Rinascita algerina

Il 16 aprile 2019, Marie-France Grangaud che ha vissuto 20 anni in Algeria con giovani diplomati, scrive che finalmente vede un’Algeria nuova. Era desolata per l’indifferenza apparente dei giovani in politica: non votavano, non erano iscritti nelle liste elettorali, manifestavano disinteresse e sfiducia di ciò che avveniva nel Paese. Considerava questo come segno di crescita dell’individualismo. Ciascuno pensava per sé, guidato dall’idea di cavarsela da solo e di arricchirsi a danno degli altri. Anche il prendere la via del mare, col rischio di perdere la vita, era una forma di individualismo. Le vecchie generazioni guardavano i giovani con occhio critico e sfiduciato. Ecco invece che questi giovani, ragazzi e ragazze, in modo inatteso, oggi entrano in azione: partecipano a marce comuni, a discussioni tra di loro e con gli anziani, sulla democrazia e la dignità nazionale. Senza far parte di questi eventi, Marie-France desidera rifletterci sopra perché li trova carichi di valori nella prospettiva del vivere insieme.

«Anzitutto, la gente si parla e si ascolta. Discussioni dappertutto. Nel bus, due persone, una donna anziana e un giovane che non si conoscevano, ragionano dichiaratamente su democrazia, libertà, dignità, cose su cui non sono d’accordo. Ciò che mi ha colpito è che al momento in cui l’anziana stava scendendo, tutte e due hanno riso, contente di aversi parlato e si sono calorosamente salutate.

Secondo: fierezza e rispetto. Gli slogan dei manifestanti sono simili. “Oggi, questo paese, non ho più l’idea di lasciarlo” gridava un giovane. Fieri di essere lì, numerosi, insieme, uomini e donne, giovani e vecchi, con il velo o no, senza nessun atto di violenza o di disprezzo, nel rispetto delle forze dell’ordine (rispetto mutuo), la bandiera algerina sventolante ovunque.

Terzo: humor e allegria. Slogan omogenei, ma pieni di originalità e inventiva, semplicità di canti, cartelli in arabo, francese, inglese, tutti segni di creatività dei giovani algerini. Humor che permette comunanza e facilità di sentirsi semplici, di ridere e di darsi alla fantasia di immagini ed espressioni.

Dopo l’8 marzo, giorno delle dimissioni del presidente, la situazione continua a mostrare la maturità politica dei manifestanti. Un fatto che la dice lunga sull’attenzione e la prudenza dei giovani: correva voce che in occasione del match di due squadre algerine, match sempre molto “caldo” e soggetto a grossi scontri, alcuni facinorosi potessero dar pretesto alle autorità di proibire la manifestazione prevista. Per evitare il rischio, i tifosi hanno dato l’ordine sui social media di disertare lo stadio e questo è stata fatto.  È un evento enorme che dei giovani rinuncino a qualcosa di così importante.

Questi giovani sono il frutto dell’educazione dei loro genitori che hanno trasmesso valori di giustizia, uguaglianza, desiderio di pace e qualità di ospitalità. Questi giovani scoprono ancora la gioia ed esprimono adesione a tutto ciò che è stato insegnato loro nell’infanzia. Ed ecco che i loro genitori, anche se inquieti, avendo vissuto il “decennio nera” e forse la guerra d’indipendenza, si mostrano ora fieri dei loro figli che non esitano a “marciare” in tutti sensi, proprio e figurato, dietro a loro. E non sono persone di ambienti benestanti. Famiglie di quartieri popolari, donne spesso abituate a restare solo tra di loro, sono uscite e hanno “marciato” per sostenere i loro figli. Speranze quindi comuni, speranze di tutto un popolo. In realtà i giovani esprimono le attese di tutta l’umanità.

