Benedetto XVI e l’Africa

Chiesa in Africa, famiglia di Dio, molteplicità delle culture e dei linguaggi

Omelia di domenica 25 ottobre 2009 come conclusione della VIII ASSEMBLEA SPECIALE PER L’AFRICA

“Coraggio, alzati!”. Così quest’oggi il Signore della vita e della speranza si rivolge alla Chiesa e alle popolazioni africane, al termine di queste settimane di riflessione sinodale. Alzati, Chiesa in Africa, famiglia di Dio, perché ti chiama il Padre celeste che i tuoi antenati invocavano come Creatore, prima di conoscerne la vicinanza misericordiosa, rivelatasi nel suo Figlio unigenito, Gesù Cristo. Intraprendi il cammino di una nuova evangelizzazione con il coraggio che proviene dallo Spirito Santo. L’urgente azione evangelizzatrice, di cui molto si è parlato in questi giorni, comporta anche un appello pressante alla riconciliazione, condizione indispensabile per instaurare in Africa rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e duratura nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte le persone di buona volontà al di là delle rispettive appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali. In tale impegnativa missione tu, Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo millennio, non sei sola. Ti è vicina con la preghiera e la solidarietà fattiva tutta la Chiesa cattolica, e dal Cielo ti accompagnano i santi e le sante africani, che, con la vita talora sino al martirio, hanno testimoniato piena fedeltà a Cristo.

Coraggio! Alzati, Continente africano, terra che ha accolto il Salvatore del mondo quando da bambino dovette rifugiarsi con Giuseppe e Maria in Egitto per aver salva la vita dalla persecuzione del re Erode. Accogli con rinnovato entusiasmo l’annuncio del Vangelo perché il volto di Cristo possa illuminare con il suo splendore la molteplicità delle culture e dei linguaggi delle tue popolazioni. Mentre offre il pane della Parola e dell’Eucaristia, la Chiesa si impegna anche ad operare, con ogni mezzo disponibile, perché a nessun africano manchi il pane quotidiano. Per questo, insieme all’opera di primaria urgenza dell’evangelizzazione, i cristiani sono attivi negli interve

Benedetto XVI missionario

La mattina del 20 aprile 2005, al termine della prima Concelebrazione Eucaristica da Pontefice, Benedetto XVI ai Cardinali riuniti in Conclave ha letto un Messaggio in lingua latina dove ha illustrato il programma del pontificato, sottolineando tra l’altro l’importanza dell’unità del Collegio apostolico, che «è a servizio della Chiesa e dell’unità nella fede, dalla quale dipende in notevole misura l’efficacia dell’azione evangelizzatrice nel mondo contemporaneo. Su questo sentiero, pertanto, sul quale hanno avanzato i miei venerati Predecessori, intendo proseguire anch’io, unicamente preoccupato di proclamare al mondo intero la presenza viva di Cristo… Nell’intraprendere il suo ministero, il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo».

Nella Messa per l’inizio del suo Ministero Petrino, celebrata in piazza San Pietro il 24 aprile 2005, Benedetto XVI ricordò che «anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a Cristo, alla vera vita». «Noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita… Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui».

Il giorno seguente, 25 aprile 2005, Benedetto XVI si è recato nella Basilica di San Paolo sulla via Ostiense, al sepolcro dell’Apostolo Paolo, “alle radici della missione”. Benedetto XVI ha ricordato l’esempio del suo «amato e venerato predecessore Giovanni Paolo II, un Papa missionario, la cui attività così intensa, testimoniata da oltre cento viaggi apostolici oltre i confini d’Italia, è davvero inimitabile», ed ha chiesto al Signore di alimentare anche in Lui un simile amore, «perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi». Dopo aver citato il Decreto “Ad gentes” che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dedicato all’attività missionaria, il Papa ha ribadito: «All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a ‘ripartire da Cristo’, contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità».

