L’Algeria si sentirà amata e unita

Il ministro degli Esteri Abdelkader Messahel in un’intervista rilasciata a Parigi all’emittente televisiva France 24, ha detto: «L’Algeria ha dato il suo benestare alla beatificazione in Algeria dei monaci di Tibhirine e degli altri religiosi uccisi durante gli anni Novanta e questa notizia è stata comunicata al Vaticano».

Ora possiamo prepararci all’evento. Il fatto che la beatificazione potrà avvenire in Algeria sarà un fatto molto importante non solo per la piccola Chiesa locale, ma anche per i tanti amici musulmani che non hanno dimenticato i religiosi che proprio in nome dell’amicizia con questo popolo hanno deciso di non abbandonarlo nell’ora più difficile, pagando con il prezzo della propria vita, questa scelta.

Sulla grave situazione degli anni Novanta,  il 2 gennaio 1994,  i vescovi avevano scritto alla Chiesa in Algeria: «Camminando, con il popolo algerino siamo presi dal vortice di una crisi la cui conclusione si fa attendere. Non possiamo sapere cosa ci riserva l’avvenire…In questi tempi di incertezza, continuate a fare coscienziosamente il vostro lavoro, sapendo, con i numerosi amici algerini, che ponete le basi più sicure per l’avvenire. Noi vogliamo anzitutto rendere grazie a Dio per questa serenità e tenacia in mezzo a difficoltà quotidiane talvolta angoscianti».

Il priore di Notre Dame de l’Atlas, padre Christian Marie de Chergé, aveva scritto tre anni prima della sua tragica morte, nel testamento spirituale: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a quel Paese…».

All’annuncio del riconoscimento del martirio di questi 19 missionari da parte della Santa Sede, e quindi della loro prossima beatificazione, i vescovi hanno scritto: «La loro morte ha rivelato che le loro vite erano al servizio di tutti: i poveri, le donne in difficoltà, i disabili, i giovani, tutti musulmani… I più angosciati, al momento della loro tragica morte, furono i loro amici e vicini musulmani, che si vergognavano si usasse il nome dell’Islam per commettere tali atti…. Queste beatificazioni sono una luce per il nostro presente e per il futuro».

Alla beatificazione dei 19 religiosi, l’Algeria si sentirà amata e più unita. Ce lo assicura la lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci. «Dopo la tragedia e il “sacrificio” vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini… Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi. La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità… Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi… Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria». (lettera firmata. 01.06.96)

 

Via Crucis con i migranti

Venerdì santo, ore 15, Via Crucis coi migranti ospiti a Sotto il Monte. Il gruppo degli anglofoni, cristiani  di varie espressioni, si sono uniti per ricordare Gesù in croce. Li incontro spesso e avevo loro suggerito l’idea. Han fatto tutto loro e i responsabili della Cooperativa Ruha li hanno sostenuti, così come permettono ai migranti musulmani di fare i loro incontri. Per me era commovente assistere alla loro preghiera e vivere col pensiero della Via Crucis.

Aiutare i migranti  a fare i loro incontri secondo la loro cultura ed espressione religiosa, vuol dire riconoscere l’apporto che le varie religioni, vissute nella loro autenticità, possono portare  all’intesa tra i popoli e allo sviluppo della vera pace. Papa Giovanni Paolo II disse che in ogni preghiera autentica lo Spirito Santo prega.

I diversi credenti non solo vanno accolti, ma devono anche essere aiutati, nel rispetto di tutti, a vivere  fedeli alla loro cultura e religione  e ad essere riconosciuti degni nel loro dovere e diritto di contribuire ad una migliore convivenza  mondiale. È umiliante pensare che mentre ci crediamo superiori in tante cose, abbiamo bisogno di fare attenzione agli esempi e agli aiuti che possono apportarci?