Oggi l’Algeria prende colore. Lo si vede sui muri, sui passaggi stretti delle scale della città di Algeri. Ragazze e ragazzi disegnano sui muri i loro desideri nei testi in arabo e in francese. Mentre ammiravo queste opere, una coppia con un bambino, vestito secondo la tradizione, mi dice: “È bello, mi piace”. E chiedendo loro se sono d’accordo con gli scrittori, rispondono: “Siamo quarantenni. È per il bambino che agiscono. Costruiscono il suo avvenire”».

 

La Chiesa cattolica del Camerun in silenzio  

Lo scorso 8 marzo, Christna Djoko scrive su CamerounWeb: «A seguito della crisi post elettorale dello scorso anno, la Chiesa cattolica è muta. In questo momento di violenza politica e sociale del regime, la Chiesa attende la guerra civile per lanciare un appello alla calma e organizzare una Messa alla memoria degli scomparsi? Il silenzio di un’autorità morale come quello della Chiesa non solo è criticabile, è moralmente criminale. Si dice che il Camerun sia uno stato laico e un vescovo non deve immischiarsi in affari che non lo riguardano. A chi pensa così, ricordo che mons. Kleda non ha tardato a mettere in dubbio la sincerità dei risultati dell’elezione presidenziale.

Mi si permetta di dire che la Chiesa ha una missione profetica di proclamare i diritti dell’uomo, compito centrale del suo ministero. Mons. Ndongmo nel 1963 aveva detto: “Lo Stato crede che dobbiamo predicare un cristianesimo disincarnato, parlare del cielo, degli angeli, senza toccare le realtà vitali di ogni giorno. Il vangelo di Gesù non è una teoria, ma una vita. Si inserisce in tutta la vita dell’uomo…!”. Se la Chiesa non vuole che la storia ricordi che non è stata a fianco del popolo quando si batteva per la sua liberazione, deve uscire dal silenzio nel quale si è confinata. Volendo ignorare l’attualità che agita il Camerun, lasciando il regime prosperare nell’ingiustizia, l’arbitrario e il terrore, essa non evita la sua responsabilità. Pecca di omissione. La trilogia vedere-giudicare-agire non vale solo per i fedeli. Non far niente è lasciar fare. La storia giudicherà». (CamerounWeb)

Nuovi catechisti inviati in missione a Yagoua

Il giornale camerunese L’Effort n° 701 scrive che il 9 febbraio scorso, mons. Barthélemy Yaouda Hourgo, vescovo di Yagoua, ha presieduto alla celebrazione di fine percorso della formazione dei catechisti, del centro di Doubane, ora inviati in missione nelle loro parrocchie d’origine. L’abbé Godefroy Mvondo Oyono, direttore del centro, descrive che quando giungono dalle parrocchie della diocesi i candidati – marito, moglie e figli – trovano casa e terreno per nutrirsi per due anni e l’ambiente di aule, biblioteca, magazzini, granaio e strumenti di lavoro. Il centro iniziato nel 1977, è anche sostenuto nell’insegnamento da alcuni preti che si offrono gratuitamente. Il vescovo si è congratulato per l’impegno messo nel seguire i corsi, li ha incoraggiati a consolidare la formazione con la lettura e la meditazione quotidiana della parola di Dio, alla franca collaborazione con i preti delle loro parrocchie, e alla testimonianza da donare ai fratelli e alle sorelle per aiutarli a crescere come discepoli del Signore. Alla celebrazione erano presenti 500 fedeli, provenienti da tutta la diocesi, una decina di preti, le autorità della zona, alcuni pastori protestanti e un prete ortodosso. La gioia di tutti era indescrivibile.

