Padre Davide Carraro, la forza sta nelle radici

Domani 26 gennaio, sarà consacrato vescovo a Orano ( Algeria ) il nostro trevigiano di Sambughè Davide Carraro che dice:  «Vivo la chiamata a un ulteriore servizio nella diocesi di Orano che fu del domenicano Pierre Claverie, vescovo-martire assassinato sulla porta di casa il 1° agosto del 1996, ultimo dei 19 religiosi e religiose che persero la vita negli anni bui del terrorismo. Cosa che mi lega in modo ancora più profondo a questo Paese e a questa Chiesa».

Questa terra ha già dato molti figli dentro il movimento “missionario della diocesi” di Treviso, così definito dal vescovo Antonio Mistrorigo negli anni Sessanta. Movimento  che ebbe le sue origini nel 1922 quando il vescovo Longhin aprì la porta della canonica di san Martino Urbano a padre Gaetano Filippin che incominciava una casa apostolica e che divenne il seminario dell’Immacolata per le Missioni Estere. Da allora fino ad oggi, dalle diocesi del Triveneto partirono in tante parti del mondo più di 150 missionari del Pime e della diocesi di Treviso. Nel 1993 poteva contare 900 doni alla Chiesa missionaria e al mondo tra religiosi, religiose, laici e preti diocesani.

Da dove la forza di questo movimento missionario? Il Concilio Vaticano II ha detto che la missione nacque nel cuore della Trinità, quando cioè il Figlio fu mandato dal Padre perché nessuno di noi andasse perduto e quando lo Spirito Santo fu mandato per accompagnare gli apostoli.

Due forze muovono ancora la Chiesa e la diocesi di Treviso. La prima, quella centrifuga, che porta figli e figlie nell’America Latina in Africa e ora in Algeria e Tunisia in pieno ambito musulmano. La seconda, quella centripeta che mantiene uniti in Gesù tutti coloro che operano per l’evangelizzazione, sia in missione che in patria. La missione dona a tutti il pieno senso della vita, il dono di sé e della comunione.

La terra di Treviso è santificata e tenuta unita da san Pio X, beato Longhin, Santa Bertilla, Ven. Bernardo Sartori, martiri Valeriano Fraccaro, Bruno Zanella, padri Gaetano Filippin, Angelo Bacchin, Pietro Bonaldo, don Mario Bortoletto, don Angelo Santinon, don Luigi Cecchin, Luciano Bottan e altri ancora.

Oggi,  mons. Michele Tomasi, vescovo di Treviso, in viaggio per la consacrazione a Orano, dice: «Gustiamo il nostro stare insieme per camminare insieme; lasciamoci toccare e trasformare dall’amore di Dio Padre che si manifesta nel Figlio amato e che ci rinnova nello Spirito».

Sentiamoci uniti in preghiera.

 

Non si ama abbastanza

Il 1 dicembre 1916, giorno della sua morte, Charles de Foucauld aveva scritto a sua cugina Maria de Bondy: «Come è vero, non ameremo mai abbastanza; ma il buon Dio che sa con che fango ci ha impastati, e che ci ama più di quanto una mamma può amare suo figlio, il buon Dio che non può morire, ci ha detto che non respingerà chi andrà da Lui…»

Lo stesso giorno scrive anche all’amico Luigi Massignon che è al fronte:

“Non bisogna mai esitare a domandare i posti dove maggiori siano pericolo, sacrificio, possibilità di dedizione: lasciamo l’onore a chi lo vuole, ma rischio e pena reclamiamoli sempre.

Come cristiani siamo tenuti a dare l’esempio del sacrificio e della dedizione. È un principio al quale bisogna essere fedeli sempre, con semplicità, senza domandarci se in una simile condotta s’insinui l’orgoglio. È il nostro dovere; quindi compiamolo e preghiamo il nostro Diletto, lo Sposo della nostra anima, che ci conceda di compierlo in totale umiltà e con pienezza d’amore per Dio e per il prossimo.

Cancellarci, annullarci, ecco il mezzo più potente che possediamo per unirci a Gesù e far del bene alle anime; san Giovanni della Croce lo ripete ad ogni riga. Quando si vuol soffrire e amare, si può molto, si può molto, si può il massimo che si possa al mondo. Si sente che si soffre; non sempre si sente che si ama ed è una grande sofferenza in più; ma si sa che si vorrebbe amare e voler amare significa amare. (testo simile allo scritto alla cugina Maria, ndr.) Si trova che non si ama abbastanza ed è verissimo: mai si amerà abbastanza; ma il Signore, che sa con che fango ci ha impastati e che ci ama più di quanto una madre possa amare il suo figliuolo, ci ha detto, Lui che non mente, che non avrebbe respinto chi a Lui venisse.

