Africa vicina

Anni 1960. A Treviso non vedevo per strada nessun “moro”. Così definivamo allora un africano. Vedevo l’ Africa nei giornalini missionari: bambini con pancioni come palloni o con costole in evidenza all’ombra di un albero, qualche capra attorno e, sotto una palma, il missionario con barba lunga e casco coloniale che battezzava un negretto. In alcuni negozi trovavi accanto al cassiere un salvadanaio col negretto che al cadere del soldino si inchinava per dirti grazie. Mi si scusi il tono scherzoso di raccontare un rapporto con l’Africa che invece contiene realtà più serie e importanti.

L’annuncio nel 1964 dell’arrivo a Treviso di un aereo carico di vescovi africani che venivano dal Concilio (Roma) per visitare le parrocchie della diocesi aveva messo in moto tutti, da chi si preparava ad accoglierne uno a chi cercava a tutti costi di poterli vedere e toccare. Si, toccare, come qualcuno diceva, io credo per scherzo, perché qualche domestica era preoccupata che non lasciassero nere le lenzuola. A parte l’aspetto esotico del momento, quell’avvenimento segnò una svolta della sensibilità missionaria della Chiesa trevigiana. I giovani della Lega Missionaria Studenti erano pieni di entusiasmo e di voglia di interessare la popolazione sulle situazioni e i problemi di cui erano carichi quei vescovi africani. Nacquero le mostre sulla lebbra e sulla fame nel mondo in piazza della borsa e nacque il gemellaggio di Treviso-Ambam-Pime. Cioè assunzione di una missione in Camerun in stretta col­laborazione di una diocesi con un istituto esclusivamente missionario.  Iniziativa di cui il Concilio aveva riaffermato la piena attualità e validità nella Chie­sa.

Anni 1971-2006. Vita missionaria nella foresta di Ambam del Sud Camerun e nella savana di Yagoua e Maroua del Nord.

Anni 2006-2016. Vita di presenza e di dialogo coi musulmani del deserto di Touggourt dell’Algeria e incontri di preghiera coi tecnici del petrolio e del gas a Hassi Messaud. Non solo visione dell’Africa dai giornali, ma vita di fraternità con gli africani cristiani, animisti e musulmani.

Anni 2017-….  Dopo la vita dentro la foresta, in savana e nel deserto, ora sono a Sotto il Monte presso la casa natale del santo Papa Giovanni ad accogliere i pellegrini di ogni lingua cultura religione, meravigliati che un tale uomo sia uscito da un piccolo e ignorato paese e sia diventato un esempio di fede e di bontà e  così sensibile alle  situazioni di tutta l’umanità.

L’ex seminario che Papa Giovanni aveva voluto accanto alla sua Casa natale, un tempo casa di formazione di missionari, ora ospita una settantina di migranti di vari paesi dell’Africa centrale. Appena arrivai dopo il mio rientro in Italia dall’Algeria, ho cercato di interessarmi dei migranti. La prima volta che sono entrato nella sala dove passano gran parte del loro tempo, ne vidi parecchi incollati, orecchi, dita, occhi, bocca, a telefonini di ogni genere.  Sentivo nella grande confusione le loro conversazioni, ognuno nella propria lingua o dialetto. Altri seguivano, sempre coi loro smartphone,  la visione di ogni genere di film accompagnati da musiche africane. Pochi erano usciti nel paese a cercare qualche bevanda o qualche cibo in ristoranti vicini.

15 giorni fa, la prima volta che mi hanno visto arrivare restavano indifferenti. Forse mi vedevano come un controllore o un intruso fuori dell’ordinario. Chiesi ad alcuni che capivano il mio francese o inglese se desideravano essere aiutati a leggere o a scrivere o a parlare. Dopo un po’ arrivò uno con il suo libro. Il ghiaccio era sciolto. Ora, quando vado, due o tre o sei di loro si avvicinano coi libri. Non è solo incontro di scuola, ma inizio di dialogo. Prendono il coraggio di parlare, raccontare, domandare e mi vedono come un “nonno” che si avvicina con semplicità e gioia. Meraviglioso il sorriso quando incominciano a dire le lettere dell’alfabeto italiano o a pronunciare la parola che indica un disegno. Ormai mi aspettano ogni giorno e stiamo diventando amici. Dopo quanto hanno patito, lasciando il loro Paese e prima di essere accolti in un centro, ora gioiscono nel sentirsi capiti e di trovare un po’ di calore umano. Ma restano preoccupati perché non hanno ancora i documenti per restare e non trovano  un lavoro.

Vario e meraviglioso  il cammino che sto facendo nella mia vita. Cercavo l’Africa. Ora gli africani li ritrovo a casa e vedo l’occasione di far con loro quanto facevo quando ero nel loro ambiente africano. Questo cammino dove ci porterà?  Nessuno lo sa, ma sono convinto che c’è qualcuno che pensa a noi. L’Africa non ci è più lontana e l’Italia avrà volti nuovi. L’importante è che si viva rispettandoci e che si resti aperti a un futuro migliore.