Duc in altum: “Andiamo al largo”

Padre Davide Carraro (missionario del Pime), 46 anni, originario di Sambughè (TV), il 22 ottobre ’23 è stato nominato vescovo di Orano, in Algeria. Nato il 26 gennaio 1977, ha studiato Filosofia in Italia e Teologia nelle Filippine, ed è stato ordinato sacerdote il 27 maggio 2006. Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Inviato in Algeria (2006); Missionario nella Diocesi di Laghouat (2007-2008 e 2017-2019); Studi di arabo classico in Egitto (2008-2011); Missionario in Costa d’Avorio (2012-2017); Missionario nell’Arcidiocesi di Algeri (dal 2019); dal 2022, Vicario Generale di Algeri e Referente locale del P.I.M.E. in Algeria e in Tunisia.

I primi passi del Pime in Algeria

Rileggo dal mio libro Charles de Foucauld, Il mio santo in cammino, scritto per raccontare i 10 anni (2006-2007) vissuti in Algeria a Touggourt accanto alle Piccole Sorelle di Gesù e i Piccoli Fratelli, seguaci del Santo Charles.

Era l’alba del terzo millennio e ai superiori del PIME arrivò una lettera dall’Algeria; era il ”vescovo del deserto” monsignor Michel Gagnon, il responsabile della diocesi di Laghouat-Gardaya – una delle più vaste del mondo per superficie, che chiedeva una comunità di un missionario di 70 anni, uno di 50, uno di trenta per iniziare una piccola presenza nel Sahara. Quando la lessi, avevo 70 anni e, leggendo che si cercava anzitutto uno di una certa esperienza, sentii forte l’invito e mi resi subito disponibile.

Erano anche gli anni dell’esortazione di Giovanni Paolo II, che invitava: “Carissimi missionari, nella Chiesa per grazia di Dio si aprono ogni giorno nuovi cantieri di evangelizzazjone e di impegno. Sappiate ascoltare lo Spirito che vi interpella e rispondergli con generosità, accogliendo le sfide dell’ora attuale…”. Duc in altum, “Andiamo al largo” (Lc 5,4) : così esortò Gesù i discepoli”.

Il PIME – che è un istituto esclusivamente missionario, ma fino allora in senso “classico”: ovvero dedicato all’evangelizzazione dei non credenti – non aveva opere in contesti culturali così particolari, ma accettò la sfida con tutte le sue novità… non come l’aprire una nuova missione, ma come dar vita a uno stile diverso di fare missione…. Testimonianza silenziosa in un momento difficile”.

Padre Davide (30 anni) e don Emanuele Cardani, Fidei donum di Novara e associato al PIME,  mi raggiunsero nel settembre 2007. Don Emanuele andò ad Hassi Messaud a vivere coi tecnici del petrolio e del gas. Padre Davide, dopo un anno partì a studiare arabo al Cairo per poi andare 5 anni in Costa d’Avorio non potendo ritornare in Algeria. Vi ritornò finalmente nel ’17.

Accogliendo la nomina di vescovo di padre Davide, il Pime fa dono di un suo missionario alla Chiesa in Algeria. Mons. Davide Carraro, ora missionario donato.

Sentiamo ravvivare in noi lo spirito missionario e restare uniti in preghiera.

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0 prendi i poveri, o non prendi nessuno

Beato Vismara Clemente, (1897-2011) Pime, descriveva le misere condizioni della gente che andava a visitare, e p. Gheddo lo interruppe: “In termini moderni quello che lei fa è la scelta preferenziale dei poveri”. Sì, padre Clemente usava termini vecchi: O prendi… o non prendi, poco simpatici anche a Papa Francesco che si distanzia oggi dalla missione nel proselitismo. Non ‘prendere’ ma ‘servire’.