(tratti del magistero missionario del santo padre benedetto xvi a cura di Stefano Lodigiani)

 

Amore dell’altro, solidarietà umana

In viaggio verso a Gafsa per visitare il cristiano T., padre Anand mi parlava di una donna che cresciuta con la famiglia accanto alla chiesa dove c’erano dei cristiani e un missionario, trovando ora la chiesa abbandonata e in rovina, si è data da fare per ripararla. Questa notizia di una persona che resta con un ricordo vivo e che si mantiene aperta e affezionata a dei cristiani, mi ha risvegliato la memoria di quello che ho vissuto in Algeria e riacceso la domanda che mi resta da tempo: «La relazione di stima e di affetto che alcuni musulmani (o di altre religioni) iniziano e mantengono viva con noi cristiani, che cos’è? Semplice ricordo o qualcosa di più vitale? Ieri ho assistito alla gioia di alcuni abitanti del deserto quando hanno rivisto l’infermiera che li aveva seguiti per anni. Non è solo un ricordo gioioso. Alcuni coi quali ho vissuto dieci anni, mi scrivono chiamandomi amico, padre…  che cosa sentono? E quelli di Touggourt (Algeria) che chiamavano mamma la suora che li aveva aiutati a nascere? Partita per il Paradiso pochi giorni fa, un professore mi scrive e dice di lei Paix à sa belle âme. L’anziano di Touggourt che col fratello aveva nel 1939 aiutato la Piccola Sorella Magdeleine a stabilirsi in una vecchia casa, mi diceva d’essere fondatore con lei della fraternità di Touggourt e parlava di Amicizia divina.

Mons Claude Rault, vescovo emerito del deserto algerino, comunicando la notizia della morte di Rania Boussaid, una giovane donna musulmana di 32 anni trasportata dall’arrivo improvviso dell’acqua di un oued a Tamanrasset, la definiva stretta collaboratrice del Piccolo Fratello Antonio Chatelard, negli studi su Charles de Foucauld. Accompagnava i gruppi di turisti soprattutto a visitare il Bordj dove era stato ucciso fratel Charles. Era presente a Roma alla beatificazione e diede una lunga testimonianza dicendo: «Cammino ancora sugli stessi passi di fratel Charles e trovo la forza di vivere il mio cammino senza paura». Il vescovo aggiunge: «Molto vicina alla comunità cristiana è rimasta sé stessa: donna musulmana di grande fede e ardore di vita. Rania appartiene a Dio. Ha raggiunto tutti coloro che, come Maria, hanno detto il loro “Sì”, appartenenti a qualsiasi credo».

Alla morte del vescovo Pierre Claverie, ucciso assieme al suo autista, Abderrahman disse: «Pierre Claverie mi ha spinto su una nuova strada. La mia visione dell’islam è diventata più critica, più antropologica. La mia fede si è sviluppata in favore della riconciliazione con l’altro».

E Oum el Kheir:  «Claverie mi ha imparato ad amare l’islam, mi ha insegnato ad essere musulmana, amica dei cristiani d’Algeria. Ho imparato che l’amicizia è anzitutto fede in Dio, amore dell’altro, solidarietà umana».

Vivendo accanto a persone di religione differente, avviene una conversione reciproca: amore dell’altro, solidarietà umana.

Con gli auguri di un anno benedetto dal Signore

 

In visita…

Preparandomi a venire in Tunisia non pensavo di trovarmi in situazioni e in momenti non solo belli, ma soprattutto di grande interesse dal punto di vista umano e missionario. In realtà l’esperienza dei dieci anni in Algeria mi permette di capire meglio. Oggi tre momenti…

Santa Messa con T., l’unico cristiano della zona. Con me e padre Anand, c’è un medico italiano e la signora francese in visita nella città dove ha vissuto non 30 anni come avevo scritto in un’altra cartolina, ma 50 di servizio da infermiera. Troviamo nel salottino della casa di T. la tavola già preparata da sua moglie musulmana che poi è rimasta in cucina. Vi è tutto il necessario per celebrare la Messa: tovaglia con sopra pane arabo, calice col vino, la croce, un rosario, alcune immagini e la bella candela. Quella era la nostra cattedrale e ho ricordato che il vescovo aveva detto un giorno a T. che in quel luogo lui era la Chiesa. T. è molto sofferente, ma ci ha ripetuto la sua gioia di vederci in preghiera attorno a lui per il suo Santo Natale. Ho colto la bella occasione di dargli il mio libro in francese su Charles de Foucauld, mon saint en chemin. Mi ha promesso che mi scriverà una testimonianza della sua vita.

