La pienezza dell’insieme dell’umanità

Con gioia ho trovato questo scritto del cardinale Carlo Maria Martini nel suo libro Colti da stupore. Incontri con Gesù : «La grande rivelazione che ci attende nell’eternità sarà quella di un unico corpo dei salvati di tutte le genti che faranno unità con Cristo in Dio così come prega Gesù nel Vangelo di Giovanni: siano come noi una cosa sola, io in loro e tu in me. (…)  Siamo in attesa di questo traguardo finale e puntiamo tutto su esso. Non sarà semplicemente una glorificazione dei singoli e delle loro virtù, ma la pienezza dell’insieme di tutta l’umanità: una cosa sola con Dio Padre piena di meravigliosa trasparenza reciproca».

Ero arrivato a Touggourt (Algeria) e avevo fatto dipingere su un quadro una copia del mio logo, disegnatomi a colori da Bruno Maggi, grafico del Pime.

La colomba è la scritta Salam, che vuol dire Pace, e le scritte in arabo hanno la traduzione: “Con te sulla terra. Con te in Cielo”.

Gli amici di Touggourt, vedendo il quadro, dondolavano la testa e per parecchi mesi alcuni avevano il coraggio di dirmi: «Con te sulla terra è bello, ci capiamo. Ma con te in Cielo… Non siamo tanto d’accordo». Qualcuno mi disse anche : «No, perché tu non preghi come noi». Rimasi a Touggourt dieci anni e ormai ci volevamo bene. Quando partii, parecchi mi salutarono dicendo: «Arrivederci in Cielo».

È bello per me pensare di rivedere un giorno nello stesso Paradiso tante persone incontrate nei miei anni vissuti in Africa, Algeria compresa, e che, sento, saranno contente di rivedermi.

Il cardinale Martini ha ragione di dire: «Nell’eternità ci sarà un unico corpo di salvati di tutte le genti e che faranno unità con Cristo».

 

 

Olivier Roy: «Proteggiamo il terreno spirituale delle religioni»

Nel quotidiano Avvenire dello scorso 14 febbraio, troviamo l’articolo Daesh il fascino della violenza, scritto da Stefano Pasta, che ci aiuta a capire il fenomeno dei terroristi provenienti dal mondo islamico. La loro appartenenza a gruppi estremisti e radicali e le loro azioni terroristiche sono oggi segno di un vuoto di valori, non tanto di comportamento e di espressione di religione islamica.

Stefano Pasta scrive: «Per Olivier Roy, il grande orientalista e politologo francese, occorre deculturalizzare la lettura del jihadismo europeo. Nelle biografie dei giovani radicalizzati – sostiene – si riconosce la rivolta generazionale come chiave interpretativa: non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo».

In Francia i terroristi sono al 90% seconde generazioni o convertiti: «Hanno rotto i ponti con i genitori e con tutto ciò che rappresentano in termini di cultura e religione. I giovani scelgono la causa jihadista perché oggi, sul mercato, è l’unica al tempo stesso globale e radicale. Con un linguaggio moderno, Daesh è riuscito a costruire una grande narrazione basata su un’estetica della violenza che affascina molti giovani; infatti nel terrorismo degli ultimi anni il suicidio è sempre più centrale. Oggi essi islamizzano il proprio disastro personale, la propria rivolta contro la società. Per combattere il terrorismo, occorre proteggere il terreno spirituale, riconoscendo la pratica religiosa nello spazio pubblico. Occorre che si possano costruire le moschee, che siano riconosciute e rientrino nello spazio pubblico, facendo parte della vita della città. Un buon accordo è quello firmato nel 2016 tra la moschea e il Comune di Firenze. Va nella giusta direzione anche l’accordo d’inizio febbraio tra il Ministero dell’interno e gli esponenti musulmani: non entra nel piano teologico, rispettando i principi dello Stato laico, ma pone il problema della lingua”.