Trovandomi in Camerun a Yaoundé per un corso di storia delle missioni ai nostri seminaristi dell’anno di spiritualità, nel mese di dicembre scorso ho potuto passare 15 giorni al Nord e quindi visitare il centro di Doubane da me diretto per una ventina d’anni. Ho incontrato il direttore attuale e le coppie dei catechisti. Immaginate la gioia comune. Mi hanno letto e consegnato anche “les doléances”, cioè le loro necessità. Ho potuto assicurare loro che il centro resterà sempre una delle mie priorità e ho affidato al padre Danilo Fenaroli il mio contributo alla festa di fine percorso e il necessario per l’acquisto del mulino, in modo che le donne possano macinare il miglio, senza dover  uscire tutti i giorni nel villaggio. Col vescovo c’eravamo intesi su come mantenere efficiente il centro. Se qualche amico volesse unirsi per sostenere questo centro importante, ne sarebbe un giorno contento.

Prendere coscienza della gravità della situazione

Jean Marc Ela, prete sociologo camerunese, nel suo libro La ville en Afrique noire, (Karthala, 1983), esamina «le nuove mentalità nell’impatto con la realtà urbana, i problemi della mancanza di lavoro, dell’abitato e del trasporto». Con coraggio racconta «la frustrazione dei giovani, delusi e senza speranza di far parte del mondo degli adulti, e l’esercito dei giovani delinquenti tra quartieri residenziali calmi e prosperi. Il rischio è di trasformare le capitali in una immensa polveriera». Jean Marc avverte che «al di là dei discorsi tranquillizzanti sui miracoli della crescita, è necessario oggi prendere coscienza della gravità della situazione».

Ghislan Suffo, pastore della Chiesa evangelica della regione dell’Ouest, è incriminato e in attesa di processo, per il discorso fatto il 26 febbraio 2019 agli Obsèques del professore Samuel Ndomgang alla presenza di alcuni membri del governo. Alcune sue espressioni: «Vampiro non è solo chi mangia l’essere umano. Vampiro è chi mangia l’avvenire della gioventù… del suo popolo… il destino del popolo. C’è il vampirismo sociale dove mangiate l’avvenire di vostro figlio, delle generazioni di camerunesi. Questi vampiri sono in tutti gli strati della società. (…) Presto in Camerun ci saranno dei figli che si vergogneranno dei loro genitori… quelli che facevano parte della rete che distruggeva la società. Presto saremo sorpresi che i figli diranno che non vogliono vivere coi soldi rubati e distolti col vampirismo sociale». Poi il pastore mette in guardia  di chi sembra lavorare per il bene del Paese, di chi parla con autorità, quella dello stato, mentre mangia “le sel du palais” (“il sale del palazzo”). Alcuni difendono e si danno da fare per l’ordine pubblico, ma sono comprati, pagati, mangiano il sale del palazzo. Non fidatevi, fratelli, non cadete nell’errore. C’è chi per “il sale del palazzo”, rinuncia alle sue origini. Mangiando “il sale del palazzo”, si distrugge il paese». (Emergence, 8 marzo 2018)

Il discorso del pastore lamenta la situazione disastrosa della crisi nella zona anglofona.

 

 

Ditelo a Paul Biya: il sistema è fallito

Di fronte ai membri del governo, Chief Mukete, re di Kumba, ha manifestato la sua incomprensione riguardo alle sofferenze del suo popolo che muore, mentre “la gente di Yaoundé” si diverte. “La gente di Yaoundé” sono i dirigenti camerunesi che Chief Mukete critica aspramente a riguardo della gestione della crisi anglofona nelle due regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest del Camerun.

Il senatore Chief Mukete, ha compiuto 100 anni il 15 novembre 2018 e afferma: «Il sistema è fallito. La sola situazione valida è la federazione. Non perché il paese sia diviso. Mi son sempre battuto per l’unificazione dell’ex Camerun meridionale e l’ex Repubblica del Camerun. E non potrei mai distruggerlo. Ma il Paese deve essere federale. Guardate l’America, l’Africa del Sud, la Svizzera, la Nigeria, il Canada, il Belgio, la Germania, il Messico, la Russia e il Ruanda».