Come “dire” Gesù nel mondo “plurale” d’oggi

Il libro Solo con l’altro. Il Cristianesimo, un’identità in relazione” (Emi), scritto da Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, presentato in Avvenire del 22 marzo 2018, tratta questo argomento: Come “dire” Gesù nel mondo “plurale” d’oggi?

Il testo indaga il dualismo dialogo/annuncio cristiano che ha spesso contrapposto pensatori e diviso anche i credenti. Anch’io sono stato oggetto e soggetto di interrogativi quando, dopo trenta anni di annuncio e evangelizzazione vissuta in Camerun, sono passato in Algeria e vissuto dieci anni, mentre anche alcuni membri dell’Istituto missionario Pime si chiedevano perché “sprecare” missionari nel deserto dell’Algeria dove non ci sono cristiani.

Il brano del libro presentato continua dicendo: «I cristiani non devono aver paura del plurale, sia perché Gesù stesso è stato compreso e annunciato fin dall’inizio in diversi modi, sia perché l’accoglienza della sua singolarità permette di discriminare il vero dal falso pluralismo e di apprezzare tutto ciò che di autentico vi è nella pluralità delle culture e delle religioni. (…) Da qui la necessità per la Chiesa di mettersi in ascolto delle istanze dei contemporanei… Una delle più grandi sfide della teologia è oggi  proprio quella relativa alla bellezza. Bonhoeffer precisa : “Per secoli l’annuncio si è innestato nell’insufficienza umana, nel “brutto” della sofferenza e della morte… È tempo, per la fede e la teologia di pensare a fondo l’annuncio del Vangelo come pienezza del bello».

Nella stessa pagina di Avvenire c’è un altro titolo: POP-THEOLOGY non solo canzonette. Il vescovo Staglianò e il teologo Lorizio sono a confronto sui semina Verbi presenti nei testi di musica leggera da De André a Gabbiano, nel genere fantasy e fantascientifico oltre che in tanti film come il recente trionfatore degli Oscar “La forma dell’acqua”. Staglianò conclude dicendo: «La Pop-theology è una sorta di aratura che smuove il campo del nostro cattolicesimo convenzionale e apre a una Chiesa in uscita. Valorizzando la grammatica dell’umano che si esprime nelle canzonette, possiamo rintracciare i semina Verbi laddove si trovano. Essa è terreno fecondo di scambio tra il Vangelo, la fede e le forme di espressione tipicamente umane, anche quando non dichiaratamente non cristiane». Argomenta Staglianò: «Da sempre sono convinto che la “canzone da niente” come la chiama Rahner, abbia un valore culturale specifico e una sua qualità letteraria chiara».

Ci raggiunge la cantante suor Cristina, sempre in Avvenire del 21 marzo 2018,  che dice: «Nel nuovo disco, la gioia di Dio». Nel video di “Felice”, lei balla coi ragazzi e si riempie di colori. E spiega: «Quando l’essere umano trova un equilibrio fra ciò che è terreno e ciò che è divino, è invaso da una gioia incredibile. La felicità è qualcosa di molto profondo, la certezza che dentro di te c’è qualcosa che ti tiene in equilibrio… Quando incontri Gesù hai bisogno di correre a raccontarlo agli altri. Poi il Signore usa le forme più disparate. Si è servito anche di una giovane suora vista in un talent. Gesù non era ordinario, era criticatissimo, il suo obiettivo era andare verso gli ultimi, verso coloro che non avevano ancora incontrato il suo sguardo. Desidero arrivare anche a chi Gesù non l’ha ancora incontrato, con testi che, in una maniera implicita, contengano comunque il suo messaggio. Sono canzoni d’amore che io dedico a Dio, ma qualcuno può dedicarla alla mamma, alla fidanzata, al marito».

Anche il Corriere della Sera di venerdì 23 marzo, scrive di suor Cristina che alla domanda: «Qual è la sua missione con la musica?», risponde: «Arrivare ai cuori delle persone, è stato grazie alla musica che il Signore mi ha chiamato a sé. E ora voglio ridare quello che ho preso: usare del potere della musica per poter comunicare. Nelle mie canzoni non parlo apertamente di Gesù, ma c’è sempre un messaggio implicito di amore, bellezza e speranza».

