In Bahrein, Papa, e re e imam uniti

Fratellanza. Il Papa in questi giorni ha fatto ampio riferimento al “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato nel 2019 ad Abu Dhabi insieme all’imam di Al Azhar. Quindi ha posto l’accento sulla libertà religiosa. «Impegniamoci – ha scandito – perché i luoghi di culto siano protetti e rispettati, sempre e ovunque, e la preghiera sia favorita e mai ostacolata. Su questo è necessario che ogni credo si interroghi. Se cioè “costringe dall’esterno o libera dentro le creature di Dio, se aiuta l’uomo a respingere le rigidità, la chiusura e la violenza” o se “accresce nei credenti la vera libertà».

È necessario accrescere anche l’educazione, perché «l’ignoranza è nemica della pace» e fa aumentare gli estremismi e radicare i fondamentalismi. Un’educazione aperta che insegni a dialogare con gli altri e alimenti la comprensione reciproca. Tre sono a suo avviso le “urgenze educative” odierne. Il riconoscimento della donna in ambito pubblico («Via per emanciparsi dai retaggi storici e contrari allo spirito di solidarietà fraterna»); la tutela dei diritti fondamentali dei bambini («essi crescano istruiti, assistiti, accompagnati, non destinati a vivere nei morsi della fame e nei rimorsi della violenza»); e l’educazione alla cittadinanza.

Bisogna «stabilire nelle nostre società – ha detto Papa Francesco – il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini, discriminandoli». Parole che nel mondo arabo-islamico, ma anche in altri contesti (si pensi all’induismo indiano) devono indurre a una profonda riflessione.

Fraternità, dialogo e pace. «Stringiamo tra di noi legami più forti, senza doppiezze e senza paura, in nome del creatore che ci ha posto insieme nel mondo quali custodi dei fratelli e delle sorelle».

Riconciliazione. L’ Imam di Al Azhar Ahmed al Tayeb: «Sono pronto, insieme ai giuristi di massima autorità di Al-Azhar e al Consiglio degli anziani musulmani, a tenere un tale incontro con il cuore aperto e le mani tese. Sediamoci insieme allo stesso tavolo per superare le differenze e rafforzare la questione islamica e l’unità delle posizioni realistiche, che soddisfano gli scopi dell’Islam e della sua legge, e vietano ai musulmani di ascoltare gli appelli di divisione e discordia; e per guardarsi dal cadere nelle trappole che causano instabilità nelle nazioni, dall’uso della religione per raggiungere un fine etnico o settario, e dall’interferire negli affari interni per indebolire la sovranità degli stati o per usurparne le terre».

ConcordiaIl Re del Bahrein: «L’umanità ha un grande bisogno, come mai in precedenza, di ravvivare le vie della vicinanza e della comprensione fra i seguaci delle religioni e delle convinzioni come approccio principale per ottenere la concordia piuttosto che la contrapposizione, l’unità invece della divisione. E mentre camminiamo insieme, mano nella mano, per raggiungere l’obiettivo di un futuro prospero, dobbiamo tutti essere unanimemente concordi in queste condizioni eccezionali nel fermare la guerra fra Russia e Ucraina e avviare dei seri negoziati per il bene dell’intera umanità»

Padre Francesco Fantin

Nato il 30/05/1923 a Riese (TV). Iniziò la formazione nell’Istituto nel 1937. Fu ammesso al Giuramento nel 1949 e ordinato Presbitero nel 1950. Servì l’Istituto in Italia dal 1950 al 1956. Partì per il Brasile nel 1956 1956, rientrando in Italia per un servizio all’Istituto dal 1973 al 1979 e dal 1987 al 1993. Ritornato in Brasile in Mato Grosso, moriva il 12/04/2013 ed è sepolto nel cimitero di Ibiporã (Brasile).

La famiglia Fantin ha origini contadine nel comune di Riese in Veneto, provincia di Treviso, che ha dato alla Chiesa il Papa San Pio X. Sebastiano Fantin, papà del missionario padre Francesco, nasce nel 1885 e muore nel 1981 a 96 anni! La sua famiglia era profondamente religiosa e anche sua moglie Virginia Comin (1890-1972), sposata nel 1911, viveva di fede. Questi genitori hanno lasciato ai 13 figli (quattro dei quali muoiono presto per l’epidemia della “febbre spagnola”) una preziosa eredità di fede e di vita cristiana: Narciso (1912), Ernesta (1913), Rina (1917), Emilio (1919), Francesco (1923), Gina (1925), Virginia (1928), Rita (1929) e Giuseppe (1932) .

