Sviluppo e lavoro in Camerun


Mons. Christophe Zoa, vescovo di Sangmelima (Sud Camerun), nella omelia del 24 dicembre 2018, ha detto: «Non c’è niente di più nocivo di un disoccupato pigro quando entra in casa vostra mentre siete occupato. Vi presenta tutti i problemi insignificanti della vita che non esistono e durante tutto il giorno parla di miseria, resta ore e ore con voi, aspettando malignamente l’ora del pranzo. L’ultimo giorno dell’anno, vi sveglierà alle cinque del mattino, non con un bel fiore in mano, ma con un ciuffo d’erba colto proprio fuori della vostra casa, per augurarvi Buon Anno, aspettando che arrivi il resto. Gente così arriverà durante tutto il tempo delle feste di fine d’anno». Il vescovo cita San Paolo: «Se qualcuno non vuol lavorare, che neppure mangi».

Come prova del suo impegno pastorale, si rallegra di aver promosso consistenti attività agropastorali e con l’aiuto dei laici ha potuto creare 218 ettari di piantagioni di cacao e di agrumi nelle parrocchie e 50 ettari in un territorio diocesano.

A chi ha la fortuna di avere un lavoro, il vescovo lo esorta a compierlo bene «con dedizione e amore»e poi constata che la pratica quotidiana nel mondo del lavoro lascia a desiderare. «Il reclutamento è fatto non sulla competenza, ma dentro una rete di relazioni che solo pochi dirigono. Il mondo del lavoro ha “corridoi” che bisogna conoscere, corridoi di favoritismo, corruzione, tribalismo e altri settarismi. In Camerun non ci sono più mestieri per vocazione. Ci si trova all’ Ecole Normale dopo tanti tentativi e insuccessi presso scuole superiori dell’ Emia, Enam, Iric, etc… Si diventa insegnante “per far qualcosa” e con menzione“per pietà”. Si resta un miserabile insegnante, una disgrazia per i poveri allievi e per le famiglie; un disastro per l’avvenire della società. Negli uffici e in altri servizi pubblici, montagne di dossier dormono mentre l’incaricato d’ufficio legge il giornale, dopo aver fatto il suo atto di presenza o semplicemente è assente. Servizi di sanità (ospedali e dispensari) sono carenti di personale qualificato. Cercate di essere un impiegato serio? Troverete questa possibilità nelle sedi private. Lì, si esercitano tutte le competenze. Accanto a funzionari coscienziosi e che meritano di essere ben pagati, ce ne sono altri che attendono novanta giorni per avere il loro salario». 

Continuando il suo discorso sullo sviluppo del Camerun, mons. Zoa conclude: «La pace resterà  difficile fino a quando un parte di società continuerà a marcire nella miseria, mentre l’altra parte vivrà nella ricchezza, frutto di cattiva distribuzione dei beni, e lo sviluppo sarà impossibile finché noi camerunesi non avremo capito che dobbiamo lavorare per portare avanti onestamente la nostra vita».

Due giorni ad Ambam

DLunedì e martedì 7 e 8 gennaio, con i cinque diaconi di Treviso e il loro rettore abbiamo visitato alcuni luoghi dove i preti fidei donum di Treviso e i missionari del Pime hanno vissuto trent’anni di missione. Ritornarvi per me dopo la prima visita fatta con mons Squizzato, direttore dell’ufficio missionario di Treviso, nel 1968, è stata una emozione profonda.

A Ma’an, nella chiesa costruita da padre Mario Bortoletto, abbiamo pregato sulla sua tomba assieme al parroco e ad alcuni cristiani che hanno dato le loro testimonianze precise e calorose. Non solo padre Mario, ma anche gli altri missionari che hanno lavorato nella zona, sono ancora vivi per la loro vita e il loro operato nel ricordo e nell’affetto riconoscente dei sacerdoti (alcuni accompagnati in seminario da padre Mario) e dei cristiani. Vedendoci, erano tutti commossi e contenti di sentirci ancora con loro.

Ambam è il capoluogo della regione dello Ntem, fiume che raccoglie le tante acque delle piogge abbondanti e le conduce a Kribi nell’oceano, attraversando una foresta densa e a volte soffocante. Ambam è sede dell’antica parrocchia, un tempo unica, ora suddivisa in 18 parrocchie. Vi abbiamo celebrato l’Eucaristia e poi pregato sulla tomba di padre Giovanni Belotti del Pime, il primo ad arrivare e a mettersi a studiare la lingua del luogo, dopo gli anni vissuti in Birmania. Morì in un incidente stradale e ora è ricordato come il patriarca dei missionari e dei cristiani.

