Don Alessandro Pronzato e don Ermete Sattoloni

Il cardinale Bergoglio adoperava i commentari al Vangelo scritti da don Alessandro Pronzato, ora defunto, per preparare le sue omelie. E, fatto Papa, non ha esitato a contattarlo.  Una malattia polmonare lo costringe a un lungo ricovero al sanatorio di Pineta di Sortenna, in Valtellina, dove rimarrà a dirigere per vent’anni un centro di spiritualità. Scrisse 136 libri. Ne trovai uno a Beni Abbes (Algeria)  su Don Ermete Sattoloni della diocesi di Nocera Umbria che dopo alcuni anni di parroco aveva voluto vivere a Beni Abbes, fattosi anche lui Piccolo Fratello assieme a Carlo Carretto. Leggete quanto scrisse dopo una sua visita:

“Fratel Ermete manovra la cazzuola con disinvoltura e non ha certo paura dei calli alle mani. Si distinguono perfettamente quando innalza l’ostia, oppure apre le palme al “Padre Nostro”. Fanno un bel vedere.

Due giorni prima della mia partenza, è venuto a cercarmi nella cella, prima ancora di andarsi a rinfrescare. Sai? Alessandro, oggi mi è successo un fatto curioso. Un manovale della mia squadra, durante la breve sosta di mezzogiorno, mi ha domandato all’improvviso: “Ermete, spiegami un po’ che cosa ha fatto di straordinario per te Gesù Cristo che lo ami tanto”. “Non so se ti rendi conto…E’ la prima volta, in tre anni, che mi sento rivolgere una domanda sulla mia fede. Guarda che strano. Embé, che devo dirti, Alessandro? Sono contento.”

Non posso guardarlo negli occhi. Ma mi porto dentro l’avvenimento. Mi servirà, ne avro’ bisogno, senza dubbio. Una parola su un argomento religioso in tre anni.

Penso ai nostri trionfalismi, alle nostre cifre, statistiche, registri, alle nostre “molteplici attività apostoliche”, all’ansia di vedere dei risultati, allo scoraggiamento per gli insuccessi, alle proteste contro l’indifferenza della gente e i tempi cattivi…”ma vale la pena di continuare cosi?”, “che cosa ci sto a fare in un ambiente come questo?”, “…per quel che ottengo..;”.

Ermete, invece, è felice. Ce l’ha fatta a piazzare una parola in tre anni. Un seme piccolissimo, invisibile, che “si perde” nella sterminata vastità del Sahara.

Può darsi, che fra tre anni, abbia la possibilità  di buttarne un altro in quel deserto immenso, terrificante e meraviglioso.

Lui è felice. Perché sa che il deserto fiorisce soltanto a questo prezzo della pazienza, dell’amore. Non ha tempo di controllare i risultati, Ermete. Deve lavorare. Domani partirà presto, come al solito. E, come al solito, si sarà alzato due ore prima, per pregare.

Non dimenticherà certo di mettersi sotto l’ascella il lungo sfilatino. Al silenzio c’è avvezzo. Al digiuno, no. A quello sono abituati soltanto i suoi compagni musulmani che però si mangiano quotidianamente il suo pane. E magari sono curiosi di sapere cos’è Gesù Cristo per Ermete, proprio perché vedono che cos’è Ermete per loro.

Ermé, non ha per caso un piccolo seme di pazienza da gettare nel mio deserto di tutti i giorni?”

Il martire cristiano, semplice testimone d’una speranza che è in lui

Traduco e riassumo il testo di alcuni amici di un gruppo di riflessione (GREA) per la prossima beatificazione dei 19 martiri d’Algeria.

La beatificazione fa nascere alcune domande sul termine “martire”, ormai titolo definitivo dei 19 beati per i cattolici e specialmente per i membri della Chiesa in Algeria. Inseriti dentro il popolo algerino e accostando la fede musulmana della maggior parte dei suoi abitanti, i membri della Chiesa cattolica sono portati a testimoniare ciò che caratterizza la loro fede in Dio e la ragione della loro speranza. Da ciò appare una tensione tra il cammino ordinario di ogni uomo e la particolarità del cristiano. Confessando la loro fede in Gesù Cristo, dicono anche che Dio è unico e che è Amore e Misericordia e in questo raggiungono la fede dei musulmani. Nel rapporto tra Dio e gli uomini c’è una comune chiamata a camminare sul “giusto cammino”, ma la storia dice che all’interno dell’umanità nascono contrasti tra credenti e ogni forma di violenza. Qui sta la differenza: i cristiani testimoniano la speranza che vive in loro, credono profondamente che questa violenza il Cristo l’ha subita sulla croce. I cristiani si lasciano coinvolgere nel mistero profondo di un Dio che crea l’universo ma che rinuncia alla sua onnipotenza morendo sulla croce. Qui c’è la vocazione e la particolarità del cristiano. Papa Francesco vede il cristiano che vive i suoi limiti come persona ordinaria nella sua vita quotidiana e la sua fragilità davanti al male, soffre per il dramma della tortura e dell’uccisione della persona umana, ma porta una speranza che viene dalla fede e che si fonda sulla Resurrezione di Cristo e sulla prospettiva di un altro mondo, mondo interiore di pace e di giustizia. Diventa segno di speranza. Pur vivendo come gli altri, dice e testimonia qualcosa di superiore a lui, per questo resta fratello e sorella di tutti. Uniti in questa speranza, i cristiani formano la Chiesa tra loro e vivono la beatificazione di 19 religiosi e religiose uccisi in Algeria insieme a tanti uomini e donne e bambini, vittime della stessa violenza. La Chiesa onora in loro e in tanti altri lungo i secoli, persone che hanno cercato di dire che la violenza, la vendetta, l’egoismo e l’indifferenza non sono le soluzioni ai conflitti e alle disuguaglianze tra gli uomini, e non sono  neppure il progetto di Dio per noi tutti».

