Nuovo clima ecumenico a Ginevra

Andando a Ginevra, giovedì prossimo, per il 70° anniversario del Consiglio ecumenico delle Chiese, Papa Francesco troverà un nuovo clima. Leggo in “Avvenire” del 19 giugno l’intervista di Stefania Falasca al vescovo Farrel, leader del gruppo di lavoro, che dice: «La collaborazione tra la Chiesa cattolica e il consiglio ecumenico è cresciuto e affrontiamo insieme molte situazioni del mondo d’oggi. C’è un clima di maggiore cooperazione… di camminare, pregare, lavorare insieme. E la cooperazione continuerà a Roma dal 12 al 15 settembre prossimo nella conferenza su “Migrazione, Xenofobia e Populismo”». Nell’intervista e nell’ambiente di preparazione si risentono accenti, desideri, volontà che ricordano e fanno pensare a quanto il santo Papa Giovanni aveva iniziato e acceso. Ci fa bene ed è incoraggiante rileggere le testimonianze di quel momento che spiegano il clima d’oggi.

Alla morte di Papa Giovanni, l’anglicano dott. Ramsey disse: «Con la freschezza delle sue vedute, la semplicità della sua devozione a Dio e il suo interesse per l’unità di tutti i cristiani, Papa Giovanni ha prodotto un urto costruttivo sulla storia del nostro tempo, egli è di quelli che vivono e muoiono vicinissimi a Dio e bruciano come il fuoco della carità divina che li riempie». Lord Fisher, arcivescovo di Canterbury, visitò il Papa nel dicembre 1960 e testimoniò: «Ha scosso la sua Chiesa e tutte le Chiese. Ancorché separate egli è riuscito a convincerle che sono fratelli nella Chiesa di Cristo e devono quindi intrattenere rapporti di buon vicinato. Ha acceso una luce che non si spegnerà». Il pastore Clark Fry ha detto ch’egli «loda Dio che ha donato questo Papa. I cuori dei cristiani di tutte le confessioni sono uniti ad un punto mai raggiunto da parecchi secoli, davanti al Papa dell’unità, universalmente stimato e amato… Avremmo voluto che i suoi giorni si prolungassero spalancando le porte della mutua comprensione, fondendo gli antagonismi che hanno separato i fratelli in Cristo… Preghiamo perché l’amore del suo spirito non si raffreddi e le dimensioni delle sue vedute non si restringano».  Secondo il pastore Westphal «il suo rifiuto d’indurimento che aggravano le divisioni, la sua volontà di rendere possibile un vero dialogo e relazioni nuove con le Chiese non romane, la sua grande preoccupazione di rinnovamento della Chiesa e d’apertura al mondo e la sua passione della pace e dell’unità, ci hanno riempiti di rispetto e di riconoscenza». Il priore di Taizé, Roger Schutz diceva: «Sperava contro ogni speranza, ha avviato un processo di riconciliazione». Infine, il pastore M. Boegner: «La sua preoccupazione di non dire nulla che potesse ferire i suoi “fratelli separati”, c’impose a tutti la convinzione che tra ciascuno di noi e il sovrano pontefice della Chiesa cattolica, s’era stabilita una vivente comunione di fede, di speranza e di amore. (…) Abbiamo la certezza che qualcosa d’irreversibile è stato compiuto».

Accompagniamo Papa Francesco col cuore in preghiera, nella fiducia e con gli stessi sentimenti di tanti, un tempo “fratelli separati”, ora sentendosi uniti dallo Spirito Santo.

Pime, una grande famiglia. Qui e in Cielo

Il  13 giugno 2018, nella nostra casa di Rancio di Lecco, abbiamo salutato padre Luciano Lazzeri che fu padre spirituale nel nostro seminario di Milano. Venuto da Hong Kong, l’ho avuto vicino per alcuni anni e quindi ho usufruito della sua saggezza e del suo fraterno aiuto. Oltre ai parenti, erano presenti alcuni sacerdoti, il parroco di Bogliasco (Genova) dove padre Lazzeri aveva prestato servizio per vent’ anni, un suo compagno di seminario di Como, don Donato di Isolaccia, padre Sergio Fossati e padre Achille Boccia del Pime, anche loro della comunità di Genova Nervi. La cerimonia è stata molto semplice. Dopo la Messa il suo corpo è stato portato a Isolaccia dove riposerà con la sua gente.