Aveva già scritto qualche tempo prima: “Solo guardando al di là di questo mondo in cui tutto passa e muore, si trova la vera gioia nella speranza di un’altra vita di cui questa è solo il preludio; vita in cui il bene fatto, l’amore di cui sono assetati i nostri spiriti e i nostri cuori, saranno pienamente ed eternamente soddisfatti”.

Il Regno di Dio è un seme nel campo

La vita del missionario diventa seme nascosto da Dio nel campo della vita. Ogni esistenza cristiana ha un suo sapore di salvezza. Tanti sono i missionari che hanno lavorato nel silenzio e nella fede attendendo i frutti che tardavano a venire. Ma Dio è fedele verso i suoi figli che ha inviato tra le genti.

Partito nel marzo 1852, Giovanni Mazzucconi giunse in Oceania nell’ottobre di quel­l’anno e là morì nella prima quindicina del settembre 1855, dopo neppure tre anni di vita missionaria. Si è tentati di dire che la sua vita sia stata stroncata proprio quando stava per incominciare… Ma nell’economia della vita, ciò che conta è la forza de! seme, che perdura lungo tutta l’esistenza. Giovanni ebbe questa percezione allo sbocciare del primo fiore di una pianticina di arancio ch’egli stesso aveva portato da Sydney e aveva piantato accanto alla sua capanna.

Meditativo com’era, la visione del fiore lo porta a riflettere sul senso della sua vita e a comporre una poesia:

Quel seme divino

In un suolo selvaggio ed incolto

piccol seme deposi sperando,

e quel seme già crebbe in virgulto,

già va ricco di fronde e di fior.

Si, coi fiori più vivi e leggiadri,

già quel seme il mio sguardo ricrea,

e rallegra il pensiero all’idea

d’un immenso di frutti tesor.

Ma, gran Padre! Quel seme divino

che deposi dell’uomo nel cuore,

quando, oh quando! una fronda ed un fiore,

quando un frutto sperato darà?

Deh pietà de’ tuoi figli.

Ci invia quella pioggia che tutto feconda,

deh! ch’io veda spuntare una fronda!

ed in pace il tuo servo morra!

Beato Giovanni Mazzucconi

PIME

Lieti nelle privazioni

  

Qualche missionario ha imparato ad accettare con spirito di sacrificio le condizioni di estrema povertà in cui si è trovato a vivere, e addirittura a sorridervi sopra. Nel libro «Sangue Fecon­do» di p. Antonio Lozza, PIME, così si legge a proposito di un primo impatto con la Birmania: «Gli inizi sono sempre penosi. Ma a Tarudda mancava tutto: non un buco ove abitare, non una stuoia su cui stendersi …

P. Mario Dall’Agnol adatta alla meglio un tugurio abbandonato e, per consolarsi di tanto squallore, ammirava il panorama veramente splendido. intanto scriveva: “Abito in una capanna di bambù, posta su un cucuzzolo di monte sovrastante il villaggio di Tarudda. Vento e sole entrano liberamente; se piove ho il bagno a domicilio, proprio come i grandi signori… Eh, quando uno nasce fortunato! Per mobilio due sedie e un tavolino fatto col coltellaccio del mio catechista; per cibo un po’ di riso con erbe di Bhyrapatnam. Ci rimasi per tre mesi. Il giovane padre Iginio Chinellato, da vero cavaliere, mi cede la stanza più bella. Che reggia, quella casa! Una capanna con muri di fango e tetto di foglie, circondata dagli acquitrini delle risaie. Lucertole, formiche, scorpioni, rane, zanzare, topi, cani, gatti, uccelli: insomma, tutti gli animali creati dal buon Dio convivono con me, in perfetto comunismo, nella mia capanna. Le zanzare! che il Cielo le benedica! Di notte specialmente, vengono a cantarmi attorno alle orecchie le loro canzoni più belle e a darmi i.… più affettuosi baci. Pianto una zanzariera, e così evito di rendermi irriconoscente verso di Ioro, col prenderle a schiaffi, quando non si posano sulla faccia, sul collo, sulle braccia, sulle gambe. I topi devono essersi accorti di tanta mia mansuetudine e sono così audaci che, di notte, vengono a saltarmi sulla branda. Uno di Ioro, una notte, me lo trovo sul muso, e un’altra notte, un altro comincia a graffiarmi un piede. Ma questo ci lascia la pelle sotto una terribile bastonata». «Sangue Fecon­do» di p. Antonio Lozza.

