Sto facendo la valigia

Qualcuno ha detto che il missionario è l’uomo che non disfa mai la valigia. Giovedì prossimo, 15 novembre, partirò per il Camerun dove passerò due mesi, uno di insegnamento nel nostro seminario di Yaoundé e uno di incontri con sacerdoti e catechisti africani. È vero che ci sono pericoli in certe zone del Camerun, ma in ambito missionario i pericoli ci sono sempre e dappertutto, soprattutto quando in un modo o nell’altro si deve accostare la realtà viva e profonda di sofferenza e di ingiustizia in cui sta vivendo gran parte dell’umanità. Quello che è bello è quando puoi sentirti in grado di aiutare, amare, star vicino, incoraggiare e sentire anche di essere amato, non solo per quello che sei e che fai, ma per quello che rappresenti e che vuoi continuare a far vivere. Cristo chiede ai cristiani di continuare a mantenerlo vivo e attivo nella loro esistenza. Consacrandomi sacerdote, il santo Paolo VI, arcivescovo di Milano, mi disse che Gesù voleva mettere il suo cuore nel mio e il mio nel suo. Ora vivendo a Sotto il Monte, accanto a Papa Giovanni, mi lascio formare ancora alla sua bontà e alla sua apertura mondiale. Aveva detto: «Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi­cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti­diana».

Ricordo a voi, miei amici, che ho sempre vissuto con voi la mia vita missionaria. Continuate ad accompagnarmi con la preghiera.

 

“Chiesa dalle genti”, radunati dalla speranza

Concludendo e sintetizzando i lavori del Sinodo minore “Chiesa dalle genti”, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini,  ha detto:  «Siamo il popolo radunato dalla speranza, convinto dalla fede nelle promesse di Dio, animato dal dono dello Spirito Santo… popolo della comunione al futuro… (…)  popolo in cammino… Chiesa sempre più multietnica, in una società sempre più multietnica che cerca vie nuove per annunciare e vivere il Vangelo ed essere sempre più autenticamente ambrosiana… e cattolica… e universale». Le preghiere e i canti in italiano e in latino. Ma anche in inglese, in francese, in spagnolo, in tigrino, in romeno, in ucraino.   Che cos’è che unisce i molti? Quale via perché le genti si raccolgano nell’unica Chiesa per diventare un cuore solo e un’anima sola? «La comunione al futuro si racconta come un cammino. Non si tratta di attuare una normativa, né di dare vita a nuove strutture e istituzioni, ma alzare lo sguardo sulla Sposa dell’Agnello per appassionarsi dell’audacia di un cammino che non si lascia intralciare dalla paure del nuovo, dalla paura dell’altro, da ciò che mette in discussione le abitudini consolidate e anacronistiche.  Siamo il popolo radunato dalla speranza, della comunione al futuro che si fa incontro… a tutti.

Quattro le sfide  da affrontare :

Sfida pastorale: riconoscere come parte integrante della Chiesa Ambrosiana i cattolici di altri Paesi, riti, lingue, culture;

Sfida spirituale  e la chance ecumenica con cristiani di altre Chiese e confessioni, soprattutto ortodossi;

Sfida identitaria e opportunità per lo sviluppo del dialogo interreligioso, per la presenza numerosa di fedeli musulmani;

Sfida per la presenza degli stranieri della fede… battezzati in terre ambrosiane… la cui fede pare inaridita.

Chiesa con vocazione profetica per realizzare integrazione e relazione positiva superando le difficoltà generate dagli intensi flussi migratori. Capace anche di apportare il proprio specifico contributo in termini di maturazione di una coscienza politica orientata al bene comune e al riconoscimento dell’appartenenza di tutti all’unica famiglia umana».

