Al cardinale Tumi il premio Nelson Mandela

Per aver promosso la pace e il rispetto dei diritti umani, dopo l’inizio della crisi nel nord e nel sud-ovest del Camerun, è stato assegnato, al card. Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala, il premio Nelson Mandela.

A conferirlo la Fondazione Denis e Lenora Foretia che lo ha consegnato a padre Michael Tchoumbou. Ricevendo il riconoscimento a nome del porporato, riferisce l’Agence Cameroun Presse, il sacerdote ha lanciato un appello ai camerunesi perché, come il card. Tumi, difendano la pace, la giustizia e i diritti umani.

Da anni il porporato, oggi ottantottenne, si batte contro la discriminazione nei confronti della minoranza anglofona nel Camerun (circa il 20 per cento della popolazione). (Tiziana Campisi – Città del Vaticano)

Famiglia del Pime

Cari amici vi mando un testo, un po’ “abbondante”, per le vostre vacanze estive, per invitarvi a sentirvi membri della famiglia del Pime. Non so siete d’accordo…

 Famiglia del Pime

Parlare di famiglia non è solo impegnare una parola per dire relazione che forse può restare solo superficiale. Essa ha un senso umano e sociale che potrebbe impegnare a riconoscere e a mantenere in comunione i rapporti vitali. In comunione tra loro i membri effettivi e allargata con quelli acquisiti. Dire famiglia missionaria significa dire che i ritenuti membri hanno, pur in vario modo, la stessa vocazione e la stessa passione. Quali sono i veri appartenenti della famiglia del Pime? Spero che dopo l’assemblea generale si precisi e si allarghi la definizione della nostra famiglia Pime. Oltre ai presbiteri e ai laici consacrati si continui non solo a considerare membri della famiglia le Missionarie dell’Immacolata, missionarie laiche, l’Alp, ma anche altre categorie come giornalisti, ex alunni, associazione Padrini e Madrine, parenti, benefattori, ecc.

Il primo agosto 2017 padre Ferruccio Brambillasca, superiore generale del Pime, ha scritto una lettera alla famiglia Pime, per rinsaldare i rapporti e…. conoscerci… e aperta a Istituti e realtà ecclesiali fondate o ispirate dai missionari del Pime, e come mantenere vivo lo spirito di famiglia e l’amicizia che ci lega.

Questa è la mia famiglia

Gesù dicendo: “Questi sono i miei fratelli…”, dà una dimensione nuova alla sua famiglia naturale, dimensione spirituale, di comunione nella volontà di Dio, di apertura alla missione.

La missione qualifica in modo più grande e nuovo le relazioni di amicizia che nascono e che viviamo nel cammino missionario della nostra esistenza. Questo, nei confronti con la gente della terra di partenza e con la gente della terra di arrivo.

Quando si partecipa a un Congressino missionario a Milano si incontrano, assieme ai missionari, i loro parenti, gli amici di tante parrocchie, i giovani amici dei nostri seminaristi che prestano un servizio in varie parrocchie, i membri dell’ associazione Padrini e Madrine, religiose delle comunità dove i missionari celebrano l’Eucaristia e ex alunni, ecc. ecc.

Ultimamemente ci sono stati incontri con ex alunni. Padre Ferruccio ha scritto una lettera a congregazioni nate dal Pime…

In un’udienza privata concessa un giorno da Giovanni XXIII all’allora Superiore Generale del Pime, mons. Aristide Pirovano, Papa Roncalli gli confidò: “Sa, sono anch’io del Pime…”. Era un’espressione di affettuosa amicizia, anche se, ovviamente, Angelo Giuseppe Roncalli non era mai entrato nel Pime, ma aveva seguito la vocazione sacerdotale nella diocesi di Bergamo.

mons. Renato Corti ai missionari del Pime in occasione della loro partecipazione al Giubileo straordinario per la restaurazione dell’altare maggiore del Duomo di Milano (20. 12. 1986). «Vorrei esprimere in questo momen­to di meditazione quali sono i sentimenti con i quali io partecipo alla vostra preghiera. Il primo è quello della sintonia molto profonda e sen­za ombre, con voi tutti per i quali nella vita vi è soltanto il fascino del Vangelo da accogliere e da trasmettere. Quando mi è data l’occasione di trovarmi in mezzo a voi, (…) mi sen­to a casa mia. Mi pare che quello che voi desiderate è ciò che anch’io desidero. Ciò che voi volete dire, è anche ciò che io voglio dire. Ciò cui dedicate con fatica, a volte con rischio, la vostra vita è ciò a cui anch’io voglio dedicare la vita. Siamo veramente fratelli e sorelle nell’apostola­to e sappiamo tutti quanto una esperienza di questo genere costituisca la gioia segreta e più vera e più resistente per ciascuno di noi”.

Momenti di carica missionaria

Sabato 16 settembre 2017, a Monza, nella loro abitazione di via Mantegna, grande festa per tutte le Missionarie dell’Immacolata, felici per aver celebrato gli anniversari di Consacrazione religiosa di ben sedici sorelle. Festa di ringraziamento al Signore per l’esempio di fedeltà alla consacrazione al Signore vissuta con la passione per la missione. Erano presenti numerosi parenti e amici e hanno concelebrato alla santa Messa ben 7 missionari. Padre Davide Sciocco, vicario generale del Pime, ha presentato nell’omelia il grande significato della Professione Religiosa e l’importanza della fedeltà di una vita donata in missione a Dio e ai fratelli.

Domenica 17 settembre 2017, festa a Milano al centro missionario del Pime di via Mosè Bianchi. Congressino missionario per celebrare i 50 anni di vita missionaria in Camerun. Padre Maurizio Bezzi ha presentato nell’omelia le caratteristiche della missione vissuta dai missionari del Pime in Camerun e la sua vita accanto ai cosiddetti “ragazzi della strada”, sottolineando che in ogni persona ci sono segni della presenza e dell’amore di Dio. Momenti forti del Congressino furono la Promessa di ammissione al diaconato e al presbiterato di sette giovani studenti del Pime e la consegna del Crocefisso a missionari del Pime partenti, a missionarie dell’Immacolata, e a laici missionari, compresi i due bambini delle due coppie di laici. Alla consegna dei due piccoli crocifissi ai bambini, l’aula ha applaudita commossa. 