In Algeria non potevo portare la croce e non potevo fare proselitismo. Il mio pulpito era il marciapiede, dove bevevo il tè seduto con chi mi invitava. Insegnando in francese o in italiano, a casa, testi di buona educazione, di buon umanesimo. Accogliendo il cous cous delle mamme dei miei alunni, o la parte di carne che i vicini dedicavano ai poveri nella festa del montone. E dopo aver celebrato la Messa presso le Piccole Sorelle di Gesù, arrivando in piena piazza centrale, seduto a fianco del carrettiere sul carretto tirato dall’asino e salutato dai poliziotti come un generale.  Alla fine sono diventato amico di tutti e, quando sono partito, alcuni mi hanno salutato dicendo: «Arrivederci in Cielo!».

Partendo dall’Algeria, un professore col quale ho lavorato e dialogato tanto, ha voluto scrivere: «Quando trovi l’amore, non lasciarlo passare: sia la cosa più bella della tua vita. È ciò che ci insegna padre Silvano. Si è impegnato perché l’amore regni nella nostra regione, e sia un simbolo sacro e vivo per tutti gli abitanti di Touggourt. Ha acceso tante lampade di giovani e anziani. È stato paziente nelle difficoltà, ad insegnare il francese. Che Dio Onnipotente lo protegga e l’aiuti a portare un di più a questa regione. Che avrà sempre bisogno di lui».

 

 

 

Egitto: aperture del presidente Al-Sisi verso i cristiani

«Dal momento della sua elezione a presidente dell’Egitto – scrive il francescano Chéhab Bassilios – Al-Sisi ha portato avanti una precisa strategia di avvicinamento ai copti: ha avuto il coraggio di recarsi per gli auguri natalizi nella cattedrale, durante la messa di mezzanotte. In precedenza l’evento avveniva in maniera formale presso la sede del patriarca. È una scelta che assicura al presidente un posto nei cuori dei fedeli».

Per il religioso si tratta di una «inversione di rotta rispetto al regime precedente dei Fratelli musulmani, che consigliavano i loro adepti di non concedere nulla ai cristiani d’Egitto». Altro elemento che, scrive padre Chéhab Bassilios, «fa ben considerare il presidente da parte dei copti è l’atteggiamento verso le chiese che non godono ancora di autorizzazioni ufficiali. Negli anni scorsi, questi luoghi di culto venivano chiusi immediatamente. Quest’anno, l’organismo governativo preposto al culto ha annunciato che più di 2.500 luoghi di culto sparsi in 14 province verranno mantenuti aperti in attesa del loro riconoscimento in base ad una legge emanata nel 2016. L’autorizzazione attuale è basata su un’intesa tra la polizia di Stato e le autorità cristiane del Paese, cattoliche, ortodosse e protestanti. Secondo il quotidiano “al-yôm al-sâb” (Settimo giorno), il totale delle chiese chiuse negli anni scorsi per mancanza (vera o presunta) di autorizzazioni raggiunge la cifra di 3mila, 2mila appartenenti alla sola Chiesa copta. A ciò si aggiunga la costruzione dell’enorme cattedrale della Natività di Cristo, in quella che sarà la capitale amministrativa dell’Egitto, “dono dello Stato egiziano e del presidente al-Sisi” alla comunità cristiana del Paese». AgenSIR 18 marzo 2018

 

