Io, musulmana, ho incontrato Gesù…

«Proveniente da una famiglia musulmana e vivendo in una società musulmana, il prossimo che avvicino è musulmano. Sono cristiana per grazia di Dio. Lo sono perché Dio è venuto a incontrarmi; mi ha chiamato e l’ho seguito. Incontrando Gesù ho trovato un tesoro e questo ha prodotto in me una gioia che mi ha riempita e che desideravo condividere con quelli che vivevano con me. Ero come Andrea che dopo aver incontrato Gesù andò a trovare suo fratello Simone per annunciargli di aver trovato il Messia. Volevo condividere la mia gioia coi membri della mia famiglia, ma subito mi accorsi del pericolo in cui incorrevo, cioè di essere esclusa, rigettata, perseguitata.

Allora ho nascosto la mia fede, mi sono rinchiusa in me per paura della reazione dell’altro. L’altro è mio fratello, mia sorella, il mio prossimo, il musulmano che non accetta che un altro cambi di religione e vede questo come un tradimento contro Dio e la comunità musulmana. Ciò proviene dalla sua convinzione di essere nella verità totale e che l’altro è nell’errore, che l’islam è l’ultima delle religioni e che il suo profeta è l’ultimo dei profeti. Qualcuno della mia famiglia mi disse: “Farò di tutto per farti uscire da questa situazione, da questo indottrinamento”. Altri: “È mancata una buona relazione tra noi”. Mia sorella mi ha nascosto il passaporto perché non lasci il Paese e non diventi cristiana. Ero diventata una persona che bisognava salvare dal baratro in cui era caduta.  Ma mio padre profondamente credente e timoroso di Dio, quando gli dissi: “Ora credo in Dio con l’aiuto del Vangelo e della Bibbia”, mi disse: “Lo so, continua a farlo, ma dovresti anche leggere il Corano”. La sua saggezza e la sua fede nel Dio Creatore gli hanno permesso di vedere il mio avvicinarmi a Dio come una cosa più grande e la sua parola non è stata un rifiuto. Un’amica ha voluto incontrarmi e chiedermi: “Sei sicura d’essere nella verità? Chi prende una religione diversa dall’islam non è accettato da Dio”. Me lo diceva con le lacrime e con una tale convinzione che mi sono sentita scossa nella fede. Ora frequentare la Messa e nutrirmi dell’Eucaristia, là dove abito, è sempre una lotta interiore. Ma Gesù mi accompagna e nel mio dubbio sento che Gesù mi dice: “Chi guarda indietro, non è degno di me”. E ritrovo la forza dicendogli: “Signore, tu sei qui, ho fiducia in te, è per te che vado avanti, con te vado avanti, tienimi per mano”.

Debole nella mia poca libertà d’azione, accetto la difficoltà e faccio attenzione a ciò che dico per non scuotere l’altro senza negare la mia fede in Gesù. Non penso di convertire l’altro, ma nella discrezione desidero poter vivere col mio prossimo nel rispetto delle differenze e nella gioia d’essere insieme. Prego spesso per i miei fratelli musulmani perché possano incontrare Gesù, il Salvatore: “Donaci Signore la tua saggezza e il tuo Santo Spirito perché ciascuno possa fare la tua volontà”.

Vivo senza paura perché non ci si può fare del male tra gente che crede in Dio, anche se non abbiamo e non condividiamo la stessa fede e le stesse convinzioni. Gesù ci dice: “Vi riconosceranno miei discepoli per l’amore che vivrete tra voi”. Ebbene, posso vivere l’amore vero e sincero anche col mio fratello musulmano, con mia sorella musulmana, lo stesso che vivo col mio fratello cristiano e con mia sorella cristiana».

N. Meriem,  estratto da L’écho de Constantine

Vita monastica e social media

Nell’Osservatore romano del 4 agosto 2018 leggo che il patriarca copto Tawadros II impone ai religiosi la chiusura dei profili Internet. La notizia arriva dopo l’uccisione del vescovo copto ortodosso Epiphanius, abate del monastero di San Macario il Grande (Dayr Abu Maqar), trovato senza vita all’interno del monastero all’alba di domenica 29 luglio. Il religioso è stato ucciso mentre si recava ad adempiere l’ufficio delle preghiere mattutine. La morte violenta dell’abate ha, in sostanza, impresso una brusca accelerazione al profondo ripensamento già avviato nella Chiesa copta dal patriarca sul tema della comunicazione.