 

 

I fidei donum italiani scrivono una pagina nuova

Già l’avevano scritta qualche anno fa quando i vescovi del triveneto avevano preso la decisione di mandare in Asia i presbiteri che si rendevano disponibili. Si trattava di una novità importante perché fino ad allora si partiva soprattutto per l’Africa e l’America Latina. Altre pagine nuove le hanno scritte i laici, fidei donum pure loro. Si assiste già alla consegna del crocifisso a coppie e ai loro figli. Su questo argomento, tempo fa, il teologo trevigiano Franco Marton aveva espresso anche un suo sogno: «Ad Ambam, in Camerun, per qualche anno sono vissuti insieme alcuni fidei donum di Treviso, alcuni “padri missionari” del Pime e anche qualche laica lombarda. (…) Ripensando al tutto si potrebbe anche guardare al futuro con coraggio. Nulla impedisce che un Vescovo, a nome della sua chiesa locale, invii ad gentes una équipe formata da fidei donum della sua diocesi, da religiosi o religiose missionari di qualche Istituto, battezzati nella sua chiesa locale, con laici o laiche della stessa chiesa. In qualche rara diocesi si sta già facendo. (….) da un punto di vista teologico il progetto starebbe perfettamente in piedi, come dal punto di vista del Concilio. Avrebbe, inoltre, una forza spirituale molto grande, perché tutti i membri dell’équipe si sentirebbero spinti ad aiutarsi nell’approfondire la propria fede, attingendo tutti a quello Spirito che resta il vero protagonista della missione. Non dovrebbe essere vista come una ‘soluzione pastorale’, subita da una chiesa locale ormai ridotta nei numeri delle vocazioni missionarie, ma come una scelta consapevole e motivata. Stiamo sognando o stiamo guardando al futuro con lo sguardo di un missionario che continuiamo a chiamar indifferentemente don Silvano o Padre Silvano, intuendo che dietro a questa benefica ‘confusione’ potrebbe nascondersi qualcosa di buono per il futuro della missione della diocesi? Se ci fosse il coraggio di rischiare…».    

Leggo in “Avvenire” del 27 ottobre 2018: «Stasera in Duomo Delpini invierà 11 fidei donum e ne accoglierà otto. È la prima volta che leggo questo: «invierà e accoglierà». Accoglierà cioè i preti inviati da diocesi africane alla diocesi di Milano, dove si dedicheranno agli studi o al servizio pastorale. In realtà, nell’ attuale diocesi di Milano, definita ora “Chiesa dalle genti”, gli stranieri sono numerosi e hanno bisogno di assistenza di vario genere e alcuni preti provenienti dai loro Paesi, sono già al loro servizio.

Altra novità per me: In questi giorni ho ricevuto la lettera di un presbitero tupuri del Nord del Camerun che avevo conosciuto ragazzo mentre era col padre catechista nel centro che dirigevo. Mi dice che si sta preparando a raggiungere una parrocchia di Francia come fidei donum.

Alcuni vescovi, ultimamente, si sono sentiti costretti a limitare la partenza dei loro presbiteri, ma ce ne sono ancora alcuni convinti dell’importanza del dono e dell’apertura della loro diocesi e permettono ad alcuni presbiteri di partire. Oggi sta nascendo in qualche vescovo italiano anche la possibilità di mandare in Francia o in qualche Paese europeo, qualche suo presbitero per aiutare una parrocchia senza prete, ma anche con un progetto di comunione tra diocesi europee perché ormai si vive una comune situazione di sofferenza e quindi anche di vivere la ricerca insieme di come affrontare situazioni comuni e trovare soluzioni da condividere e sostenere.