Allora oggi non dobbiamo vedere il terrorismo come espressione religiosa dell’islam, ma come un impoverimento del religioso che porta alla radicalizzazione. Se accogliamo in Italia i musulmani, possiamo e dobbiamo aiutarli a mantenere e a continuare a vivere dentro i loro valori. Non diventeranno terroristi, ma “Fratelli”, come li chiama Papa Francesco. È un’occasione difficile, ma provvidenziale.  Rileggiamo Olivier Roy: “Occorre proteggere il terreno spirituale, riconoscendo la pratica religiosa nello spazio pubblico”».

 

Marocco: mai più condanne a morte per chi abbandona l’islam

In Marocco, chi vuole uscire dall’Islam, non rischia più la condanna a morte. Il Consiglio superiore degli Ulema, massima autorità religiosa del Paese, apre alla possibilità di conversione ad altre religioni. Ne dà notizia il sito Morocco World News. Secondo le regole in vigore in tutti i Paesi musulmani, l’apostata è condannato a morte. È vietato anche fare proseliti tra i fedeli di Maometto, se si è di altre confessioni. Ma la fatwa degli Ulema marocchini intitolata “La via degli Eruditi” supera uno dei nodi cruciali dell’Islam, in linea con un paese che rispetta da sempre il pluralismo religioso e che, per volere del re Mohammed VI ha deciso di muovere guerra all’estremismo.

Così alcuni giornali mercoledì scorso, 8 febbraio 2017. Il giorno dopo, solo qualche giornale continuava a commentare la notizia. Nel Corriere della Sera, Renzo Notoli ha scritto: «La questione della pena per chi abbandona volontariamente l’islam è tutt’altro che chiara ed esplicita nel Corano e nella tradizione islamica». Gli altri giornali non ne parlano più: notizia usa e getta”.

Sarà interessante seguire la situazione del Marocco e di altri Paesi per capire bene il cammino di tante persone nella globalizzazione attuale di convivenze, incontri, scambi di ogni genere. Non si tratta solo di “conversioni”, ma soprattutto di ritorni profondi a riscoprire le radici e le ispirazioni profonde delle religioni. Papa Francesco nella capitale della Bosnia Erzegovina ha detto: «Il dialogo interreligioso, prima di essere discussione sui grandi temi della fede, è una conversazione sulla vita umana».
In questo momento, il fenomeno è vasto e profondo. Nella rivista “Mondo e Missione” (marzo 2015) nell’articolo “Il Corano rivisto dalle donne”, leggiamo: «Di fronte alle sfide, spesso drammatiche, dell’attualità, molte teologhe musulmane portano avanti un’opera di interpretazione e attualizzazione dei Testi sacri. Perché “il vero problema è l’ignoranza”, come spiega l’iraniana Shahrzad Houshmand. Stiamo attraversando un momento buio, affrontiamo eventi che ci spiazzano, eppure il Corano ci ricorda che – sempre – laddove c’è una difficoltà, proprio lì si annida una “facilità”, ossia la possibilità di un’evoluzione positiva».

Ines Peta, martedì 7 febbraio 2017, nella rivista Oasis scrive: «Il Corano non prescrive alcun castigo terreno per chi abbandona l’islam, rimandando all’aldilà la punizione di Dio». Nel suo articolo interessante riporta il pensiero dell’egiziano Ahmad Subhî Mansûr (n. 1949) che nel suo testo Hadd al-ridda analizza il concetto di “apostasia”. Tale diritto – avverte Mansûr – spetta però soltanto a Dio: né il Profeta né tantomeno i credenti possono giudicare la fede altrui, come mostrano chiaramente i versetti coranici riguardanti l’atteggiamento da adottare nei confronti dei diversi gruppi umani: ahl al-Kitâb (“gente del Libro”, ossia sabei, ebrei, cristiani), mushrikûn (“politeisti”) e munâfiqûn (“ipocriti”).

Una buona conoscenza delle diverse religioni, ci permetterà di capire, dialogare, riuscire a condividere il cammino della nostra esistenza ormai comune.