Accolti dal parroco, l’abbé Luc e dalle Missionarie dell’Immacolata con gioia e generosità, abbiamo riascoltato i nomi di missionari, catechisti e cristiani che insieme avevano reso viva cristianamente la zona. Va riconosciuto anche lo spirito missionario delle suore che sono rimaste presenti e molto attive, anche dopo la partenza dei missionari di Treviso e del Pime.

A Meko’si, primo luogo di servizio missionario di padre Mario e poi mio  e di altri,  la festa è stata grande con danze tradizionali, celebrazione solenne, visita alla scuola e preghiera sulla tomba del catechista Teodoro. Anche qui, il parroco, l’abbé Vincent, e i cristiani, non nascondevano l’emozione nel vedere giovani italiani con il rettore danzare con loro e sentirli vicini, come lo erano stati padre Mario e i missionari. Veramente la missione crea e alimenta la vitalità della “Famiglia dei figli di Dio”. Tale vicinanza riempie la vita e ci incoraggia.

Nel ritorno, piccolo stop per riempire le due macchine di doni della parrocchia di Meyo Centre dove l’abbé Nestor, altro figlio spirituale di padre Mario è parroco. Il senso della figliolanza e della paternità spirituale resta forte nei sacerdoti africani e nei missionari fino a diventare senso di responsabilità e fedeltà daello spirito sacerdotale e missionario, che continua anche in chi – per debolezza, salute o età – resta in Italia e col suo rosario continua a camminare in foresta e canta e danza in cuor suo.

Arrivati a Ebolowa, ci siamo trovati ospiti nella casa dei sacerdoti diocesani; alcuni di loro sono allievi di don Giuliano a Venezia, cresciuti alla scuola del comasco don Gianni Allievi. Quindi, ci siamo sentiti a casa nostra, anche in Africa. Per strada i due cristiani che mi accompagnavano, Bruno, l’autista, e Mbo’meyo di Meko’si non facevano che dire: «Dio è grande! Dio continua ad accompagnare i missionari». E noi, incoraggiati dalla fede e dall’affetto degli africani, possiamo dire: «Dio è grande! E il mondo è piccolo e vicino». 

Yaoundé, piccola Roma?


Il Camerun è una Africa in miniatura. Il quartiere Nkolbisson di Yaoundé è chiamato il “piccolo Vaticano”, una piccola Roma. Molte congregazioni religiose vi risiedono nella loro casa di formazione con persone di molte nazionalità. I saveriani, poco distanti dal nostro seminario del Pime, oltre a camerunesi, hanno studenti messicani e già due diaconi indonesiani. I carmelitani hanno camerunesi e centrafricani. Noi abbiamo studenti di quattro nazionalità. Anche le religiose, comprese le nostre Missionarie dell’Immacolata, hanno trovato a Yaoundé un nido tranquillo dove formare postulanti e novizie di vari Paesi. Ma mentre le vocazioni maschili sono ancora in aumento in Africa, quelle femminili sono molto diminuite. Questione di promozione umana per i primi… di servizio per le seconde?

Con l’aumento di persone di varie nazionalità, sono nate iniziative di collaborazione tra istituti e congregazioni, come ad esempio la scuola filosofica di Mukasa, a cui partecipano studenti di 20 congregazioni e i superiori tengono incontri regolari per scambi di esperienze e di iniziative comuni a carattere formativo e ricreativo. Si sta pensando di unire ulteriormente gli sforzi per l’accoglienza di studenti che arrivano per imparare il francese affinché possano studiare la lingua e insieme qualche materia di università per un miglior utilizzo del tempo. Il Camerun è bilingue, ma in realtà, l’inglese quasi non esiste e il francese è male parlato. Si fanno anche sforzi per lo studio di alcune lingue locali. Il Camerun ne ha 15; alcune, come il fulfuldé del Nord, il béti del Sud, l’arabo ciadiano del vicino Ciad e qualche altra lingua necessitano di una vera e propria scuola, che comprenda anche la conoscenza di quelle culture.