Due figli diventano sacerdoti, don Narciso salesiano, morto nel 1999 a 87 anni, e padre Francesco missionario del Pime morto il 12 aprile 2013 in Brasile a 90 anni. Franco si è sposato a Verona e ebbe due figlie, Rita salesiana, in California dal 1952 e Virginia delle Paoline di Don Alberione a Trento. Suor Virginia conserva una lunga lettera, scritta in bella calligrafia e stile semplice e preciso. Anche il fratello Giuseppe ha ricordi del missionario padre Francesco.

Parroco dei pistoleros nel Far West brasiliano

Padre Luigi Confalonieri ha conosciuto bene per lunghi anni in Brasile padre Francesco Fantin e così lo ricorda: “Era un ottimo sacerdote, con uno spirito missionario che lo portava al contatto diretto con la gente. La sua caratteristica era proprio questa, di parlare con tutti, farseli amici, creare dei contatti che poi riusciva a mantenere. Nelle zone rurali del Brasile dove padre Francesco ha lavorato, le parrocchie sono vastissime, con decine di piccole comunità e cappelle, oltre alla chiesa nel centro più importante. Francesco aveva un bel carattere, cordiale e amico di tutti, sapeva ascoltare e parlare, amava visitare le famiglie, all’inizio a cavallo e poi in moto.

Si adattava ad ogni ambiente e situazione perché era cresciuto in una famiglia povera con tanti fratelli e sorelle ed era abituato al sacrificio. Ovunque ha lasciato un buon ricordo perché portava la pace. Soprattutto, pregava molto ed era convincente quando parlava e predicava e faceva catechesi. Era l’uomo giusto per le situazioni che richiedevano coraggio, fiducia in Dio e senso dell’autorità e della paternità. Negli ultimi quattro anni si era ritirato nella casa di riposo del Pime a Ibiporà nel Paranà, pregando e confessando quelli che venivano da lui anche per la direzione spirituale”.

 

Mondo e Missione incontra Papa Francesco

Il 13 ottobre, Il Papa ha incontrato la redazione, i collaboratori e i membri del Pime in occasione dei 150 anni della rivista “Mondo e Missione“, che racconta le periferie geografiche ed esistenziali ed è voce dei senza voce e è andato col pensiero ai conflitti che fanno poca o nessuna notizia, dalla Siria allo Yemen, dal Myanmar al continente.

VatincanNews riassume così:

In un mondo segnato purtroppo da tante ferite – e troppi conflitti ignorati o quasi dai media – la ragione che spinge a realizzare riviste come “Mondo e Missione” è essere voce dei senza voce, far conoscere la bellezza e la ricchezza delle differenze, così come le storture, le ingiustizie e le diseguaglianze delle società e “dire a tutti che un mondo migliore è possibile”, tendendo la mano ad ogni fratello e sorella. Francesco pronuncia parole di gratitudine, speranza e incoraggiamento nel discorso ai membri del Pime, il Pontificio istituito missioni estere, ricevuti oggi in udienza in occasione dei 150 anni di Mondo e missione. Nel ricordare la storia del periodico, espressione della vita missionaria universale, il Papa ne sottolinea, l’attualità e modernità che già allora esprimeva e promuoveva “una Chiesa in uscita”, e quando “si è in uscita si rimane giovane, se tu sei seduto lì, senza andare, invecchi presto”. Quindi rende omaggio alla memoria del primo direttore padre Giacomo Scurati e ne indica lo scopo principale.

Essi compresero il valore della comunicazione nella missione, anzitutto per la Chiesa stessa, per essere estroversa, e pienamente coinvolta nell’evangelizzazione, tutta missionaria, tutta evangelizzatrice. Questi pionieri di 150 anni fa capivano l’importanza di far conoscere i Paesi a cui erano destinati e il modo in cui, in quelle terre lontane, avveniva l’incontro tra il Vangelo e le comunità locali.