Trovandomi ora a Sotto il Monte, non manco di partecipare alle esequie dei nostri missionari e vivo sempre un bel momento di preghiera della famiglia del Pime. A volte è un confratello col quale ho lavorato da vicino, come il padre Angelo Rusconi, padre spirituale del seminario; a volte si tratta di qualche anziano conosciuto da giovane seminarista, come il padre Redaelli; o di qualche conterraneo di Treviso, come il fratello Francesco Sartori.

Oltre al rapporto coi defunti, durante le esequie avvengono incontri coi confratelli di Rancio e delle nostre case vicine che vi partecipano. Il saluto del Superiore generale, presente o rappresentato da qualcuno o con uno suo scritto, fa sentire che si è membri di una famiglia. La presenza poi dei parenti e dei sacerdoti amici del missionario, realizza l’ampiezza della famiglia del Pime, unita nello spirito missionario, ritenuto e vissuto come dono di Dio. Ognuno di noi coglie il momento alla sua maniera.

Mi piace sentire crescere in me il legame vissuto sulla terra e che continuerà in Paradiso. Papa Benedetto, ai bambini di Milano che gli avevano chiesto come pensava il Paradiso, ha risposto: «Con la mia famiglia ho vissuto un’infanzia bellissima. In Paradiso sarà ancora così».

Il cardinale Carlo Maria Martini ha ricordato che Jacques Maritain descriveva con semplicità e profondità la misteriosa e tenera relazione che unisce ciascuno di noi con i membri della Chiesa che ci hanno preceduto nel Regno eterno. Coloro che stanno presso Dio non cessano di interessarsi delle realtà per le quali si sono spesi nella vita terrena e che ora contemplano nella luce di Dio. Con loro possiamo entrare in conversazione, confidando ciò che ci sta a cuore e che anch’essi ebbero a cuore, per cui lavorarono e soffrirono».

Il Pime è già una grande famiglia in Cielo. Manteniamo vivo il ricordo di tanti per poter poi vivere altrettanti incontri felici in Cielo.

 

 

Sentiamo una nostalgia tremenda di condividere

Nel quotidiano “L’eco di Bergamo” dell’ 8 giugno, leggiamo che il cardinale Angelo Scola a sindaci, amministratori e politici  riuniti a Sotto il Monte davanti a Papa Giovanni, ha detto: «Il lavoro di ricezione del Concilio Vaticano II sarà ancora lungo».

Andrea Valesini, direttore del giornale, gli domanda : «Nelle encicliche del Papa, c’è anche un’idea di bene comune attualissimo. Che compito ha oggi la politica nella ricostruzione di un senso di comunità?». Il cardinale risponde : «Oggi assistiamo a una involuzione in questo campo. Per questo scopo rifarsi alla figura e all’insegnamento di Papa Giovanni è un’ottima garanzia».

Nella stessa pagina del giornale, don Gianni Gualini immagina che Papa Giovanni  rivolga delle domande alla sua gente, per esempio: «Vivete in pace tra voi?». E don Gianni, a nome della gente  risponde : «Sentiamo una nostalgia tremenda di avere qualcosa di grande da condividere e per cui darci da fare». Poi si rivolge al Papa e gli dice: «Siamo contenti del tuo ritorno. Esso ci aiuta a ritrovare… la strada del Vangelo  di Gesù, di cui il tuo volto ne è il riflesso».

Il Concilio e Papa Giovanni ci aiutano a ritrovare la strada del Vangelo a condizione che lo vogliamo. La nostalgia ci deve portare a prendere sul serio i valori ricordati da Scola nelle encicliche del Papa intorno a quattro cardini : verità, giustizia, amore e libertà.

Nostalgia di condividere domanda di  mantenere il cuore, la porta di casa, il volto aperti a tutti come ha fatto Papa Giovanni che salutando i cattolici Bulgari, ricordava la tradizione irlandese di mettere alla finestra delle case una candela accesa la notte di Natale, in ricordo di Giuseppe e Maria che cercavano un alloggio, e diceva: «Ovunque io sia, anche in capo al mondo, se un bulgaro passerà davanti alla mia casa troverà sempre alla finestra una candela accesa. Potrà battere alla mia porta… sia cattolico o ortodosso, troverà nella mia casa la più calda e la più affettuosa ospitalità».

 

 

Mi sento a casa

In questi giorni, col ritorno di Papa Giovanni a Sotto il Monte, noi missionari del PIME incontriamo tanta gente anche nel segreto del confessionale. Siamo ancora agli inizi e solo fra alcuni giorni potremo fare un bilancio di questo evento che si fa sentire già straordinario. Parecchie espressioni dei pellegrini vanno nel senso di un ritorno, ripresa di ricordi, pace, serenità, bisogno di riconciliazione e di spiritualità. Conclusione di molti del paese e venuti da lontano: «Mi sento a casa».