“La missione della Chiesa ha per vocazione l’amore”. (Card. Duval)

 

L’islam che… pensiamo ma non esista

Riassumo quanto Avvenire (14.09.2018) riporta su un saggio dello storico Aydin* che spiega come sia nato il fraintendimento sull’esistenza di un mondo musulmano unitario, idea oggi alimentata dagli estremismi contrapposti. Pare che i musulmani, circa 1.600.000 fedeli in tutto il mondo, siano grosso modo un quarto dell’umanità e si sente dire di continuo che sono un tutt’uno una sola umma (in arabo‎ umma: comunità, nazione, etnia) dei credenti che si riconoscono nell’unicità di Dio, nel Corano e nel messaggio di Maometto e che amano alludere a se stessi e ai loro correligionari chiamandosi “fratelli” e “sorelle”.

È così davvero? È stato sempre così?

All’indomani della scomparsa del Profeta, l’Islam ha conosciuto la fitna: parola-chiave il cui campo lessicale è amplissimo e che va dalla lite tra vicini fino alla lotta civile e religiosa al tempo stesso tra comunità contrapposte. La fitna è dal VII secolo quella tra sunniti e sciiti e poi proseguì fino a cristallizzandosi nella lotta tra  i due imperi musulmani, l’ottomano del sultano sunnita a ovest e degli shah sciiti a est. Continua oggi tra l’Arabia saudita e l’Iran dall’altra.

Oggi il fondamentalismo islamico continua a essere persuaso che esista “un mondo musulmano” compatto e coeso. Gli unici, veri nemici dei fondamentalisti musulmani e degli islamofobi sono quanti cercano la convivenza nella discussione e nel rispetto reciproco. È questa la proposta di Papa Francesco; è questa la proposta della comunità comunitaria musulmana almadiyya, animatrice di un simposio annuale di pace a Londra. L’unità universale e spirituale si attua nella pluralità intellettuale e nella diversità culturale.

*  Cemi Aydin L’idea di mondo musulmano, Una storia intellettuale globale.

 

Missionari della gioventù in Africa

Riassumo e sottolineo la lettera inviata, in vista del Sinodo dei Giovani, al Papa ritenuto «un pastore che può guidarci col suo esempio e la sua saggezza», da un gruppo di giovani africani di età compresa tra i venti e i trent’anni, appartenenti a diverse Chiese cristiane, che Anna Pozzi riporta in Avvenire del 6 settembre 2018. «Siamo impegnati a diventare “veri missionari nei confronti dei nostri giovani”…. Ci sentiamo ispirati dalle Beatitudini e desideriamo vivere una vita di impegno per Gesù che sia pienamente africana. … A volte siamo intimiditi di fronte alle strutture della Chiesa e all’atteggiamento prevalente dei nostri leader che è quello di istruirci, molto raramente quello di condividere con noi la gioia del Vangelo». … Sentendo l’importanza e il bisogno di modelli africani: «Conosciamo i martiri dell’Uganda e i “martiri della fratellanza” di Buta, in Burundi… sono un esempio di come il Vangelo può assumere e portare a un livello più alto le nostre tradizioni africane». 

Sul problema dell’ecumenismo e delle troppe divisioni – eredità anche della storia europea trasferita in Africa «osiamo suggerire che nel calendario ordinario delle nostre chiese locali, almeno una volta all’anno ci sia una celebrazione speciale per tutti i cristiani».

Il rapporto coi musulmani «ha bisogno di crescere, così da poter lavorare insieme al servizio dell’umanità e di Dio in tutte le questioni secolari».

Ricordando il messaggio del Papa durante la sua visita a Nairobi del 2015, i giovani esortano la Chiesa a “uscire per strada”…. Infine, «ci rendiamo conto anche di una nostra debolezza: siamo tutti maschi!… Ti assicuriamo che lavoreremo per migliorare l’inclusività e il rispetto…delle donne nella nostra società».  «Continua a guidarci… Santo Padre»

La passione civile dei valdesi

La Tavola valdese ha concluso il primo settembre 2018 una settimana di Sinodo. Eugenio Bernardini, rieletto moderatore, ha sottolineato la “passione civile” dei valdesi, il loro impegno per i migranti in «straordinaria convergenza ecumenica» con esplicito riferimento a Papa Francesco e alla dichiarazione congiunta “L’Europa torni a difendere i diritti umani”, firmata con il presidente della Chiesa evangelica tedesca dell’Hessen-Nassau, Volker Jung. Il Sinodo si è pronunciato sulla tutela dell’ambiente, sui diritti umani, la lotta alle mafie, il contrasto al femminicidio e l’impegno sul piano sociale e culturale. L’intento è di render conto del nuovo clima ecumenico creatosi con l’elezione di Papa Francesco. Il documento pro eutanasia per ora è solo di autorevole orientamento di pensiero offerto ai singoli e alle Chiese.