Papa Giovanni accoglie e benedice i frutti del Concilio

Oggi, 26 ottobre 2018, nella nostra chiesa di Sotto il Monte, accanto alla casa natale di Papa Giovanni, ho assistito alla celebrazione della Parola e della comunione eucaristica presieduta da un diacono. La chiesa era piena di pellegrini tedeschi e il diacono, tedesco pure lui, con le carte in regola, si è presentato a chiederci i paramenti per un diacono e le chiavi del tabernacolo. Ho seguito tutta la celebrazione: canti ben preparati, buona partecipazione dei fedeli, letture della liturgia della Messa del giorno, omelia, intenzioni, preghiere di preparazione alla comunione e assunzione del diacono e dei fedeli dell’Eucaristia, ringraziamento con preghiere e canti. Certo, il diacono non ha consacrato il pane eucaristico, ma ha potuto aprire il tabernacolo, prendere tra le mani l’Eucaristia e condividerla coi fedeli. Ero sorpreso e contento di come si svolgeva la celebrazione. Partendo, il diacono mi ha detto che il loro parroco si era ammalato e lo aveva incaricato di guidare e animare il pellegrinaggio.

Ho pensato a Papa Giovanni che accoglie, accompagna e benedice con gioia questi pellegrinaggi provenienti da tutto il mondo. Deve anche sentirsi soddisfatto e fiero di constatare i frutti del Concilio, voluto da lui.

Il primo frutto che ho visto è quello del diaconato permanente, ripristinato dal Concilio e che in questi ultimi decenni ha conosciuto in numerosi luoghi forte impulso e ha prodotto frutti promettenti, a tutto vantaggio dell’urgente opera missionaria di nuova evangelizzazione.

Il secondo frutto è quello del cambiamento della lingua voluto da Papa Giovanni. Qui a Sotto il Monte si sentono le preghiere in tutte le lingue. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa non utilizza più il latino come lingua esclusiva delle liturgie romana e ambrosiana e dei riti latini della Chiesa cattolica. Papa Giovanni in Paradiso è lieto di sentire tutte le lingue del mondo.

Il pellegrinaggio a Sotto il Monte continua a essere simbolo vivo ed efficace del cammino verso il Paradiso con la carezza e la benedizione di Papa Giovanni e soprattutto con la forza del pane vivo di Gesù Eucaristia che dà forza, fede e rinnova il cuore. Con la sorpresa di sentirsi tutti in cammino, accanto a fratelli di ogni continente.

“Kum”, risorgere, tema di dialogo

 

Silvia Camisasca in Avvenire del 18 ottobre 2018 ci fa dono di una pagina intera su un prossimo dibattito: “Rinascere a nuova vita per condividere e rigenerare l’altro in una sorta di rivoluzione della responsabilità universale”.

Assistendo alle proposte di questi incontri interreligiosi, vedo con interesse l’invito ad aprirsi, ad ascoltare e a fidarsi della Parola dell’Altro. Al festival Kum di Ancona del 21 ottobre 2018, dialogheranno il teologo don Luigi Epicoco, il monaco buddhista Rinpoce e il rabbino Della Rocca Roberto. Talitha kum significa “Bambina, alzati”, ordine rivolto da Gesù alla figlia morta del rabbino (Mc, 5-41). Filosofi, psicanalisti, storici e teologi saranno a confronto attorno al grande tema delle Resurrezioni: un’occasione di riflessione sui molteplici significati del “rinascere” dalle ceneri della sofferenza. Interrogarsi sul bisogno di prendersi cura dell’altro, di farsi carico delle croci dell’umanità, di condividere un percorso comune: quello di restituire vita alla vita. Tentativo laico e coraggioso di sdoganare un tema tanto complesso.

Così si annuncia don Epicoco: «È l’esperienza liberante di chi riesce a ripartire. Credere in Cristo non è solo condivisione di pensiero, ma accettazione di quella resurrezione».

Il lama buddhista Rinpoce: «È il risveglio di questa umanità confusa. All’uomo vinto dalla sofferenza Dio dice “Alzati”, e “Risvegliati” è il monito di Buddha all’uomo caduto nel sonno delle illusioni : inviti simili a uscire dal torpore della morte interiore e risorgere a nuova vita”.

