male del Terzo Mondo è provocato dall’imposizione della cultura occidentale, e che le tradizioni locali sono invece il meglio che possa esistere per quei popoli. Intanto questa è ovviamente una visione “acristiana” della storia e dell’uomo, che non tiene conto della Rivelazione e del diritto di ogni uomo a conoscere la Via, la Verità e la Vita».

«L’Africa a mio parere è stata colpita da due flagelli: il primo, che tutti riconoscono e anzi spesso enfatizzano, è rappresentato dagli errori di un certo colonialismo egoista. Il secondo, che pochi vedono, è costituito dall’indipendenza concessa in modo troppo affrettato, in base a un’ideologia del ‘tutto e subito’ che non teneva conto della realtà. Ma l’Europa, a un certo punto, è stata invasa da quest’ondata di terzomondismo che ha causato guai non minori di quanti un certo colonialismo selvaggio».

Riccardo Cascioli, suo collaboratore della prima ora ad AsiaNews, dopo la sua morte di padre Gheddo, scrive: «Sarà ricordato come un vero modello di autentico missionario: la missione ad gentes, in fondo, era solo la logica conseguenza della sua passione per Gesù Cristo: non poteva concepire una vita cristiana che non si concretizzasse nel desiderio di comunicare Cristo a tutti gli uomini. Da qui tante delle polemiche che ha dovuto sostenere nella sua vita con chi tendeva sempre a ridurre la missione a opera sociale, a “promozione umana” che andava di moda dire. Resta una provocazione per tutti noi». 

Ora, trovandomi ancora in Africa, e leggendo l’esperienza di Gheddo, raccolta nel libro del 1992, e accostandola a quanto vedo oggi, soprattutto come missionario e pastore, usufruendo di tanti incontri e relazioni con un po’ di esperienza, mi sento d’accordo non solo sulle sue riflessioni, ma soprattutto sul suo essere missionario. Papa Giovanni Paolo II aveva chiamato lui a scrivere la Redemptoris Missio, il più importante e attuale documento della Chiesa in campo missionario, perché aveva unito, nella sua vita, le vocazioni del missionario e del giornalista.