E ha martellato furiosamente il pavimento con la sua canna regale: «Che cosa sono tutte queste assurdità! Il mio popolo muore, soffre. E noi qui a Yaoundé ci divertiamo. Dobbiamo essere prudenti? Me ne infischio. Ditelo a tutti. Ditelo a Paul!» (General News, 10 aprile 2019, Cameroonvoice.com)

 

Il Camerun che accoglie i migranti

Douala, capitale economica del Camerun, è invasa da migranti, profughi e sfollati. Provengono dalla Nigeria per la presenza del gruppo terroristico Boko Haram, così come dal Centrafrica e dal Ciad, zone di guerra, ma ci sono anche gli sfollati delle regioni anglofone del Paese, segnate da scontri e tensioni.

L’arcivescovo di Douala mons. Samuel Kleda ha lanciato un appello per raccogliere fondi e la Comunità di vita cristiana (Cvx) di Douala ha presentato doni del valore di un milione e mezzo di Franchi CFA ai rappresentanti della Caritas diocesana.

La Comunità di vita cristiana è una associazione internazionale di fedeli, uomini e donne, adulti e giovani di ogni categoria sociale che vogliono seguire Gesù Cristo da vicino e lavorare con Lui per la costruzione del Regno, secondo la spiritualità ignaziana. Sono piccoli gruppi che fanno parte di comunità più estese a livello regionale e nazionale. Presenti nei cinque continenti e in sessanta Paesi.

Il coordinatore della Comunità, Éric Martial Tella, dice che gli immigrati nella parrocchia di Mbangue sono un migliaio. Nelle parrocchie di Notre Dame de l’Annonciation di Bonamoussadi e Saint Louis de Bonabéri, sono tra e due e i tre mila ciascuna. Tella poi precisa che da un censimento effettuato nelle tre parrocchie il numero degli arrivati è di 6.000. Fuori della sfera ecclesiale, il censimento darebbe un numero maggiore.

La rappresentante della Caritas della parrocchia Notre Dame de l’Annonciation de Bonamoussadi, Bernadette Tchouaga, esprime soddisfazione, vedendo il dono generoso della Comunità. Numerosi sono i nuovi arrivati e tante sono le famiglie che accolgono, qualcuna ospita dalle 20 alle 30 persone. 

L’altro rappresentante della Caritas, Gérard Enage, vede l’iniziativa della Comunità de Douala in accordo con l’azione del Presidente della Repubblica in favore delle popolazioni del Nord-ovest e del Sud-ovest del Camerun. Afferma anche che in questo momento tutti i camerunesi si sentono impegnati in questo processo di solidarietà e di pace. 

La parola e il silenzio dell’arcivescovo di Douala Samuel Kleda

Dal gennaio scorso Samuel Kleda, arcivescovo di Douala, è quasi scomparso dai giornali. Aveva consigliato al presidente del Camerun Paul Byia di ritirarsi per il bene della nazione. Si era decisamente pronunciato sulla crisi anglofona : «Cessiamo ogni forma di violenza e smettiamo di ucciderci – avevano affermato i vescovi nella lettera, firmata dal presidente mons. Samuel Kleda, arcivescovo di Douala  -: siamo tutti fratelli e sorelle, riprendiamo il cammino del dialogo, della riconciliazione, della giustizia e della pace». I vescovi del Camerun chiedono «una mediazione per uscire dalla crisi e risparmiare il nostro Paese da una guerra civile inutile e senza fondamento». 

Dopo le elezioni dell’ottobre 2018, aveva dichiarato che occorreva prestare ascolto anche ai reclami del candidato sconfitto, Maurice Kamto (che ha ottenuto una il 14,23%), secondo il quale il voto è stato inficiato da pesanti irregolarità. Durante le elezioni la Conferenza episcopale camerunese aveva dispiegato 231 osservatori della Commissione Giustizia e Pace, che hanno riscontrato diverse anomalie.