19 settembre 2017. Rancio di Lecco, funerale di Padre Simone Cau. Tra i parenti venuti dalla Sardegna, due delle sette sorelle e nipoti. Hanno cantato l’Ave Maria in sardo. Hanno voluto la salma al paese natio. Missionari anche loro con la gente del paese?

Se osserviamo bene gli avvenimenti delle celebrazioni, troviamo alcune cose interessanti :

 – Agli anniversari delle religiose, bella la partecipazione di parenti, amici e di sette sacerdoti. Segno di condivisione, di comunione, non solo alla festa, ma a tutta la vita vissuta per la missione. Missionari anche le mamme, i papà, gli amici, i fratelli, i benefattori. I primi a essere ricordati nella preghiera sono stati i genitori, poi i fratelli, gli amici, i benefattori, vivi e defunti.

– Al Congressino: Consegna del crocifisso a Missionari del Pime, a Missionarie dell’Immacolata, a laici, a coppie di laici, bambini compresi. Parecchi di loro saranno in missione insieme. La sala era colma di parenti amici, soprattutto giovani. E i membri di associazioni, affiliate al Pime come quella di Madrine e Padrini del Seminario del Pime. Uniti non solo per una cerimonia ma per tutta una vita “in missione”, là dove vivono il loro quotidiano.

Reciprocità nella vita missionaria

Questo ‘insieme’ di missionari, missionarie, laici e parenti mi ha rimesso nel vissuto degli esercizi vissuti a Roma nel ’17. Mi ha richiamato il tema della reciprocità. Allora colgo l’occasione di ricordare alcune affermazioni degli esercizi e alcune frasi tratte dal libro di Elena Bosetti e Nello Dell’Agli, L’altra metà della Chiesa, per la reciprocità donna-uomo nella Pastorale. Un libro attorno a domande sulla reciprocità donna-uomo nella pastorale. Un viaggio tra bibbia e psicologia, tra lectio divina e lectio humana… Per la diaconia del Vangelo.

Quale reciprocità e diaconia nella comunità apostolica di Gesù? Che ne è della reciprocità donna-uomo nella pastorale? Come dare riconoscimento al diverso modo di pensare e di sentire dell’uomo e della donna? Come passare dal senso di superiorità o di sudditanza alla collaborazione, dall’essere contro all’essere per? Francesco ha scritto nella Evangelii Gaudium: “C’è bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa… Si deve garantire la presenza delle donne nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali”.

Cosa comporta questa sfida pastorale? Come crescere nella reciprocità? Come imparare ad accogliere e ad apprezzare le diversità… come valorizzare il diverso modo di sentire dell’uomo e della donna?

Durante gli esercizi, non sono mancate le testimonianze di alcuni partecipanti che raccontavano esperienze di reciprocità e di profonda amicizia con persone di vario genere.

Alla celebrazione di Monza, commovente è stata la ‘preghiera universale’, dopo la recita del Credo. I primi a essere ricordati sono stati i genitori, poi i fratelli, gli amici, i benefattori, vivi e defunti. Ogni missionario non vive ‘distaccato’ e isolato e condivide quello che vive.

Al Congressino, la sala era colma di parenti amici, soprattutto giovani. E poi i membri di associazioni, affiliate al Pime, come quella di Madrine e Padrini del Seminario del Pime. Uniti, non solo per una cerimonia, ma per tutta una vita “in missione”, là dove vivono il loro quotidiano.

La Famiglia del Pime non è vista al completo e non è vi è riconosciuta la pienezza di comunione e reciprocità di missione vissuta, se non comprendiamo, se non riconosciamo l’appartenenza e l’unione dei parenti, degli amici, dei benefattori, dei membri di associazioni e dei collaboratori nella stampa, animazione missionaria, e negli uffici e servizi ovunque il Pime opera.

Ogni mezzogiorno, i membri dell’Istituto recitano una preghiera che fin dalle origini del Pime costituisce il luogo preferito di incontro tra quanti vivono la missione dispersi in tanti paesi ma sempre uniti come famiglia apostolica. La preghiera unisce anche con quanti condividono.

Forse a quest’ora medesima i nostri fratelli lontani, dispersi fra i pericoli e le fatiche, si raccolgono a parlare con Dio. Raccogliamoci anche noi. Sono molti che hanno diritto alle nostre preghiere, noi siamo debitori a tutti. Quei popoli per i quali abbiamo da Dio ricevuto la grazia ineffabile dell’apostolato, i vescovi che ci hanno chiamati per l’opera dell’evangelizzazione, quei buoni che tanto generosamente ci aiutano, i parenti che soffrirono di troncare tutte le loro speranze per lasciarci liberi nelle mani del Signore e più di tutti quel Dio che ci ha scelti dal suo popolo e ci affida l’annuncio della Buona Novella, reclamano la nostra riconoscenza, ci impongono un dovere di gratitudine che può essere soddisfatto solo da una preghiera umile, fervorosa, universale. Ascolta dunque, Signore, le preghiere dei tuoi figli dispersi, raccoglile insieme davanti a te ed esaudiscici.

Testimonianze

ALLE MAMME DEI MISSIONARI

Padre Angelo Biancat incaricato vocazioni

Non basta una manciata di note per cantare di loro quanto si meritano.

Le mamme dei missionari sono un poema tutto speciale tra i piccoli o grandi poemi, vissuti con bravura da questi meravigliosi capolavori usciti dalle mani del buon Dio.

Sono poemi freschi di umiltà e semplicità, che si svolgono ogni giorno davanti agli occhi di tutti.

C’è la mamma (tante mamme!), che sogna e prega il Signore, che permette alle sue mani delicate di custodire con amore le vocazioni sboccianti come fiori dalla sua serra familiare.

Non è superba a sognare di poter essere in tal modo collaboratrice perfetta di Dio nella redenzione del mondo…

È spesso tanto giovane, ma sa quanto sacrificio comporti essere la mamma di un seminarista missionario.