Questa resta ancora oggi la vocazione di “Mondo e Missione”, così ribattezzata nel 1969 per rispondere alle indicazioni del Concilio Vaticano II riguardo la missione ad gentes:

Ancora oggi i reportage e le testimonianze dirette rappresentano la caratteristica più propria della rivista, grazie a racconti da luoghi o situazioni di cui pochi altri parlano: periferie geografiche ed esistenziali che, in un mondo dove la comunicazione apparentemente ha accorciato le distanze, continuano però a rimanere relegate ai margini. Le distanze si sono accorciate, è vero, ma le dogane ideologiche si sono moltiplicate.

Francesco cita l’agenzia AsiaNews, anche questa iniziativa del Pime, e poi tutti gli altri modi che l’istituto ha usato per “raccontare il mondo mettendosi dalla parte di chi non ha diritto di parola o non viene ascoltato, dei più poveri, delle minoranze oppresse, delle vittime di guerre dimenticate” e di tutti coloro che operano dal basso per costruire un mondo percorso da solidarietà e riconciliazione laddove esistono crisi o violenza.

«Questo io lo voglio sottolineare: le guerre dimenticate. Oggi tutti siamo preoccupati, ed è buono che sia, con una guerra qui in Europa, alla porta dell’Europa e in Europa, ma da anni che ci sono guerre: più di dieci in Siria, pensate allo Yemen, pensate al Myanmar, pensate nell’Africa. Questi non entrano perché non sono dall’Europa colta, l’Europa colta… Le guerre dimenticate sono un peccato, dimenticarle così».

Come rivista missionaria, Mondo e Missione ha però anche un altro compito specifico che la caratterizza:

Aiutare a riconoscere che la missione è al centro. Riconoscere che la missione è al centro. Ricordare alle comunità cristiane che se guardano solo a sé stesse, perdendo il coraggio di uscire e portare a tutti la parola di Gesù, finiscono per spegnersi. Mostrare come il Vangelo, incontrando popoli e culture diverse, ci viene riconsegnato ogni giorno nella sua novità e freschezza. E crea dialogo e amicizia anche con chi professa altre religioni, riconoscendosi figli dell’unico Padre. Perché la realtà si vede meglio dalle periferie.

Spesso ai missionari, nelle periferie – conclude Francesco – è capitato di scoprire che lo Spirito Santo vi era arrivato prima di loro, diviene dunque importante “dare voce a Chiese giovani e in crescita, a comunità – fondate a volte dal PIME – che oggi esprimono dinamiche nuove e promettenti, docili allo Spirito».

Morto padre Francesco Conte a Hong Kong

Il 3 ottobre 2022 a Hong Kong è morto il padre Francesco Conte, appartenente alla parrocchia di Cristo Re in Selvana Treviso e conosciuto da parecchi preti.

Nasce a Piove di Sacco, PD, il 9 ottobre 1938 ed è ordinato il 14 marzo 1964 a Milano.  Dopo un corso di leprologia e lo studio dell’inglese, non potendo entrare in India dove era stato originariamente destinato, viene inviato ad Hong Kong, dove presta servizio in diverse parrocchie della colonia. Tornato in Italia per le vacanze nel 1978 risiede a Milano nella Casa Madre del Pime come rettore per 4 anni, Ritorna poi ad Hong Kong, e ivi serve ancora in diverse parrocchie. Il suo ultimo impegno è stato quello di cappellano di una casa di ricovero. Il 22 settembre 2022 subisce, per una brutta caduta, la frattura dell’omero. Viene ricoverato in ospedale per le cure e, poi, per la convalescenza, ma il 3 ottobre, inaspettatamente, muore per un collasso cardiaco. Verrà sepolto nel locale cimitero della Happy Valley, Hong Kong, a fianco di altri confratelli del Pime.

Omaggio alle donne dell’Iran (e non solo)

In Iran, Ucraina, Russia, Afganistan, le donne lottano per la libertà. In Algeria ho colto questa testimonianza di Aicha Naili che si definisce Assetata di Dio

 «È una gioia per me dire il centro della mia vita, la mia relazione con Allah. La prima parola che mi viene per avvicinarmi a quello che sento nel mio cuore verso il mio Dio è Amore.

Come non amare chi è sempre con me, mi sente, mi conosce e tutto ciò per proteggermi, aiutarmi e guidarmi in un mondo dove sono così debole, fragile e impotente.