Dopo la morte sospetta di mons. Jean Marie Benoît Balla, vescovo di Bafia, aveva scritto: «Chiedo a ogni persona informata di collaborare con gli avvocati voluti dalla Conferenza episcopale. Abbiamo fiducia nella giustizia. Desideriamo che i nostri avvocati conoscano gli elementi in possesso della gendarmeria e della polizia».

Nel discorso per la Giornata mondiale della Pace (gennaio 2019) aveva scritto: «Un popolo attende dai suoi responsabili la giustizia e il diritto, la verità, la prosperità, l’uguaglianza del benessere per tutti, l’attenzione, il rispetto, la considerazione».

«Viviamo nel nostro Paese il dramma della guerra e della paura: la crisi sociopolitica delle regioni del Sud-ovest et del Nord-ovest; i disastri causati dalla setta Boko-Haram nell’Estremo Nord del nostro Paese; le persone migranti e rifugiate di queste tre regioni e i rifugiati centrafricani nella regione dell’est. (…) Per sradicare dai nostri cuori questi vizi e sradicarli dalla società, dobbiamo cambiare la mentalità, la nostra visione della politica e liberare noi stessi, rinunciando al nostro orgoglio. Dobbiamo interrogarci seriamente : come vincere la corruzione, se essa è diventato il nostro stile di vita, un sistema di governo?».

In gennaio ha rischiato di essere aggredito e colpito. Persone che conoscono l’arcivescovo Samuel Kleda e il Camerun si domandano perché non parla e dicono che non è per paura.

Aiutiamo ancora Ambam


In questi giorni, con cinque diaconi di Treviso e il loro rettore don Giulano Brugnotto, ho rivisto alcuni luoghi di quella vita missionaria e tanti cristiani che non hanno trattenuto la loro gioia di rivedere me e i rappresentanti della diocesi di Treviso. Ho risentito un forte senso di fraternità, di accoglienza, di famiglia, non solo nei miei riguardi, ma anche con tutti i missionari di Treviso e con i trevigiani che sentono la missione di Ambam parte della  loro famiglia. Abbiamo pregato anche sulla tomba di padre Mario Bortoletto, fidei donum di Treviso. La missione vissuta ad Ambam non è solo uno dei momenti della vita. Ci domandiamo: «Chi siamo noi per loro? Chi sono loro per noi?».

Vedo che la missione non è rimasta un’ideologia ma sentita ancora come il condividere in forme concrete la vita storica della gente. Mi domando allora: «Come continuare concretamente a Treviso la missione iniziata nel gemellaggio?». Dentro il senso vivo e concreto di Chiesa-Famiglia di Dio e nella relazione fraterna da continuare con preti e cristiani africani, da vivere anche nella preghiera, resta viva e forte in me la domanda di contribuire ai bisogni concreti della missione. Direi con una frase del cardinale Martini: «L’Africa in questo momento ha grande bisogno di aiuto disinteressato. Un mondo che proceda in unità e corresponsabilità è un mondo che può preparare ai futuri cittadini un modo di vivere più conforme alla dignità umana, con tutte le conseguenze che seguono da tale situazione», (La Stampa del 5 luglio 2009)

Come accompagnare i cristiani che riempiono le chiese di Yaoundé


Domenica scorsa a Nvog Ebanda, seconda domenica di Quaresima, ho sentito l’appello di 34 catecumeni che hanno chiesto il battesimo. Uno è di Yaoundé, gli altri quasi tutti bamileké, etnia dell’Ovest, commercianti.  In questi cinquant’anni di presenza a Yaoundé, durante il lavoro nell’antica parrocchia di Etoudi, abbiamo assistito e contribuito alla nascita di tre nuove parrocchie. Incominciando con la costruzione di una cappella, si dava la possibilità di venire a pregare agli abitanti che continuamente arrivavano e nacquero così le comunità. Ogni anno a Yaoundé ci sono migliaia di nuovi battezzati. Ogni anno qualche parrocchia nuova. Come prepararli, come seguirli? Come stanno vivendo da cristiani? Spesso ci poniamo domande sullo sviluppo della Chiesa.