Il missionario è una persona di frontiera

Sr. Rosanna Marchetti, missionaria dell’Immacolata – Pime in Brasile scrive: “Il missionario è una persona di frontiera, che si pone negli spazi geografici e esistenziali che lo provocano ad andare oltre. Anche Gesù molte volte nei Vangeli ha varcato frontiere territoriali per incontrare popoli e culture che erano poste ai margini o addirittura non accettate dal suo proprio popolo.

La frontiera è una sfida perché chi la varca non conosce ciò che lo/la attende. Un popolo, una cultura, una lingua che non è la propria e che esige un uscire dalla propria zona di conforto per aprirsi al nuovo. Questa attitudine esige flessibilità e uno sguardo capace di cogliere il positivo che esiste attorno a noi. Varcando una frontiera, non si incontra solo una cultura ma anche un modo di vivere la fede che a volte ci mette a disagio e allora è necessario comprendere in profondità la storia e la vita di un popolo per entrare nel mondo del sacro, che si costruisce nel tempo.

La frontiera è geografica e la passiamo con il corpo e con la mente ma esistono frontiere esistenziali che il missionario è chiamato a varcare con il cuore perché disposto ad entrare nelle ferite dell’umanità, nel cuore di coloro che incontra ai margini della strada, come lo straniero di cui si parla nella parabola del Buon Samaritano. È la frontiera più difficile da superare perché è necessario andare al di là dei pregiudizi e dei preconcetti che vivono in noi e farsi concretamente “prossimo”.

Queste frontiere sono attorno a noi ma anche dentro di noi!

“Vivendo in Amazzonia, sto facendo un’esperienza straordinaria di superamento delle frontiere culturali, incontrando popoli nativi (indigeni, meticci, Afro discendenti) e immergendomi nella loro saggezza, nonché in un mondo di riti e culture così diversi dai miei. Questa diversità mi affascina profondamente, non tanto per l’aspetto folclorico, piuttosto per la sua profondità. È una fede semplice, in sintonia con il creato, che sa contemplare e vedere la vita come dono in tutti i suoi aspetti. Che ringrazia e loda il Signore per tutto ciò che offre come opportunità di vita. Una fede e una vita diversa dalla mia ma nella quale sento risuonare la voce di Dio e della creazione”.

La scienza della croce secondo Paolo Manna  

«Per patire insieme con Lui (Cristo) io sopporto tutto, perché me ne dà la forza interiore Lui, che è diventato l’uomo perfetto». (Ignazio di Antiochia)

Il Beato padre Paolo Manna (1872-1952), Superiore Generale del PIME, è maestro di spiritualità missionaria per il suo Istituto e per la Chiesa. Dal suo libro Virtù Apostoliche ricaviamo alcune espressioni che ci aiuteranno alla vera assimilazione al mistero di Cristo.

“Il missionario non è niente se non impersona Gesù Cristo. Solo il missionario che lo copia fedelmente in se stesso può dire ai popoli con l’apostolo Paolo: – Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo. Il missionario deve avere una vera passione per le anime. Ma come avrà questo amore se non è un uomo di orazione? –  Ogni zelo che non zampilla dal mistero della croce è effimero. (pagg. 16-18 ) 

Il crocifisso ci fece missionari, ed è il crocifisso ancora che deve nutrire in noi l’amore per i fratelli… Innamorati di Gesù Cristo, saremo grandi missionari. (pagg. 177-178 )

Non capisce la sua vocazione di missionario chi, accettando la parte attiva del suo ministero di insegnare, predicare, battezzare, non accetta anche la parte passiva di vittima per Gesù… Se vogliamo quindi essere cooperatori della redenzione, studiamoci, come tutti i grandi uomini apostolici, di vivere e offrirci crocifissi con nostro Signore Gesù Cristo. (pagg. 176-177)