Visita a un’ammalata. Rientriamo a Tozeur per un altro percorso in mezzo a palmeti e su strade poco belle. Padre Anand e l’infermiera a un certo momento nuovo devono fermarsi a chiedere come continuare. Salta fuori da una baracca una donna che riconosce Leila, l’infermiera, e immaginatevi la gioia di tutt’e due. Subito un giovane si mette in moto per accompagnarci verso la casa dell’ammalata che visitiamo e poi ci fermiamo a parlare col padre e vedere come una famiglia vive sola nel deserto e tra palmeti. Dobbiamo restare un po’per gustare il meglio che la sorella ha preparato e vi assicuro che è straordinario. Cose, cibi, luoghi, persone… tutto merita un libro. Momenti che solo missionari in viaggio per incontrare e stare con la gente, assieme a un’infermiera così, possono vivere e sentire.

Ha voluto riparare la chiesa. Durante i duecento chilometri percorsi in macchina durante la giornata nel deserto, pongo tante domande a padre Anand e mi trovo in situazione favorevole, avendo lui già vissuto cinque anni in questi luoghi. A un certo punto, mi parla di una donna che cresciuta con la famiglia accanto a un missionario e vedendo i cristiani vicini alla chiesa, trovandola ora abbandonata, si è data da fare per ripararla. La notizia mi interessa e ne scriverò qualcosa nella prossima cartolina.

 

Auguri di pace per il mondo

Non è la prima volta che la Russia e i suoi satelliti soffrono situazioni disastrose. Ricordiamo quanto ha vissuto nei secoli 12°, 13°, 14°. I Tartari hanno invaso il paese e distrutto tutto, chiese comprese. Secoli di dominazione, di guerre, di carestie, di malattie di ogni genere. Gli animi esacerbati, divisi, tesi, impazziti. Ma ecco che in una piccola chiesa, distante 60 km da Mosca, nasce un movimento spirituale attorno al monaco Sergio. La spiritualità della S.ta Trinità che nel 1415 avrà il massimo splendore quando Rublev creerà l’icona della Trinità.

Di fronte a un mondo di cuori spezzati, divisi, senza speranza, ecco apparire i volti di un Dio che vive nella pace, nella serenità, nella comunione intensa, nella gioia profonda. In questi volti le persone si sono viste, rispecchiate. Hanno sentito i cuori placarsi, hanno intravisto un mondo nuovo, sentito una energia, una volontà che li incoraggiava. È in Dio che l’uomo ha visto la sua nobiltà. È Dio stesso che mostrandosi attraverso la predicazione, la preghiera e il linguaggio della icona, ha condotto la Russia a ritrovare il suo cammino.

Amici, in questo Natale sentiamoci più uniti in preghiera perché Dio trasformi i nostri volti e di tante persone dei cinque continenti in volti del Dio della pace. Gli auguri e le preghiere che facciamo, diventino volontà di vero cambiamento. È in Dio della pace che l’uomo vede la sua nobiltà.

Don Giuliano Brugnotto, un vescovo al largo

Nella nomina di vescovo di Vicenza, don Giuliano si sente mandato “al largo”, non vuole essere chiamato eccellenza e rinuncia ad avere un proprio stemma. Nell’intervista a Lauro Paoletto, dichiara la sua passione per le missioni: «Questa passione risale ai tempi della mia ordinazione. Allora chiesi che non ci fossero regali particolari se non una raccolta di offerte per una missione in Burundi dove suor Maria Vittoria Cenedese della mia parrocchia di origine (Mignagola) lavorava da molti anni. Poi quando sono stato a Roma, con studenti di varie nazioni ho conosciuto nuove realtà ecclesiali e nuove culture. Successivamente, diventato educatore, ho vissuto con entusiasmo l’accompagnamento di una classe a Manaus in Amazzonia e poi in altre missioni. Anche nella facoltà di diritto canonico a Venezia la presenza di molti sacerdoti stranieri mi ha permesso di entrare in un contesto culturale e pastorale differente e capire il loro punto di vista. Questo mi ha aperto gli orizzonti e costretto a essere più elastico mentalmente. La missione è una dimensione che è entrata sempre di più nella mia vita e che spero di poter continuare a coltivare a Vicenza. Siamo in un tempo in cui per missione non si intende più solo le “terre di missione”, ma è una dimensione che ci costituisce qui, nel nostro vivere quotidiano».