Anche Papa Giovanni si sente a casa sua e risaluta tutti come faceva quando ritornava a Sotto il Monte. E così ha salutato l’ormai anziana signora  ridicendole: «Rosina, te se balosina». Me lo ha detto lei, col sorriso e con qualche lacrima… di gioia.

Anche i bambini, i giovani, assistono e sentono in profondità l’emozione dei loro genitori. Sotto il Monte è commosso, risente Papa Giovanni vivo.

 

Non eroi cristiani

Giorni fa, il vescovo di Orano, Jean Paul Vesco, ha scritto che si sente toccato profondamente nella preparazione della beatificazione dei 19 religiosi e religiose uccisi in Algeria e desidera che tutto si svolga nel segno dell’umiltà. Non si tratta di celebrare degli eroi. I religiosi non si ritenevano cristiani eroi.  Jean Paul Vesco era in noviziato in Francia quando fu ucciso il vescovo Pier Claverie, domenicano come lui, e si rese disponibile  a partire. La stampa in questi giorni è impaziente di conoscere la data, il luogo e la possibile venuta del Papa Francesco in Algeria. Mons. Jean Paul spera che la beatificazione sia ad Orano, in Algeria, dove i religiosi sono stati uccisi durante la guerra civile che ha fatto 200 mila morti.

Che cosa sono 19 cristiani tra 200 mila algerini e 100 imam assassinati? Sì, si viva il momento in umiltà e che sia segno di speranza. La celebrazione sia un segno di prossimità fra comunità cristiane e musulmane secondo i legami di amicizia e solidarietà vissuti tra monaci e algerini durante la guerra civile.

Non ci fu “odio della fede”, ma si volle abbattere un simbolo come lo fu ultimamente in Francia per padre Hamel. Stessa cosa per i monaci di Tibherine e i religiosi. Quello che avvenne in Algeria continua oggi in varie parti del mondo. La beatificazione avviene in piena attualità e si svolgerà all’interno di un incontro interreligioso.

Un’intesa intorno al discorso su Dio

In questi giorni il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale  italiana, ha incontrato i patriarchi cattolici in Libano e alcuni responsabili musulmani. Vicino al cardinale siede la ministra sciita Inaya Ezeddine. «Diciamo no alla violenza – afferma – e sì alla giustizia». Richiama la Quaresima il muftì sciita Hassan Abdallah per dire che «vivere nella fede è una ricchezza» e il «rispetto di ogni credente è fondamentale». Per questo, aggiunge, «respingiamo ogni forma di estremismo».

E il muftì vicino a Hezbollah, Nawef al-Mausawi, cita san Giovanni Crisostomo per evidenziare che le religioni «sono faro per i popoli». Poi richiama il Corano quando esorta «a essere vicini a chiunque crede». Mentre il muftì sunnita Medran al-Habbal  caldeggia l’incontro «fra mezzaluna e croce, fra moschea e chiesa» perché si crei «un movimento mondiale per proteggere l’uomo dal degrado morale e spirituale». Fino a osservare: «Molti hanno voluto dividere cristiani e musulmani. Oggi servono capi religiosi che desiderino camminare sulla stessa strada».

È quanto «insegna il Libano, luce per l’Oriente e l’Occidente», ribadisce Bassetti. E precisa monsignor Ivan Santus, incaricato d’affari ad interim della nunziatura apostolica: «La comunione è possibile quando si trova un’intesa intorno al discorso su Dio. Ed è proprio il Signore che permette l’incontro».

Quali novità nel Pime?

Non ricordo in quale contesto gli studenti del Pime del seminario di Yaoundé mi abbiano domandato: «Qual’è l’avvenire del Pime?». Stavo vivendo, nel novembre 2017, con 24 studenti africani di Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Ciad un mese di insegnamento di un corso di Storia delle missioni che toccava anche la storia e la spiritualità del Pime. Un po’ sorpreso della domanda, non tardai a rispondere: «L’avvenire del Pime siete voi!».

Nove di loro verranno presto a Monza per continuare il loro percorso di formazione assieme a studenti indiani, brasiliani, bengalesi, birmani, filippini e italiani. E la domanda: «Quali novità nel Pime?» resta di attualità vivente.