Mi piace ricordare quando, anni fa, il cardinale Martini disse ai missionari preoccupati e pieni di interrogativi: «In simili frangenti, potresti avvertire il bisogno di tornare alla purezza iniziale, alla radicale serietà della scelta. Forse venite colti da un fastidioso senso di amarezza (“Ho sbagliato tutto”) e desiderate essere di nuovo severi, esigenti, austeri…  Decidete, allora, di eliminare dal vostro approccio missionario ogni accondiscendenza con la cultura locale e con le troppe debolezze dei gruppi umani con cui vivete e ridiventare uomini e donne della legge: niente più matrimoni di prova o in fieri, niente più comprensione della poligamia, niente più bonarietà, o permissività, o approssimazione… Solo Vangelo allo stato puro! Ma è difficile persistere in questo atteggiamento. (…) Mantenere quella posizione di rigidità diventa estenuante, deprimente per voi e per tutti. E allora mollate la presa e “dondolate” dall’altra parte: tornate a essere benevoli, bonari, se non libertari, pazienti, permissivi per poi pentirvi, appena notate nuovi tradimenti del vangelo. Fate come il pendolo: ora tutto da una parte, ora tutto dall’altra. Dove penso possa trovarsi quella che definirei una posizione di “equilibrio evangelico”? Non certo a metà strada tra la rigidezza e la permissività. L’unico luogo in cui un apostolo del vangelo deve situarsi per non ammalarsi della sindrome del pendolo è sul Golgota. Più precisamente sulla Croce. Più precisamente ancora, nel cuore trafitto di Cristo. Piazzatevi lì. E dalla fessura procurata dalla lancia, osservate la vostra gente. Forse vedrete che i più sono molto lontani, ancora alle falde del monte o appena all’inizio del pendio. Continuate a guardarli, a contemplarli. Soprattutto, amateli con la vampa d’amore che arde in quel cuore. Non legatevi troppo a questa o quella tabella di marcia. Non riprendeteli se li vedete salire zigzagando, o se rallentano, o se cadono e si fermano. Una sola deve essere la vostra preoccupazione: che la gente non faccia mai un percorso a ritroso, cioè un cammino che la allontani da quel cuore e da quell’amore. Concedete loro di salire con la velocità di cui ognuno è capace e con le pause di cui necessita. Rispettate il fiatone che molti potrebbero avere. E se cadono, invitateli a rialzarsi. L’importante che riprendano il cammino che li avvicini a quel cuore, che è il centro dell’amore che muove ogni cosa».

Gli antenati non sono morti

Famosa è la poesia di Birago Diop: «Ascolta più spesso ciò che vive,   ascolta la voce del fuoco,    ascolta la voce dell’acqua e ascolta nel vento i singhiozzi della boscaglia : sono il soffio degli antenati.  I morti esistono, essi non sono mai partiti,   sono nell’ombra che s’illumina, e nell’ombra che scende nella profonda oscurità…..».  

Giovanni Paolo II in Ecclesia in Africa, (42 . 43), scrive : «I figli e le figlie dell’Africa amano la vita. Da questo amore deriva la loro grande venerazione per i loro antenati. Credono istintivamente che i morti hanno un’altra vita e il loro desiderio è di restare in comunicazione con loro. Sarebbe forse in qualche modo una preparazione alla fede nella comunione dei santi?».

Nelle due parrocchie dove celebro in questi giorni a Yaoundé, tra le intenzioni di messe domandate, frequenti sono quelle per le “anime del purgatorio”. Ho voluto chiedere ad alcuni cristiani se nelle anime del purgatorio ci sono anche gli antenati. Non mi aspettavo la varietà di risposte e la scoperta di un rapporto ancora vivo con gli antenati.