Ha anche una bambina e magari un bambino, ancora piccolo piccolo, ma che importa?

È anche orgogliosa e serena: il suo autentico spirito di fede le conferma che la Madonna, prima Mamma di ogni Sacerdote, cammina con lei accanto al suo figlio, avviato gioiosamente lungo la via del Sacerdozio e della Croce.

Ed è moderna al punto giusto, capace di portare con disinvoltura ed autorità il suo grande ideale davanti al mondo, senza impressionarsi, se tante altre mamme di oggi le mostrano un modo di vivere più comodo…

E c’è l’altra mamma, con il figlio ormai lontano, con i capelli bianchi, il volto scavato dalle rughe, le spalle stanche. Attende ogni giorno una lettera, che tarda a venire.

Ma non si spazientisce; sa che il suo missionario ha poco tempo, e forse ha perso l’abitudine allo scrivere.

Il figlio la porta scolpita nel cuore, parla sempre di lei, della « sua vecchietta », che prega ed attende lontano… E questa mamma ha ora tanti figli, quanti ne ha battezzati (anche col suo nome!) il suo primo, salutato sull’uscio di casa.

Il suo cuore è pieno di gioia: è certo la mamma più felice del mondo!

Chi riuscirà a scrivere, con una manciata di note, una fresca canzone alla Mamma del Missionario, avrà aiutato a cantare il più bel capolavoro uscito dalle mani del buon Dio…

VOLONTARIATO AL SERVIZIO DEI MISSIONARI (DA UN VOLANTINO)

Sotto la guida del diretto­re dell’Istituto Missioni Estere (Pime), padre Mario Pasqualotto, e dei suoi con­fratelli, è stata ufficializza­ta in questi giorni la costi­tuzione di un’associazione di volontariato laico con la collaborazione di alcuni simpatizzanti che da tempo sentivano il bisogno di dare un significato profondo allo spirito di amicizia e di collaborazione già da tem­po consolidati attorno alle iniziative dei padri missio­nari. Scopo fondamentale dell’associazione di volon­tariato è quello di sensibi­lizzare sul territorio l’opera dei padri missionari del Pime presenti in tutto il mondo. L’educazione ai va­lori missionari resta uno dei motivi fondamentali dell’impegno cristiano di chi opera nella chiesa loca­le. Tali obiettivi sono per ora perseguibili tramite un gruppo di coordinamento e alcune commissioni che si prenderanno in carica la promozione di iniziative da tenere durante l’anno (il tradizionale presepio nata­lizio, l’organizzazione di conferenze pubbliche su temi specifici, l’organizza­zione di mostre e la raccolta di fondi per sostenere e sen­sibilizzare le opere dei padri missionari). Tali commis­sioni si propongono inoltre l’elaborazione di progetti a sostegno dei missionari ve­neti e altre iniziative che saranno individuate nel corso dell’attività del grup­po di volontariato. L’ade­sione all’associazione rima­ne aperta a tutti coloro che intendono, in varia misura e a seconda della disponibi­lità e competenza, dare un contributo amichevole all’ Istituto Missioni Estere allo scopo di sostenere tutte le iniziative umanitarie e spirituali a livello locale e nel mondo. La prima riu­nione dei soci e simpatiz­zanti dell’associazione di volontariato, si terrà dome­nica undici luglio alle 9.30 nei locali del Pime di Pre­ganziol.

Lino Torresan, sindaco missionario. Lino, da studente, aveva lasciato il Pime perché cagionevole di salute e aveva conservato sempre un legame vivo con l’Istituto, col suo padre spirituale, padre Carlo Colombo e con parecchi missionari.

Il giornali locali l’hanno definito “Sindaco missionario” perché i trevigiani hanno conosciuto la sua passione per le Missioni e per il suo seminario missionario prima di Piazza Rinaldi poi di Preganziol e poi per la comunità di Vallio dove animava incontri e iniziative degli “Amici del Pime”.

Al funerale, Lino, schivo e modesto, si è sentito descrivere per quello che era e forse non ancora del tutto. Accompagnandolo al cimitero, credo che ogni persona abbia pensato a quello che Lino era stato per lui e credo che ognuno ha ancora qualcosa di inedito da raccontare, tanto è stata ricca la sua persona. Mi è piaciuto l’invito del parroco : “In questa celebrazione, ciò che ha valore, soprattutto, è di ringraziare il Signore per quanto c’è in Lino. Altrimenti rischiamo di rovinare il ricordo di Lino”. Penso che anche Lino sia d’accordo. Sempre andando al campo santo, raccontavo all’amico Sergio Boschin, ex alunno del Pime anche lui, anche lui Pimino doc. e che ha dovuto interrompere la strada del sacerdozio per malattia come Lino, un ricordo che per me rivela un segreto della sua persona. Quindici giorni prima della sua morte, ero stato a visitare Lino col padre Flavio Piccolin. I discorsi erano arrivati fino a quando eravamo seminaristi e abbiamo ricordato superiori, momenti felici. A un certo momento, Lino si volta verso il comodino e mi mette in mano il piccolo libro di preghiere che usavamo cinquant’anni fa e che quindi risalivano alla preghiera dei nostri primi missionari. Lino pregava ancora le preghiere del Mazzucconi, del Marinoni, del Manna, ecc.: preghiere di santi.

L’altro bel ricordo è che Lino è rimasto sempre in contatto col padre Carlo Colombo, nostro padre spirituale di cinquant’anni fa. Lino ha sempre cercato l’essenziale nella vita. Ha ragione il parroco di Fontane quando ha detto al suo funerale : “Pensando a Lino, ringraziamo il Signore, pensiamo al Risorto. Lì ha senso la nostra vita”.

I fratelli Angelo, Giovanni e Bepi Gatto. Ero un ragazzo che frequentava il Pime di Piazza Rinaldi negli anni Cinquanta e vidi Angelo Gatto eseguire il magnifico mosaico che riempiva la parete frontale della cappella: due angeli in atteggiamento di venerare la Madonna. Poi mentre ero rettore nel seminario nuovo di Preganziol, Angelo venne ancora per l’affresco nell’atrio dell’entrata: Gesù nel momento di inviare gli apostoli.

