Migranti a Tamanrasset

Tamanrasset è la città di frontiera dell’Algeria, che accoglie migranti provenienti da vari Paesi africani. Alcuni vi soggiornano per qualche giorno, il tempo di riposarsi dopo la faticosa traversata del deserto, trovare dei connazionali con cui continuare il viaggio o fermarsi per racimolare qualche soldo. Si calcola siano circa 15.000.
Molti di loro arrivano spogliati di tutto da coloro che li hanno caricati durante il viaggio e che li hanno lasciati nel deserto a percorrere a piedi gli ultimi chilometri. Appena arrivati a Tamanrasset, in genere, entrano in una specie di ghetto che all’inizio è un rifugio e poi diventa una prigione, dove il capo è fratello di razza, ha la sua lingua, ma approfitta continuamente della sua fragilità. Parecchi cadono nelle reti della delinquenza, altri riescono a continuare il viaggio.
In questi giorni, ho incontrato il prete, la suora e alcuni migranti che vivono a Tamanrasset. Il prete a Pasqua ha celebrato sette battesimi. La suora continua da anni a incontrali all’ospedale e nei loro quartieri. I migranti coi quali ho parlato mi raccontano che ormai vi risiedono da anni, lavorano e aiutano in vari modi chi arriva bisognoso di tutto.
Quelli che restano, incominciano a organizzarsi e trovano dei veri fratelli, anche nella fede.
E così è nata l’Association des petits débrouillards de la diaspora, di chi ha deciso di cavarsela anche al motto: Solidarité, fraternité, respect. Continuano e adattano alle loro situazioni progetti di microcredito per iniziative di formazione, lavoro e aiuto in caso di malattia, infortunio e perfino di rimpatrio. Anche a loro è giunto ed è vivo il grido di Papa Francesco: «Signore, che ascoltiamo le tue domande : “Adamo dove sei? Dov’è il sangue del tuo fratello?”».

Un pensiero su “Migranti a Tamanrasset

  1. Caro Padre, anche questa volta non sono riuscita a conoscerti personalmente. Sono partita il 30 aprile dalla Maison Diocesaine, giusto prima del tuo arrivo. Leggo sempre i tuoi scritti e li faccio girare qui al nord-italia dove c’è un gran bisogno di sentire qualche “campana” giusta, in mezzo a tante stonate. Ti auguro un buon lavoro. Luisa

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