 

Migranti e studenti in Algeria

Mons. Claude Rault, vescovo di Laghouat-Gardaia, diocesi nel deserto dell’Algeria, vasta più di due mila chilometri quadrati, nell’ultima riunione della Conferenza episcopale della regione nord-africana (Cerna), tenutasi in Senegal nel gennaio scorso, è ritornato sull’importanza della presenza di studenti e di migranti subsahariani per la vita della Chiesa nell’Africa del Nord e particolarmente dell’Algeria. «Essi sono una preoccupazione della Chiesa. Cerchiamo di conoscere le loro identità e di visitarli con giornate di condivisione. Ad Algeri, Costantine e Orano, gli studenti subsahariani sono numerosi e cerchiamo di integrarli con sessioni di formazione perché conoscano la società algerina. Sono una bombola di ossigeno per la nostra Chiesa e con la loro vitalità portano un aspetto di novità e di giovinezza oltre a renderla universale. Annualmente ci sono delle grandi riunioni simili a quelle di Taizé, e animate da focolarini a Tlemcem e poi un’altra a Skigda e la settimana di “Università d’Estate” nella casa diocesana di Algeri.

La Chiesa non si occupa solo degli studenti. I migranti in transito sono una parte importante della Chiesa del Nord dell’Africa e di alcune parrocchie. A Tamanrasset, dai 20 ai 50 fedeli che frequentano i momenti di preghiera, sono migranti. La migrazione diventa una sfida e un’occasione stimolante  per la Chiesa che estende i suoi confini e vive la sua missione di evangelizzazione e di carità. Purtroppo alcuni migranti sono illegali e soggetti a essere sfruttati, arrestati, imprigionati e rispediti ai paesi di origine. La Chiesa di Algeri collabora col ministero della giustizia e ha organizzato una equipe pastorale di trenta persone, laici, preti e religiosi/e che visitano i carcerati e li aiutano a tenere contatti con le loro famiglie lontane».

La mia nuova missione a Sotto il Monte

Sono arrivato venerdì scorso, 27 gennaio, nella comunità di missionari del Pime prestano servizio di accoglienza ai pellegrini che giungono a Sotto il Monte per visitare Papa Giovanni nella sua casa natale. I missionari che vi abitano accanto, rispondono anche alle chiamate dei parroci e delle comunità religiose della zona per la celebrazione di Messe, confessioni e predicazione di vario genere. Sono stato accolto con squisita fraternità dai confratelli che già mi conoscevano. Anch’essi  sono stati missionari in varie parti del mondo e ora continuano a condividere e a testimoniare  la loro fede e la passione di annunciare il Regno di Dio a quanti arrivano a Sotto il Monte.

La prima pellegrina che ho ascoltato mi ha detto: «Ho sognato Papa Giovanni nel suo abito bianco e mi ha parlato per consolarmi. Mi diceva: “So che soffri perché i tuoi tre figli non ti seguono più nella tua fede e li vorresti ancora uniti a te. Coraggio… continua ad amarli e a pregare”. Allora sono venuta subito per rivederlo e risentirlo. Mi aiuta tanto».

Il responsabile della comunità mi dice che continuano ad arrivare, anche per telefono, richieste di preghiere per persone in situazione di difficoltà e di sofferenza.

In poche ore, negli incontri di ogni genere, anche nel confessionale, sto scoprendo una realtà che non immaginavo. Il cardinale Loris F. Capovilla, segretario del Papa che ha vissuto gli ultimi anni qui a Sotto il Monte, nella prefazione al libro su Papa Giovanni di Francesco Valsasnini del Pime, dice: «A chiunque scruta con meditata attenzione l’avventura di Giovanni XXIII, a chi si interroga circa l’umano e cristiano successo delle sue parole e dei suoi atti, a chi rimane stupito dinanzi al prodigio della sua sopravvivenza potrebbe giovare una ulteriore riflessione. Figlio di un coltivatore dei campi, entrato settantasettenne nella successione di Pietro, pescatore di Galilea, col nome prestigioso di Giovanni, chiese al Signore ed ottenne una stella e un cuore puro, e gli uomini, persino i più svagati, convinti che camminano alla luce della fede, la sua stella, col cuore di fanciullo, gli fecero credito».