Anche suo fratello Giuseppe (Bepi) lasciò parecchi segni del suo essere fedele amico del Pime: il grande Crocefisso in bronzo nella cappella del nuovo seminario e la statua in bronzo di Papa Giovanni in atteggiamento di accogliere e di benedire quanti entravano nella cappella. Anche le porticine del tabernacolo furono opera di Bepi. E non si possono dimenticare altri servizi e aiuti di ogni genere come i suoi quadri per il presepio missionario a Vallio. Tutto fatto e vissuto con un cuore buono e semplice, da vero amico e sostenitore e direi anche da vero missionario.

E poi Giovanni, il terzo fratello che per vari anni insegnò disegno a piazza Rinaldi.

La nostra riconoscenza è grande, accompagnata da una sincera ammirazione per la loro umanità e per gli esempi lasciati.

Comunione vissuta in Camerun. Missionari Laici Pime ad vitam: fratel Vincenzo Benassi, fratel Domenico Vicari, fratel Ottorino Zanatta, fratel Fabio Mussi, fratel Joseph Mongol Aind.

In poche missioni del Pime come in Camerun, la presenza e l’attività dei missionari ad vitam dell’Istituto hanno potuto giovarsi della collaborazione arricchente di laici, laiche, coppie e famiglie legate all’Alp (Associazione Laici Pime). Questa collaborazione allargata e vissuta in comunione con missionari Pime e preti fidei donum, non solo di Treviso, ma anche di altre diocesi, grazie a Dio, è stata positiva e di grande qualità umana e spirituale. Bello il nome di “fratello” che fa pensare ai frati minori come san Francesco si definiva, assieme ai suoi frati, segno di minorità, fraternità e povertà.

Nello Centomo: “La relazione coi missionari presso i quali vivevo e con cui condividevo parte della mia vita (pasti, momenti di preghiera, impegno concreti per attuare rogetti decisi insieme…), ha sempre avuto un carattere fondamentale: mi permetteva di sentirmi a mio agio, di rinnovare le motivazioni per continuare a collaborare e nello stesso tempo di avere i miei spazi di autonomia. Si trattava di uno stile di vita comunitaria che, nonostante le inevitabili fatiche, mi manteneva sempre sereno e gioioso in mezzo ai missionari. Quando potevo, andavo con loro nei villaggi per i lavori programmati, altre volte seguivo da solo le opere da realizzare o loro mi aiutavano a portarle a compimento. La relazione serena tra di noi ci aiutava a vivere serenamente con la gente dei vilaggi: l’accoglienza reciproca era sempre un momento delicato e importante. Di tanto in tanto rimanevo da solo per tempi prolungati nei villaggi in foresta. Durante le mie “trasferte” di lavoro, è inziato il cammino di conoscenza di Marisa, volontaria di Como nella missione di Bimengue, e di fidanzamento. E ci siamo sposati.

Bruna Riva: “Sono approdata ad Ambam. I padri e le suore presenti mi hanno incoraggiata senza discorsi complicati, mi hanno aiutata senza soffocarmi e in seguito mi hanno dimostrato il loro apprezzamento senza farmi sentire un eroe. Conservo vivi ricordi di moltissimi momenti di questo periodo di volontariato. Sentivo che la gente mi voleva bene; ho apprezzato le finezze che mi erano rivolte e che mi hanno fatto riflettere. Fin dall’inizio mi hanno sempre colpito i bambini…

Concetta Monguzzi e Lucio Fossati e il figlio Giovanni: Appena arrivati, don Mario Bortoletto, fidei donun di Treviso, ci disse: “Bisogna prima adattarsi. L’Africa non l’avete iniziata voi e neppure cambierà totalemente con voi”. I missionari ci hanno sempre sostenuto nel nostro lavoro accompagnandoci e presentandoci nei vari villaggi delle piste in foresta. Anche il rapporto con le suore, Missionarie dell’Immacolata, è sempre stato cordiale e di collaborazione, con scambi molto frequenti e confronto costante relativamente all’impegno di animazione dei villaggi. Alla morte di un figlio, nato prematuramente nell’ospedale di Bimengué, la gente mi disse : “Ora sei una di noi, hai capito che cosa significa essere donna e mamma, dopo una gravidanza”.

Missionarie dell’Immacolata. Molto interessante è la testimonianza dell’Abbé Médar Mengue, parroco camerunese di Ambam che ha continuato il servizio pastorale dopo la partenza dei missionari italiani.

“Nessuna vicenda umana e religiosa può prescindere dalla presenza diretta o indiretta e dall’opera della donna. Non fa eccezione la storia della Chiesa cattolica che è in Ambam, Non potendo parlare dell’impegno di tutte le donne che hanno lavorato per la sua crescita, ci limiteremo a presentare l’opera delle religiose che hanno segnato questa missione con il loro genio particolare. A quattro anni dall’arrivo dei missionari italiani, si sentì la necessità di avere la collaborazione di una comunità religiosa femminile che seguisse il numeroso pianeta femminile e infantile. Così nel dicembre del 1971 arrivarono le missionarie dell’Immacolata Suor Clara Bellotti, Suor Ernestina Ambrosini, Suor Rosanna Palazzoli e Suor Sandra Croci. Seguite poi da numerose altre, esse si sono impegnate in settori diversi, dalla formazione delle donne e delle ragazze all’economia sociale e familiare, dalla salute all’insegnamento della catechesi, dall’animazione giovanile e dell’ACR (Azione Cattolica) alla formazione dei catechisti”.