Quante volte mi sono sentita sola, e solo Lui toglieva la solitudine del mio cuore appena mi rivolgevo a Lui. Quante volte ero in piena confusione e Lui solo mi recava con dolcezza estrema il conforto e la guida la più illuminata. Non posso che sciogliermi d’amore al ricordo di tutte le volte che mi sono diretta verso Lui, divorata da un dolore profondo. Come lo zucchero si scioglie nell’acqua, così il mio male si scioglieva nella misericordia del Misericordioso e questo subito dopo la mia preghiera. Non posso contare i miei errori e il male che mi hanno prodotto. Ma Lui non smette mai di promettermi il suo perdono ogni volta che glielo chiediamo. Come non amare Colui che mi ha dato la vita…, questa fortuna di conoscerlo e di essere al suo servizio…come creatura.

Perché Allah ci offre una misericordia così grande? Una sola è la risposta: ci ama. È vero che lo amo, ma è lui che mi ha amata per primo». (Traduzione dalla Rivista Pax et Concordia)

 

Padre Gaetano Favaro

Era nato il 7 agosto 1927 a Maerne, entrato come studente nel seminario PIME di Treviso per l’interessamento del parroco di allora don Vittorio Fedalto. Passa poi a Genova, a Monza e infine a Milano. Viene ordinato prete a Milano dal card. I. Schuster il 27 giugno 1954. Celebra la sua prima Messa a Maerne il 4 luglio. Domenica 28 ottobre 2012, verso mezzogiorno si è spento, a Rancio di Lecco,

Una partenza mai compiuta, una fede sempre vissuta ed insegnata

Continua gli studi accademici alla Gregoriana, conseguendo la laurea in teologia e la licenza in filosofia (1954-58). Viene assegnato al seminario del PIME di Monza, prima come vicerettore e professore di filosofia, poi nel 1967,
padre spirituale. Nel 1968-69 è direttore spirituale del liceo intercomunitario a Firenze. Ritornato a Monza, nel periodo 1968-75 è nominato rettore, professore e preside del biennio Filosofico-Teologico del PIME. Negli anni 1975-76, a Roma, studia inglese perché destinato per gli Stati Uniti. All’università di Chicago frequenta il Master Degree in Religioni Comparate. Insegna e collabora nella formazione dei candidati PIME. Rientra in Italia nel 1981. Mentre è preside del Seminario Teologico del PIME, insegna a Lugano, Milano,Cremona, Alessandria, Fossano, Bergamo e Brescia. È spesso invitato a incontri culturali come esperto di religioni asiatiche. Per ragioni di salute interrompe l’insegnamento e alla fine si trasferisce a Lecco.
Padre Gaetano Favaro pur appartenendo ad un Istituto missionario la sua è stata una “partenza mai compiuta” per ubbidire ai Superiori che lo vollero insegnante e rettore in Seminario.

Padre Augusto Zanini

Nato nel 1908 a Bressa di Campoformido (Udine), iniziò la formazione

nell’Istituto nel 1923. Fu ammesso al Giuramento e ordinato Presbitero nel 1932. Partì per l’India (Vijayawada) nel 1933. Moriva il 07.05.1988 a Lecco. È sepolto nel cimitero PIME di Villa Grugana.

Sazio di giorni e di fatiche apostoliche, p. Augusto Zanini si spegneva nella Casa di Rancio di Lecco ii 7 maggio scorso. Aveva ottant’anni, essendo nato a Bressa di Campoformido (UD) ii 5 febbrario del 1908. Ordinato nel 1932, partì l’anno dopo per l’India dove lavorò per 53 lunghi anni. Un confratello di missione ne traccia ii singolare profilo.

Che la Messa d’orario delle sette e trenta incominciasse alle otto meno trenta, è sempre stato un pio desiderio, e per i cristiani delle varie parrocchie, e infine anche per quelli della cattedrale. Per P. Augusto Zanini, o perché soffrisse d’insonnia o perché fosse un patito del sonno, osservare un orario fisso era qualcosa contra la sua natura. Di qui i soventi trasferimenti; e lui e uno dei pochi che ha lavorato sodo nei tre distretti dell’Andhra che fanno o facevano parte della diocesi di Beewada (ora Vijayawada).