Il futuro delle parrocchie

Nel giornale L’Eco di Bergamo di venerdì 9 marzo, Sabrina Penteriani scrive l’articolo L’unità pastorale missionaria con 60 nazionalità. Vi leggiamo: La parola “accoglienza” nell’unità pastorale di Verdellino-Zingonia non è un’idea astratta ma una pratica quotidiana. (…) Gli italiani in generale e i cattolici sono in calo: i battesimi, dieci anni fa erano una quarantina all’anno in ognuna delle due parrocchie, nel 2017 sono stati 18 fra tutte e due. Nelle scuole il 60% dei bambini ha genitori di origine straniera. Sul territorio convivono 60 diverse nazionalità. Don Marco, parroco di Zingonia, dice: «La parrocchia è una comunità cresciuta con grande slancio missionario. Proprio per la presenza di gente di diverse provenienze, c’è uno spiccato senso di accoglienza e in generale una mentalità molto aperta. (…). Tra gli immigrati ci sono cattolici presenti e attivi nelle comunità. I nostri aiuto-sagristi vengono dal Togo e dall’India. A volte, nella comunità entrano anche “gli altri”, i non cattolici, anche solo per condividere qualche momento di gioco all’oratorio, le attività sportive, oppure i giorni di festa. Sul territorio si trovano luoghi di culto di altre religioni, come la moschea nelle Torri. La convivenza è pacifica, ci sono contatti rispettosi e amichevoli anche se non frequenti». (…)

«A Zingonia – racconta Paola infermiera e catechista – c’è un pot-pourri di persone, bisogna fare i conti con tanti modi di pensare e di vivere differenti. I gruppi di catechisti e volontari si sono amalgamati, hanno imparato a conoscersi, dialogare». «Abbiamo scelto una logica di inclusione – conclude don Marco -. È più faticoso, ma permette di arricchire i rapporti umani e fa crescere la comunità».

 

 

Ibn Battuta alla scoperta dei mille islam

Sul quotidiano “Avvenire” del 7 marzo 2018, Franco Cardini scrive l’articolo L’avventura di Ibn Battuta attraverso l’Oriente alla scoperta dei mille diversi islam. Avvicinandosi le vacanze, il giornalista consiglia di leggere il libro di Follath Al di là dei confini…( Ed. Einaudi) che ripercorre il viaggio di Ibd Battuta indugiando, soprattutto, sulle principali città da lui visitate : Tangeri,  Cairo, Damasco, Mecca, Shiraz, Dubai, Samarcanda, Dehli, Malé, Giacarta, Hangzou, Granada, come le vedeva un avventuriero maghrebino del Trecento che si muoveva nel mondo islamico “come un pesce nell’acqua” ma che talora ci si trovava spaesato e meravigliato; e come le vede oggi un giornalista tedesco in grado di apprezzare quel che di allora è rimasto, e di riflettere su quel che è scomparso e su quel che è mutato. Il giornalista non vuol perdersi in elogi del libro. Raccomanda solo due cose. Primo : leggerlo se si hanno ancora  dei pregiudizi sull’islam: si constaterà quali e quanti islam esistano al mondo, quanto sia sbagliato e ingiusto sentenziare che l’Islam è questo, che pensa quest’altro che vuole quest’altro ancora. Secondo: leggerne ogni sera qualche pagina e decidere anche alla luce dei suoi consigli e delle sue riflessioni la prossima meta di viaggio.

 

L’iraniana che ha osato leggere i testi sacri

Nel numero 65 del mensile dell’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo”,  leggiamo un servizio su Donne e islam. Elena Buia Brut scrive l’articolo Táhirih Qurratu l’Ayn: L’iraniana che ha osato leggere i testi sacri.

Táhirih Qurratu l’Ayn, poetessa e teologa iraniana finisce i suoi ultimi anni di prigionia a Teheran tra il 1842 e il 1852, avendo sfidato la feroce chiusura del potere islamico politico e religioso in Persia. Sotto la dominazione di Shah Nasiru’d-Din, in un’epoca in cui le donne in Iran non hanno il diritto di imparare a leggere e scrivere, Táhirih, nata in una famiglia di eruditi mullah, osa studiare i testi sacri, discutendone in pubblico con competenza, primeggiando addirittura con coraggio sugli uomini. Il padre l’ha educata «come un ragazzo», insegnandole a leggere e a scrivere, permettendole così di accedere al Corano e di esprimere in poesie e in preghiere il suo talento artistico.(…)