Antonietta Maringelli. Gerolamo Fazzini nel libro Missione Camerun scrive: “Tra i tanti volti di laici che l’anziano missionario (padre Zoccarato) conserva in modo particolarmente vivo, c’è quello di Antonietta Maringelli, originaria di Polignano (Bari) e nipote di un missionario del Pime in Cina, padre Domenico Maringelli. “La vidi la prima volta nel 1975 in una classe della scuola di Lurago Marinone (Como) dove il parroco, don Fabrizio Cuccurullo, nipote di un missionario in Birmania, padre Achille Carelli, mi condusse a raccontare della mia missione nascente, ossia Guidiguis nel Nord del Camerun. Dopo qualche tempo, Antonietta decise di adare in Camerun e – annota Zoccarato – “per parecchi anni fu, ed è tuttora, la sorella di tante donne e ragazze africane, per il suo lavoro di formazione, e la sorella di tanti missionari, per la sua amicizia e per la sua condivisione di fede e di servizio”.

Mio padre. Era fiero di me, missionario, e diceva, anche davanti ai miei fratelli : “Al tuo pane ci penserò io”. Infatti gli aiuti non mi mancarono mai. Dopo la venuta di mia madre in Camerun…, in autobus, nei negozi, mentre faceva le spese, e dappertutto, le conferenze sulla missione del Camerun, le faceva lui. Vicino alla morte, i miei fratelli gli chiesero: “Facciamo venire Silvano?” Rispose : “No, continui il suo lavoro”. Missionario in reciprocità fino alla morte.

La presenza delle Suore. Dagli scritti di alcuni nostri missionari mi son divertito a trovare quando, come e quanto la presenza missionaria delle suore è stata vissuta e apprezzata dai missionari. Se e come hanno vissuto la reciprocità.

Le prime suore missionarie italiane in appoggio all’allora Seminario per le Missioni Estere di Milano furono quattro religiose di Maria Bambina, che nel febbraio del 1860, su richiesta dei missionari milanesi, lasciavano l’Italia per il Bengala. Mons. Angelo Ramazzotti divenne in quell’occasione il primo vescovo italiano che ne incoraggiava e benediva la partenza… Dai primi mesi del 1860 si iniziò un intreccio di collaborazione tra missionari e suore che fa ricordare quella di Gesù con le donne che lo seguivano e che gli davano una mano nell’accogliere la gente sempre piena di necessità…

Il pensiero del Marinoni. Alcuni anni dopo la partenza per il Bengala del primo gruppo di Suore di Maria Bambina, Mons. Giuseppe Marinoni, direttore del Seminario lombardo per le Missioni Estere, così scriveva sull’Osservatore Cattolico: “Voglio aggiungere pure io il mio granello d’incenso in nome di queste eroine della fede, maestre di virtù, martiri della carità, gloria specialissima della Santa Chiesa cattolica, di cui se non erro, le missioni vanno debitrici alla grande anima di S. Vicenzo de Paoli. Poiché, mentre prima di lui le religiose appena è mai che uscissero dai loro sacri ritiri, egli le introdusse negli ospedali e nelle case private a servizio e conforto degli infermi, le gettò sui campi di battaglia a raccogliere e medicar feriti ed assisterli moribondi nelle ore estreme, ne fece vere madri degli orfani e dei pupilli, e associandole a tutte le opere della cristiana carità”.

Che cosa potrei fare senza le suore? Emblematica, tra le tante testimonianze, quella di padre Nicola Frascogna, missionario in India dal 1953: “Che cosa potrei fare senza le suore? – dice padre Frascogna, sempre accerchiato da ammalati e da poveri -. Proprio accanto alla mia residenza esse mandano avanti un ospedale cattolico con 150 letti; hanno una scuola ‘lebbrosario volante’ beneficando centinaia e centinaia di lebbrosi. Ogni domenica vanno fuori nei villaggi a predicare ai miei neofiti e catecumeni; e quando le prego di andare a stare in qualche particolare villaggio per una settimana, per preparare i neofiti alla Prima Comunione e i catecumeni al Battesimo, non dicono mai di no. Senza dire delle preghiere che fanno, del buon esempio che danno e della cura che si prendono della mia pellaccia. Casco dalla moto? Sono loro che mi medicano. Mal di testa? Dissenteria? Le suore prontamente ci pensano. Chiesina della residenza? È affare delle suore. E come la mantengono nitida! Mi inselvatichisco nei villaggi e vado in giro sporco e stracciato? Sono le suore che mi richiamano all’ordine e mi ‘inciviliscono’ ancora… fino alla prossima occasione. Una volta però anch’io m vendicai con loro. Dissi ad alcune di loro: “Bella roba! Cerco di servirvi come posso: Messa, Comunione, qualche predica… e più farei se non avessi tanti villaggi da curare. Ma se io mi ammalo improvvisamene e sto per morire, nessuna di voi è capace di darmi l’Estrema Unzione e di farmi morire, così, da buon diavolo… Dovettero acconsentire che almeno questa volta avevo ragione io”.

Don Franco Marton, teologo di Treviso, dal 1972 al 1980 è stato Responsabile del Seminario per l’America Latina a Verona (Ceial – Cum) e poi direttore dell’ufficio missionario di Treviso, ha scritto: “Ripensando al tutto si potrebbe anche guardare al futuro con coraggio. Nulla impedisce che un Vescovo, a nome della sua chiesa locale, invii ad gentes una équipe formata da Fidei donum della sua diocesi, da religiosi o religiose missionari di qualche Istituto, battezzati nella sua chiesa locale, con laici o laiche della stessa chiesa. In qualche rara diocesi si sta già facendo. Le obiezioni sono tutte di ordine pratico: di quale tipo concreto di missionario religioso o di Fidei donum o di laico si dovrà disporre? di quale tipo di Istituto? con quale statuto economico ci si dovrebbe muovere… e così via. Ma da un punto di vista teologico il progetto starebbe perfettamente in piedi, come dal punto di vista del Concilio. Avrebbe, inoltre, una forza spirituale molto grande, perché tutti i membri dell’équipe si sentirebbero spinti ad aiutarsi nell’approfondire la propria fede, attingendo tutti a quello Spirito che resta il vero protagonista della missione. Non dovrebbe essere vista come una ‘soluzione pastorale’, subita da una chiesa locale ormai ridotta nei numeri delle vocazioni missionarie, ma come una scelta consapevole e motivata”.