Il rabbino Della Rocca: «È l’Eterno che ci chiede di realizzarci in pienezza. Su quale rinascere o risorgere si possono incontrare tutti gli uomini, al di là del loro sentire religioso? Al di là di ogni fede, dove si ritrova la grande attualità della Resurrezione?».

Don Epicoco precisa: «Sdoganare questo tema e metterlo al centro dell’attenzione del dibattito significa dire che quello che può apparentemente sembrare un problema teologico, pervade l’uomo in quanto tale, lo coinvolge nel suo complesso. In un tema simile non è in gioco solo l’anima, ma la persona tutta intera».

E Costantino Gilardi, domenicano psicanalista: «Ogni colpo d’ala, ogni volta che il bene è più forte del male, ogni volta che la luce è più forte delle tenebre e ogni volta che la vita è più forte della morte, si compie una piccola grande risurrezione. E vi sono risurrezioni laiche e risurrezioni dall’alto, senza poter mai dire dove inizia una e finisce l’altra».

 

 

Non senza l’altro

Leggo nel giornale L’eco di Bergamo di lunedì 15 ottobre 2018 :

La comunità di sant’Egidio ha organizzato a Bologna un Meeting internazionale sull’attualità delle parole di Paolo VI sulla guerra: «Non più gli uni contro gli altri o senza gli altri. L’umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità». Queste parole sono risuonate al Meeting per bocca del vescovo di Bologna Matteo Zuppi. Erano presenti molti rappresentanti di tutte le religioni del mondo. Una delle relazioni introduttive è stata affidata a Ahmad el-Tayyeb, grande imam dell’università di Azhar del Cairo. Ha affermato: “Il terrorismo che getta nel panico coloro che vivono in pace e li priva della sicurezza, non può essere l’operato di un popolo credente. Questo comportamento è sicuramente opera di un gruppo di persone che sono facili preda di disinformazione, di lavaggio del cervello, del commercio delle coscienze e anime”.  Parlerà anche Bernice, la figlia di Martin Luther King, per invitare a costruire un mondo senza razzismo e violenza. Il vescovo di Bologna ha detto : “Il pericolo oggi è proprio quello di stare senza l’altro, circostanza alla quale non possiamo abituarci, come scongiurava Paolo VI”. E Papa Francesco nel suo messaggio al Meeting: “Siamo chiamati ad impegnarsi insieme per congiungere le persone e i popoli. Il timore più grave è l’indifferenza per cui non basta accontentarsi di stare in pace».

La parola chiave del Meeting è Dialogo con l’impegno di costruire ponti. Riccardi della comunità sant’Egidio ha ricordato che Paolo VI vedeva nel dialogo «un’origine trascendentale, con intenzione stessa di Dio».

 

 

Collaborazione tra Chiese sui migranti

I vescovi della Regione Nord dell’Africa (CERNA) riuniti a Tangeri (Marocco) il 23-26 settembre scorso, nel comunicato finale sul tema dei Migranti, dicono : “La migrazione in situazione di aumento nel mondo intero resta per noi la più grande realtà di sofferenza che accostiamo nei nostri paesi. Ci interroga sulla nostra solidarietà presso quelli che soffrono e più ampiamente sul rispetto per ogni persona umana, in qualsiasi situazione si trovi. Denunciamo il disprezzo dei diritti fondamentali verso i migranti. Impegnamo la nostra solidarietà fattivamente verso di loro nei quali riconosciamo il volto sofferente di Cristo nostro Signore. Ci siamo trovati d’accordo e sostenuti in questa decisione nella condivisione di esperienze con la commissione per i migranti (CEMI) della Conferenza episcopale italiana (…), venuta a Tangeri per rendersi conto della situazione. Questo ci incoraggia a collaborare per poter affrontare insieme la grande sfida per le nostre Chiese e per le nostre società divise».