È troppo presto per dirvi quello che potrò vivere qui a Sotto il Monte come missionario. Per ora, mi piace il motto di Papa Giovanni “Oboedientia et Pax” che lo ha guidato in tutta la vita e sto chiedendogli  di aiutarmi a viverlo anch’io. E mi è piaciuto anche che Loris Capovilla dica che «si resta stupiti del prodigio della sua sopravvivenza». Sì, questa è anche la mia sorpresa, non immaginavo di sentirlo ancora vivo, soprattutto quando ascolto i pellegrini e quando vedo dentro la sua casa innumerevoli ex voto per grazie ricevute con foto e scritte come questa: «Uscito per miracolo», e pareti intere di fiocchi rosa e azzurri con foto e nomi di bimbi che i loro genitori presentano a Papa Giovanni per dirgli “Grazie!”. Non cammini in questi ambienti senza sentire qualcosa. Papa Giovanni, accanto a Gesù, ci vede e sente quello che c’è nel nostro cuore.

Ora, più da vicino, potrò pregare Papa Giovanni per voi e per i miei amici del Camerun e dell’Algeria.

Fratelli “separati”?

Forse avete anche voi il libretto preparato dalle Chiese cristiane tedesche che porta in copertina il tema della settimana: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione”. Oltre ai testi proposti per la preghiera e per la riflessione, il libretto contiene note storiche interessanti.

Quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha un significato speciale, in quanto ricorre nel V centenario della Riforma protestante – convenzionalmente datata al 31 ottobre 1517 -, evento storico che ha causato la rottura dell’unità della cristianità occidentale e ha pregiudicato per molti secoli i rapporti tra le chiese. Questa speciale circostanza ha determinato il tema di riferimento, il quale è stato elaborato in modo da poter commemorare ecumenicamente l’evento, facendo emergere e celebrando la centralità di Cristo. Perciò, da una parte si è cercato di accentuare il ruolo salvifico dell’amore e della grazia di Dio, dall’altra si è evidenziato il dolore per la divisione e l’impegno a compiere passi concreti per la riconciliazione.

Il testo biblico proposto è il passo paolino di 2Cor 5, 14-20, in cui si celebra l’irrevocabile riconciliazione che abbiamo ricevuto mediante la fede in Gesù Cristo. L’amore di Cristo è la forza trainante che ci muove oltre le nostre divisioni verso atti di riconciliazione. Il passo si contestualizza nell’apologia che Paolo fa dell’apostolato e della carità come anima di esso.
Quello che Paolo dice ai cristiani di Corinto vale anche per noi, oggi, in un contesto dove il senso e i fondamenti della fede cristiana non sono più dati acquisiti e scontati, ma costituiscono obiettivi da conquistare. Il cambiamento della scena religiosa nel nostro Paese, ci pone dinanzi al complesso problema del pluralismo delle fedi e della loro convivenza. Urge il dialogo tra le religioni contro il terrorismo e l’impegno per un’eco-teologia in cui i temi “ambientali” s’intrecciano con la condivisione dei beni e l’equità per l’accesso alle risorse naturali.

Merita di essere ricordato il beato Paolo Manna, missionario del Pime, che fu la più grande anima ecumenica del secolo XX. Scriveva nel 1927: «L’unione dei cristiani è il più grave bisogno del mondo d’oggi, di una importanza superiore alla propagazione della fede, perché questa non si avrà piena e totale  senza l’unione dei cristiani». Nel 1941 pubblica  il libro “I Fratelli separati e noi”.

In esso per la prima volta troviamo il  termine “Fratelli separati”. La soluzione al problema della disunità padre Manna la indica con queste parole: «L’unione si farà  quando, dimenticando noi stessi, noi e i fratelli separati non avremo altro desiderio che di far trionfare Gesù Cristo in noi  e sul mondo».

 

Islam e libertà di culto. È possibile?