 ———————-

Questo scritto

Questo scritto, abbondante, vorrebbe stimolare a ridefinire e ad aprire La Famiglia PIME. Come ritrovare amici, riunire, rivivere lo spirito del Pime? Come vivere momenti di festa, di formazione, di preghiera insieme?

Lo riconobbero allo spezzar del Pane… si riconobbero allo spezzar del Pane !

———-

Aggiungo il commento di un confratello di Sotto il Monte

Tutto è piacevole e commovente come il vissuto è storia… e tradizione ormai.

Dove andiamo da qui? Che futuro vediamo? Quali sfide dinanzi a noi ?

 

 

 

Rapimento dell’arcivescovo di Bamenda in Camerun

Martedì 25 giugno 2019, l’arcivescovo di Bamenda, mons. Cornelius Esua Fontem è stato rapito in compagnia dei suoi collaboratori, mentre ritornavano da una visita pastorale. L’arcivescovo racconta che i suoi rapitori armati dichiaravano che le strade erano bloccate e che doveva restare in mano loro per una settimana. Ha cercato di convincerli di lasciarlo passare, dicendo che avendo lasciato Bamenda già da cinque giorni e che aveva bisogno di medicine, perché le aveva finite. La risposta è stata negativa. Avendo deciso di togliere lui stesso le barricate, è stato giudicato colpevole di “disobbedienza”.

Avendo poi insistito che doveva recarsi quel giorno nel capoluogo del Nord-Ovest, il rifiuto categorico di lasciarlo passare era perché non potevano agire senza l’ordine del generale. «Sono degli innocenti di 20/25 anni – dice l’arcivescovo, dal momento che durante tutta la notte, poteva parlare con loro e farli ragionare -. Non sono cattivi e non fanno che eseguire gli ordini del generale. Non rispondono mai a domande precise e agiscono sotto effetto di stupefacenti».

L’arcivescovo, scrive il giornale Essingan en Kiosque, venerdì 28 giugno, ha pregato Dio di perdonarli perché «non sanno quello che fanno».

 

I miei primi sessant’anni… di sacerdozio!

Cari amici,

il 28 giugno prossimo celebrerò 60 anni di sacerdozio nel PIME.Il mio grazie al Signore e a voi che mi avete accompagnato è nel libro Missione in Algeria.

Spero di potervi incontrare e salutare in uno di questi incontri :

30 giugno: a Monigo (TV);

15 settembre: Congressino al Centro PIME di Milano;

6 ottobre: a San Giorgio delle Pertiche (PD) dove sono stato battezzato.

Nuove chiese, luoghi di comunità

Ai tempi di padre Mario Bortoletto, giunto in Camerun nel 1968, chi arrivava in un villaggio della foresta notava subito da lontano – se c’era – la piccola cappella col tetto di lamiere di zinco, l’unico a brillare ai raggi del sole. Il tetto posava su travi di alberi segati dalla gente stessa e su muri di terra. Bastavano alcuni rami per impedire alle capre di entrare a riposarsi e a lasciare i loro ricordi. All’inizio era la prima e l’unica cappella del villaggio, poi dopo qualche anno, ne vedevi qualche altra. Erano i primi segni visibili del cambiamento (progresso?).

Ricordo anch’io quando, arrivando in un villaggio e vedendoci assieme ai cristiani che ci accompagnavano, alcuni gruppetti di persone si rivolgevano a padre Mario e chiedevano di costruire una cappella per loro. Padre Mario non diceva mai di “no”, perché vedeva in loro l’inizio di una nuova comunità. Il vero cammino cristiano sarebbe venuto in seguito. Lui offriva alcune lamiere, il lavoro era della gente.

La cappella  era il primo segno di cambiamento dalla vita della foresta – là dove nessuna autorità metteva piede, nessun medico o maestro era mai arrivato – alla vita di coloro che vivevano in centri con la luce elettrica e in case col tetto di lamiera. Padre Mario sentiva in loro il bisogno di mettersi insieme sotto la protezione di qualcuno. A quel tempo era lui, quello che i cristiani raccontavano come testimoni di qualcosa che cambiava in loro.

Dall’unica  parrocchia di Ambam, dove padre Mario aveva cominciato nel 1968 con altri tre missionari, ora le parrocchie con una chiesa sono una decina e le cappelle un centinaio. Senza contare chiese e cappelle dei protestanti e delle sette.

Negli ultimi anni vissuti a Yaoundé, padre Mario ha aiutato padre Fabio Bianchi del Pime a costruire  una bella chiesa e due cappelle. Queste sono nella zona più povera e più lontana, dove anche lì, padre Mario non ha potuto dire di “no”.

Sabato 9 marzo 2019, mons. Samuel Kleda, arcivescovo di Douala, ha celebrato la festa conclusiva della quinta raccolta annuale per l’acquisto di terreni e la costruzione di nuove chiese. La raccolta di quest’anno è di 146 milioni di Franchi CFA (223.000 euro). «In 10 anni il numero di parrocchie a Douala è passato da 42 a 72 e la diocesi tende a raggiungere il traguardo delle 100 parrocchie».  Mons. Kleda dice anche le ragioni di questa crescita e di questo impegno. «Sono i fedeli a costruirle, perché giunti a Douala da tanti luoghi del Camerun e oggi anche dal Centrafrica e dal Ciad, scappati dalla guerra, cercano subito il luogo della preghiera. Alcuni possono finalmente liberarsi anche dall’invasione delle nuove sette e dai falsi pastori. La chiesa diventa un luogo di comunità, di crescita nella formazione della fede e di forza di annuncio del Vangelo. Senza una chiesa vicina e raggiungibile, alcuni fedeli restano lontani dai sacramenti e tentati di aderire ad altre chiese».

L’insegnamento “inculturato” di don Mario Bortoletto

Il missionario fidei donum Mario Bortoletto della diocesi di Treviso, dopo trent’anni di vita missionaria ad Ambam e a Ma’an (Sud del Camerun), divenne membro associato del Pime e fu cofondatore della parrocchia di Ntem-asi (Yaounde), vero esempio di vita sacerdotale e maestro nelle sue prediche coi proverbi ntoumou. L’impegno dell’inculturazione era appena nato dopo il Concilio Vaticano II, quando si introdusse la possibilità di celebrare la liturgia, non più solo in latino, ma anche nella lingua madre di ogni popolo. Don Mario, dicono gli ntoumou, «conosceva la lingua e la nostra cultura meglio di noi».