Alcuni giorni prima, Tawadros II ha invitato i monaci e le monache della Chiesa copta ortodossa, nessuno escluso, a chiudere entro breve tempo (un mese circa) gli account personali e gli eventuali blog sui social media, come Facebook e Twitter. Entro quel termine dovranno prendere congedo dalle forme di comunicazione considerate non appropriate alla vita monastica, se non vogliono incorrere in pene canoniche. Il Patriarca ha detto: «Il tempo è il dono più prezioso che Dio ci concede ogni giorno e bisogna saperlo usare. I cristiani devono santificare il loro tempo».                                                                                                                      Le nuove disposizioni per i monaci copti sono state formulate dal comitato per i monasteri e la vita monastica del sinodo copto, convocato dal patriarca e a cui hanno preso parte diciannove tra vescovi e responsabili dei monasteri. Le misure puntano a custodire la vita monastica nel suo tradizionale tratto di condizione appartata dalle frenesie mondane, scandita da momenti di preghiera, lavoro e silenzio. Per questo viene chiesto ai monaci anche di ritirarsi dai social media.
Dopo le disposizioni ratificate dal patriarca, anche altri esponenti della gerarchia copta, come il vescovo Raphael, hanno annunciato la chiusura dei propri account e blog personali.

 

 

 

 

Santa Messa alla Madonna delle Caneve

Oggi 21 luglio 2018, ho avuto la gioia di celebrare a Sotto il Monte nella cappellina della Madonna delle Caneve, tanto amata da Papa Giovanni. Prima di entrare, anch’io ho guardato la Madonna dalla finestra alla quale mamma Marina aveva sollevato il piccolo Angelo, dicendogli che lo consacrava a lei. Il luogo è meraviglioso, in collina, nascosto tra gli alberi, al fresco e al profumo di una natura amata e rispettata. La cappellina era piena di fedeli. Mi faceva da chierichetto un pro-pronipote, cioè figlio di un pro-nipote del Papa, aiutato da don Angelo che vive a Sotto il Monte, prete in pensione molto impegnato. Era commovente vedere l’attenzione amorevole dell’anziano sacerdote mentre  aiutava  il bambino, fiero del suo servizio all’altare.

Dopo la Messa sono stato invitato a bere il caffè nella cucina della casetta attigua alla cappella. In una stanza, mi sembra di tre metri per cinque, mi sono trovato con una ventina di persone grandi e piccole, maschi e femmine, nipoti e pronipoti e adesso anche pro-pronipoti di Papa Roncalli, che si ritrovano liberamente nella casetta di nonna Pina, regina senza stellette, come avveniva un tempo nella casa di Marina, mamma di Angelo. Mentre bevevo il caffè, mi divertivo a guardarli. Si spostavano tranquillamente a parlarsi e a risolvere i loro impegni giornalieri. Cercavo di  ritrovare in loro qualche tratto del volto di Papa Giovanni.

Ora, scrivendo, mi sembra di rivivere un sogno… Prima la celebrazione della Santa Messa in quel luogo e vicino a un pro-pronipote alto una spanna e insieme all’anziano sacerdote, come nei tempi passati. Poi quella famiglia, difficile a contarla, che respira pacatezza, riposante anche per chi ha la gioia di osservarla.  Non mancheranno le difficoltà, certo, ma famiglie così, col cuore pacato e aperto, restano sempre l’ideale migliore.

Vorrei anche augurare a tanti la fortuna di arrivare in quel luogo e di ricevere il dono che Dio fa ai pellegrini, cioè di lasciare casa e impegni quotidiani per salire un po’ tra i boschi, concedersi un’ora di riposo spirituale, ritrovare la serenità della preghiera, pace del cuore, e risentire la carezza di un uomo che tanto ha amato Dio e l’umanità.

