La guerra continua nelle zone anglofone del Camerun

Aperto il 30 settembre 2019, il grande dialogo nazionale si è concluso il 4 ottobre con la proposta di uno statuto speciale per le regioni anglofone. Essa, tuttavia, resta da definire in alcuni particolari malgrado le numerose critiche. Giunto in Camerun, il 14 novembre, trovo un clima di profonda attesa e sofferenza. Le carceri sono state svuotate di numerose persone implicate negli ultimi mesi. Ma si attendono nuove importanti decisioni.

Da tempo il cardinale Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala, si è dato da fare per una conferenza nazionale sulla situazione delle regioni anglofone che soffrono da anni e in cui, oggi ancora, si parla di «uccisioni quotidiane», come leggiamo in una recente intervista al cardinale, fatta da Jeune Afrique. Ciò che non è più sopportabile è l’imperante centralismo dello Stato concentrato nella capitale e l’iniqua diseguaglianza e l’ingiusta ripartizione dei diritti tra Nord e Sud del Paese. Il governo ritarda il vero dialogo, perché vi fanno parte persone che non vogliono cambiare la situazione. Il cardinale è accusato di tenere relazioni con secessionisti, mentre è favorevole al federalismo. Da un po’ è anche attaccato dai secessionisti per il suo spirito conciliante. È accusato anche di volere una dichiarazione di indipendenza, ma il suo obiettivo è il ritorno alla pace senza la quale, dice, «non possiamo fare il nostro lavoro di missionari».

Così il cardinale: «Quando le manifestazioni iniziarono nell’ottobre 2016, giunto nel mio villaggio a Kikaikelaki, a 300 km da Bamenda, presi conoscenza della nuova situazione già nel canto Ambazoniano che tutti cantavano e dell’ampiezza del fenomeno, della gravità. Il presidente Paul Bya avrebbe dovuto intervenire subito, la sofferenza avrebbe potuto essere evitata. Gli Amba Boys avevano già decretato la chiusura delle scuole. I servizi di sicurezza del Paese non sapevano niente. Quando i secessionisti volevano prendere le città di Buea e Bamenda, l’esercito è entrato in azione e ci sono stati molti morti. E la guerra è cominciata. Ho visto per terra dei corpi. La gente non poteva dare sepoltura perché l’esercito la prendeva per dei secessionisti. Oggi gli scontri e i morti continuano. La diocesi di Kumbo indica 78 villaggi incendiati, ora dall’esercito, ora dagli Amba Boys. Ho incontrato il prefetto di Kumbo che mi ha rimproverato di essermi recato sul posto: ” Potrebbe ricevere un proiettile vagante. Che cosa direi a Yaoundé (capitale…) se venisse ferito?”. Ho risposto che da quando sono vescovo, ho sempre vissuto lì le mie vacanze. Solo quest’anno non vi sono andato , perché la gente non sa più dove rifugiarsi».

Sulle promesse del presidente della Repubblica circa la promozione del bilinguismo, la creazione di un comitato di disarmo, la smobilitazione e reintegrazione dei secessionisti e lo smascheramento di gruppi ambigui, il cardinale non vede in atto iniziative concrete e pensa che quando arriveranno sarà ormai tardi. «Che il presidente si muova e vada a vedere!».

«Sette mesi fa ho chiesto di incontrarlo. All’invito di presentarmi, giunto alla presidenza, ho trovato  il direttore di gabinetto civile. L’ho ascoltato e gli ho detto di riferire che mi aspettavo di essere ricevuto meglio. Circa i rapporti tra Chiesa e Stato, un giorno un ministro mi disse: “Noi abbiamo paura di voi e voi avete paura di noi”. All’inizio della crisi, tre vescovi sono stati portati in giudizio e poi l’affare è finito lì. La patata era troppo bollente. La Chiesa del Camerun non è divisa sui punti dottrinali, ma divergiamo sulle questioni sociopolitiche».