Varietà di risposte perché ormai a Yaoundé trovi membri delle centinaia di etnie del Camerun e ognuna ha il suo modo di pensare, non solo sugli antenati, ma anche su altri campi della vita. Ma sulla pratica delle Messe per le “anime del purgatorio”, c’è anche diversità di giudizio.                     

1. Le anime del purgatorio soffrono in attesa di raggiungere il Paradiso, preghiamo che Dio abbia misericordia. Dio ha misericordia anche dei nostri antenati.                                          

2. Sono cristiana e credo che oltre al battesimo di acqua c’è anche quello di desiderio. Non so come alcuni abbiano vissuto, ma penso che anche per loro ci sia la possibilità del Paradiso.                 

3. Si dice che quando si riscava la tomba di una persona e la si trova ancora intatta, quella persona è ritenuta santa anche se pagana e la si onora con riti speciali. Mia nonna pagana, che aveva fatto una vita da schiava, venduta da mercato a mercato, è stata trovata intatta. Io continuo a pregare per lei e un giorno la rivedrò in Paradiso.                                                                        

4. Quando arriva un incidente o una disgrazia, si dice che un antenato mostra che non è soddisfatto di come lo si onora. Allora anche i cristiani che credono ancora alle tradizioni, pensano che al posto di un sacrificio per soddisfare l’antenato, si possa offrire una messa. Anche quando chiedono la messa per benefici ottenuti, intendono soddisfare gli antenati con la messa.                                     

5. Sono cristiano di vecchia data, che gli antenati possano farci del male e che debbano essere tenuti in pace e ringraziati, non credo più.                                                                      

6. Semplicemente prego per antenati pagani e cristiani. Dio è misericordioso per tutti.                

 7. Mia madre, cristiana evangelica continua le pratiche per onorare i miei antenati. Io ho dei doveri familiari trasmessimi in segreto da mio padre, ma quelle cose non le faccio più.                      

8. Alcuni cristiani conservano crani, luoghi sacri, pratiche rituali, chiedono aiuto al marabutto ecc.   

9. I giovani non sono più dentro quelle cose.                                                        

10. Un vecchio catechista pensa che abbiamo bisogno di protettori. Aiutando i defunti, antenati compresi, cristiani o pagani, a raggiungere Dio, ce li facciamo protettori.

Circa i trapassati ho trovato questa teoria: «La morte è considerata dagli africani un evento normale poiché chi muore continua a vivere e ad intervenire nella vita dei propri cari; il decesso, infatti, è il passaggio necessario per raggiungere il divino e il mondo degli antenati che ne sono i diretti intermediari».

Sulla celebrazione delle Messe per le “anime del purgatorio”, sento il bisogno di capire meglio. Si tratta di mettere insieme tradizione africana e pensiero cristiano?  Mons. Jean Zoa arcivescovo di Yaoundé nel 1993 aveva detto in una conferenza : «Penso che dobbiamo evitare il sincretismo tra la fede cristiana e il culto degli antenati». E sull’inculturazione mons. Zoa diceva il suo disaccordo sulla situazione pastorale condotta da alcuni preti che proponevano al popolo di Dio solamente attenzioni e iniziative  d’ordine rituale e magico.

Riconosco che ho dovuto superare un po’ di fatica, ma penso di aver raggiunto una soddisfacente idea della positività dell’importanza della presenza degli antenati nella cultura e oggi nella vita dei cristiani africani. Quando si dice: «esiste la forza della natura», penso che l’africano vi vive dentro, continuamente e quando dice :«Sento i miei antenati vivi», non dice solo un’idea, ma dice forza, vita. Il sincretismo accennato da mons. Jean Zoa non riguarda la concezione del rapporto vivo con gli antenati, ma tocca la falsa inculturazione di far rivivere pratiche e riti religiosi poco chiari.