Secondo quanto riferisce l’Agenzia Fides, Dar al Ifta al Misryah, l’organismo presieduto dal gran Mufti d’Egitto, ha stabilito che secondo i precetti coranici è legittimo per i cristiani costruire chiese nei paesi di tradizione islamica. Aggiunge che l’Islam sostiene le leggi civili basate sul principio di eguaglianza tra i cittadini e che lo stesso profeta Maometto si era mostrato favorevole al principio di “reciprocità” tra stati di diversa identità religiosa. Altra novità è che un musulmano non deve avere nessuna esitazione a porgere le proprie felicitazioni in occasione delle loro feste religiose. Ciò contribuirà ad alimentare la convivenza reciproca tra le diverse componenti della società. Questo è il contrario del comportamento di alcuni predicatori salafiti e sceicchi, in alcune parti del mondo, che continuano a ingiungere proibizioni e sentimenti di disprezzo.  Dar al Ifta al Misryah punta da tempo a confermare le iniziative  delle istituzioni ufficiali dell’Islam sunnita egiziano, in primo luogo l’Università di al Azhar, che contrastano la diffusione di dottrine estremiste e di strumentalizzazioni del Corano in chiave jihahista.

Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi durante la sua partecipazione alla messa di Natale nella cattedrale copta ortodossa ha annunciato di voler inaugurare entro il 2018 la chiesa copta più grande d’Egitto.

Padre Jihad, Siria: «Scegliere a ogni alba di restare»

Chiara Pellegrino ha pubblicato nella rivista Oasis un’intervista a padre Jihad Youssef del monastero di Mar Moussa in Siria dal quale fu rapito il gesuita padre Paolo Dall’Oglio e il padre Jacques Mourad, intervistato, dopo la sua liberazione, da “Mondo e Missione”.

Ecco cosa dice padre Jihad: «Ormai non ci sono più visitatori, noi monaci dormiamo in città e andiamo a trovare gli sfollati nelle città vicine di Nebek e Homs. Nel dicembre 2013 i militanti di Jabhat al-Nusra hanno assediato per 25 giorni la città di Nebek, a pochi chilometri da Mar Musa. Ci siamo sentiti soffocare, per tutto il periodo in cui la città era bombardata siamo stati chiusi nel monastero. Poco prima di Natale la battaglia è finita, noi allora siamo scesi in città e abbiamo scoperto che il quartiere cristiano era praticamente distrutto. Con l’aiuto di tre organizzazioni cattoliche europee abbiamo lavorato a un progetto di restauro e ricostruzione e in pochi mesi abbiamo restaurato 63 case di cristiani e cinque case di famiglie musulmane povere.

Ci siamo sempre chiesti se rimanere o partire. Ci siamo chiesti perché accadeva tutto questo. Perché Dio rimane silenzioso davanti a un popolo che si uccide? Non è stato facile, a ogni alba abbiamo dovuto decidere se credere oppure no. Abbiamo scelto di credere, ogni giorno. Abbiamo scelto di andare al di là del silenzio di Dio.

Noi stiamo lavorando per aiutare chi vuole partire ad andarsene e chi vuole restare a rimanere. I ricchi o i privilegiati, come noi monaci, sono già scappati o possono andar via quando vogliono, ma la povera gente è condannata a rimanere. In Siria restano solo i cristiani convinti, che sanno di avere una missione, anzi che sono una missione, perché ogni battezzato lo è.

L’Isis distrugge i nostri monasteri ma anche le moschee e le tombe dei santi musulmani. I loro militanti rapiscono e uccidono i nostri confratelli, ma hanno anche sgozzato migliaia di musulmani sunniti come loro. Certo noi cristiani siamo molto più fragili perché siamo un piccolo gregge.

Dobbiamo pregare molto per l’unità dei musulmani, che sono più divisi di noi cristiani. Nella loro unità c’è il bene per loro e per noi.

I profughi arrivano, e voi non potete impedirlo né costruire muri. Se li accogliete con dignità, forse un giorno saranno buoni cittadini; altrimenti saranno cattivi cittadini, saranno un cancro. Penso che anche voi dovreste impegnarvi nel dialogo. I musulmani ce li avete sotto casa, i vostri figli vanno a scuola con bambini musulmani, abbiate il coraggio di bussare alla porta del vostro vicino musulmano, portare lì Cristo con la vostra semplice presenza.