Preparandomi a ritornare a Yaoundé per il prossimo corso, e così contribuire alla formazione del Pime futuro, mi è capitato in mano il libro “Francesco il Papa delle prime volte” di Gerolamo Fazzini e Stefano Femminis con la prefazione di Federico Lombardi che dice: «Le Chiese “giovani” hanno molto da dare alla Chiesa universale». Questi nostri studenti, appartenenti alle Chiese giovani, non solo sono la continuità del Pime, ma apporteranno novità di vario genere dentro il vero  spirito missionario.

Anche il cardinale Carlo Maria Martini aveva toccato il tema della novità di vita del Cristianesimo dicendo: «La Chiesa è chiamata continuamente a distinguere l’essenziale dall’accessorio. L’essenziale è il vangelo, proclamare Gesù Cristo risorto, è insegnare a vivere come viveva Gesù. Tutto il resto è in funzione di questo». A commento del pensiero di Martini, il docente spagnolo di storia della Chiesa, Laboa Juan Maria Gallego, scrive nel libro “Perle di Martini”: «Viviamo momenti forti. La cultura occidentale sta diventando una tra le altre culture, e nella stessa Chiesa coesistono diverse teologie, sia perché quella occidentale non risulta tanto suggestiva, sia perché in altre Chiese sorgono teologi interessanti che rispondono meglio alla sensibilità dei loro credenti. Francesco, il Papa venuto da lontano è oggi la speranza in un tempo di profondo cambiamento. Il cristianesimo non deve identificarsi con l’Occidente. Dobbiamo leggere e vivere le parole di Gesù a partire da esperienze e vissuti di altri popoli».

Tornando al tema della formazione di studenti di varie nazionalità e culture e  al libro “Francesco il Papa delle prime volte”, mi aspettavo di trovare novità di ordine filosofico e teologico. Indubbiamente ci sono e vanno conosciute. Ma Federico Lombardi dice che la più importante novità portata da Papa Francesco è dentro la sua fedeltà al Vangelo, la stessa fedeltà e novità che ogni popolo cristiano può vivere in ogni tempo. Leggo: «La straordinaria e inattesa energia che si manifesta nell’attività del nuovo Papa non trova altra spiegazione – anzitutto per lui stesso – se non nella “grazia di stato” che lo sostiene e accompagna nell’affrontare la nuova missione. (…) La tranquilla fiducia nell’accompagnamento dello Spirito è una sorgente molto abbondante di libertà interiore che si traduce subito nella libertà esteriore e nella spontaneità innovatrice di numerosi gesti e comportamenti, nei quali non vi è ombra di calcolo o di artificio. Francesco si sente libero di essere “normale”, di essere “se stesso” senza particolari vincoli di protocollo, libero di esprimersi…, di prendere iniziative…, se vi vede un’occasione di servizio apostolico. (…). Diversi capitoli e contributi dell’enciclica L’audato si’ mettono bene in luce che la novità è quindi da vedere piuttosto nella prospettiva pastorale-missionaria del pontificato di Francesco e nella sua ispirazione radicalmente ed esplicitamente evangelica. (…) Il suo centro  si trova nel messaggio della misericordia… Le omelie “dialogiche” di Papa Francesco… ci mettono direttamente a confronto con la parola viva di Gesù, cosicché il Vangelo  entra subito in rapporto con la vita concreta nostra e della gente comune. (…) Sembra svelarci un segreto: anche oggi, nel mondo globalizzato e tecnologico, l’evangelizzazione si fa con il Vangelo! (…)  Altra novità di Papa Francesco è il modo e l’insistenza con cui parla del “discernimento” e del suo esercizio a tutti i livelli della Chiesa… nuovo da parte di un Papa. (…)… Papa che viene dalla viva esperienza ecclesiale dell’America Latina…ha certamente già fatto fiorire molte cose buone e nuove sul solido e antico tronco della vite del Signore!».

Non possiamo dimenticare che fu Papa Giovanni ad aprire una nuova pagina della storia dentro il Vangelo e «riconoscere i segni dei tempi, coglierne l’opportunità e guardare lontano».

Una settimana prima di morire, egli trova il tempo per affidare ai più stretti collaboratori – il cardinale Cicognani, monsignor Dell’Acqua, monsignor Capovilla…- le sue ultime raccomandazioni. Quasi un testamento spirituale. «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica… Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a conoscerlo meglio. Chi è vissuto più a lungo e s’è trovato agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un’attività sociale che investe tutto l’uomo; chi è stato, come io fui, vent’anni in Oriente, otto in Francia, e ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse, sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e guardare lontano».