Ascoltando i cristiani che fanno celebrare le messe per le”’anime del purgatorio” vedo che amano  ricordare anche i loro antenati, compresi i non cristiani, semplicemente e soprattutto perché li sentono veramente vivi e volontari della vita, bella, ordinata, dei membri della loro famiglia e discendenza. Celebrare non è solo ricordare ma vivere un contatto vivo. Giovanni Paolo II parla di amore della vita, una vita che resta viva nel contatto con gli antenati che amano la loro famiglia. Si tratta anche di contatto con Dio perché gli antenati sono dei mediatori e sono persone che sono state fedeli a Dio, al loro Dio. Una donna mi racconta: «Mio padre prima di morire volle essere sepolto così com’era, dicendo a noi di non spendere niente. Solo ci ha chiesto di “fare il fuoco£ e di mangiare ogni tanto uniti, in ricordo di lui». E mi ha domandato: «Quando vado al villaggio, posso “fare il fuoco” e mangiare unita ai miei fratelli e ai miei figli?». Prima di rispondere, ho voluto sapere se altri cristiani fanno così e me lo ha assicurato. In realtà, “fare il fuoco” significa “riunire il focolare” attorno alla famiglia unita. Penso che sia diverso da quello che mons. Zoa rimproverava  quando diceva di una inculturazione sbagliata. Qualche catechista dice anche che bisogna stare attenti di capire bene, soprattutto quando per esempio un beti del Sud riferisce sulle “pratiche dei crani” dei bamileké del Sud-Ovest. Non tutti capiscono e accettano le diversità di comportamento religioso di una etnia diversa dalla loro. Spesso il giudizio è negativo.

Per me straniero è necessaria una continua attenzione e prudenza nel giudicare e nel credere di aver capito. Resto quindi d’accordo sulla necessità di catechesi approfondita, come scrive Dominique Banlene Guigbile, vescovo di Dapaong, parlando del Mese Missionario Straordinario dell’Ottobre 2019, annunciato da Papa Francesco:  «C’è una sorta di accumulo di credenze, a volte un sincretismo che è maggiormente visibile nei momenti di grande sofferenza come la malattia e la morte. Spesso la religione è percepita dell’uomo africano solo in una dinamica utilitaristica».

«Una religione è giudicata buona o cattiva a seconda che soddisfi o meno i bisogni dei suoi seguaci. Se non dà soddisfazione, viene abbandonata per altro o viene modificata». «Da qui scaturisce l’attitudine popolare degli africani di aderire a una nuova religione senza rinunciare alle precedenti credenze. La verità della fede cristiana si basa però sul fatto che la fede in Gesù Cristo non supporta aggiunte o amalgami. È una scelta radicale che, pur tenendo conto dei semi del Verbo presenti nelle culture dei popoli, rinuncia a compromessi con tutto ciò che è contrario alla verità evangelica. Bisogna restare umili e comprendere che il cristianesimo vissuto in Africa è talvolta lontano dalla sua realtà e verità fondamentale e richiede un’opera di evangelizzazione molto più profonda. Lungi dall’essere una terra già evangelizzata, l’Africa rimane ancora una terra di evangelizzazione, una terra di missione», conclude. (DZ/AP) (27/9/2018 Agenzia Fides)

Catechesi necessaria anche in Italia

Sul rapporto coi defunti, non solo l’Africa ha bisogno d’essere evangelizzata. Oggi molto di più l’Europa che perde il contatto naturale coi defunti e crede al contatto magico.  Sarà l’Africa ad evangelizzarci, cioè a rimetterci in un contatto vivo con tutta la ricchezza e vitalità della natura, nel senso vero pieno e vivo, comprendendo quanto voluto dal creatore, come Lui vede l’uomo, la sua vita, la relazione con tutti gli esseri. Un mezzo per scoprire ed aprire, sarà l’incontro delle persone, delle culture, delle religioni.