Quando finirà la guerra si potrà ricostruire il tessuto sociale e restaurare la fiducia tra cristiani e musulmani se ciascuno si impegna nella sua fede. Io, da cristiano, mi impegno a vivere il Vangelo. Il Vangelo ricostruisce, e se ricostruisco in me forse riuscirò a ricostruire nell’altro. Ma per fortuna anche il buon esempio rimane. Durante l’assedio a Nebek, i cristiani temevano che le loro donne sarebbero state prese in bottino e gli uomini fatti schiavi. I vicini musulmani si sono offerti di accogliere le ragazze cristiane nelle loro case spacciandole per loro figlie, sottraendole così ai militanti di Jabhat al-Nusra.

Quanto a noi monaci, viviamo tra la Siria e l’Europa per coltivare lo studio. Quando finirà la guerra la Siria avrà bisogno di persone ben formate che possano predicare il Vangelo dell’amicizia, dell’armonia e del dialogo, per superare divisioni e odio».

 

 

La “primavera araba” di Milano

Ho letto su “Repubblica” del 31 dicembre 2016 questo annuncio interessante e ho scelto alcuni commenti (i più seri) che rivelano riflessioni utili al proseguimento di un dibattito. Come pensano alcuni italiani e alcuni immigrati integrati.

«Sono giovani, di origine egiziana, ma nati in Italia: studenti, ingegneri, farmacisti, musulmani, copti, atei. Vogliono abbattere gli stereotipi, affermare il loro diritto a una cittadinanza piena e virtuosa. Non si sentono rappresentati dalle associazioni arabe che operano sul territorio. Vogliono metterci la faccia per realizzare un sogno: la primavera araba di Milano. Ecco i ragazzi di Italeya, scesi in strada in largo Cairoli per dare voce al loro messaggio di pace. Hanno chiesto a milanesi e turisti di scattare una foto insieme a loro in segno di condivisione e realizzato un video con l’agenzia Metamorfosis Pro per raccontare chi sono e cosa vogliono». (Francesco Gilioli e Antonio Nasso)

Alcuni commenti

«Dobbiamo  sostenerli questi ragazzi sono un esempio ma troppo ridotto perciò dovrebbero entrare in un partito e lottare per la laicità e la vera integrazione, belle storie e bei volti aperti. Rispetto agli imam che vediamo in tv, donne velate che vogliono burkini e piscine separate, usi tribali, questi danno speranza ma sono minoranza». ragazza della video dice : ” nel nostro paese ” . Forse

«L’integrazione è soprattutto una questione individuale. I ragazzi di questo servizio sono italiani in tutto e per tutto. Non è una sfumatura della pelle che fa la cittadinanza».

«Meno male che arriva un po’ di giovane forza lavoro, ne abbiamo un bisogno disperato».

«Il problema è che la gente più istruita, quella che vuole un futuro, possibilmente migliore di quello che ha al momento, va nel Nord Europa. Qui ci rimane la manovalanza e chi vuole delinquere, perché qui ognuno può fare quello che vuole, e questo l’hanno sicuramente imparato dagli italiani, che siamo noi».

«C’è poco da essere razzisti, scoppia una bomba, arriva un tir, e chi è che dirige l’azione? Un musulmano. È questo che fa diventare razzisti».

«Milioni di italiani migranti all’estero da decenni o forse più, mantengano a tutt’oggi ben salde le proprie origini. Ma non solo, e l’esempio degli Stati Uniti è calzante con quelle sue famiglie o clan, e dimostra che non c’è stata nessuna intenzione di integrazione. Anzi, hanno portato il peggio delle loro origini».

«Puoi anche avere ragione, ma in una folla di 100 persone uno con la pistola che spara (per dire: è un’iperbole) si nota assai più degli altri 99 che conducono la loro vita tranquilla e normale. È questo il vero problema. I fanatici, gli esagitati, i delinquenti, purtroppo fanno “rumore” più degli altri, e questo può stravolgere la percezione di certi eventi».

«Gli amici del liceo di origine mediorientale e africana di mio figlio aderiscono a tanti stili diversi, molto diversi da quel cliché tutto “madrassa e casa” che invece si nota per le strade: quelle ragazze non fanno parte del tuo immaginario di “ragazza araba” perché NON LE NOTERESTI nemmeno.