Scelte di sobrietà: rinuncia ad avere un proprio stemma

Giovanni XXXIII al Concilio Vat. II disse: «La Chiesa si presenta… come Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri». Nacque allora un gruppo di vescovi (tra loro Mons. Mercier di Laghouat Algeria e Lercaro di Bologna) che ispirandosi in particolare a Charles de Foucauld si interessarono al tema della “Chiesa dei poveri” e chiesero al teologo Congar uno studio storico sui titoli e gli onori della Chiesa. Congar andò oltre titoli e onori e disse: «I fari che la mano di Dio ha acceso sulla soglia del secolo atomico si chiamano Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld». Auguriamo al vescovo Luciano di lasciarsi accompagnare “al largo”… da santa Teresa, patrona delle missioni e da San Charles de Foucauld, il fratello universale.

Due nuovi vescovi prendono il largo

Don Giuliano Brugnotto

Vicario generale della diocesi di Treviso, ricevuta la nomina a vescovo di Vicenza, salutando la diocesi, disse subito la sua ‘presa al largo’: “Incontrando confratelli di altre nazioni già dal secondo anno di ministero durante gli studi a Roma, e in seguito accompagnando i seminaristi nelle missioni “fidei donum” della diocesi di Treviso, è maturato in me il desiderio di dedicare la vita in quelle che un tempo venivano chiamate “terre di missione”. In quelle “terre” ho ricevuto molto. Entrando in relazione con tanti preti studenti stranieri nell’insegnamento a Venezia e nella pastorale della Diocesi di Treviso, ho sempre più avvertito gli orizzonti universali della Chiesa, l’entusiasmo evangelico delle giovani chiese dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. (…)  Considero la richiesta di papa Francesco come un invito a prendere il largo, a lasciare legami e progetti per andare a testimoniare la risurrezione di Gesù Cristo vivendo la gioia del Vangelo, là dove Lui mi invia”.

Nel gennaio 2020, don Giuliano era in viaggio con quattro diaconi e un seminarista verso i Fidei Donum di Treviso in Ciad. Prima restò alcuni giorni nel seminario del Pime in Camerun  e poi viaggiò sulle piste della foresta, percorse per trent’anni dai Fidei Donum di Treviso. Si fermò in preghiera ad Ambam sulla tomba di padre Giovanni Belotti del Pime e a Ma’an sulla tomba del trevigiano don Mario Bortoletto.

Don Adriano Cevolotto

Nell’intervista “Sul distacco e la gioia”, che don Adriano Cevolotto ha rilasciato alla giornalista Alessandra Cecchin per dire come lasciava la diocesi di Treviso, diventando vescovo di Piacenza e Bobbio, ha volato col pensiero sui suoi 37 anni di sacerdozio e ha detto: «Mi piacerebbe riuscire a convincere che ci si può fidare del Signore. Dovremmo suscitare desideri belli, grandi, come fece con me padre Vittorio, del PIME, che venne a parlarci dell’Amazzonia. Sarei partito il giorno dopo, anche se avevo dieci anni! Poi invece che nel seminario del Pime, sono entrato in quello diocesano. E direi anche ai genitori e agli educatori di sostenere i giovani nella fatica di raggiungere queste mete importanti».

Negli anni ‘90’, don Adriano era in viaggio col vescovo Magnani per incontrare i Fidei Donum di Treviso in Ciad. Prima di attraversare la savana del nord del Camerun, avevano fatto sosta a Guidiguis, missione del Pime, in capanne col tetto di paglia.

Domenica 11 dicembre scorso, vedendo don Adriano e don Giuliano stesi davanti all’altare prima della consacrazione, molti di noi Trevisani, non solo parenti, ma anche amici e alunni/e, ci siamo sentiti accanto a lui e compartecipi del suo ‘andare al largo’. L’amicizia, la condivisione… ora prende in tutti noi un senso nuovo, più profondo, più ampio. Treviso missionaria continua a lasciar partire… ‘al largo’.

 

 

 

