Che cosa significa “Bosa”?

Negli articoli sui migranti di Avvenire leggo: «Le difficoltà sulla tratta libica spingono tanti a prendere un percorso alternativo. L’enclave spagnola in Marocco è la nuova via. Il “muro” e le retate non fermano i migranti. Ci ha messo sette mesi per arrivare dal Camerun a Benyunes, distesa di gole e boschi fra Tangeri e Ceuta dove i subsahariani si nascondono in attesa di provare a scavalcare. E, ora, crede di avercela fatta. “Bosa”, si dice nella lingua africana fula: così gridano i migranti al toccare l’enclave spagnola. “Bosa”, ripete Dominique, 19 anni dichiarati, molti di meno a vederlo, mentre mangia riso e salsa piccante – il suo piatto preferito – insieme a Luigina, Carmen, Gloria e Paloma, le quattro Piccole sorelle di Gesù che, nel quartiere periferico di Hadu, hanno creato un’oasi per gli scartati della globalizzazione. Il loro appartamento – modesto e, al contempo, curatissimo – è aperto h24 per chi ha superato la “valla” e ancora non sa che, dopo sei-sette mesi al Centro di permanenza temporanea (Ceti) di Ceuta, avrà un biglietto per un centro di espulsione nella Penisola. Da cui, nella peggiore delle ipotesi, uscirà per essere rimpatriato».

Che bella sorpresa per me leggere la parola Bosa e vederla tradotta Vittoria  in qualche articolo, come anche in quello di Lucia Capuzzi “Qui non siete corpi estranei” sulle Piccole Sorelle di Gesù. Può darsi che la traduzione sia giusta. Ma per anni nel Nord del Camerun e in Ciad, ho interrogato tupuri, foulbé (detti fula in altri Paesi), massa e guiziga che usavano la stessa parola per poter tradurla in francese o in italiano e non ero arrivato a una conclusione. Ero giunto solo a questo: «Sei tu, fa tu», intendendo la loro divinità.

Nella mia vita di missionario, a contatto con tanta gente di culture e religioni diverse, continuavo a cercare di capire il significato di certe parole. Alcune parole di una lingua diversa dalla tua, sono intraducibili soprattutto quando sono cariche di sentimento e di fede.

Ricordo l’emozione vissuta dopo aver accompagnato a casa un camerunese che ritornava da sua madre dopo anni di vita in Gabon. Nel totale silenzio, la madre si era stesa a terra, e alzava per tre volte le mani verso cielo dicendo: «Bosa, Bosa, Bosa!».

Come il padre del bambino appena nato che secondo la sua tradizione, per tre giorni, mattina, mezzogiorno e sera si reca su un’altura e presenta il bimbo al cielo e dice: «Bosa, Bosa, Bosa!». O la gente che in momenti forti, come trovando l’acqua, o dopo la morte a causa un fulmine, o alla nascita di un figlio, grida: «Bosa, bosa, bosa!» per dire, (penso io): «Sei tu che fai, sei tu».

Il camerunese Dominique arrivando a Benyunes ha gridato: «Bosa, Bosa, Bosa!». Non credo abbia voluto dire solo «Vittoria !». Penso abbia detto: «Sei tu che fai, sei tu». Sarei contento se qualcuno mi trovasse un’altra traduzione.

Il senso della presenza e dell’azione del trascendente accompagna e riempie ancora tutta l’esistenza di molti popoli e questo diventa una testimonianza e può accomunarci.