Incontrando saveriani, carmelitani e altri religiosi, si constata che il livello degli studi è buono. La conversazione poi arriva al rapporto tra clero locale e clero straniero. Dall’epoca degli anni Settanta, in cui il filosofo Fabien Eboussi Boulaga aveva pensato al Moratorium – cioè alla partenza dei missionari stranieri – si è giunti a promuovere una convivenza, sostenuta e incoraggiata dall’arcivescovo di Yaoundé Jean Zoa, voluto vescovo dal santo Papa Giovanni XXIII e partecipante al Concilio.

Ora, per la presenza consistente delle università e delle case di formazione, la convivenza, anche se a volte difficile, diventa non solo una necessità, ma anche una opportunità per la cattolicità e l’universalità della Chiesa, e per l’apertura di tutte le mentalità. Alcune case di formazione dirigono una parrocchia. I fedeli incontrano spiritualità differenti e più consolidate. La convivenza diventa ricchezza per tutti.

Avendo il Camerun e alcuni Paesi vicini, università di vario indirizzo, alcune congregazioni fanno continuare gli studi accademici ai loro membri in Africa e non più solamente all’estero o a Roma. E la direzione generale di alcuni istituti è già nelle mani di un africano.

Preparandomi a ritornare a Yaoundé  e così contribuire alla formazione del Pime futuro, mi è capitato in mano il libro “Francesco, il Papa delle prime volte” di Gerolamo Fazzini e Stefano Femminis con la prefazione di Federico Lombardi che dice: «Le Chiese “giovani” hanno molto da dare alla Chiesa universale». Questi nostri studenti, appartenenti alle Chiese giovani, non solo sono la continuità della Chiesa, ma apporteranno novità di vario genere anche dentro il vero  spirito missionario.

 Allora il prossimo papa sarà africano? Perché no!

Anno nuovo in Camerun


Mi trovo nel Carmelo di Yaoundé a vivere un piccolo corso di esercizi spirituali coi nostri alunni camerunesi, ivoiriani, guineani e ciadiani. Anni fa qui c’era foresta, ora il carmelo ha un giardino meraviglioso e dalla mia finestra contemplo un orto con melanzane, pomodori, insalata, ananas e piante di banane. Poco distante, seguo con lo sguardo il procedere lento di oche, anatre, tacchini e galline e una coppia di pavoni.

Dalla cappella odo i canti francesi dei carmelitani, camerunesi, italiani, centrafricani che oggi, festa dei santi Innocenti dicono: «Il bambino giudeo, il bambino prigioniero, nella notte soccombe, è morto sotto la stella d’oro. Ascoltate piangere Rachele, il giorno dopo Natale. Ricordatevi dei suoi figli, aggrediti nell’ombra».

È quanto sta accadendo nel Nord Ovest del Camerun, ma anche in Centrafrica poco lontana da qui. L’Africa mi prende e mi tocca profondamente.

Vado a pregare sulla tomba del camerunese frère Jean Thierry Ebogo del Bambino Gesù e della Passione, novizio carmelitano che fece la professione solenne nel suo letto di ospedale di Legnano (Milano), offrendo ripetutamente le sue sofferenze per la sua Provincia religiosa, per le vocazioni e per la santificazione dei sacerdoti. Nella sua foto che ho in mano è presentato come un dono di Dio per la Chiesa e il Carmelo d’Africa. Leggendo la sua vita, vedo un fiore di santità della foresta africana che ti guarisce il cuore quando vi constati le debolezze e lo rinfranca quando senti anche il profumo dei santi africani.

Vivo accostando tante realtà che mi sono raccontate nella fiducia che la mia età e la mia esperienza africana ispirino nel segreto della coscienza. Senti che l’Africa ha immense possibilità quando è rispettata e accompagnata.

Ora, anche il padre spirituale del seminario Pime è partito per l’Italia per unirsi al rettore, padre Fabio, e al vicerettore camerunese Patience, per un incontro di formatori. Resto solo coi seminaristi e attendo i diaconi italiani e il loro rettore don Giuliano Brugnotto di Treviso per accompagnarli nella loro visita nel Sud del Camerun. Mi sento ancora fiero di questi incarichi, aiutato dalla vostra preghiera fraterna.

A tutti gli amici, i miei auguri di un Anno Felice nel Signore.