“Non era una scelta, continua p. Vismara, perché non avevo scelta. All’inizio, o prendi i poveri o non prendi nessuno. Non ho quasi mai convertito la gente importante e ricca, ma i rifiuti del mondo paga­no: relitti umani, orfani, ammalati gobbi, storpi, vedove, miserabili e chi più ne ha più ne metta. Oggi la situazione è del tutto diversa, per­ché ormai la Chiesa si è fatta conoscere e ci sono cristiani in tutti gli uffici, nei posti importanti. Ma non pochi di quelli sono i nostri orfani, raccolti in mezzo alla strada o comperati per poche rupie, che poi si sono fatti una posizione. La mia preferenza fu sempre per gli orfani, dato che su questi monti, un po’ per la guerriglia, un po’ per la miseria, la fame, le malattie, ce ne sono in abbondanza. Uccellini sen­za nido, ai quali io ne offrivo e ne offro uno. Sono il mio sole, la mia speranza, il mio futuro. A loro, più che ad altri, ho donato tutto me stesso. Molti mi hanno reso «non­no» e nel loro nido rifatto conoscono l’amore e Colui che è la fonte del vero Amore. Che mi serbino più o meno riconoscenza, poco m’importa; se stanno bene loro, sto bene pure io”.

Poveri, ma con il cuore grande

La soddisfazione più grande per il missionario sta nel vedere che proprio la povera gente a cui ha scelto di donare la sua vita diventa capace di gesti di generosità commoventi. Lo esprime bene questa testimonianza su p. Aldo Bollini (1914-1983), Pime, missionario in Brasile che ancora oggi la gente piange e prega nella chiesa di Bragança Paulista in cui è sepolto.

“La cosa più bella e più evidente di quel vulcano era l’attenzione rivolta alla povera gente. Ed anche a costo­ro sapeva impartire l’insegnamento di preoccuparsi di chi sta ancor peggio. Aveva istituito in proposito “la giornata della sporta “: una domenica al mese – durante la S. Messa – ognuno doveva offrire qualcosa di suo, un pacchettino di alimenti, una manciata di riso per i più poveri.

Assistere ad una cerimonia del genere, con la chiesa gremita di gente povera, proprio vestita di nudo, che all’offertorio, ordinatamente e in silenzio, si avvia all’altare per deporre nei grandi ce­sti predisposti il proprio dono avvolto in carta da giornale, come aiuto a chi ha ancora meno… e qualcosa di meraviglioso che ti mozza il fiato, ti strappa le lacrime e ti fa pensare con amarezza a tutte le meschinità che spesso caratterizzano il comportamento di noi, fortunati, abituati ormai all’abbondanza, al superfluo e allo spreco “.

Fausto Tentorio, martire al fianco delle popolazioni di Mindanao

È la mattina del 17 ottobre del 2011, nell’isola di Mindanao, nelle Filippine, padre Fausto Tentorio, missionario del Pime, viene assassinato all’uscita della parrocchia di Arakan, dove risiede. È il terzo sacerdote del Pime ad essere ucciso in questo territorio, dopo aver speso la sua vita per i popoli indigeni. Lavora con loro e ne difende le terre, soprattutto da quelli che cercano di disboscare le foreste, come racconta a Vatican News Giorgio Bernardelli, autore del libro “Fausto Tentorio, martire per la giustizia”.

Padre Fausto è un martire per la giustizia, che si è impegnato per il regno di Dio, costruendo rapporti tra gli uomini prima di tutto il resto. Era una persona che voleva creare relazione. Svolgeva la sua missione tra non cristiani, che si sentivano da lui accolti e compresi. Incarnava alla perfezione l’idea di martirio che Francesco ha proposto nella recente lettera con la quale ha istituito la Commissione incaricata di elaborare, in vista del Giubileo del 2025, un catalogo di quanti hanno versato il loro sangue per confessare Cristo e testimoniare il Vangelo.

Una vita donata

Per i “manobo”, la gente di Arakan tra la quale vive, padre Tentorio si spende instancabilmente, anticipando quello che Papa Francesco scrive nell’enciclica Laudato si’ quando spiega che la creazione è un segno del Creatore, un luogo di rivelazione di Dio: “Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi… nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio”. Il sacerdote del Pime vive profondamente tutto questo, dimostrando che la difesa del creato è inseparabile da quella dei poveri, che lui stesso cerca di tutelare e aiutare. Sa di essere una minaccia per le bande criminali del luogo, ed è cosciente di mettere a rischio la propria vita, ma dal suo testamento si evince la fedeltà al Vangelo e ai poveri e soprattutto la voglia di andare avanti aiutando le popolazioni locali.