Augusto fu un pioniere che non conosceva limiti né di tempo né di spazio; uomo sempre disponibile, che poteva essere lanciato in tutte le direzioni. Aveva una filosofia tutta sua, ed era quella che gli permetteva di arrivare al traguardo in tempo utile, e quello che più importa sempre fresco. Ed era contento perché durante il suo tragitto nessuno l’aveva mai sorpassato. Costanza, meticolosità, puntiglio, e direi quasi una sottospecie di grinta, facevano parte del suo bagaglio apostolico. Da perfetto indiano non si surriscaldava mai, e nemmeno la più grande calura dell’estate lo faceva deflettere dai suoi piani. Arrabbiarsi non ne valeva la pena: perciò parlava pacatamente e ascoltava con pazienza; facendo dell’espressione: vedremo … il suo motto preferito.

Lavorò in missione per oltre mezzo secolo. II mal della pietra non I’ ha però mai toccato, semplicemente perché quanto a spiccioli ne ha sempre avuti pochi in tasca, e con quei pochi preferiva vivere ed aiutare catechisti e poveri. Ma quando si trattava di vero lavoro missionario, come predicare, istruire, evangelizzare, non si tirava indietro; anzi, lo svolgeva con grande impegno e passione, anche perché aveva una buona cognizione del Telegu, che parlava e leggeva con una certa bravura. Capiva la gente, e la gente sapeva apprezzare ii suo linguaggio molto semplice ma incisivo. Il suo contributo alla edificazione della Chiesa in India fu notevole. In ogni luogo in cui p. Zanini veniva inviato a svolgere ii suo lavoro missionario, fiorivano le conversioni. Voleva bene alla gente, si sentiva a suo agio tra i catechisti che amava, condividendo con loro sollecitudini, asie, preoccupazioni, e perché no? anche le gioie, e si faceva in quattro per aiutarli a crescere nella fede. Quando ormai ottantenne venne in Italia, alcuni mesi fa, aveva già abbastanza acciacchi per mettersi a definitivo riposo, ma intuendo che qui in Italia non avrebbe avuto lavoro, chiese di ritornare in India, dove sarebbe stato ancora utile, magari nella Casa Regionale. Purtroppo, vi rimase poco: il superiore regionale p. Picascia lo consigliò di ritornare in Italia, dove avrebbe sofferto di meno il caldo estivo. Ci fu appena il tempo di allestire una stanza per lui nella Casa di Rancio: dopa una manciata di giorni, p. Augusto diede l’addio a questo mondo. p. Egidio Chinellato

 

Padre Luigi Scuccato

Nato nel 1920 a Dueville (Vicenza), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1940. Fu ammesso al Giuramento nel 1943 e ordinato Presbitero nello stesso anno. Partì per il Bangladesh (Dinajpur) nel 1948. Moriva il 18.03.2011 a Beneedwar (Bangladesh). È sepolto nella parrocchia di Beneedwar (Bangladesh).