Ora, osservando Papa Francesco, troviamo che la sua grande novità sta nella sua fedeltà al Vangelo vissuto in piena libertà e generosità. In realtà è il Vangelo che continua a essere vissuto in persone di ogni lingua, nazione, cultura e religione.

La novità all’interno del Pime, portata dai nuovi membri di nazioni, culture e tradizioni di altri Paesi, sarà una vitalità evangelica animata ancora dallo Spirito sempre attivo e nuovo.

 

 

Santità vicina, ricordando padre Gheddo

Nei giorni scorsi, il giornale Avvenire presentava l’ultimo documento di Papa Francesco Gaudete et exsulate con questo titolo “Santità vicina”. Ho trasalito di gioia, ricordando quanto avevo scritto in Missionari del Pime all’occasione della beatificazione di padre Clemente Vismara con lo stesso titolo “Santità vicina”:

«Questo avvenimento mi resterà a lungo impresso. Momenti belli, sentimenti forti, incontri… Ci tengo a comunicarvene tre.

Trovandoci insieme, noi missionari del Pime, abbiamo vissuto questi giorni con gioia serena e con semplicità. La frase più bella sentita riguarda un ricordo di padre Filipazzi, uno dei compagni del Vismara, che quando sentì che si incominciava il suo processo di beatificazione, esclamò: “Se fanno beato lui, devono fare beati tutti noi!”.

Ne ho visti tanti di missionari birmani, compreso il Bellotti, venuto poi in Camerun, ed erano tutti dello stesso calibro ed entusiasmo.

La seconda cosa straordinaria è Agrate. Se Vismara è stato riconosciuto ufficialmente beato è perché lui ha vissuto in Birmania ma strettamente unito alla sua parrocchia. E il gruppo missionario l’ha sempre sostenuto, sobbarcandosi poi e in modo meraviglioso, anche economicamente, tutto il cammino e tutta la celebrazione della beatificazione.

Il terzo è il pensiero della santità. Ho sentito in questi giorni che la santità è vicina. (…) Sapendo che c’è una lista dei nostri in procinto di essere riconosciuti tali dalla Chiesa, basterebbe che mi impegnassi un pochino di più, non per essere riconosciuto, ma per esserlo veramente. Dimentico però una cosa. Ci vuole, è vero, una scelta precisa e fedele, ma nello stesso tempo ci vuole la caparbietà di padre Clemente di stare unito a Gesù e alla gente e di lasciarsi guidare. Questa caparbietà è dono ricevuto da Dio».

Per continuare in clima “pimino”, ricordo ancora che quando ci si preparava alla beatificazione del Vismara, qualcuno diceva: «Non stiamo troppo vicini a padre Gheddo perché fa santi anche noi!». E padre Gianbattista Zanchi avrebbe aggiunto: «Sì, pensiamoci pure… ma prima mettiamo nel testamento dove trovare i soldi!».  Ora forse, dopo la morte di padre Gheddo, qualcuno penserà: «Senza padre Gheddo, avremo ancora dei santi?». Non esageriamo, padre Gheddo coi suoi scritti e la passione per il Pime ha contribuito solamente. Ne avremo altri ancora… Ma oggi, pensando che Papa Francesco vuole far risuonare la chiamata alla santità, nel contesto attuale, e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, tenendo ben dritta la direzione del cammino della traiettoria della santità, possiamo rileggere uno scritto di Gheddo, appassionato di fedeltà al nostro carisma.

Tornare al nostro carisma missionario vuol dire informarci di più del lavoro missionario che il Pime svolge sul campo delle missioni. Io credo che la nostra “formazione permanente”, come membri di un Istituto missionario sia questa: conoscere e far conoscere la nostra  vocazione e far conoscere il Pime e il lavoro del Pime per la Chiesa e il Regno di Dio. Ma per fare questo, tutti assieme, dobbiamo essere convinti ed entusiasti della nostra vocazione. Noi siamo missionari anche se siamo in Italia, il che vuol dire innamorati della nostra vocazione, del nostro ideale, del nostro Istituto.

L’allora Superiore generale, padre Gian Battista Zanchi, ha scritto (vedi “Il Vincolo” n. 228, dicembre 2010): «La crisi, che tutti gli istituti e le congregazioni stano sperimentando può e deve diventare un’occasione di purificazione, ci sta aiutando ad andare all’essenziale della nostra vita… Dobbiamo credere che il nostro carisma è ancora attuale… Il cuore della nostra crisi sta proprio nel fatto che anche noi siamo travolti dalla sfiducia generale e poco crediamo che abbiamo qualcosa da dire e da proporre alla Chiesa e al mondo. Forse ci sarà bisogno di rivedere lo stile, le modalità, il modo….ma se dovesse capitare di pensare che “non c’è nulla da fare”, allora è meglio ritirarsi. Già in passato avevo scritto che la crisi ci obbliga ad una maggior coscienza delle nostre responsabilità».