Festa di famiglia al Pime di Treviso

L’8 dicembre 1922 il piccolo seminario missionario del PIME di Treviso incominciava il suo cammino insieme ai padri Gaetano Filippin, l’iniziatore e Francesco Boldrini, rettore, il chierico Giuseppe Zanini e 15 ragazzi gli “apostolini, decisi di prepararsi a diventare missionari. Da allora quasi ogni anno abbiamo continuato a celebrare Maria Immacolata con la presenza di parenti e amici del Seminario. È sempre stata una grande festa.
8 dicembre 2022 Quest’anno dopo la pausa forzata dal Covid, alla festa dell’Immacolata, abbiamo accolto nella nostra sede di Via Venier 32, a Treviso (accanto alla chiesa votiva di Maria Ausiliatrice), i parenti dei nostri 53 missionari del Triveneto, attualmente sparsi nelle missioni. Erano presenti i parenti dei padri Vettoretto (Filippine), Piccolo e Vanin (Stati Uniti), Bianchin (Giappone), De Coppi (Brasile), Carraro (Algeria), Criveller (Hong Kong e Monza), Dussin (Costa d’Avorio), Bolgan (Tailandia) Missiato (Brasile). Altri non sono potuti venire perché indisposti o impegnati in altre iniziative. P. Pierfrancesco Corti ha presieduto la celebrazione dell’Eucaristia a nome del Superiore Generale, p. Brambillasca.
È stato commovente sentirci uniti a tante persone che vivono e sentono nel cuore lo spirito della missione.
Il numero ristretto dei partecipanti non ci ha tolto l’atmosfera di gioia dell’incontro, divenuta anzi più intima e familiare. Non è mancato niente. I padri Fernando Milani, rettore, e Pierfrancesco Corti hanno presentato la situazione attuale del PIME nelle missioni e in Italia. I padri Vincenzo Pavan e Bruno Piccolo hanno ricordato e rianimato la gioia della loro vita missionaria. Io stesso ho ripresentato qualche momento storico, riaccendendo la passione missionaria vissuta sempre insieme con le nostre famiglie e parrocchie di origine: passione e vita amata, condivisa, donata. Infine p. Fel Catan, animatore vocazionale filippino, con la testimonianza del suo lavoro e la proiezione di alcuni video e Francesca Marangon, animatrice del programma della Mondialità ci hanno presentato un PIME che è ancora vivo e attivo nel Triveneto.
Nuovi aspiranti missionari intanto si stanno preparando nel seminario di Monza. Al momento vengono quasi tutti dalle missioni dove il PIME ha lavorato per molti anni, trasmettendo come ultimo dono la bellezza di donare la vita come missionari in altre nazioni.
Anche il pranzo preparato e servito con amore e gentilezza ha tonificato lo spirito di famiglia tra i presenti. Prima di lasciarci a tutti è stato distribuito una foto con i parenti degli anni ’70 e la preghiera che i missionari del PIME recitano a mezzogiorno.
Salutandoci, ci siamo augurati di rivederci il prossimo anno e nel frattempo di comunicare tra noi periodicamente con un foglio di informazioni via email.

In Bahrein, Papa, e re e imam uniti

Fratellanza. Il Papa in questi giorni ha fatto ampio riferimento al “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato nel 2019 ad Abu Dhabi insieme all’imam di Al Azhar. Quindi ha posto l’accento sulla libertà religiosa. «Impegniamoci – ha scandito – perché i luoghi di culto siano protetti e rispettati, sempre e ovunque, e la preghiera sia favorita e mai ostacolata. Su questo è necessario che ogni credo si interroghi. Se cioè “costringe dall’esterno o libera dentro le creature di Dio, se aiuta l’uomo a respingere le rigidità, la chiusura e la violenza” o se “accresce nei credenti la vera libertà».

È necessario accrescere anche l’educazione, perché «l’ignoranza è nemica della pace» e fa aumentare gli estremismi e radicare i fondamentalismi. Un’educazione aperta che insegni a dialogare con gli altri e alimenti la comprensione reciproca. Tre sono a suo avviso le “urgenze educative” odierne. Il riconoscimento della donna in ambito pubblico («Via per emanciparsi dai retaggi storici e contrari allo spirito di solidarietà fraterna»); la tutela dei diritti fondamentali dei bambini («essi crescano istruiti, assistiti, accompagnati, non destinati a vivere nei morsi della fame e nei rimorsi della violenza»); e l’educazione alla cittadinanza.

Bisogna «stabilire nelle nostre società – ha detto Papa Francesco – il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini, discriminandoli». Parole che nel mondo arabo-islamico, ma anche in altri contesti (si pensi all’induismo indiano) devono indurre a una profonda riflessione.

Fraternità, dialogo e pace. «Stringiamo tra di noi legami più forti, senza doppiezze e senza paura, in nome del creatore che ci ha posto insieme nel mondo quali custodi dei fratelli e delle sorelle».