Don Mario ci ha lasciato una raccolta di proverbi nella lingua ntoumou e ora pubblicati in un libro. Qui ne troviamo alcuni, tradotti e spiegati solo con qualche frase. Certo, leggendo il racconto che dà origine al proverbio, si può entrare nella foresta viva e risentire il linguaggio degli animali e l’insegnamento di don Mario.

Per ogni morte c’è sempre una causa

Secondo la mentalità degli ntoumou, l’uomo non muore mai di morte naturale. E per la morte di Gesù, quale ne è la causa?

Moglie, l’acqua è fredda e il cibo senza gusto

Se la moglie non mette amore in quello che fa, per il marito niente è buono, bello. «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me». Dio giudica il comportamento dal nostro cuore.

La menzogna porta alla morte

Solo camminando nella verità si costruisce la vita. La falsità porta alla rovina. La menzogna distrugge.

Quando scendono le tenebre, se sei una gallina va nel villaggio, se sei una pernice va in foresta

Se siamo figli di Dio, troviamo rifugio in Dio, se siamo figli della terra troviamo rifugio nelle cose terrene, materiali.

Ogni volta che cammini in foresta, non dimenticare di lasciare i tuoi segnali per ritrovare la strada.

Per non perderti nella vita, non lasciare i tuoi buoni principi di vita.

Mangiando, conserva qualcosa di scorta per chi potrebbe chiederti qualcosa.

Pensa a chi ha fame.

Un elefante non si nasconde nell’erba

Certe cose non restano nascoste, segrete.

L’elefante cercava il cuore di palma nello stagno paludoso

Calma, pazienza. Non si risolve un problema nella confusione.

Il pappagallo è colpevole dicendo “sì”

Nelle riunioni bisogna essere attenti, prudenti.

I bocconi dell’elefante sono a misura della sua gola

A ciascuno secondo le sue capacità.

Il marito della pernice disse a sua moglie: «Cova le uova subito, perché la stagione secca presenta dei problemi»

Può arrivare il fuoco. Agisci nel tempo giusto e batti il ferro quando è caldo.

Non ciò che mangi, distrugge il villaggio, le parole della tua bocca lo distruggono

Le parole possono dividere il villaggio.

Se la mamma ti è cara, non disprezzare la mamma altrui

E così per ogni persona.

Se non conosci la razza degli uccellini, lasciali nel loro nido

Se non domini una situazione, lasciala perdere.

 

È pericoloso vivere in Camerun?

Il giornale l’Effort Camerounais del 23 maggio 2019 riporta due notizie spaventose sulla crisi anglofona. Il 20 maggio scorso a Muyuka, nella regione del Sud-ouest, la televisione locale mostrava un neonato appena ucciso e faceva sentire le urla stridenti della mamma che accusava i militari camerunesi di aver sparato mentre si trovava nella sua cucina. Questo crimine è avvenuto all’indomani della visita del primo ministro, che aveva cercato inutilmente di trovare un’intesa tra ribelli ed esercito.

L’altra notizia è  che a Bamenda, capoluogo della regione del Nord-ovest, da qualche giorno, la popolazione non fa che parlare di una testa umana trovata sulla strada davanti a un distributore di benzina nel quartiere Nkwen . Non si conoscono le circostanze nelle quali la persona è stata assassinata. Non risulta conosciuta nel quartiere e neppure facente parte delle forze dell’ordine della zona.

Le due notizie confermano la gravità della situazione che dura già da alcuni anni nella regione anglofona, al punto che Akere Muna, rappresentante del Cercle Belgo-Africain pour la Promotion  Humaine, si domanda: «Il Camerun è diventato luogo dove è pericoloso vivere?».

Rinascita algerina

Il 16 aprile 2019, Marie-France Grangaud che ha vissuto 20 anni in Algeria con giovani diplomati, scrive che finalmente vede un’Algeria nuova. Era desolata per l’indifferenza apparente dei giovani in politica: non votavano, non erano iscritti nelle liste elettorali, manifestavano disinteresse e sfiducia di ciò che avveniva nel Paese. Considerava questo come segno di crescita dell’individualismo. Ciascuno pensava per sé, guidato dall’idea di cavarsela da solo e di arricchirsi a danno degli altri. Anche il prendere la via del mare, col rischio di perdere la vita, era una forma di individualismo. Le vecchie generazioni guardavano i giovani con occhio critico e sfiduciato. Ecco invece che questi giovani, ragazzi e ragazze, in modo inatteso, oggi entrano in azione: partecipano a marce comuni, a discussioni tra di loro e con gli anziani, sulla democrazia e la dignità nazionale. Senza far parte di questi eventi, Marie-France desidera rifletterci sopra perché li trova carichi di valori nella prospettiva del vivere insieme.

«Anzitutto, la gente si parla e si ascolta. Discussioni dappertutto. Nel bus, due persone, una donna anziana e un giovane che non si conoscevano, ragionano dichiaratamente su democrazia, libertà, dignità, cose su cui non sono d’accordo. Ciò che mi ha colpito è che al momento in cui l’anziana stava scendendo, tutte e due hanno riso, contente di aversi parlato e si sono calorosamente salutate.

Secondo: fierezza e rispetto. Gli slogan dei manifestanti sono simili. “Oggi, questo paese, non ho più l’idea di lasciarlo” gridava un giovane. Fieri di essere lì, numerosi, insieme, uomini e donne, giovani e vecchi, con il velo o no, senza nessun atto di violenza o di disprezzo, nel rispetto delle forze dell’ordine (rispetto mutuo), la bandiera algerina sventolante ovunque.

Terzo: humor e allegria. Slogan omogenei, ma pieni di originalità e inventiva, semplicità di canti, cartelli in arabo, francese, inglese, tutti segni di creatività dei giovani algerini. Humor che permette comunanza e facilità di sentirsi semplici, di ridere e di darsi alla fantasia di immagini ed espressioni.