Táhirih Qurratu l-’Ayn, il cui nome significa la “Pura” e “Consolazione degli occhi”, diviene nel frattempo leader della fede Babi, accettando la rivelazione di Ali Muhammad di Shiraz, il Báb, divenendone, unica donna, devota seguace. La Conferenza di Badasht, del luglio 1848, vede la rottura di questo nuovo credo con l’islam, rottura fortemente voluta da Táhirih che interpreta il babismo come una religione autonoma, intenzionata a prendere le distanze dall’islam di cui riconosce il Corano ma non la sharīa: Táhirih, infatti, rifiuta innanzitutto il ruolo di sudditanza e invisibilità in cui vengono relegate le donne musulmane. Ella è «la donna che ha letto troppo», il cui accesso al sapere ha fatto maturare un’imprescindibile consapevolezza di sé: è il vessillo della libertà ottenuta attraverso una conoscenza fatta di letture, ponderazione, creatività, una libertà che l’autorità maschile non ha intenzione di concedere alle donne. (…). Le donne persiane, fino all’incirca al XX secolo, non sono state autorizzate a «lasciare traccia di sé», nessun pensiero, neanche il nome, la propria firma. Eppure, in tale “deserto”, la poetessa di Qazvin combatte l’autorità patriarcale con incrollabile fiducia, senza mai essere abbandonata dalla speranza di un cambiamento futuro; sfida lo status quo in modo spettacolare, togliendosi il velo in pubblico in un’assemblea di uomini; insegna instancabilmente a leggere, a scrivere e a pensare alle altre donne, affinché siano «autonome», dunque libere. A seguito di un tentativo fallito di uccidere lo Shah da parte di alcuni giovani fanatici babi, la madre dello Shah scatena una feroce ritorsione, che provoca l’assassinio di migliaia di persone innocenti. Táhirih, giudicata complice dell’attentato ed eretica, è imprigionata e giustiziata nell’agosto del 1852 a soli 38 anni: viene strangolata… dopo essere stata tenuta prigioniera per tre anni. Si reca all’esecuzione vestita a festa, pronunciando parole che parlano forte e chiaro anche al mondo di oggi: «Potete uccidermi quando volete, ma non potete fermare l’emancipazione delle donne».

 

 

LIBANO- Profanatori di una statua di Maria, “condannati” a memorizzare la Sura del Corano sulla Madre di Gesù

Due giovani, allievi musulmani della scuola tecnica di Mounjez (un villaggio abitato in gran maggioranza da cristiani, nella regione di Akkar), alcuni giorni fa si erano introdotti in una chiesa e avevano compiuto gesti oltraggiosi nei confronti di una statua della Madonna. I due ragazzi avevano anche filmato la loro bravata sacrilega, e l’avevano diffusa tra i loro compagni attraverso i social media. La polizia li aveva arrestati, e gli organismi giudiziari si erano subito attivati per stabilire la pena da comminare con sollecitudine, anche per dare un segnale rapido e efficace e prevenire l’accendersi di nuovi conflitti settari. Il giudice Jocelyne Matta, incaricata di pronunciarsi sul caso, all’udienza di giovedì 8 febbraio ha preferito impartire ai due imputati una lezione di cultura religiosa islamica, piuttosto che ricorrere a pene detentive. In sede processuale, il magistrato Matta ha letto da una copia del Corano la Surah al Imran, che esprime la venerazione tributata a Maria nel Testo Sacro dell’islam, disponendo come pena per i due giovani imputati la lettura, la memorizzazione e la recita di quel testo. La proposta del magistrato è stata approvata e notificata dal tribunale di Tripoli, che ha dato mandato a un responsabile del tribunale dei minori di aiutare i ragazzi nella memorizzazione della Sura coranica su Maria. Prima di essere rilasciati, i due imputati hanno espresso pentimento per l’azione compiuta. (Agenzia Fides 12/2/2018)

L’islam condivide con ebraismo e cristianesimo il suo alfabeto religioso

Per i miei amici lettori (non so quanti mi leggono ancora), mi permetto di cogliere parte di un vecchio testo di Lorenzo Fazzini su Avvenire del 9 gennaio 2010 e consiglio di rileggerlo intero in Internet.

