Inculturazione a Yaoundé

I

In questi giorni di Africa mi ritorna una vecchia passione, l’inculturazione del cristianesimo, del Vangelo. Dopo la mia esperienza nello studio su nomi, proverbi, riti, racconti africani nei quali ho sempre notato una grande saggezza in umanità, e anche nella pastorale vissuta nella parrocchia di Guidiguis a Yagoua, incoraggerei parroci, catechisti e insegnanti ad accompagnare l’insegnamento e l’ascolto del Vangelo con alcuni elementi culturali della tradizione.

In questo, il fidei donum don Mario Bortoletto, confondatore della parrocchia di Ntem-asi, era vero maestro nell’usare nelle sue prediche i proverbi ntoumou. L’impegno dell’inculturazione nacque dopo il Concilio Vaticano II quando si introdusse la possibilità di celebrare la liturgia non più solo in latino ma anche nella lingua madre di ogni popolo. Nel celebre n. 14 della Sacrosanctum Concilium, leggiamo: «Le ragioni dell’introduzione della lingua madre non sono difficili da ricercare. Essa promuove una miglior comprensione di quel che la Chiesa prega, poiché è ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia… (e alla quale) il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del battesimo».

A Yaoundé, negli anni Settanta/Ottanta era famosa la Messa della parrocchia di Njon Melen e alcuni missionari ne erano entusiasti. Durante la celebrazione, i gesti, i movimenti, i canti e la partecipazione dei fedeli facevano sentire gioia, sentimenti di fede e un forte senso comunitario. L’inculturazione avviene quando il cristiano sente e vede la sua tradizione culturale alla luce del Vangelo; poi vive la liturgia e finalmente la vita vicine alle positività della tradizione.

In certi luoghi, dove i fedeli appartengono tutti a una sola etnia e lingua, l’inculturazione è più facile. Ho letto con interesse e gioia quanto è stabilito nel documento Le coutumier della diocesi di Yaoundé, che fissa le norme pastorali per tutti i fedeli. Art. 136:«Ogni parrocchia deve avere almeno una Messa domenicale in ewondo». Art. 127: «Il prete, religioso o fidei donum non sarà nominato parroco prima di un tempo di esperienza pastorale nell’archidiocesi e una assimilazione del rituale della messa in ewondo».  

Qui a Yaoundé vedendo la bella partecipazione alla Messa dei fedeli, mi sembra che curando bene il significato – lungo l’anno e i tempi liturgici – di parole, gesti, sentimenti, oggetti, si potrebbero sentire quei momenti nella loro profondità cristiana, illuminati da una catechesi inculturata. Non solo la lingua esprime il senso di quanto si fa, ma anche i riti e gli oggetti sono parlanti : il libro, l’acqua, l’olio, il sale, la luce, l’incenso, ecc. Essi hanno una valenza di significato universale.

Nella diversità di etnie presenti, l’elemento unificante è il Vangelo e poi gli elementi e i momenti concreti liturgici.

Apprezzo molto il lavoro fatto tra i tupuri della diocesi di Yagoua che cantano i salmi con la lingua, il ritmo, la musica e la danza tupuri. I fedeli pregano con le parole e i sentimenti dei salmi. In tal modo il cristianesimo è capito e inteso come facente parte e rispondente alla mentalità e alle tradizioni. Stessa cosa, se curata bene, potrebbe essere la celebrazione dei sacramenti e dei riti. Allora la vita entra nella novità evangelica, espressa con l’anima africana.

Per ottenere ciò è necessario conoscere bene la cultura tradizionale e sentire molta empatia, una cosa che oggi manca un po’, forse perché si è troppo occupati o distratti da cose più urgenti. Se un prete arrivasse a parlare la lingua del suo popolo e far gustare i valori positivi della tradizione, sarebbe un prete secondo lo stile di Papa Francesco. Sarebbe prete con l’odore e il sapore della sua gente.