La motivazione ed il coraggio

Motivazione e coraggio sono le caratteristiche principali del sacerdote e missionario, come racconta il nipote Andrea Tentorio, ricordando le parole dello zio in una lettera scritta alla famiglia negli anni ’90: “Credo che nella vita ci voglia soprattutto coraggio, coraggio che deriva dalla fede, dall’amore e dalla speranza”. Padre Fausto è stato dunque un motivatore, che ha spinto i popoli ad avere fiducia e speranza, a credere che è possibile costruire un mondo migliore. Ciò che ha cominciato nelle Filippine, oggi viene proseguito dai missionari del Pime e dall’Associazione “Non dimentichiamo Padre Fausto” che si occupa di fornire assistenza ed aiuto alle popolazioni indigene.

Preghiera dal respiro missionario

 Santa Giuseppina Bakita. Nacque nel 1869 nel Sudan. Raccontare di lei vuol dire richiamare migliaia di uomini, donne, bambini che in ogni parte dell’Africa sono stati schiavizzati, torturati, uccisi…Una deportazione mai finita che continua ancora oggi in maniera diversa e si espande alle frontiere o lungo le coste della penisola. Bakita non è il suo vero nome; all’età di otto anni viene rapita e per lo spavento provato dimentica tutto il suo breve passato, anche la sua identità. I suoi rapitori per una sorta di ironia la chiamano Bakita, che significa fortunata e con questo nome l’abbiamo conosciuta.

In piena guerra mondiale l’8 dicembre del 1943 madre Giuseppina compie cinquant’anni di vita religiosa fra le Figlie della Carità con grande festa da parte di tutti che la considerano già una santa. Con l’anzianità sopraggiungono ancora sofferenze lunghe e dolorose che Bakita accetta e offre. Durante la sua agonia rivive i terribili giorni della sua schiavitù e più volte implora l’infermiera che l’assiste: “Mi allarghi le catene…pesano!” E prima di morire l’8 febbraio 1947 ha il coraggio di dire ancora: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità…Me ne vado con due valigie: una contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo. Quando comparirò davanti al tribunale di Dio, coprirò la mia brutta valigia con i meriti della Madonna, poi aprirò l’altra, presenterò i meriti di Gesù e dirò all’Eterno padre: ‘Ora giudicate quello che vedete!’ Oh sono sicura che non sarò rimandata! Allora mi volterò verso S. Pietro e gli dirò: Chiudi pure la porta, perché resto!” Cosa dire di questa donna? Si dovrebbe pensandola cantare il Magnificat: …Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente è santo è il suo nome. Grandi cose ha fatto davvero Il Signore nel suo animo, prima di tutto le ha fatto sperimentare la misericordia persino verso i suoi persecutori; le ha donato la grazia di riconciliarsi con la sua storia travagliata, di guarire nella memoria.

L’amore per la sua terra non l’ha mai abbandonata, questo vasto Continente così ricco di umanità e afflitto da gravi ingiustizie. Una preghiera composta da lei in occasione della sua professione religiosa esprime questa nostalgia struggente: “O Signore, potessi volare laggiù presso la mia gente predicare a tutti a gran voce la tua bontà: oh, quante anime potrei conquistare  fra i primi, la mia mamma, il mio papà, i miei fratelli, la sorella mia, ancora schiava…tutti, tutti i poveri negri dell’Africa, fa’ o Gesù che anche loro ti conoscano e ti amino”. Alla sua morte una folle numerosa si è riversata nella casa di Schio per vedere e piangere la santa madre Moretta. Giovanni Paolo II l’ha proclamata santa il 1 ottobre dell’anno giubilare del 2000 e la sua memoria si celebra l’8 febbraio. Il papa ha detto:

“La vita di Giuseppina Bakita si consumò in una incessante preghiera dal respiro missionario, in una fedeltà umile ed eroica alla carità, che le consentì di vivere la libertà dei figli di Dio e di promuoverla attorno a sé. Nel nostro tempo, in cui la corsa sfrenata al potere, al denaro, al godimento causa tanta sfiducia, violenza e solitudine, Suor Bakhita ci viene ridonata dal Signore come sorella universale, perché ci riveli il segreto della felicità più vera: le Beatitudini. Il suo è un messaggio di bontà eroica ad immagine della bontà del Padre celeste. Ella ci ha lasciato una testimonianza di riconciliazione e di perdono evangelici, che recherà sicuramente conforto ai cristiani della sua patria, il Sudan, così duramente provato da un conflitto che dura da molti anni e che ha provocato tante vittime”.

Nutrire lo spirito di povertà

Il santo Giovanni Paolo Il nella Redemptoris Missio scrive: “Il missionario è l’uomo delle beatitudini. Gesù istruisce i Dodici prima di mandarli a evangelizzare, indicando loro le vie della missione: povertà, mitezza, accettazione delle sofferenze e persecuzioni, desiderio di giustizia e di pace, carità, cioè proprio le beatitudini, attuate nella vita apostolica”. (Mt 5,1)

Ouando p. Carlo Salerio, uno dei primissimi e dei più giovani dell’lstituto delle Missioni Estere di Milano, ormai giunto a Sidney si preparava a raggiungere il posto di missione assegnatogli, non voleva  portarsi dietro tante cose perché  diceva:  « Questa  è contro il nostro sentimento…; la moltitudine degli oggetti dona sollecitudine ed eccita la cupidigia degli indigeni …, E aggiungeva: « Le missioni de centro e quelle della Nuova Zelanda iniziate nella miseria e lasciate sprovviste di tutto per cinque anni, fioriscono; questa della Melanesia, condotta con tutte le viste di umana prudenza, in nove anni non ha ancora data nessuna cristianità… E concludeva: «Per noi sarà fervore giovanile, ma preferiamo la povertà».

E queste erano le prime regole del nostro lstituto circa la povertà: «Nutriamo lo spirito di povertà, spogliandoci delle abitudini inutili o nocive e degli oggetti superflui, vivendo parcamente, facendo economia del tempo e delle case…, riflettendo con qual delicato riguardo si debba impiegare l’obolo del povero e l ‘elemosina raccolta dalla Propagazione della Fede e dalla Santa lnfanzia che mantengono l’lstituto e le Missioni».

 

Tra i nostri missionari, alcuni sono rimasti proverbiali per la loro povertà. Così scriveva p. Carlo Merlo nel 1955 dall’lndia: «Dopo tanti anni di lontananza, sarebbe ora di rivederci; io però, a dirti la verità, non mi sento; se venissi, dovrei prima pensarci su sei mesi!… Stando tra questa gente, ho imparato a vivere come loro, che si trovano all’ultimo o al penultimo gradino delle caste indiane. Sono già tre o quattro anni che non uso più scarpe, ed una decina di anni che non uso le calze. Figurati a Busto Arsizio un prete senza calze, ne scarpe!»

E nell’ultima lettera ai familiari, un anno dopo, si leggono queste parole: «Cerco di ridurre i miei bisogni al minimo. Tengo una copertina leggera che uso 5-6 volte l’anno. Anche le lenzuola sono 15 anni che non mi servono.

Mons. Macchi, passato alla storia come ii «Patriarca del Bengala», negli anni ’40 parlava della povertà in questi termini: «Se noi missionari siamo i “messi di Gesù “, dobbiamo presentarci ai pagani non soltanto come sapientoni, e neppure come i grandi “sahib “, quali sembrano davanti alla povera gente, ma dobbiamo presentarci poveri come essi sono, tanto meglio se con ii potere di fare miracoli sui loro corpi spesso piagati».