L’arcivescovo Delpini e la “baraka”

Bellissimo il senso della benedizione dell’arcivescovo Mario Delpini. Nella lettera pastorale per l’anno 2018-2019, ai cristiani impegnati in politica, nelle amministrazioni e nella società, l’arcivescovo dice: «La proposta cristiana si offre come una benedizione, come l’indicazione di una possibilità di vita buona che ci convince e che si comunica come invito, che si confronta e contribuisce a definire nel concreto percorsi praticabili, persuasivi con l’intenzione di dare volto a una città dove sia desiderabile vivere». «La dottrina sociale della Chiesa, il magistero della Chiesa sulla vita e sulla morte, sull’amore e il matrimonio, non sono una sistematica alternativa ai desideri degli uomini e delle donne, ma – evidenzia – sono una benedizione».

Di solito si dice “benedizione” l’invocazione della grazia e del favore di una o più divinità su qualcuno o qualcosa. Per estensione, è un’invocazione di bene per qualcuno o qualcosa. Qui l’arcivescovo estende il senso della benedizione come segno, mezzo dell’amore, del dono, dell’azione di Dio attraverso la vita, l’azione e l’insegnamento della Chiesa e la pratica dei cristiani.

Mi è piaciuto sentire la parola benedizione pronunciata in quel testo e mi ha ricordato quello che mi disse una signora araba, i primi giorni del mio vivere in Algeria, quando gli raccontavo che venivo dal Camerun dopo tanti anni di vita missionaria per restare coi musulmani in Algeria: «Ma’za:lt elbara.ka!», ovvero «La benedizione non è finita!». Sentivo la gioia di essere accolto e riconosciuto dentro una mentalità di fede. Nel mondo arabo la baraka è intesa come una misteriosa forza sacra e benefica che emana da persone ritenute sante, oppure da oggetti o luoghi, o insegnamenti considerati sacri, e arreca grazie d’ordine materiale a coloro che tocchino quelle persone o cose, o anche indirettamente vengano con esse a contatto. La mia presenza in Algeria era considerata una benedizione da tanti amici musulmani.

Penso che l’arcivescovo continuerà a dire e a spiegare il suo pensiero sulla benedizione-baraka, dono di Dio, della dottrina della Chiesa e di quanti l’ascoltano e «vivono percorsi praticabili, persuasivi con l’intenzione di dare volto a una città dove sia desiderabile vivere». La baraka che pioverà sulla “città dalle genti” di Milano sarà che «nessuno si sentirà straniero o non supportato. Si avrà la benedizione di imparare ed ascoltare lingue difficili… quelle dei cittadini del futuro che ci aiuteranno ad allargare i nostri orizzonti e il nostro pensiero».

A Bari, incontro a porte chiuse ed ecumenismo di popolo

Vittoria Prisciandaro nella rivista “Credere” dell’8 luglio 2018, presentando l’incontro ecumenico di Papa Francesco coi Patriarchi e i capi religiosi cristiani, ricorda che nel 1054 si tenne a Bari un concilio per tentare di riannodare il dialogo tra latini e greci. San Nicola, quindi, patrono di Bari, ha alimentato la vocazione ecumenica nella Chiesa da tanto tempo e continua ancora oggi.  Il  21 maggio 1917 la reliquia è andata in pellegrinaggio a Mosca. È stato un evento di popolo senza precedenti: due milioni e mezzo di pellegrini. Il Patriarca Kiril ha dichiarato: «Davvero Bari è il centro che unisce Oriente e Occidente». Ora Papa Francesco, presente a Bari, vive anche un momento a porte chiuse. Quale dialogo? Quale tema privato? Forse si deve pensare che l’ecumenismo procede col proprio ritmo, col suo metodo, coi suoi segreti. Come quando Papa Francesco incontrò il Patriarca Kiril a Cuba. Ma sappiamo che mentre il Papa incontra a porte chiuse, fuori il popolo accompagna l’evento invocando il Principe della Pace. L’ecumenismo è cammino di Chiesa.

Mimmo Muolo, in “Avvenire” dell’8 giugno trae dai discorsi del Papa la volontà della Chiesa di farsi voce di chi non ce l’ha, contro l’indifferenza di chi non vede le lacrime del Medio Oriente e invita i membri delle Chiese a unirsi, a mettersi insieme, a pregare, ad agire e chiede che la solidarietà possa essere approfondita. L’unione dei cristiani è il più grande dono da ottenere e da realizzare per la pace e la vita del mondo. C’è da aspettarsi di risentire quanto affermava e scriveva con coraggio negli anni Quaranta, l’apostolo dell’ecumenismo, padre Paolo Manna, del Pime, nel suo libro: I Fratelli separati e noi: «L’unione sarà fatta quando i fratelli, ora divisi, si saranno riconosciuti e nei loro cuori avvamperà di nuovo l’amore».