Tra le privazioni e le fatiche di cui è intessuta la vita di missione, ci sono difficoltà ed angosce che conobbero anche gli apostoli, pene e angosce capaci di abbattere anche gli animi più forti e generosi, se non sono sostenuti dalla potente Grazia di Dio: la poca corrispondenza, l’ingratitudine, la solitudine e l’abbandono, i malintesi, la pochezza dei mezzi, le tentazioni… tutte difficoltà capaci di produrre tristezza e sfiducia. Chi potrà sostenerci in tali frangenti? Dio, solo Dio, se pregato con spirito di umiltà e di filiale, fiducioso abbandono. (pag. 22 )

Se tanti missionari hanno sofferto assai e soffrono tuttora, se alcuni hanno patito prigionia, fame, sete…se ci vediamo perseguitati, …. allora abbiamo buon diritto di sperare bene per l’avvenire delle nostre missioni…. è la filosofia dell’apostolato, questa è la politica di Dio”. (pagg. 142-143 )

Santa Teresa, anima missionaria

Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo ha scritto: «È la fiducia e null’altro che la fiducia che deve condurci all’Amore!».

Papa Francesco scrive: “Queste parole così incisive dicono tutto, sintetizzano il genio della sua spiritualità e sarebbero sufficienti per giustificare il fatto che sia stata dichiarata Dottore della Chiesa. Soltanto la fiducia, “null’altro”, non c’è un’altra via da percorrere per essere condotti all’Amore che tutto dona. Con la fiducia, la sorgente della grazia trabocca nella nostra vita, il Vangelo si fa carne in noi e ci trasforma in canali di misericordia per i fratelli.

Come succede in ogni incontro autentico con Cristo, questa esperienza di fede la chiamava alla missione. Teresa ha potuto definire la sua missione con queste parole: «In Cielo desidererò la stessa cosa che in terra: amare Gesù e farlo amare». Ha scritto che era entrata nel Carmelo «per salvare le anime». Vale a dire che non concepiva la sua consacrazione a Dio senza la ricerca del bene dei fratelli. Lei condivideva l’amore misericordioso del Padre per il figlio peccatore e quello del Buon Pastore per le pecore perdute, lontane, ferite. Per questo è patrona delle missioni, maestra di evangelizzazione.

Le ultime pagine della Storia di un’anima  sono un testamento missionario, esprimono il suo modo di intendere l’evangelizzazione per attrazione, non per pressione o proselitismo. Vale la pena leggere come lo sintetizza lei stessa: «“ Attirami, noi correremo all’effluvio dei tuoi profumi”. O Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: Attirando me, attira le anime che amo. Questa semplice parola: “Attirami” basta. Signore, lo capisco, quando un’anima si è lasciata avvincere dall’odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te. Come un torrente che si getta impetuoso nell’oceano trascina dietro di sé tutto ciò che ha incontrato al suo passaggio, così, o mio Gesù, l’anima che si immerge nell’oceano senza sponde del tuo amore attira con sé tutti i tesori che possiede… Signore, tu lo sai, io non ho altri tesori se non le anime che ti è piaciuto unire alla mia».  Ciò che colpisce è come Teresina, consapevole di essere vicina alla morte, non viva questo mistero rinchiusa in sé stessa, solo in senso consolatorio, ma con un fervente spirito apostolico.

La grazia che ci libera dall’autoreferenzialità

Qualcosa di simile accade quando si riferisce all’azione dello Spirito Santo, che acquista immediatamente un senso missionario: «Ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a Lui, che Egli viva ed agisca in me. Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: Attirami, tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dal braciere divino) correranno rapidamente all’effluvio dei profumi del loro Amato, perché un’anima infiammata di amore non può restare inattiva».

Nel cuore di Teresina, la grazia del battesimo è diventata un torrente impetuoso che sfocia nell’oceano dell’amore di Cristo, trascinando con sé una moltitudine di sorelle e fratelli, ciò che è avvenuto specialmente dopo la sua morte. È stata la sua promessa «pioggia di rose ».

 

 

 

 

 

Il santo è il Vangelo vissuto oggi

Piero Gheddo ( 1929-2017), missionario giornalista del PIME, scrive:  «Chi è per te Gesù Cristo?». La fede non è solo un fatto intellettuale staccato dall’esistenza quotidiana, ma amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. Il Papa lo dice con chiarezza: la missione è comunicazione di un’esperienza , per cui «il vero missionario è il santo» (Redemptoris Missio, n. 90). Chi vive veramente il vangelo vale di più, per la missione e la nuova evangelizzazione, di tutti i piani pastorali e i documenti e i comitati, perché «il Santo è il Vangelo vissuto oggi», come ha detto il Card. Carlo Maria Martini.