 

Che siano tutti una cosa sola

Negli Scritti spirituali di frère Charles troviamo il tema riguardante la salvezza di tutte le genti in Gesù Cristo per mezzo della Chiesa.

«Che siano tutti una cosa sola, come Tu, o Padre, sei in me e io in Te; che siano anch’essi una cosa sola in noi (Gv 17,22). Noi, commenta Charles, dobbiamo amare tutti gli uomini in vista di Dio sino a non formare che una cosa sola con loro, anzitutto perché Dio ce lo comanda e ci dà l’esempio di un amore ardente verso di essi, e poi per diversi importanti motivi tratti ancora dall’amore dovuto a Dio, ma soprattutto, soprattutto, e quest’ultimo motivo ci rende assai facile e assai dolce quest’amore appassionato, quest’amore che giunge sino all’unificazione di tutti gli uomini in vista di Dio, soprattutto, soprattutto perché tutti gli uomini sono, per un titolo o per l’altro, membra di Gesù, materia prossima o remota del suo corpo Mistico e perché, di conseguenza, amandoli, formando una cosa sola con essi, vivendo in essi col nostro amore, noi amiamo qualcosa di Gesù, noi formiamo una cosa sola con una porzione di Gesù, noi viviamo col nostro amore nelle membra di Gesù, nel corpo di Gesù, in Gesù».

Dopo alcuni anni di insediamento in mezzo ai Tuareg, frère Charles si convince della quasi impossibilità della conversione dei suoi amici; tuttavia non rinuncia a pensare alla loro salvezza.

«Non sono qui per convertirli in un solo colpo – disse nel 1908 al medico militare Dautheville –, ma per cercare di capirli e di migliorarli. Imparo la loro lingua, li studio perché dopo di me altri sacerdoti continuino il mio lavoro. Io appartengo alla Chiesa, e la Chiesa ha tempo, essa dura, io invece passo e non conto niente. E poi, io desidero che i Tuareg abbiano il loro posto in Paradiso». Circa i tempi della Chiesa, Charles non aveva dubbi: «Io sono certo che il buon Dio accoglierà nel cielo coloro che sono stati buoni e onesti, senza bisogno che siano cattolici romani. Voi siete protestante, Tessère è incredulo, i Tuareg sono musulmani: io sono persuaso che Dio ci riceverà tutti, se lo meritiamo, e cerco di migliorare i Tuareg perché meritino il Paradiso».

 

Spiritualità missionaria: abbondanza della gioia

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»: con queste parole si apre l’esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale di papa Francesco, più comunemente designata, secondo l’uso, con l’incipit latino Evangelii gaudium (EG).

Il 17 maggio 2023, Papa Francesco parlando di San Francesco Saverio ha detto: «Quali siano i suoi sentimenti lo capiamo dalle sue lettere: “I pericoli e le sofferenze, accolti volontariamente e unicamente per amore e servizio di Dio nostro Signore, sono tesori ricchi di grandi consolazioni spirituali. Qui in pochi anni si potrebbero perdere gli occhi per le troppe lacrime di gioia!”» (20 gennaio 1548). Anche Il Concilio Vaticano Il parlando della spiritualità del missionario, non tralascia un ingrediente tutt’altro che secondario, rappresentato dalla gioia. Dice infatti che «attraverso la virtù e la fortezza chieste a Dio, il missionario potrà conoscere come sia proprio nella lunga prova della tribolazione e della povertà profonda che risiede l’abbondanza della gioia». (Ad Gentes n.125)

Pare che in questo, i precursori del Concilio siano stati i nostri primi missionari, che agli albori dell’Istituto coniarono una frase divenuta celebre: «Qui si studia, si prega, si ride”.”

Non che si ridesse soltanto, ma insieme allo studio e alla preghiera, l’allegria era davvero un piatto essenziale della vita di comunità. Il Beato Giovanni Mazzucconi, nostro primo martire, lo sottolineò in una delle sue puntigliose annotazioni: «In casa non vi era la fame, ma il piatto principale era l’allegria e la contentezza, la quale in realtà è il dono più grande e più ricco che il Signore possa fare agli uomini sulla terra».

