Mons. Giavanni Battista Gobbato

Nato il 16/05/1912 a Sernaglia della Battaglia (Vittorio Veneto), iniziò la formazione nell’Istituto nel 1926. Fu ammesso al Giuramento e ordinato Presbitero nel 1934. Partì per la Birmania (Taungngu) nel 1935 e fu uno dei pionieri della missione del PIME tra i Karen in quel paese. Dal 1961 al 1989 fu Vescovo per 28 anni della nuova diocesi di Taunggyi e scherzosamente ricordato come “Il vescovo con la valigia”. Morto il 06/08/1999 a Taunggyi, Myanmar è stato seppellito nella cattedrale.

Il vescovo con la valigia 

Ordinato prete nel 1934, padre Giovanni Battista ha messo piede per la prima volta in Birmania nel 1935, destinato alla missione di Toungoo. Se ne è allontanato solo per alcuni anni, dal 1941 al 1946, ma non per sua scelta.

Furono le autorità coloniali inglesi ad offrire a lui e agli altri giovani padri italiani un soggiorno gratuito in India: nei campi di prigionia per i cittadini delle potenze dell’asse Berlino-Roma-Tokyo che avevano appena scatenato la Seconda guerra mondiale. Se si esclude questa parentesi, la vita di padre Gobbato è stata, come diceva lui, un fare e disfare bagagli. Le aree circostanti Loikaw e Taunggyi, dove ha speso le sue energie, erano prive di strade. Inutili le auto. Tutti gli spostamenti dovevano avvenire a piedi o a cavallo, in carovane composte dal missionario, da un maestro-interprete e da alcuni portatori. Un continuo saliscendi di colline e montagne ricoperte di una fitta vegetazione brulicante di animali di ogni genere, innocui o letali, come tigri e serpenti.

La vita dei missionari del PIME in Birmania corrispondeva in quei frangenti agli schemi più classici della missione. Si veniva esposti a un’esistenza molto dura e spesso solitaria. La vita di comunità con i confratelli italiani si riduceva a rare occasioni di convivialità. Il missionario si appoggiava all’invincibile convinzione di essere inviato a portare la salvezza a popolazioni pagane attaccate a superstizioni dure da sconfiggere. Disposizione d’animo che consentiva anche di andare allo sbaraglio.

Mons. Gobbato amava tornare con la memoria a una delle sue prime destinazioni. Si trovava in Birmania da pochi mesi ed era ancora alle prese con lo studio dell’inglese (che non si apprendeva in Italia prima di partire) e del birmano, la lingua dell’etnia maggioritaria, comunque, poco utile tra i gruppi etnici a cui i missionari erano inviati. “L’antivigilia dell’Assunzione del 1936, raccontava il vescovo, vengo accompagnato da padre Bartolomeo Peano a Mawchi Mines, una località in cui lavoravano circa 150 minatori cariani (karen, ndr). Il confratello mi mostra la casa e poi dice: “Io domani torno a Loikaw, perché dopodomani è l’Assunzione”. Gli chiedo: “Io cosa faccio qui?” Non so la lingua locale”. “Sai dire la Messa?”. “Sì, con quella mi arrangio”. “Bene. Dirai Messa intanto”. Sono stato lì circa due anni, arrangiandomi con il birmano, poi ho imparato il cariano bianco, la lingua utilizzata, ad esempio, nei libri di preghiere. Ho imparato un mucchio di parole, che però non sapevo mettere insieme. Quando mi sono impadronito del cariano bianco ed ho buttato via il birmano il vescovo mi ha trasferito a Loikaw, come assistente dello stesso padre Peano. Così ho dovuto apprendere un’altra lingua, quella dei cariani rossi”. “Il padre, ricorda Gobbato, era afflitto dal “male del mattone”: lui fabbricava, io giravo, come mi aveva detto di fare il vescovo. Quando arrivavo nei villaggi non cristiani, venivo ospitato in genere dal capo villaggio. L’ospitalità era sempre buona, ma si trattava comunque di sedere e dormire per terra. Di notte ero divorato dalle cimici. Arrivavo al villaggio con un maestro, un portatore e un paio di ragazzi che trasportavano l’altarino per la Messa e medicinali. Mentre io mi ritiravo nella giungla per recitare l’Ufficio divino, la gente accostava il maestro per porgli domande su di me: “Chi è? Ha moglie? Che ci fa qui?” Io facevo l’orso e lui spiegava che venivo per amore di Dio e li invitava a venire la sera per incontrarci”.

I risultati non mancavano. Parecchi villaggi chiedevano il battesimo e Gobbato, pur senza perdere semplicità e umiltà, rafforzava dentro di sé le già forti convinzioni: “Siamo condannati ad aumentare, così come siamo condannati a vincere. Poco, ma sicuro”. “Quando sono arrivato a Loikaw, ricordava ancora recentemente, di cattolici c’erano Padre Peano, cinque suore e una decina di fedeli. Adesso ce ne sono 12.000, anche se non tutti locali: parecchi sono scesi dai monti”.

Diventato vescovo, Mons. Giovanni Battista, non ha smesso di viaggiare. Per una decina di volte si è recato in visita pastorale in tutti gli angoli della sua diocesi, estesa su 84.000 chilometri quadrati: una superficie quasi pari all’Italia settentrionale. Ovunque ascoltava i problemi della gente, dovendosi spesso misurare con le questioni morali implicate dalle crisi familiari e matrimoniali.

Tra le sue lettere agli amici italiani se ne trovano alcune in cui descrive divertito i menù che gli venivano proposti nelle missioni. Sovente i piatti più prelibati erano costituiti da grossi vermi, insetti o foglie raccolte nella foresta. Durante l’episcopato di Mons. Gobbato dalla diocesi di Taunggyi è nata nel 1988 quella di Loikaw, che ha sede nella capitale dello stato del Kayah. Vi si registra oggi un’alta concentrazione di cristiani. Anche nella diocesi madre il numero dei credenti in Cristo è alto.

Padre Gobbato ha promosso e sostenuto numerose associazioni laicali, sia pure di stampo tradizionale, ancora lontane dalle dinamiche dei movimenti ecclesiali sorti in ambito occidentale negli ultimi decenni. Su questo tronco si è innestata, per opera di mons. Matthias U Shwe, l’esperienza degli zetaman, cioè i “piccoli evangelizzatori”, giovani, soprattutto di sesso femminile, che si dedicano con generosità ad un apostolato itinerante per un periodo che può arrivare fino a due anni. Una cura particolare mons. Gobbato ha messo nella formazione del clero, oggi giorno, ormai numeroso e in grado, almeno potenzialmente, di impegnarsi nella missione ad gentes. (Mondo e Missione ottobre 1999, a cura di Giampiero Sandionigi)

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