Natale in Camerun

Dopo cinquant’anni dal mio primo arrivo in Camerun, rimetto piede in luoghi di foresta, savana e città, con momenti di grande gioia e momenti di sofferenza.

Alcune strade sono oggi una vera via crucis. Alcune sono migliorate superficialmente solo prima di una elezione. Ma la sera, nonostante tutto, la città di Yaoundé è piena di vitalità e in questi giorni natalizi è uno splendore e un concerto. Macchine e moto sfrecciano impolverando persone e ogni sorta di frutta, verdura, vestiti e oggetti esposti ai lati delle strade diventate un unico mercato.

Visitando alcune zone del Nord ho osservato i terreni lavorati per il miglio, già con le spighe, il cotone e le cipolle. Meraviglie della natura, dopo due anni di siccità e di carestia, e ricordo le parole che il cardinale Christian Tumi pronunciò negli anni Ottanta, arrivando da Bamenda al Nord: «Il Camerun non è povero». Perché allora la miseria di alcuni? Risponde ancora il cardinale: «Perché, dentro un tribalismo persistente, c’è poco senso del bene comune, poco spirito di responsabilità in ogni incaricato a un servizio, continua corruzione e assenza di giustizia».

Al Nord, una suora italiana rimasta dopo la bufera dei terroristi di Boko Haram, mostra la sua sofferenza nel descrivere una Chiesa che nel 2015 ha visto partire molti missionari stranieri e assistere al rapimento di tre. La comunione di vita di missionari stranieri con sacerdoti e religiosi locali manteneva la Chiesa in buona vitalità. Oggi si sente un vuoto che sarà certamente colmato, ma lentamente e con un aumentato impegno di docilità e fedeltà allo Spirito Santo. Non è una novità per la Chiesa attraversare momenti difficili e poi risorgere rinnovata.

I missionari del Pime sono rimasti e devono accettare di avere in casa i militari e di viaggiare sempre scortati. Come lo sono stato pure io nei miei viaggi. A Mouda, dove padre Danilo incominciò anni fa ad accogliere i bambini abbandonati o che strisciavano per terra, ora c’è un vero villaggio chiamato Fondation Bethléem, dove lavorano 184 salariati nei diversi settori di assistenza sanitaria, formazione e lavoro tecnico e artistico. Un migliaio di persone ci vivono, tra cui 60 bambini accolti dopo la morte delle loro mamme. Ne arrivano frequentemente. Poi ci sono classi di alunni di formazione tecnica, di sordomuti, e così via. Nel dispensario, ci sono malati di vario  genere, compresi alcuni militari feriti fisicamente e psicologicamente in scontri con Boko Haram.

Il Centro oggi è diretto in collaborazione con gli Operai Silenziosi della Croce, congregazione italiana dedita all’assistenza sanitaria e alla promozione umana integrale. Suor Rosa che vigila su tutto, soprattutto sui bambini, non fa che dire: «Il Centro è un miracolo, qui c’è Dio».

Quante cose ho notato in un quaderno. Le scriverò poco alla volta. Termino dicendo che la più forte emozione è stata di poter pregare in savana sulla tomba, ben curata, di un catechista ucciso a causa della stregoneria. Lo considero un santo martire e ne ho parlato anche al vescovo della diocesi di Yagoua.

Con il Pime in Camerun

Venuto per dare un corso di storia delle missioni e del PIME, questa mattina, celebro nel nostro seminario di Yaoundé. A destra, concelebra padre Fabio Bianchi, mio “discepolo” quando eravamo nel seminario teologico di Milano ed ora rettore del seminario. A sinistra, il padre spirituale Giuseppe Parietti, che avevo accolto nella missione di Guidiguis, e con cui ho condiviso la vita di missione per oltre vent’anni. Più  a sinistra ancora, padre Patience Kalkama del Nord Camerun, che ho accolto a Maroua per i primi passi verso il seminario e il sacerdozio, ora vicerettore. Presenti alla celebrazione i seminaristi provenienti da Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Camerun e Ciad.