Il dono più grande di Dio, che riassume tutti gli altri, è quello della gioia, non solo gioia umana ma quella di Gesù: «La mia gioia è in voi e gioia piena» (Gv 12,44-50). Il missionario vero, questa gioia l’ha sempre avuta, perfino da donare, trasmettere.

Ricordiamo alcuni missionari del Pime

Padre Frascognia. Così scriveva dall’India: «Sono sempre contento, e più vado avanti più lo sono. Sento che il Cuor di Gesù mi vuol bene; non solo, ma alle volte m’inonda con le sue tenerezze. Potrei narrarti una lunga fila di fatti per dimostrarti come Gesù mi è sempre vicino e mi colma di continui favori». L’ideale missionario è quindi una continua rivelazione del Signore Gesù alla mente e al cuore e che diventa il tutto della vita.

Padre Pietro Manghisi, ucciso in Birmania nel 1953: «Nella sua residenza c’era sempre vita e allegria: essa rigurgitava di ragazzetti orfani, o abbandonati o indesiderati dai genitori. Li aveva raccolti, li allevava, li assisteva maternamente, li educava e istruiva. Sarebbero riusciti maestri o catechisti o comunque avrebbero imparato un mestiere e formato la loro famiglia cristiana». Egli ce li presenta: «Se sono paffutelli e allegri, godo della loro felicità. Ma se li vedo intirizziti dal freddo o stesi sulla stuoia consumati dalla malaria, allora anch’io sto male!».

Beato Clemente Vismara. «Tutto è bello nella vita del missionario, se c’è la fede e l’amore di Dio. Io ne ho passate tante, ma posso dire di non essere mai stato triste».

Padre Antonio Farronato, fratello di padre Eliodoro ucciso in Birmania nel 1955: «Qui a Monglin io vivo senza casa, mi alzo senza sveglia, prego senza chiesa, vado a caccia senza licenza, sto allegro senza teatro, studio lingue senza fine, non ho giorno senza fastidi, invecchio senza accorgermi, e di certo morrò senza rimorsi, “ché cuor contento il Ciel l’aiuta!”. E voi? e voi? Voi non mai, se non verrete presto a farmi compagnia!».

Mese di ottobre: spiritualità missionaria

Cura per i poveri

Papa Francesco il 17 maggio 2023 ha detto che San Francesco Saverio «Ebbe grande cura per i malati, i poveri e i bambini, in quanto non era un missionario “aristocratico”. ma “andava sempre con i più bisognosi”, “andava proprio alle frontiere dell’assistenza dove è cresciuto in grandezza».

Il Concilio Vaticano II ha detto: “La presenza dei cristiani nei gruppi umani deve essere animata da quella carità con la quale Dio ci ha amato: egli vuole appunto che anche noi reciprocamente ci amiamo con la stessa carità. Ed effettivamente la carità cristiana si estende a tutti, senza discriminazioni razziali, sociali o religiose, senza prospettive di guadagno o di gratitudine. Come Dio ci ha amato con amore disinteressato, così anche i fedeli con la loro carità debbono preoccuparsi dell’uomo, amandolo con lo stesso moto con cui Dio ha cercato l’uomo. Come, quindi, Cristo percorreva tutte le città e i villaggi, sanando ogni malattia ed infermità come segno dell’avvento del regno di Dio, così anche la Chiesa attraverso i suoi figli si unisce a tutti gli uomini di qualsiasi condizione, ma soprattutto ai poveri ed ai sofferenti, prodigandosi volentieri per loro. Essa, infatti, condivide le loro gioie ed i loro dolori, conosce le aspirazioni e i problemi della vita, soffre con essi nell’angoscia della morte. A quanti cercano la pace, essa desidera rispondere con il dialogo fraterno, portando loro la pace e la luce che vengono dal Vangelo”. (Ad Gentes n. 12)

Il Pime fin dagli inizi volle mandare i suoi uomini proprio nelle zone nuove e difficili. Lo leggiamo nella Regola n. 74 di padre Giuseppe Marinoni: «L’ Istituto, fin dal principio (1850), mira ad avere missioni proprie, e tra le popolazioni più derelitte e più bar­bare: perciò richiese come grazia dalla S. Sede le Missioni di Oceania».