Riconciliazione. L’ Imam di Al Azhar Ahmed al Tayeb: «Sono pronto, insieme ai giuristi di massima autorità di Al-Azhar e al Consiglio degli anziani musulmani, a tenere un tale incontro con il cuore aperto e le mani tese. Sediamoci insieme allo stesso tavolo per superare le differenze e rafforzare la questione islamica e l’unità delle posizioni realistiche, che soddisfano gli scopi dell’Islam e della sua legge, e vietano ai musulmani di ascoltare gli appelli di divisione e discordia; e per guardarsi dal cadere nelle trappole che causano instabilità nelle nazioni, dall’uso della religione per raggiungere un fine etnico o settario, e dall’interferire negli affari interni per indebolire la sovranità degli stati o per usurparne le terre».

ConcordiaIl Re del Bahrein: «L’umanità ha un grande bisogno, come mai in precedenza, di ravvivare le vie della vicinanza e della comprensione fra i seguaci delle religioni e delle convinzioni come approccio principale per ottenere la concordia piuttosto che la contrapposizione, l’unità invece della divisione. E mentre camminiamo insieme, mano nella mano, per raggiungere l’obiettivo di un futuro prospero, dobbiamo tutti essere unanimemente concordi in queste condizioni eccezionali nel fermare la guerra fra Russia e Ucraina e avviare dei seri negoziati per il bene dell’intera umanità»

Padre Francesco Fantin

Nato il 30/05/1923 a Riese (TV). Iniziò la formazione nell’Istituto nel 1937. Fu ammesso al Giuramento nel 1949 e ordinato Presbitero nel 1950. Servì l’Istituto in Italia dal 1950 al 1956. Partì per il Brasile nel 1956 1956, rientrando in Italia per un servizio all’Istituto dal 1973 al 1979 e dal 1987 al 1993. Ritornato in Brasile in Mato Grosso, moriva il 12/04/2013 ed è sepolto nel cimitero di Ibiporã (Brasile).

La famiglia Fantin ha origini contadine nel comune di Riese in Veneto, provincia di Treviso, che ha dato alla Chiesa il Papa San Pio X. Sebastiano Fantin, papà del missionario padre Francesco, nasce nel 1885 e muore nel 1981 a 96 anni! La sua famiglia era profondamente religiosa e anche sua moglie Virginia Comin (1890-1972), sposata nel 1911, viveva di fede. Questi genitori hanno lasciato ai 13 figli (quattro dei quali muoiono presto per l’epidemia della “febbre spagnola”) una preziosa eredità di fede e di vita cristiana: Narciso (1912), Ernesta (1913), Rina (1917), Emilio (1919), Francesco (1923), Gina (1925), Virginia (1928), Rita (1929) e Giuseppe (1932) .

Due figli diventano sacerdoti, don Narciso salesiano, morto nel 1999 a 87 anni, e padre Francesco missionario del Pime morto il 12 aprile 2013 in Brasile a 90 anni. Franco si è sposato a Verona e ebbe due figlie, Rita salesiana, in California dal 1952 e Virginia delle Paoline di Don Alberione a Trento. Suor Virginia conserva una lunga lettera, scritta in bella calligrafia e stile semplice e preciso. Anche il fratello Giuseppe ha ricordi del missionario padre Francesco.

Parroco dei pistoleros nel Far West brasiliano

Padre Luigi Confalonieri ha conosciuto bene per lunghi anni in Brasile padre Francesco Fantin e così lo ricorda: “Era un ottimo sacerdote, con uno spirito missionario che lo portava al contatto diretto con la gente. La sua caratteristica era proprio questa, di parlare con tutti, farseli amici, creare dei contatti che poi riusciva a mantenere. Nelle zone rurali del Brasile dove padre Francesco ha lavorato, le parrocchie sono vastissime, con decine di piccole comunità e cappelle, oltre alla chiesa nel centro più importante. Francesco aveva un bel carattere, cordiale e amico di tutti, sapeva ascoltare e parlare, amava visitare le famiglie, all’inizio a cavallo e poi in moto.

Si adattava ad ogni ambiente e situazione perché era cresciuto in una famiglia povera con tanti fratelli e sorelle ed era abituato al sacrificio. Ovunque ha lasciato un buon ricordo perché portava la pace. Soprattutto, pregava molto ed era convincente quando parlava e predicava e faceva catechesi. Era l’uomo giusto per le situazioni che richiedevano coraggio, fiducia in Dio e senso dell’autorità e della paternità. Negli ultimi quattro anni si era ritirato nella casa di riposo del Pime a Ibiporà nel Paranà, pregando e confessando quelli che venivano da lui anche per la direzione spirituale”.