Mi sento veramente in famiglia tra membri di quattro età che con nomi familiari nominerei: bisnonno, nonno, figlio, nipote, termini che piacciono molto al mondo africano. Si, mi sento bisnonno spirituale. Celebrare insieme, come ogni mattina di Pasqua, significa continuare insieme una vita come quella di Gesù per poi, in giornata e nella vita, essere la sua parola e il suo amore. Cari amici, voi capite la nostra gioia. Un giorno, come già altri, questi seminaristi saranno missionari in varie parti del mondo e celebreremo ancora uniti il mistero della Pasqua. E voi? Non siete qui come qualcuno amerebbe, ma voi credete e vi sentite vicini, accanto, anche voi convocati,  in vari modi, età, mezzi, tempi del cuore. Anche in voi c’è l’oggi missionario, appartenenti alla famiglia del PIME: parenti, amici, fratelli, sorelle, padrini, madrine, benefattori, ex alunni, missionari laici, collaboratori, ecc.

A giugno ho celebrato accanto a padre Patience la sua prima Messa nella parrocchia di Usmate dove ha esercitato il suo servizio prima da seminarista e poi da diacono. Sono rimasto meravigliato a vedere non solo l’entusiasmo e l’amicizia, ma soprattutto l’apprezzamento di quello che è stato per la gente grazie al suo servizio. Ormai il PIME sta prendendo un volto e un cuore nuovo con l’apporto di missionari di culture e di continenti diversi.

Mi piace ripetere: «Voi sapete, sentite che tutto ciò che è del PIME vi appartiene e dunque insieme viviamo una vita cristiana e missionaria e insieme, convocati attorno all’Eucaristia, celebriamo l’unico mistero di Pasqua».

 

 

Algeria, beatificazione martiri: una grazia per la nostra Chiesa

Mons Paul Desfarges, arcivescovo di Algeri, ha scritto una lettera pastorale in preparazione della beatificazione dei 19 martiri dell’Algeria dell’8 dicembre prossimo a Orano. La lettera inizia così: «La Chiesa offre alla nostra Chiesa e al nostro mondo 19 nostri frateli e sorelle come modelli per la nostra vita di discepoli, oggi e domani. Beati, sono davanti a noi sul cammino di testimonianza che la nostra Chiesa è chiamata a dare su questa terra d’Algeria che fin dal primo secolo è stata irrigata dal sangue dei martiri. (…) Riceviamo la loro beatificazione come una conferma della vocazione della nostra Chiesa a essere, come ci domanda il Santo Padre, “sacramento della carità di Cristo” per tutto il popolo dove essa è piantata».

La lettera è bella e densa con testimonianze dei martiri, uomini e donne. Sembra sviluppi il cammino verso la donazione della vita e di apertura alla santità vissuto dai martiri ma anche il modello per ogni cristiano, guidata dal pensiero del Papa Francesco  Gaudete et exultate. Il testamento di Christian de Chergé è il testo base che aiuta a capire l’ispirazione che ha sostenuto non solo la vita dei 19, ma anche di come la Chiesa continua a donarsi in Algeria. La lettera merita di essere meditata soprattutto nelle testimonianze.

Suor Caridad: «Sono molto contenta, quando la gente viene. Preparo tutto col mio cuore e con la mia anima. Per me la missione è : disponibilità, gioia, accoglienza…».

Suor Odette: «La nostra ricerca contemplativa del volto di Dio… è un cammino privilegiato per vivere questo incontro con l’Islam in un dialogo religioso, spesso silenzioso, rispettoso, attento. Immersi in Dio in un popolo diverso, assumere in noi, nella nostra povera vita quotidiana, tutta la ricerca della Chiesa, e concretizzarla in piccoli atti banali, nascosti, gratuiti, che si vorrebbe portatori d’amore e di comunione. Tensione silenziosa verso Dio nell’attesa… nella speranza, col cuore sempre aperto all’altro, attento al suo cammino… attraverso tempi lunghi, le lentezze dell’amicizia e dei suoi tesori».

Fratel Luc, medico: «La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. La fede salva volgendo il nostro sguardo verso un altro… crea relazione che strappa dalla solitudine mortale. Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi, per l’attenzione all’altro, viviamo questa Fede che, anche inconsciamente, è Fede in Dio e “perdere la vita per il Cristo”».