Don Cagliaroli, segretario del fondatore del Pime Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia, conclude così la sua biografia: «Sulla sua bara si videro lagrime, e s’udirono sospiri, massime di poveri che si accoravano su di lui, il quale, come visibile provvidenza, li aveva sovvenuti in tante volte non che di roba e danari, sì anche di parole buone e paterni conforti».

Siamo alla fine del secolo scorso (1900), in un villaggio della diocesi indiana di Hyderabad. Fra i cristiani di p. Ciccolungo vi erano due famiglie di lebbrosi. Egli le assisteva ed aiutava con grande carità. Un giovane pagano, nello stadio ultimo della malattia, venne un giorno a chiedere l’elemosina al Padre. Il suo stato era veramente compassionevole; aveva piaghe alle mani e ai piedi e la faccia era così sformata da sembrare un mostro. Faceva ribrezzo a tutti; anche i poveri lo rifuggivano. Il buon Padre lo accolse con grande carità, lo fece pulire e gli preparò acqua per un bagno. Commosso a tanta carità, il povero lebbroso chiese di farsi cristiano ed il Padre se lo adottò come figlio. Gli procurò una piccola capanna in un villaggio cristiano ad un miglio dalla nostra casa e vi andava ogni giorno a lavarlo, a portargli cibo e ad istruirlo nella Dottrina Cristiana. Una volta, appunto per vincere la naturale riluttanza, egli volle indossare per una notte la veste del lebbroso… Fu appunto il suo amore per i lebbrosi e la santa follia di volerli servire e salvare che aveva messo nel suo cuore la brama di andare a Molokay, isola dei lebbrosi. Il Signore gradì il suo desiderio e lo rimeritò chiamandolo in Cielo.

Molti sono gli esempi di servizio dei missionari ai poveri, probabilmente rimasti anche sconosciuti.  Certo è che la povertà servita e vissuta è stata sempre e dovunque testimonianza significativa e indimenticabile del Vangelo predicato e vissuto dal missionario.

Sinodo in preghiera

L’Assemblea del Sinodo dei Vescovi inizierà la mattina del 4 ottobre 2023 dopo un ritiro spirituale di 3 giorni per sottolineare la centralità della preghiera nel processo sinodale, che è un processo spirituale.

Nel pomeriggio del 30 settembre, all’assemblea precederà la Veglia ecumenica di preghiera in Piazza San Pietro presieduta dal Papa.

Questo tempo di preghiera nasce da un sogno espresso da frère Alois, priore di Taizé, all’apertura del Sinodo, il 9 ottobre 2021. Il progetto è stato poi proposto a Papa Francesco, che ha deciso di programmarlo e presiederlo alla veglia di Sinodo. Aperta a tutto il Popolo di Dio, questa veglia ecumenica di preghiera metterà in luce due aspetti fondamentali del Popolo di Dio: la centralità della preghiera e l’importanza del dialogo con gli altri per avanzare insieme sulle vie della fratellanza in Cristo e dell’unità,  A questa Veglia ecumenica di preghiera, oltre ai membri dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, parteciperanno numerosi leader delle diverse Chiese e comunioni cristiane: Chiese ortodosse, chiese ortodosse orientali, comunioni protestanti storiche e comunioni evangeliche-pentecostali.

In modo particolare, dodici capi di Chiesa e leader cristiani sono stati invitati a guidare la preghiera insieme a Papa Francesco. Interverranno inoltre alcuni Delegati fraterni mandati dalle loro Chiese all’Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi.

Il programma è previsto in due parti. Dopo un tempo di accoglienza sulla piazza con cori diversi seguirà una processione dalle 17:00 alle 18:00 con quattro interventi di ringraziamento, intervallati da canti, sui doni che Dio ci fa e sulla responsabilità che ne consegue. Dopo ogni intervento sono presentate alcune testimonianze.