Paolo VI e Athenagora vivevano l’ecumenismo dell’amore. Suor Maddalena, Piccola Sorella di Gesù, incontra a Tre Fontane il Patriarca Athenagora e questi le chiede: «Come sta mio fratello Paolo VI?».  Poi Athenagora racconta: «Siamo caduti (sic), le braccia dell’uno nelle braccia dell’altro, l’anima dell’uno nell’anima dell’altro. Ci hanno chiesto. “Quante volte?” Risposi: “Quando due fratelli si incontrano dopo nove secoli, gli abbracci non si contano!”. E in che lingua parlavate? Risposi: “Dopo nove secoli, è il cuore che parla… ed è inesprimibile!”».

Ora Papa Francesco parla dell’ecumenismo della sofferenza, del sangue: «Come il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa, così la condivisione delle sofferenze quotidiane può divenire strumento efficace di unità».

 

 

 

 

Preghiere per i ragazzini thailandesi intrappolati in una grotta

Mentre tutto il mondo segue col fiato sospeso l’evolversi della situazione dei 12 ragazzini rimasti intrappolati nelle grotte di Tham Luang, gli sforzi fisici dei soccorritori sono accompagnati da una nuova ondata di spiritualità.

«Diversi rappresentanti della minoranza tribale lisu  – si legge sull’Agenzia AsiaNews – si sono recati presso l’entrata delle cavità sotterranee; hanno cantato e sacrificato polli e maiali in un’offerta al fiume e agli spiriti della foresta, implorando il ritorno sicuro dei ragazzi. “Stiamo chiedendo perdono per le cose che abbiamo fatto male, chiedendo loro (gli spiriti) di rilasciare i bambini”, ha dichiarato Anucha Poorirucha, 44 anni, capo villaggio della vicina provincia di Pai.

Più tardi, un eremita – conosciuto in tailandese come “reusee” – è stato visto in piedi immobile e silenzioso su una strada vicina, mentre i fedeli delle diverse religioni della nazione continuano a convergere presso le grotte. Riti d’offerta sono stati eseguiti nelle case, scuole e nei templi di tutto il Paese. Il Patriarca supremo, capo del clero buddista, ha invitato la Thailandia ad unirsi in preghiera per la salvezza della squadra. Cantando brani del Vangelo, diversi cristiani sono giunti a Tham Luang. Ai musulmani di tutta la nazione è stato chiesto di dedicare le preghiere del venerdì ai ragazzi dispersi».

Papa Francesco a Ginevra

Il Pontefice a Ginevra, per un “pellegrinaggio ecumenico” del 21 giugno 2018, ricorda che i cristiani devono seguire la «via della comunione che conduce alla pace». E aggiunge: «No a divisioni e guerre, scegliere unità… Il mondo dilaniato da divisioni invoca unità». «Guardiamo anche a tanti nostri fratelli e sorelle che in varie parti del mondo, specialmente in Medio Oriente, soffrono perché sono cristiani. Stiamo loro vicini. E ricordiamo che il nostro cammino ecumenico è preceduto e accompagnato da un ecumenismo già realizzato, l’ecumenismo del sangue, che ci esorta ad andare avanti. Incoraggiamoci a superare la tentazione di assolutizzare determinati paradigmi culturali e di farci assorbire da interessi di parte. Aiutiamo gli uomini di buona volontà a dare maggior spazio a situazioni e vicende che riguardano tanta parte dell’umanità, ma che occupano un posto troppo marginale nella grande informazione. Non possiamo disinteressarci, e c’è da inquietarsi quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato. Ancora più triste è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato. Sull’amore per il prossimo, per ogni prossimo, il Signore, Buon Samaritano dell’umanità, ci interpellerà. Chiediamoci allora: che cosa possiamo fare insieme? Se un servizio è possibile, perché non progettarlo e compierlo insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della carità concreta?».