 

Don Alessandro Pronzato e don Ermete Sattoloni

Il cardinale Bergoglio adoperava i commentari al Vangelo scritti da don Alessandro Pronzato, ora defunto, per preparare le sue omelie. E, fatto Papa, non ha esitato a contattarlo.  Una malattia polmonare lo costringe a un lungo ricovero al sanatorio di Pineta di Sortenna, in Valtellina, dove rimarrà a dirigere per vent’anni un centro di spiritualità. Scrisse 136 libri. Ne trovai uno a Beni Abbes (Algeria)  su Don Ermete Sattoloni della diocesi di Nocera Umbria che dopo alcuni anni di parroco aveva voluto vivere a Beni Abbes, fattosi anche lui Piccolo Fratello assieme a Carlo Carretto. Leggete quanto scrisse dopo una sua visita:

“Fratel Ermete manovra la cazzuola con disinvoltura e non ha certo paura dei calli alle mani. Si distinguono perfettamente quando innalza l’ostia, oppure apre le palme al “Padre Nostro”. Fanno un bel vedere.

Due giorni prima della mia partenza, è venuto a cercarmi nella cella, prima ancora di andarsi a rinfrescare. Sai? Alessandro, oggi mi è successo un fatto curioso. Un manovale della mia squadra, durante la breve sosta di mezzogiorno, mi ha domandato all’improvviso: “Ermete, spiegami un po’ che cosa ha fatto di straordinario per te Gesù Cristo che lo ami tanto”. “Non so se ti rendi conto…E’ la prima volta, in tre anni, che mi sento rivolgere una domanda sulla mia fede. Guarda che strano. Embé, che devo dirti, Alessandro? Sono contento.”

Non posso guardarlo negli occhi. Ma mi porto dentro l’avvenimento. Mi servirà, ne avro’ bisogno, senza dubbio. Una parola su un argomento religioso in tre anni.

Penso ai nostri trionfalismi, alle nostre cifre, statistiche, registri, alle nostre “molteplici attività apostoliche”, all’ansia di vedere dei risultati, allo scoraggiamento per gli insuccessi, alle proteste contro l’indifferenza della gente e i tempi cattivi…”ma vale la pena di continuare cosi?”, “che cosa ci sto a fare in un ambiente come questo?”, “…per quel che ottengo..;”.

Ermete, invece, è felice. Ce l’ha fatta a piazzare una parola in tre anni. Un seme piccolissimo, invisibile, che “si perde” nella sterminata vastità del Sahara.

Può darsi, che fra tre anni, abbia la possibilità  di buttarne un altro in quel deserto immenso, terrificante e meraviglioso.

Lui è felice. Perché sa che il deserto fiorisce soltanto a questo prezzo della pazienza, dell’amore. Non ha tempo di controllare i risultati, Ermete. Deve lavorare. Domani partirà presto, come al solito. E, come al solito, si sarà alzato due ore prima, per pregare.

Non dimenticherà certo di mettersi sotto l’ascella il lungo sfilatino. Al silenzio c’è avvezzo. Al digiuno, no. A quello sono abituati soltanto i suoi compagni musulmani che però si mangiano quotidianamente il suo pane. E magari sono curiosi di sapere cos’è Gesù Cristo per Ermete, proprio perché vedono che cos’è Ermete per loro.

Ermé, non ha per caso un piccolo seme di pazienza da gettare nel mio deserto di tutti i giorni?”

Il martire cristiano, semplice testimone d’una speranza che è in lui

Traduco e riassumo il testo di alcuni amici di un gruppo di riflessione (GREA) per la prossima beatificazione dei 19 martiri d’Algeria.