Vedendolo arrivare, così magro, nessuno gli avrebbe dato molti anni di vita nella Missione Bengalese, definita “la Tomba dell’uomo bianco”! Verso la metà del secolo scorso, infatti, non erano pochi i Missionari morti per malattia o deperimento in quella terra. Eppure, Padre Luigi Scuccato ha fatto in tempo a vivere una lunghissima vita e a vedere tanto, tantissimo della storia del Bangladesh
Ordinato Sacerdote nel 1943 a Milano, dal Cardinale Schuster, dopo cinque anni trascorsi – a causa della Guerra – in alcune Parrocchie Lombarde, arrivò finalmente la sospirata destinazione: Pakistan Orientale, l’attuale Bangladesh! Così nel 1948, dopo quasi un mese di nave, treno e infine “biroccio”, Padre Luigi raggiunse Dhanjuri, sua prima destinazione, che in seguito definirà “primo amore”. Per imparare la Lingua “Santal”, parlata dai Tribali di quella Regione, e il “Bengalese”, andava tra i bambini più piccoli della scuola, faceva leggere qualcosa a un ragazzo e chiedeva agli altri di correggerlo. Per trovare la gente dei villaggi, inforcava la bicicletta e si metteva in viaggio. «Quanti chilometri hai macinato, Padre Luigi!», ricorda con affetto Padre Gian Paolo Gualzetti. «Forse è il segreto della tua lunga vita… Ma soprattutto volevi incontrare la gente, di villaggio in villaggio, a piedi o in bicicletta, perché fosse più facile incontrarti, ascoltarti!».
Padre Scuccato rimase a Dhanjuri fino al 1954, quando il Vescovo decise di spostarlo a Mariampur, dove vivevano diversi gruppi Tribali (“Santal”, “Oraon”, “Mahali”, “Malo”). Nella nuova Missione ci rimase per ben diciassette anni. Se Dhanjuri era stato il “primo amore”, Mariampur fu il suo “più grande amore”! C’era già la Chiesa in muratura, costruita nel 1930, la scuola, e un piccolo Ostello. Padre Scuccato comperò dell’altro terreno e vi costruì il Dispensario, l’Ostello per le ragazze e il Convento delle Suore. Gli fu particolarmente utile l’esperienza fatta a Dhanjuri, dove aveva imparato a usare la cazzuola e a cuocere i mattoni.
Terminato il suo servizio a Mariampur, appena prima della “Guerra di Liberazione” – nel 1971 il Paese ottiene l’Indipendenza dal Pakistan, diventando ufficialmente Bangladesh –, Padre Luigi tornò in Italia per le vacanze. Al suo rientro, tra il 1971 e il 1990, prestò il suo servizio in diverse Missioni – Boldipukur, Suihari, Dhanjuri, Mothurapur, Ruhea – , sempre impegnato nella promozione e nell’educazione dei Tribali. Per loro costruì scuole ed Ostelli. A Beneedwar, sua destinazione finale, trascorse i suoi ultimi vent’anni. Negli ultimi tempi, Padre Luigi si era particolarmente indebolito, al punto d’aver bisogno di una carrozzella per spostarsi. Dopo aver partecipato al Ritiro Comunitario, dall’1 al 4 marzo 2011, a Suihari, ed aver incontrato i confratelli, Padre Luigi aveva deciso di tornare a Beneedwar, per essere presente all’Inaugurazione dell’Ostello per ragazze, che aveva voluto con tutto sé stesso, fissata per lunedì 21 Marzo. Ma il Signore aveva un altro piano e lo ha chiamato a sé, rispondendo in questo modo al suo desiderio di poter morire a Beneedwar, tra la sua gente!
Come ha sottolineato Monsignor Gervas Rozario, Vescovo di Rajshahi, nell’Omelia funebre, Padre Luigi ha vissuto la sua Vita Missionaria in modo esemplare, predicando la Parola e facendosi carico soprattutto dei poveri, orfani e malati di ogni religione e razza. Il Vescovo ha anche sottolineato la semplicità di vita di Padre Luigi, il suo andare in bicicletta o a piedi per incontrare la gente. Ed ora, la sua Tomba si trova proprio a fianco della Chiesa di Beneedwar… Sarà, dunque, facile per la sua gente ricordarlo, e lasciarsi ancora ispirare dal suo esempio di vita povera ed “Evangelica”!

 

Padre Angelo Canton

Nato nel 1925 a Zoppola (Concordia-Pordenone), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1946. Fu ammesso al Giuramento nel 1950 e ordinato Presbitero nel 1951. Partì per il Bangladesh nel 1953. Rientrò in Italia nel 2010 per motivi di salute. Moriva il 29.07.2014 a Lecco.  È sepolto nel cimitero di Zoppola (Pordenone).

friulano burbero amato dalla gente

Carissimo padre Angelo, noi ti abbiamo sempre chiamato Canton, ma ora che sei tra gli angeli e i Santi, è giusto chiamarti con il tuo nome di Battesimo, Angelo.
Sei arrivato in Bangladesh nel 1953 e allora il paese non ti aveva fatto una buona impressione. Dicesti ad un tuo confratello: “Non crederai mica che ci stia tutta la vita in un buco come questo”. Infatti… ci rimanesti ben 57 anni… Anni pieni di lavoro, sacrifici e anche di dolori: “Mai paura!” era la tua frase ricorrente. Ricordo che di fronte ai guai e ai fallimenti (e ne hai avuti anche tu, senza farlo sapere troppo in giro…) riprendevi di nuovo come se niente fosse, senza scoraggiamenti e lamenti. “Mai paura” e forse aggiungevi nel tuo cuore “Il Signore c’è”. Sei stato il mio primo Parroco. Ero arrivato dall’Italia che avevo 25 anni, tante idee, tanto entusiasmo, ma un giovincello senza esperienza. Mi hai insegnato prima con l’esempio che con le parole (non facevi tanti discorsi) a lavorare sodo per il Signore, senza perder tempo, e ad amare la gente. Gente semplice ed insieme difficile, che tante volte ti faceva arrabbiare: allora gridavi a voce alta, tanto che ti sentivano anche al di là del fiume… e io accorrevo pensando che fosse successo chissà che cosa e invece niente, erano problemi normali, di tutti i giorni. La gente ha, però, un sesto senso per capire che erano parole che venivano dal cuore e ti voleva bene: avrebbe fatto qualunque cosa per te.   Di carattere burbero, di poche parole, ma gran lavoratore, instancabile dal mattino alla sera, non hai mai trascurato la preghiera e il ministero pastorale. Al mattino presto eri già in chiesa, prima che la giornata incominciasse, prima che la gente venisse con i suoi problemi e i suoi dolori, a fare il piano di lavoro con il Signore…
Grazie padre Angelo, per tutto quello che hai fatto qui in Bangladesh, per tutta la fatica, il sudore e le lacrime (queste tenute sempre nascoste) che hai donato a questa gente. Riposa in pace ora e prega per noi il Signore, perché possiamo vivere la nostra vita missionaria con la tua forza e il tuo entusiasmo senza tanti lamenti o scoraggiamenti: “Mai paura”, il Signore c’è e ora ci sei anche tu a darci una mano.
Grazie padre Angelo! (Padre Quirico Martinelli).