 

Camerun: delusione, niente conferenza per la regione anglofona

Oggi, 21 novembre 2018, Mathias Mouende Ngamo scrive nel giornale Le jour che gli organizzatori della conferenza degli anglofoni non hanno ottenuto una autorizzazione scritta a procedere e quindi restano in attesa e accordano al governo il tempo per poter rispondere alla loro domanda, anche se i loro avvocati dicono che si potrebbe procedere. Il cardinale Tumi dice che la conferenza non è annullata e si resta in attesa della prossima data. Restano fissi i due punti principali dell’ordine del giorno, la ricerca delle cause della crisi e di organizzarsi in piccoli gruppi di riflessione per proporre soluzioni, da presentare poi al presidente della Repubblica, perché, dice ancora il cardinale, si tratta di un problema nazionale. Senza autorizzazione, gli organizzatori non procederanno nell’iniziativa.

Delusi saranno i camerunesi, soprattutto gli anglofoni che si sentono vittime di una guerra che arriva al terzo anno con villaggi bruciati, rapimenti, e bambini che non vanno a scuola. Alcune persone sono venute dalla Germania, dagli Stati Uniti e restano una settimana in attesa di ripartire. Altri sono venuti dal Nord Est e dal Sud est del Camerun. Anche alcuni separatisti attendono di parteciparvi, mentre da varie parti e personalità del Camerun giungono approvazioni e aiuti per la realizzazione del progetto. Il cardinale ha ricevuto la visita di numerosi responsabili e capi tradizionali e persino alcuni ministri. «II corpo diplomatico è con noi e pronto ad aiutarci», dice il cardinale.

Conferenza generale degli anglofoni del Camerun

Il vescovo emerito di Douala, il cardinale Christian Tumi, assieme al Reverendo Babila Georges Fochang della chiesa presbiteriana (Epc) e l’Imam Tukur Mohammed Boubakar, a nome del collegio dei leader religiosi, sta preparando la Conferenza generale anglofona (Agc) per il 21 e il 22 novembre prossimo. Tumi è anche in contatto coi separatisti della diaspora per farli partecipare agli incontri.

Nella conferenza stampa del 14 novembre, il cardinale ha detto che la conferenza avrà lo scopo di capire le cause della tesa situazione sociopolitica in cui stanno vivendo le regioni anglofone del Camerun ormai da alcuni anni, di procedere oltre la crisi per estirpare le cause profonde della marginalizzazione degli anglofoni e di pensare a eventuali soluzioni durevoli. La crisi ora tocca sicuramente due delle regioni anglofone, ma bisognerebbe capire i problemi di tutta la nazione perché non è solo il problema che oppone due comunità linguistiche, le francofone e le anglofone. Per questo, dopo la conferenza che si terrà a Buea, si vorrà arrivare anche a Yaoundé e presentare al presidente della Repubblica quanto uscirà dai lavori perché questo servirà di base di lavoro in vista di un dialogo allargato e “inclusivo”. Per sostenere le spese di questo avvenimento importante, senza l’aiuto del sindaco di Buea che fa di tutto per impedire l’avvenimento, il cardinale assicura la stampa che non è una difficoltà, anche perché non esclude un “aiuto di accompagnamento” del governo della Repubblica.

 

Sto facendo la valigia

Qualcuno ha detto che il missionario è l’uomo che non disfa mai la valigia. Giovedì prossimo, 15 novembre, partirò per il Camerun dove passerò due mesi, uno di insegnamento nel nostro seminario di Yaoundé e uno di incontri con sacerdoti e catechisti africani. È vero che ci sono pericoli in certe zone del Camerun, ma in ambito missionario i pericoli ci sono sempre e dappertutto, soprattutto quando in un modo o nell’altro si deve accostare la realtà viva e profonda di sofferenza e di ingiustizia in cui sta vivendo gran parte dell’umanità. Quello che è bello è quando puoi sentirti in grado di aiutare, amare, star vicino, incoraggiare e sentire anche di essere amato, non solo per quello che sei e che fai, ma per quello che rappresenti e che vuoi continuare a far vivere. Cristo chiede ai cristiani di continuare a mantenerlo vivo e attivo nella loro esistenza. Consacrandomi sacerdote, il santo Paolo VI, arcivescovo di Milano, mi disse che Gesù voleva mettere il suo cuore nel mio e il mio nel suo. Ora vivendo a Sotto il Monte, accanto a Papa Giovanni, mi lascio formare ancora alla sua bontà e alla sua apertura mondiale. Aveva detto: «Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi­cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti­diana».

Ricordo a voi, miei amici, che ho sempre vissuto con voi la mia vita missionaria. Continuate ad accompagnarmi con la preghiera.