 

 

Nuovo clima ecumenico a Ginevra

Andando a Ginevra, giovedì prossimo, per il 70° anniversario del Consiglio ecumenico delle Chiese, Papa Francesco troverà un nuovo clima. Leggo in “Avvenire” del 19 giugno l’intervista di Stefania Falasca al vescovo Farrel, leader del gruppo di lavoro, che dice: «La collaborazione tra la Chiesa cattolica e il consiglio ecumenico è cresciuto e affrontiamo insieme molte situazioni del mondo d’oggi. C’è un clima di maggiore cooperazione… di camminare, pregare, lavorare insieme. E la cooperazione continuerà a Roma dal 12 al 15 settembre prossimo nella conferenza su “Migrazione, Xenofobia e Populismo”». Nell’intervista e nell’ambiente di preparazione si risentono accenti, desideri, volontà che ricordano e fanno pensare a quanto il santo Papa Giovanni aveva iniziato e acceso. Ci fa bene ed è incoraggiante rileggere le testimonianze di quel momento che spiegano il clima d’oggi.

Alla morte di Papa Giovanni, l’anglicano dott. Ramsey disse: «Con la freschezza delle sue vedute, la semplicità della sua devozione a Dio e il suo interesse per l’unità di tutti i cristiani, Papa Giovanni ha prodotto un urto costruttivo sulla storia del nostro tempo, egli è di quelli che vivono e muoiono vicinissimi a Dio e bruciano come il fuoco della carità divina che li riempie». Lord Fisher, arcivescovo di Canterbury, visitò il Papa nel dicembre 1960 e testimoniò: «Ha scosso la sua Chiesa e tutte le Chiese. Ancorché separate egli è riuscito a convincerle che sono fratelli nella Chiesa di Cristo e devono quindi intrattenere rapporti di buon vicinato. Ha acceso una luce che non si spegnerà». Il pastore Clark Fry ha detto ch’egli «loda Dio che ha donato questo Papa. I cuori dei cristiani di tutte le confessioni sono uniti ad un punto mai raggiunto da parecchi secoli, davanti al Papa dell’unità, universalmente stimato e amato… Avremmo voluto che i suoi giorni si prolungassero spalancando le porte della mutua comprensione, fondendo gli antagonismi che hanno separato i fratelli in Cristo… Preghiamo perché l’amore del suo spirito non si raffreddi e le dimensioni delle sue vedute non si restringano».  Secondo il pastore Westphal «il suo rifiuto d’indurimento che aggravano le divisioni, la sua volontà di rendere possibile un vero dialogo e relazioni nuove con le Chiese non romane, la sua grande preoccupazione di rinnovamento della Chiesa e d’apertura al mondo e la sua passione della pace e dell’unità, ci hanno riempiti di rispetto e di riconoscenza». Il priore di Taizé, Roger Schutz diceva: «Sperava contro ogni speranza, ha avviato un processo di riconciliazione». Infine, il pastore M. Boegner: «La sua preoccupazione di non dire nulla che potesse ferire i suoi “fratelli separati”, c’impose a tutti la convinzione che tra ciascuno di noi e il sovrano pontefice della Chiesa cattolica, s’era stabilita una vivente comunione di fede, di speranza e di amore. (…) Abbiamo la certezza che qualcosa d’irreversibile è stato compiuto».

Accompagniamo Papa Francesco col cuore in preghiera, nella fiducia e con gli stessi sentimenti di tanti, un tempo “fratelli separati”, ora sentendosi uniti dallo Spirito Santo.

Pime, una grande famiglia. Qui e in Cielo

Il  13 giugno 2018, nella nostra casa di Rancio di Lecco, abbiamo salutato padre Luciano Lazzeri che fu padre spirituale nel nostro seminario di Milano. Venuto da Hong Kong, l’ho avuto vicino per alcuni anni e quindi ho usufruito della sua saggezza e del suo fraterno aiuto. Oltre ai parenti, erano presenti alcuni sacerdoti, il parroco di Bogliasco (Genova) dove padre Lazzeri aveva prestato servizio per vent’ anni, un suo compagno di seminario di Como, don Donato di Isolaccia, padre Sergio Fossati e padre Achille Boccia del Pime, anche loro della comunità di Genova Nervi. La cerimonia è stata molto semplice. Dopo la Messa il suo corpo è stato portato a Isolaccia dove riposerà con la sua gente.