Padre Luigi Pinos

Nato il 04/01/1921 a Portovecchio (Concordia-Pordenone), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1934 e fu ammesso al Giuramento nel 1944. Ordinato Presbitero nel 1945, nel 1948 partì per il Pakistan Orientale (Dinajpur). Servì l’Istituto in Italia dal 1987 al 1997.  Morto il 20/06/2001 a Rajshahi (Bangladesh) è sepolto nel cimitero di Rajshahi (Bangladesh).

Inizi del Cattolicesimo nel Nord Bengala

Durante i miei 35 anni in Bangladesh, ho incontrato molti Bengalesi che non erano a conoscenza dell’esistenza di Cristiani “nativi” nel loro paese. Questo non ci deve sorprendere se consideriamo che i Cristiani sono soltanto lo 0,3 % della popolazione (la stima ad oggi (1983) è di 170.000 cattolici e di 100.000 protestanti su di una popolazione di circa 90 milioni).

Si può inoltre essere tratti in inganno da quanto alcuni Bengalesi credono: e cioè che i Cristiani sono persone che sono state sottratte ad altri gruppi religiosi con vari sistemi, detti o meno. Noi dobbiamo soltanto far conoscere la storia dell’inizio della Cristianizzazione nel Nord Bengala per evidenziare che non è così.

Durante la mia permanenza in missione, sono venuto a conoscenza delle origini dei vari gruppi cristiani nel nord Bengala ed ho sempre desiderato di scrivere su questo argomento.

Nel preparare questo mio lavoro ho tratto vantaggio di libri quali ” Crucial Issues in Bangladesh” di P. McNee e “Khristyo Bongyo Mondolir Itihas” di P.K.Barui. È stata naturalmente molto utile la consultazione dell’archivio storico del PIME e di quello della diocesi di Dinajpur. Ho attinto anche a documenti e manoscritti dei Padri Cavagna, Bonolo, Scuccato del PIME e dei Sigg. Paulus Marandi di Dhanjuri, Sotish Das di Sadamohol e Remige Kerketta di Boldipukur. Padre Achille Boccia mi ha inoltre preparato alcune piantine molto utili.

Ma in particolare io ho avuto modo di incontrare alcuni dei protagonisti menzionati nel mio libro e con alcuni di essi, in particolare Arjun Marandi, Sam Soren e Mohoto Das ho mantenuto una stretta amicizia. Ho avuto infinite occasioni di sentire anche i vecchi missionari e le persone anziane che sono stati i partecipanti diretti di questo processo. Nel 1904 Prem Chand aveva già 65 anni, ma io lo ho potuto ugualmente conoscere per mezzo di Chondro Babu, un giovane Presbiteriano con cui ho parlato e che conosceva bene Prem Chand.

Io ho scritto questo mio lavoro in inglese ma conto di riscriverlo in bengoli, in quanto i lettori a cui miro sono i Cristiani del nord Bengala. Queste note non vanno considerate come una presentazione dei successi dei missionari, ma una presa di coscienza dei tempi di Dio e della risposta alla sua chiamata che si è avuta da parte dei differenti popoli del Nord Bengala