La beatificazione fa nascere alcune domande sul termine “martire”, ormai titolo definitivo dei 19 beati per i cattolici e specialmente per i membri della Chiesa in Algeria. Inseriti dentro il popolo algerino e accostando la fede musulmana della maggior parte dei suoi abitanti, i membri della Chiesa cattolica sono portati a testimoniare ciò che caratterizza la loro fede in Dio e la ragione della loro speranza. Da ciò appare una tensione tra il cammino ordinario di ogni uomo e la particolarità del cristiano. Confessando la loro fede in Gesù Cristo, dicono anche che Dio è unico e che è Amore e Misericordia e in questo raggiungono la fede dei musulmani. Nel rapporto tra Dio e gli uomini c’è una comune chiamata a camminare sul “giusto cammino”, ma la storia dice che all’interno dell’umanità nascono contrasti tra credenti e ogni forma di violenza. Qui sta la differenza: i cristiani testimoniano la speranza che vive in loro, credono profondamente che questa violenza il Cristo l’ha subita sulla croce. I cristiani si lasciano coinvolgere nel mistero profondo di un Dio che crea l’universo ma che rinuncia alla sua onnipotenza morendo sulla croce. Qui c’è la vocazione e la particolarità del cristiano. Papa Francesco vede il cristiano che vive i suoi limiti come persona ordinaria nella sua vita quotidiana e la sua fragilità davanti al male, soffre per il dramma della tortura e dell’uccisione della persona umana, ma porta una speranza che viene dalla fede e che si fonda sulla Resurrezione di Cristo e sulla prospettiva di un altro mondo, mondo interiore di pace e di giustizia. Diventa segno di speranza. Pur vivendo come gli altri, dice e testimonia qualcosa di superiore a lui, per questo resta fratello e sorella di tutti. Uniti in questa speranza, i cristiani formano la Chiesa tra loro e vivono la beatificazione di 19 religiosi e religiose uccisi in Algeria insieme a tanti uomini e donne e bambini, vittime della stessa violenza. La Chiesa onora in loro e in tanti altri lungo i secoli, persone che hanno cercato di dire che la violenza, la vendetta, l’egoismo e l’indifferenza non sono le soluzioni ai conflitti e alle disuguaglianze tra gli uomini, e non sono  neppure il progetto di Dio per noi tutti».

“La missione della Chiesa ha per vocazione l’amore”. (Card. Duval)

 

L’islam che… pensiamo ma non esista

Riassumo quanto Avvenire (14.09.2018) riporta su un saggio dello storico Aydin* che spiega come sia nato il fraintendimento sull’esistenza di un mondo musulmano unitario, idea oggi alimentata dagli estremismi contrapposti. Pare che i musulmani, circa 1.600.000 fedeli in tutto il mondo, siano grosso modo un quarto dell’umanità e si sente dire di continuo che sono un tutt’uno una sola umma (in arabo‎ umma: comunità, nazione, etnia) dei credenti che si riconoscono nell’unicità di Dio, nel Corano e nel messaggio di Maometto e che amano alludere a se stessi e ai loro correligionari chiamandosi “fratelli” e “sorelle”.

È così davvero? È stato sempre così?

All’indomani della scomparsa del Profeta, l’Islam ha conosciuto la fitna: parola-chiave il cui campo lessicale è amplissimo e che va dalla lite tra vicini fino alla lotta civile e religiosa al tempo stesso tra comunità contrapposte. La fitna è dal VII secolo quella tra sunniti e sciiti e poi proseguì fino a cristallizzandosi nella lotta tra  i due imperi musulmani, l’ottomano del sultano sunnita a ovest e degli shah sciiti a est. Continua oggi tra l’Arabia saudita e l’Iran dall’altra.

Oggi il fondamentalismo islamico continua a essere persuaso che esista “un mondo musulmano” compatto e coeso. Gli unici, veri nemici dei fondamentalisti musulmani e degli islamofobi sono quanti cercano la convivenza nella discussione e nel rispetto reciproco. È questa la proposta di Papa Francesco; è questa la proposta della comunità comunitaria musulmana almadiyya, animatrice di un simposio annuale di pace a Londra. L’unità universale e spirituale si attua nella pluralità intellettuale e nella diversità culturale.

*  Cemi Aydin L’idea di mondo musulmano, Una storia intellettuale globale.