Trovandomi ora a Sotto il Monte, non manco di partecipare alle esequie dei nostri missionari e vivo sempre un bel momento di preghiera della famiglia del Pime. A volte è un confratello col quale ho lavorato da vicino, come il padre Angelo Rusconi, padre spirituale del seminario; a volte si tratta di qualche anziano conosciuto da giovane seminarista, come il padre Redaelli; o di qualche conterraneo di Treviso, come il fratello Francesco Sartori.

Oltre al rapporto coi defunti, durante le esequie avvengono incontri coi confratelli di Rancio e delle nostre case vicine che vi partecipano. Il saluto del Superiore generale, presente o rappresentato da qualcuno o con uno suo scritto, fa sentire che si è membri di una famiglia. La presenza poi dei parenti e dei sacerdoti amici del missionario, realizza l’ampiezza della famiglia del Pime, unita nello spirito missionario, ritenuto e vissuto come dono di Dio. Ognuno di noi coglie il momento alla sua maniera.

Mi piace sentire crescere in me il legame vissuto sulla terra e che continuerà in Paradiso. Papa Benedetto, ai bambini di Milano che gli avevano chiesto come pensava il Paradiso, ha risposto: «Con la mia famiglia ho vissuto un’infanzia bellissima. In Paradiso sarà ancora così».

Il cardinale Carlo Maria Martini ha ricordato che Jacques Maritain descriveva con semplicità e profondità la misteriosa e tenera relazione che unisce ciascuno di noi con i membri della Chiesa che ci hanno preceduto nel Regno eterno. Coloro che stanno presso Dio non cessano di interessarsi delle realtà per le quali si sono spesi nella vita terrena e che ora contemplano nella luce di Dio. Con loro possiamo entrare in conversazione, confidando ciò che ci sta a cuore e che anch’essi ebbero a cuore, per cui lavorarono e soffrirono».

Il Pime è già una grande famiglia in Cielo. Manteniamo vivo il ricordo di tanti per poter poi vivere altrettanti incontri felici in Cielo.

 

 

Sentiamo una nostalgia tremenda di condividere

Nel quotidiano “L’eco di Bergamo” dell’ 8 giugno, leggiamo che il cardinale Angelo Scola a sindaci, amministratori e politici  riuniti a Sotto il Monte davanti a Papa Giovanni, ha detto: «Il lavoro di ricezione del Concilio Vaticano II sarà ancora lungo».

Andrea Valesini, direttore del giornale, gli domanda : «Nelle encicliche del Papa, c’è anche un’idea di bene comune attualissimo. Che compito ha oggi la politica nella ricostruzione di un senso di comunità?». Il cardinale risponde : «Oggi assistiamo a una involuzione in questo campo. Per questo scopo rifarsi alla figura e all’insegnamento di Papa Giovanni è un’ottima garanzia».

Nella stessa pagina del giornale, don Gianni Gualini immagina che Papa Giovanni  rivolga delle domande alla sua gente, per esempio: «Vivete in pace tra voi?». E don Gianni, a nome della gente  risponde : «Sentiamo una nostalgia tremenda di avere qualcosa di grande da condividere e per cui darci da fare». Poi si rivolge al Papa e gli dice: «Siamo contenti del tuo ritorno. Esso ci aiuta a ritrovare… la strada del Vangelo  di Gesù, di cui il tuo volto ne è il riflesso».

Il Concilio e Papa Giovanni ci aiutano a ritrovare la strada del Vangelo a condizione che lo vogliamo. La nostalgia ci deve portare a prendere sul serio i valori ricordati da Scola nelle encicliche del Papa intorno a quattro cardini : verità, giustizia, amore e libertà.

Nostalgia di condividere domanda di  mantenere il cuore, la porta di casa, il volto aperti a tutti come ha fatto Papa Giovanni che salutando i cattolici Bulgari, ricordava la tradizione irlandese di mettere alla finestra delle case una candela accesa la notte di Natale, in ricordo di Giuseppe e Maria che cercavano un alloggio, e diceva: «Ovunque io sia, anche in capo al mondo, se un bulgaro passerà davanti alla mia casa troverà sempre alla finestra una candela accesa. Potrà battere alla mia porta… sia cattolico o ortodosso, troverà nella mia casa la più calda e la più affettuosa ospitalità».