Dopo l’8 marzo, giorno delle dimissioni del presidente, la situazione continua a mostrare la maturità politica dei manifestanti. Un fatto che la dice lunga sull’attenzione e la prudenza dei giovani: correva voce che in occasione del match di due squadre algerine, match sempre molto “caldo” e soggetto a grossi scontri, alcuni facinorosi potessero dar pretesto alle autorità di proibire la manifestazione prevista. Per evitare il rischio, i tifosi hanno dato l’ordine sui social media di disertare lo stadio e questo è stata fatto.  È un evento enorme che dei giovani rinuncino a qualcosa di così importante.

Questi giovani sono il frutto dell’educazione dei loro genitori che hanno trasmesso valori di giustizia, uguaglianza, desiderio di pace e qualità di ospitalità. Questi giovani scoprono ancora la gioia ed esprimono adesione a tutto ciò che è stato insegnato loro nell’infanzia. Ed ecco che i loro genitori, anche se inquieti, avendo vissuto il “decennio nera” e forse la guerra d’indipendenza, si mostrano ora fieri dei loro figli che non esitano a “marciare” in tutti sensi, proprio e figurato, dietro a loro. E non sono persone di ambienti benestanti. Famiglie di quartieri popolari, donne spesso abituate a restare solo tra di loro, sono uscite e hanno “marciato” per sostenere i loro figli. Speranze quindi comuni, speranze di tutto un popolo. In realtà i giovani esprimono le attese di tutta l’umanità.

Oggi l’Algeria prende colore. Lo si vede sui muri, sui passaggi stretti delle scale della città di Algeri. Ragazze e ragazzi disegnano sui muri i loro desideri nei testi in arabo e in francese. Mentre ammiravo queste opere, una coppia con un bambino, vestito secondo la tradizione, mi dice: “È bello, mi piace”. E chiedendo loro se sono d’accordo con gli scrittori, rispondono: “Siamo quarantenni. È per il bambino che agiscono. Costruiscono il suo avvenire”».

 

La Chiesa cattolica del Camerun in silenzio  

Lo scorso 8 marzo, Christna Djoko scrive su CamerounWeb: «A seguito della crisi post elettorale dello scorso anno, la Chiesa cattolica è muta. In questo momento di violenza politica e sociale del regime, la Chiesa attende la guerra civile per lanciare un appello alla calma e organizzare una Messa alla memoria degli scomparsi? Il silenzio di un’autorità morale come quello della Chiesa non solo è criticabile, è moralmente criminale. Si dice che il Camerun sia uno stato laico e un vescovo non deve immischiarsi in affari che non lo riguardano. A chi pensa così, ricordo che mons. Kleda non ha tardato a mettere in dubbio la sincerità dei risultati dell’elezione presidenziale.

Mi si permetta di dire che la Chiesa ha una missione profetica di proclamare i diritti dell’uomo, compito centrale del suo ministero. Mons. Ndongmo nel 1963 aveva detto: “Lo Stato crede che dobbiamo predicare un cristianesimo disincarnato, parlare del cielo, degli angeli, senza toccare le realtà vitali di ogni giorno. Il vangelo di Gesù non è una teoria, ma una vita. Si inserisce in tutta la vita dell’uomo…!”. Se la Chiesa non vuole che la storia ricordi che non è stata a fianco del popolo quando si batteva per la sua liberazione, deve uscire dal silenzio nel quale si è confinata. Volendo ignorare l’attualità che agita il Camerun, lasciando il regime prosperare nell’ingiustizia, l’arbitrario e il terrore, essa non evita la sua responsabilità. Pecca di omissione. La trilogia vedere-giudicare-agire non vale solo per i fedeli. Non far niente è lasciar fare. La storia giudicherà». (CamerounWeb)

Nuovi catechisti inviati in missione a Yagoua

Il giornale camerunese L’Effort n° 701 scrive che il 9 febbraio scorso, mons. Barthélemy Yaouda Hourgo, vescovo di Yagoua, ha presieduto alla celebrazione di fine percorso della formazione dei catechisti, del centro di Doubane, ora inviati in missione nelle loro parrocchie d’origine. L’abbé Godefroy Mvondo Oyono, direttore del centro, descrive che quando giungono dalle parrocchie della diocesi i candidati – marito, moglie e figli – trovano casa e terreno per nutrirsi per due anni e l’ambiente di aule, biblioteca, magazzini, granaio e strumenti di lavoro. Il centro iniziato nel 1977, è anche sostenuto nell’insegnamento da alcuni preti che si offrono gratuitamente. Il vescovo si è congratulato per l’impegno messo nel seguire i corsi, li ha incoraggiati a consolidare la formazione con la lettura e la meditazione quotidiana della parola di Dio, alla franca collaborazione con i preti delle loro parrocchie, e alla testimonianza da donare ai fratelli e alle sorelle per aiutarli a crescere come discepoli del Signore. Alla celebrazione erano presenti 500 fedeli, provenienti da tutta la diocesi, una decina di preti, le autorità della zona, alcuni pastori protestanti e un prete ortodosso. La gioia di tutti era indescrivibile.

Trovandomi in Camerun a Yaoundé per un corso di storia delle missioni ai nostri seminaristi dell’anno di spiritualità, nel mese di dicembre scorso ho potuto passare 15 giorni al Nord e quindi visitare il centro di Doubane da me diretto per una ventina d’anni. Ho incontrato il direttore attuale e le coppie dei catechisti. Immaginate la gioia comune. Mi hanno letto e consegnato anche “les doléances”, cioè le loro necessità. Ho potuto assicurare loro che il centro resterà sempre una delle mie priorità e ho affidato al padre Danilo Fenaroli il mio contributo alla festa di fine percorso e il necessario per l’acquisto del mulino, in modo che le donne possano macinare il miglio, senza dover  uscire tutti i giorni nel villaggio. Col vescovo c’eravamo intesi su come mantenere efficiente il centro. Se qualche amico volesse unirsi per sostenere questo centro importante, ne sarebbe un giorno contento.