Santità vicina, ricordando padre Gheddo

Nei giorni scorsi, il giornale Avvenire presentava l’ultimo documento di Papa Francesco Gaudete et exsulate con questo titolo “Santità vicina”. Ho trasalito di gioia, ricordando quanto avevo scritto in Missionari del Pime all’occasione della beatificazione di padre Clemente Vismara con lo stesso titolo “Santità vicina”:

«Questo avvenimento mi resterà a lungo impresso. Momenti belli, sentimenti forti, incontri… Ci tengo a comunicarvene tre.

Trovandoci insieme, noi missionari del Pime, abbiamo vissuto questi giorni con gioia serena e con semplicità. La frase più bella sentita riguarda un ricordo di padre Filipazzi, uno dei compagni del Vismara, che quando sentì che si incominciava il suo processo di beatificazione, esclamò: “Se fanno beato lui, devono fare beati tutti noi!”.

Ne ho visti tanti di missionari birmani, compreso il Bellotti, venuto poi in Camerun, ed erano tutti dello stesso calibro ed entusiasmo.

La seconda cosa straordinaria è Agrate. Se Vismara è stato riconosciuto ufficialmente beato è perché lui ha vissuto in Birmania ma strettamente unito alla sua parrocchia. E il gruppo missionario l’ha sempre sostenuto, sobbarcandosi poi e in modo meraviglioso, anche economicamente, tutto il cammino e tutta la celebrazione della beatificazione.

Il terzo è il pensiero della santità. Ho sentito in questi giorni che la santità è vicina. (…) Sapendo che c’è una lista dei nostri in procinto di essere riconosciuti tali dalla Chiesa, basterebbe che mi impegnassi un pochino di più, non per essere riconosciuto, ma per esserlo veramente. Dimentico però una cosa. Ci vuole, è vero, una scelta precisa e fedele, ma nello stesso tempo ci vuole la caparbietà di padre Clemente di stare unito a Gesù e alla gente e di lasciarsi guidare. Questa caparbietà è dono ricevuto da Dio».

Per continuare in clima “pimino”, ricordo ancora che quando ci si preparava alla beatificazione del Vismara, qualcuno diceva: «Non stiamo troppo vicini a padre Gheddo perché fa santi anche noi!». E padre Gianbattista Zanchi avrebbe aggiunto: «Sì, pensiamoci pure… ma prima mettiamo nel testamento dove trovare i soldi!».  Ora forse, dopo la morte di padre Gheddo, qualcuno penserà: «Senza padre Gheddo, avremo ancora dei santi?». Non esageriamo, padre Gheddo coi suoi scritti e la passione per il Pime ha contribuito solamente. Ne avremo altri ancora… Ma oggi, pensando che Papa Francesco vuole far risuonare la chiamata alla santità, nel contesto attuale, e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, tenendo ben dritta la direzione del cammino della traiettoria della santità, possiamo rileggere uno scritto di Gheddo, appassionato di fedeltà al nostro carisma.

Tornare al nostro carisma missionario vuol dire informarci di più del lavoro missionario che il Pime svolge sul campo delle missioni. Io credo che la nostra “formazione permanente”, come membri di un Istituto missionario sia questa: conoscere e far conoscere la nostra  vocazione e far conoscere il Pime e il lavoro del Pime per la Chiesa e il Regno di Dio. Ma per fare questo, tutti assieme, dobbiamo essere convinti ed entusiasti della nostra vocazione. Noi siamo missionari anche se siamo in Italia, il che vuol dire innamorati della nostra vocazione, del nostro ideale, del nostro Istituto.

L’allora Superiore generale, padre Gian Battista Zanchi, ha scritto (vedi “Il Vincolo” n. 228, dicembre 2010): «La crisi, che tutti gli istituti e le congregazioni stano sperimentando può e deve diventare un’occasione di purificazione, ci sta aiutando ad andare all’essenziale della nostra vita… Dobbiamo credere che il nostro carisma è ancora attuale… Il cuore della nostra crisi sta proprio nel fatto che anche noi siamo travolti dalla sfiducia generale e poco crediamo che abbiamo qualcosa da dire e da proporre alla Chiesa e al mondo. Forse ci sarà bisogno di rivedere lo stile, le modalità, il modo….ma se dovesse capitare di pensare che “non c’è nulla da fare”, allora è meglio ritirarsi. Già in passato avevo scritto che la crisi ci obbliga ad una maggior coscienza delle nostre responsabilità».