Joachim Gnilka, noto esegeta di Münster (lodato da Benedetto XVI per il suo Gesù di Nazaret. Annuncio e Storia, Paideia), affermava di recente in un suo saggio – in Francia edito da Cerf con il titolo Qui sont le chrétiens du Coran – che le radici cristiane del Corano sono prettamente di ambiente matteano e probabilmente di natura giudaico-cristiana. Scoperta che faceva dire a Gnilka: «Riteniamo che il Corano non presuppone una conoscenza diretta degli scritti canonici neotestamentari», ma solo una parte di essi, quella accettata dai giudeo-cristiani eretici rispetto alla comunità canonica retta da Pietro. Un dato comunque che conferma la linea-Cuypers, membro della Fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù : il Corano si è modellato su una radice semitica, simile a quella biblica. Scrive Cuypers: «Il risultato più importante è stato mostrare che il Corano è un testo costruito a dovere, letterariamente molto elaborato. È una constatazione che deriva da un’analisi metodica e rigorosa del testo». In cosa si nota questa «razionalità» del Corano? «Il testo obbedisce esattamente a tutte le regole della retorica semitica», soprattutto alle composizioni simmetriche quali parallelismi, chiasmi, composizioni concentriche, ripetizioni, sinonimie, antitesi, figure retoriche che Cuypers riprende da Meynet, esegeta della Gregoriana. Cuypers annota ancora: «Una lettura attenta del testo mi ha convinto di numerosi riferimenti [nel Corano, ndr] a testi anteriori: prima di tutto la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento), ma anche testi rabbinici (la Mishnah) o apocrifi (Infanzia di Gesù). Alcuni di questi riferimenti sono noti da tempo, ma altri sono nuovi o inattesi (come il Deuteronomio, alcuni Salmi, il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, Passi di San Matteo o della lettera agli Ebrei)».  L’islam condivide con ebraismo e cristianesimo il suo alfabeto religioso. In tempi di stentato dialogo interreligioso, non è annotazione da poco.

Cei: un incontro per la pace nel Mediterraneo nel solco di La Pira

«Far incontrare culture e popoli, stimolando anche l’Europa a sentire maggiormente la realtà del Mare Nostrum». È questo l’obiettivo dell’Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo, proposto dal presidente della Cei, il card. Gualtiero Bassetti, e che «ha suscitato un consenso unanime e convinto» del Consiglio permanente.

Lo si apprende dal comunicato diffuso oggi al termine dei lavori. L’iniziativa «intende collocarsi idealmente nel solco della visione profetica di Giorgio La Pira» e sarà attuata «coinvolgendo i vescovi cattolici di rito latino e orientale dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo», «a partire dalla valorizzazione di alcuni luoghi a forte valenza simbolica». «Uno sguardo di particolare attenzione – prosegue il comunicato – il Consiglio ha chiesto che sia posto per la Terrasanta, per Israele e Palestina”. “La proposta – affermano i vescovi – nasce dalla constatazione di come da diversi anni l’area mediterranea sia al centro di profonde crisi, che coniugano instabilità politica, precarietà economica e tensioni religiose: dal Medio Oriente alle coste africane, dai Balcani alla Spagna”. La Conferenza episcopale italiana “intende muoversi per favorire la conoscenza diretta, condizione che consente una lettura profonda delle situazioni, la difesa delle comunità cristiane perseguitate, la promozione del bene della pace e la tutela della dignità umana». (di Riccardo Biagi, 25/01/2018 )25