Alla preghiera conclusiva seguirà la benedizione insieme da parte di Papa Francesco e di tutti i dodici Capi delle Chiese/leader cristiani, rivolti ai partecipanti al Sinodo e a tutti gli altri.

Per permettere ai giovani di partecipare a questo importante momento di preghiera per affidare a Dio i lavori del Sinodo, la Comunità di Taizé e molti altri hanno preso l’iniziativa di organizzare un fine settimana di incontro a Roma. Questo incontro per i giovani dai 18 ai 35 anni, porta anche il nome di Together.  Questa veglia di preghiera e il Raduno Together sono il frutto di una meravigliosa collaborazione in uno stile molto sinodale.

Per dirla con Papa Francesco, «Il cammino si fa camminando», questo evento unico e profetico, aperto a tutto il Popolo di Dio nella sua diversità, può dimostrare come la missione della Chiesa è di essere una comunione che si irradia verso l’esterno per mostrare al mondo qual è la posta in gioco nel progredire insieme lavorando per l’unità del genere umano.

Siamo comunione con la nostra preghiera.

Il Papa in Mongolia: «Costruiamo insieme un futuro di pace»

 Nel secondo giorno di Papa Francesco in Mongolia, arriva dal Pontefice l’esortazione alla collaborazione per un futuro di pace. «Vengo qui come un pellegrino di amicizia che giunge in punta di piedi», ha detto alle autorità e al corpo diplomatico, portando con sé in dono il facsimile della lettera che il Gran Khan inviò a Papa Innocenzo IV quasi 800 anni fa.

 Le parole di Papa Francesco e la “pax mongolica”

«Sono onorato di essere qui, felice di aver viaggiato verso questa terra affascinante e vasta, verso questo popolo che ben conosce il significato e il valore del cammino. Lo rivelano le sue dimore tradizionali, le ger, bellissime case itineranti. Immagino di entrare per la prima volta, con rispetto ed emozione, in una di queste tende circolari che punteggiano la maestosa terra mongola, per incontrarvi e conoscervi meglio». Queste le prime parole pronunciate all’interno della Sala Ikh Mongol del Palazzo di Stato.

 

«Diamoci da fare insieme per costruire un avvenire di pace»

«Se le moderne relazioni diplomatiche tra la Mongolia e la Santa Sede sono recenti – quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della firma di una lettera per rafforzare i rapporti bilaterali – ben più indietro nel tempo, esattamente 777 anni fa, proprio tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1246, Fra Giovanni di Pian del Carpine, inviato papale, visitò Guyug, il terzo imperatore mongolo, e presentò al Gran Khan la lettera ufficiale di Papa Innocenzo IV», ha ricordato Francesco. «Poco dopo fu redatta e tradotta in varie lingue la lettera di risposta, timbrata con il sigillo del Gran Khan in caratteri mongoli tradizionali – ha sottolineato il Pontefice -. Essa è conservata nella Biblioteca Vaticana e oggi ho l’onore di porgervene una copia autenticata, eseguita con le tecniche più avanzate per garantirne la migliore qualità possibile. Possa essere segno di un’amicizia antica, che cresce e si rinnova».

Quindi l’esortazione alla pace: «Voglia il Cielo che sulla Terra, devastata da troppi conflitti, si ricreino anche oggi, nel rispetto delle leggi internazionali, le condizioni di quella che un tempo fu la ‘pax mongolica’, cioè l’assenza di conflitti».

«Passino le nuvole oscure della guerra – ha continuato il Pontefice – vengano spazzate via dalla volontà ferma di una fraternità universale, in cui le tensioni siano risolte sulla base dell’incontro e del dialogo, e a tutti vengano garantiti i diritti fondamentali! – è stato il suo appello – Qui, nel vostro Paese ricco di storia e di cielo, imploriamo questo dono dall’Alto e diamoci da fare insieme per costruire un avvenire di pace».