Studiando bene le lettere di due Servi di Dio, Marcello Candia e Beato Clemente Vismara, mi sono convinto di questo: la mediocrità della nostra vita, che a volte ci rende tristi e scontenti, scoraggiati e pessimisti, non viene da difficili condizioni esterne, da scarsa cultura o salute o successo; viene dalla nostra poca comunione con Dio, dal fatto che la nostra fede è debole e limitata al piano intellettuale: non ci riscalda, non ci dà forza né gioia nelle avversità. Candia e Vismara, pur avendo avuto vite difficili con molte sofferenze, incomprensioni, difficoltà malattie, erano sempre pieni di gioia perché conoscevano bene e amavano profondamente il Signore.

Dobbiamo essere innamorati di Gesù! San Paolo diceva di essere stato «afferrato da Cristo Gesù» (Filippesi, 3, 12): «Mihi vivere Christus est», per me vivere è Cristo. E aggiungeva: «Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo» (Filippesi 3, 7-8). Gli esegeti hanno contato nelle lettere di San Paolo 164 volte l’espressione: “in Christo“, cioè la vita in Cristo. «Chi è il missionario?» hanno chiesto una volta a Madre Teresa, che ha risposto: «È quel cristiano talmente innamorato di Gesù Cristo, da non desiderare altro che di farlo conoscere e amare».

 

Missionario profugo tra i profughi

 Bernardo Sartori, nato il 20 maggio 1897 a Falzé di Trevignano (Italia) e morto il 3 aprile 1983 a Ombaci (Uganda).  Frequentò il Seminario di Treviso fino alla Seconda Teologia e poi entrò tra i missionari Comboniani. Visse oltre 50 anni in Uganda.

Un religioso che è sempre rimasto legato alla sua comunità, alla diocesi e al Seminario di Treviso dove si era formato fino ai primi anni della Teologia”. Ora riconosciuto venerabile.

Lo scoppio della prima guerra mondiale lo vide con altri seminaristi sul fronte del Piave. Infatti l’11 marzo 1917 fu chiamato alle armi. Assegnato a 113° reggimento di Fanteria, 7ª compagnia, zona di guerra, alcuni mesi dopo fu trasferito alla 5ª Compagnia di Sanità dell’ospedale militare principale di Padova. Fu durante questo tempo di grandi sofferenze che avvertì la vocazione missionaria. Il 26 agosto 1919 fu congedato definitivamente e lo stesso anno rientrò in Seminario. Il 21 gennaio 1922, dopo aver lasciato il seminario con la benedizione del suo vescovo, Sartori vestì l’abito religioso a Venegono Superiore e il 21 gennaio 1923 emise i primi voti. Il 31 marzo 1923 viene ordinato sacerdote dal beato mons. Giacinto Longhin, vescovo di Treviso. Dal 1923 al 1927 è animatore propagandista a Venegono, Padova, Verona e Brescia. Nel 1927 si trasferisce a Troia (FG) come fondatore e superiore del seminario missionario. Era passato per quasi tutte le città e i paesi delle Puglie, destando ovunque entusiasmo con la sua predicazione. Il 30 maggio 1933 la chiesa di Troia viene consacrata da mons. Giovanni Antonio Farina col titolo di S. Maria Mediatrice di tutte le Grazie.  Alla Madonna, mediatrice di tutte le grazie, padre Bernardo affida tutta la sua opera, che produrrà frutti straordinari lungo il suo ministero.

Padre Bernardo partì per l’Uganda il 5 novembre 1934 con destinazione Arua. Qui vivrà quasi 50 anni di infaticabile e zelante ministero, condividendo la vita e le sofferenze del popolo: la seconda guerra mondiale con la fine del colonialismo e le tensioni per l’indipendenza; le sofferenze di tutti con la dittatura militare di Idi Amin Dada; negli ultimi anni la terribile esperienza della guerra civile con la caduta della dittatura, la “liberazione” dei tanzaniani e la successiva situazione d’insicurezza e di lotte intestine.