Ciao Paolo, io ho origine marocchina ma sono cresciuto a bologna e sono italiano da 8 anni. Vivo in Giordania ma torno regolarmente nel belpaese perché questa è casa. Di ragazzi come me ce ne sono tanti e ce ne saranno sempre di più se ci saranno politiche di integrazione intelligenti nelle scuole e nella società più in generale. Ma anche un tono piu conciliante e meno giudicante da parte dei nostri concittadini potrebbe aiutare. Il fenomeno dell’immigrazione e dell’integrazione in una cultura nuova è una sfida complessissima soprattutto se si arriva da realtà così diverse (vada a chiedere agli italiani che se ne sono andati all’estero). Ci vuole pazienza, impegno da parte di tutti perché tutti ne traiamo benefici (migliori condizioni di vita per chi arriva e figli, contributi e giovane forza lavoro per le società di arrivo). Speriamo in un futuro plurale e più ricco. Ciao e buone feste».

«Tutto giusto e tutto credibile quello che dicono questi ragazzi, ma quanti sono così? Questo campione quant’è rappresentativo di tutta la comunità araba a Milano e nel resto d’Italia? Questo è il dubbio, e se per ognuno di questi poi scopriamo che ce ne sono cento che non accettano l’occidente e vorrebbero vivere solo secondo le leggi arabo/islamiche, non ci siamo ancora. Non si può quindi fare di tutt’erba, un fascio».

 

 

 

Sveglia missionaria

Don Silvano Perissinotto, direttore dell’ufficio missionario di Treviso, reduce da una visita ai missionari originari di Treviso in Perù e Brasile, scrive una lettera natalizia alle amiche e agli amici del mondo missionario.

Vorrei ripresentare ai miei amici alcune frasi di don Silvano perché riproducano anche in voi quello che hanno prodotto in me. Non è il solito invito a interessarsi alle missioni, ma un forte squillo a risvegliarci dal senso di sfiducia, mancanza di entusiasmo, volontà di agire. Certamente va rinnovato lo spirito missionario, ma quale? Crediamo o non crediamo che lo Spirito missionario, quello della Trinità, è ancora attivo? È la carta vincente della Chiesa! Per la vita, per la pace, per la gioia! Sottolineo l’importanza dei fidei donum, nuclei familiari compresi, sogno di don Franco Marton!

«In questo momento un ricordo e una preghiera del tutto speciali vanno a quanti di voi si trovano a vivere in Medio Oriente, in Nord Africa e in modo particolare nella martoriata Siria. Sì, aiutateci a non dimenticare gli “estremi confini della terra”, orizzonte di vita cristiana che noi, presi dalle tante cose da fare, dal calo sempre più preoccupante di sacerdoti e seminaristi, e dal lavoro importante della riorganizzazione delle nostre parrocchie e comunità cristiane, rischiamo di dimenticare.

Sì, noi abbiamo bisogno di questo scambio, altrimenti rischiamo di pensare che il mondo sia solo quello organizzato attorno ai nostri campanili, senza chiederci come vada il resto del pianeta.

Le periferie di Lima e di San Paolo! Come non pensare al linguaggio e alle frasi di Papa Francesco, quando ci aiuta e ci esorta ad essere Chiesa in uscita verso le periferie geografiche ed esistenziali del mondo?

La “periferia delle periferie” ci aiuta a mantenere lo sguardo aperto sul mondo e a leggere i problemi non solo a partire da noi; le emigrazioni spesso non sono il frutto di una scelta “libera” delle persone, ma della strategia economica delle multinazionali e dei governi conniventi che rubano la terra alla gente.

L’annuncio del Vangelo va fatto sempre da persona a persona, amando anche le estreme periferie che rischiano di essere abbandonate e dimenticate dal resto del mondo.

Speriamo che la Veglia Missionaria diventi sempre più il braccio accogliente di una chiesa che riconosce tutte le “partenze ad gentes” che avvengono nelle nostre comunità.

È stato interessante notare la presenza di molti nuclei familiari che hanno fatto o si preparano a fare un’esperienza in missione».