 

 

 

L’arcivescovo Delpini in Ucraina alla ricerca di una spiritualità dell’ospitalità

Il 16 aprile scorso, l’Arcivescovo di Milano si è recato in Ucraina con cento giovani preti ambrosiani e ora spiega il senso del pellegrinaggio.

«Forse continuiamo a essere ingenui e domandarci: Per costruire l’Europa dei popoli, per costruire un mondo di pace, contano più gli interessi o le speranze? È più efficace la diplomazia o la preghiera? Contano più le paure dei vecchi o i sogni dei giovani? Ce ne torniamo con molte domande e molti motivi per pregare. È stato un pellegrinaggio con incontri e dialoghi sorprendenti. Alla scoperta di un’Ucraina “terra di martiri”». Un viaggio dal tema: “La ricerca di una spiritualità dell’ospitalità” per prendere maggior consapevolezza che siamo Chiesa delle genti.

«Gli ucraini possono contribuire allo slancio missionario delle vostre chiese», ha suggerito l’arcivescovo greco-cattolico Sviatovlav per l’accoglienza dei nostri migranti. E Delpini riconosce che «gli immigrati hanno un patrimonio di esperienze e di domande che necessitano in noi un maggiore approfondimento. Vogliamo essere Chiesa che sa imparare dalle genti, che non riduce l’ospitalità al soccorso immediato, mettendo l’altro, invece, nella condizione di raccontare la sapienza che ci porta. La Chiesa, dunque, non come stazione di servizio dove si trova qualche genere di conforto, ma comunità di fratelli e di sorelle, chiamati ad essere pietre vive di un edificio santo».

 

L’Algeria si sentirà amata e unita

Il ministro degli Esteri Abdelkader Messahel in un’intervista rilasciata a Parigi all’emittente televisiva France 24, ha detto: «L’Algeria ha dato il suo benestare alla beatificazione in Algeria dei monaci di Tibhirine e degli altri religiosi uccisi durante gli anni Novanta e questa notizia è stata comunicata al Vaticano».

Ora possiamo prepararci all’evento. Il fatto che la beatificazione potrà avvenire in Algeria sarà un fatto molto importante non solo per la piccola Chiesa locale, ma anche per i tanti amici musulmani che non hanno dimenticato i religiosi che proprio in nome dell’amicizia con questo popolo hanno deciso di non abbandonarlo nell’ora più difficile, pagando con il prezzo della propria vita, questa scelta.

Sulla grave situazione degli anni Novanta,  il 2 gennaio 1994,  i vescovi avevano scritto alla Chiesa in Algeria: «Camminando, con il popolo algerino siamo presi dal vortice di una crisi la cui conclusione si fa attendere. Non possiamo sapere cosa ci riserva l’avvenire…In questi tempi di incertezza, continuate a fare coscienziosamente il vostro lavoro, sapendo, con i numerosi amici algerini, che ponete le basi più sicure per l’avvenire. Noi vogliamo anzitutto rendere grazie a Dio per questa serenità e tenacia in mezzo a difficoltà quotidiane talvolta angoscianti».

Il priore di Notre Dame de l’Atlas, padre Christian Marie de Chergé, aveva scritto tre anni prima della sua tragica morte, nel testamento spirituale: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a quel Paese…».

All’annuncio del riconoscimento del martirio di questi 19 missionari da parte della Santa Sede, e quindi della loro prossima beatificazione, i vescovi hanno scritto: «La loro morte ha rivelato che le loro vite erano al servizio di tutti: i poveri, le donne in difficoltà, i disabili, i giovani, tutti musulmani… I più angosciati, al momento della loro tragica morte, furono i loro amici e vicini musulmani, che si vergognavano si usasse il nome dell’Islam per commettere tali atti…. Queste beatificazioni sono una luce per il nostro presente e per il futuro».

Alla beatificazione dei 19 religiosi, l’Algeria si sentirà amata e più unita. Ce lo assicura la lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci. «Dopo la tragedia e il “sacrificio” vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini… Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi. La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità… Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi… Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria». (lettera firmata. 01.06.96)