  1. Sartori fu partecipe fino alla fine delle vicende del suo popolo, vivendo da “profugo tra i profughi” quando nel 1979 seguì la sua gente in Zaire. Innumerevoli le opere di bene da lui compiute, in particolare nella missione dove edificò diverse chiese dedicate alla Madonna e contribuì allo sviluppo sociale della popolazione. Fino alla fine, rimase un punto di riferimento per tutti, una certezza per la popolazione sconvolta dagli avvenimenti e per i confratelli, tutti affascinati dalla sua fede e dal suo amore a Maria. Padre Bernardo passò alla vita eterna mentre adorava Cristo risorto, davanti al tabernacolo, il mattino di Pasqua del 1983.

La Chiesa di Treviso ha l’onore e la gioia di annoverare da oggi, tra i suoi santi e testimoni, padre Bernardo Sartori, vivo richiamo alla missione di coraggioso annuncio del Vangelo anche ai nostri giorni.

La vita è un dono anche in Cina

Teresa Meng Weina, ha dato vita agli inizi degli anni Novanta ad un’organizzazione per la cura delle persone con disabilità mentale, divenuta oggi una delle più grandi Ong di tutta la Cina.

Se dobbiamo trovare un punto di inizio nella storia di Teresa Meng Weina dobbiamo partire una vecchia foto di Madre Teresa di Calcutta mentre riceve il premio Nobel per la pace. da lì. “Trovai un vecchio ritaglio di giornale con la foto di questa donna, ma non sapevo chi fosse, né cosa facessero le suore. Rimasi però colpita da quello che scrivevano di lei, dal fatto che fosse diventata così importante facendo qualcosa di così umile: aiutare i poveri. Avevo trent’anni, un’età secondo cui, nella tradizione cinese, bisogna prendere in mano la propria vita. All’improvviso mi ritrovai a desiderare di diventare come lei”.

L’inizio di un sogno. Meng Weina, figlia di un eroe del Partito comunista cinese e già Guardia Rossa della rivoluzione, inizierà il suo cammino che la porterà a fondare nella città di Canton l’associazione Zhiling, una piccola scuola per bambini con disabilità mentale. Un impegno sociale che è cresciuto di pari passo con quello spirituale fino alla decisione di abbracciare la fede cattolica scegliendo per il battesimo il nome della Santa di Calcutta.

“La vita è un dono”. Al suo fianco, da oltre vent’anni, c’è un missionario italiano del Pime, Fernando Cagnin. È stato lui ad accompagnare in queste ultime settimane Teresa Meng Weina e il gruppo teatrale dell’organizzazione Huiling in una piccola tourné italiana in cui la compagnia – formata da alcuni giovani con disabilità mentale e dai loro educatori – ha messo in scena in diverse città italiane lo spettacolo “Life is a gift” (la vita è un dono). Un modo per far rivivere sul palcoscenico, con parole e musiche, la quotidianità di un’organizzazione che accoglie nelle sue trecento case-comunità, sparse in quasi tutte le grandi città della Cina, circa 1400 giovani.

Un missionario “tecnico di computer”. Nel 1995 padre Cagnin riesce ad ottenere il permesso di entrare nella Cina continentale, “ovviamente non come missionario, ma come tecnico di computer” e si stabilisce a Canton dove inizia a insegnare in una scuola governativa e a fare il volontario nell’associazione della donna. “Vivevo in un grande stanza insieme ad alcuni di questi giovani – racconta padre Fernando – senza alcun tipo di servizio, condividendo totalmente con loro la vita. Ovviamente non potevo annunciare il Vangelo, almeno a parole, ma potevo trasmetterlo con la mia testimonianza di vita.

Verso un cambio di mentalità. Da allora di strada l’associazione ne ha fatta davvero tanta e la sua fondatrice è divenuta una persona conosciuta in tutto il Paese. “Quello che stiamo provando a fare – spiega il missionario – è restituire dignità a questi ragazzi. Cerchiamo di promuovere l’autonomia, sviluppando piccole comunità, di circa 20 o 30 persone, che possano autofinanziarsi con il lavoro. Il nostro obiettivo ultimo – conclude padre Cagnin – è quello di non servire più: questo sarà possibile quando la disabilità mentale in Cina non sarà più tabù e i nostri giovani potranno vivere normalmente nelle loro famiglie, contando anche sul sostegno dello stato. Rispetto al passato qualcosa è cambiato, ma la strada da fare è ancora lunga”.

Il viaggio di Teresa Meng Weina in Italia si è concluso il 25 maggio in Piazza S. Pietro con la partecipazione all’udienza di Papa Francesco. “Il mio sogno – confida la donna – è di poterlo vedere un giorno in Cina”.   Michele Luppi 27/05/2016