250 camerunesi rimpatriati

Da qualche giorno mi trovo in Camerun per dare un corso di Storia delle missioni ai nostri seminaristi di Yaoundé. I giornali in questi giorni hanno molto scritto sulla schiavitù nella Libia e sulla situazione dei 1700 camerunesi, ivi imprigionati. Leggo nel giornale Le Messager di mercoledì, 23 novembre, un articolo di Blaise Pascal Dassié.

Uomini, donne e bambini che erano fuggiti da situazioni difficili, dalle bande di trafficanti e da gruppi islamisti, sono stati rimandati in Camerun con un aereo speciale organizzato dal governo algerino e dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Secondo la Crtv, un canale televisivo del Camerun, i migranti bloccati in Algeria sono ritornati volontariamente. In Camerun sono assistiti sotto l’aspetto medico-sociale e riceveranno dallo stato una somma di 65.000 Fcfa per il ritorno in famiglia.

Dalla guerra in Libia del 2011, il Sahara è diventato un territorio di passaggio. Il deserto è il luogo ideale per il traffico di droga, di sigarette, di armi e di carburante. È pure la strada dell’immigrazione illegale. Nonostante la mancanza di sicurezza, molti ripassano per la Libia. Agadez resta il punto più centrale di partenza.

Si calcola che in Algeria i migranti, venuti da differenti paesi, sarebbero oggi 100 mila, vivendo di piccoli lavori nella clandestinità, rassegnati ormai a lasciare il sogno dell’eldorado europeo. Ma alcuni sperano ancora di raggiungere l’Europa, superando i rischi e i pericoli, attraversando il Mediterraneo verso la Spagna. Oppure, nonostante tutto, riprendere la strada della Libia.

 Arrivo a Yaoundé

Due notizie si sono succedute a distanza di poche ore nei giornali del Cameroun. La prima, data dal giornalista Pascal Dassiè, che ho riportato e che annuncia la partenza dei migranti camerunesi dall’Algeria, la seconda che trascrivo ora e che racconta l’arrivo di un aereo dalla Libia e poi le testimonianze dei rimpatriati.

Una quarantina di medici, infermieri e psicologi erano pronti all’accoglienza. I migranti sono passati a ricevere il vaccino contro la febbre gialla, dovettero sottomettersi ad esami e a inchieste e a riempire schede di identità personale. Non tutti accettarono di essere fotografati. Questa operazione è voluta dal governo del Camerun col sostegno delle Organizzazioni Internazionali, soprattutto dell’OIM, per i Migranti, dopo la scoperta dei campi di concentramento della Libia. Il progetto di due anni vuole ricondurre a casa 1700 camerunesi.

 Testimonianze dei rientrati

Ndong : A nessun mio nemico auguro quanto ho sofferto. Avevo tutto investito per raggiungere l’Europa. Fui separato da mia moglie e non so se è viva. Avevamo guadagnato insieme tre milioni di CFA (un euro : 600 cfa). Non ho più niente. Vorrei dire a tutti di partire per un altro paese solo dopo un visto e non passare per la Libia o il Marocco.

Adeline : Un popolo, quello libico, che pretende di essere civile, ma odia gli africani. Non c’è niente di buono in Libia. Non volevo restare in Libia, ma passare solamente per arrivare in Europa. Sono contenta di essere ritornata in Camerun.

Salomé : Partita da Douala con mia cugina, arrivai in Algeria dopo aver speso 300 mila CFA, pagando controlli e tasse lungo la strada. In Algeria vivevo di un piccolo commercio. Passata in Libia trovai l’inferno. In prigione si mangiava male. Nessuno sa che sono ritornata. Avevo lasciato un figlio di nove anni e la mia famiglia non mi può aiutare. Vorrei completare i miei studi.

Frank : Raggiunsi l’Algeria con un piccolo progetto di commercio. Per strada in Niger fummo dichiarati ostaggi e dovetti chiedere a mia madre di versare 300 000 F in una banca per la mia liberazione. Son finito in prigione in Libia e trattato come una bestia, battuto notte e giorno. Ritorno e non so dove andare.

 Avventura da sconsigliare

La giornalista Yvette Mbassi Bikele scrive: «Marcati con le stimmate di una avventura ambigua… i salvati dalla tratta dei Neri in Libia, assicurano che non vi ritorneranno. Si credevano ospitati come avviene in questo caro e bel paese del Camerun, ora pensano a quelli che son rimasti e consigliano ad altri di non tentare una simile avventura. Purtroppo, nonostante i drammi, il mercato di schiavi, e le migliaia di morti nel deserto e nel mare che non cessano di alimentare le informazioni internazionali, niente sembra fermare l’immigrazione verso le coste europee, che continua ad arricchire i trafficanti. È vero che si può criticare il sistema di governo di alcuni paesi africani, ma come può oggi un giovane indebitare e impoverire la sua famiglia col sogno dell’arrivo in un paese più ricco? Una realtà curiosa : mentre alcuni figli e figlie del paese cercano l’erba migliore del vicino, alcuni stranieri trovano nel nostro un’ospitalità leggendaria e si arricchiscono di pesca, agricoltura, abbigliamento e altri mestieri e non sognano affatto di ripartire. Forse è vero quello che diceva Voltaire : “Ognuno dovrebbe interessarsi a coltivare bene il proprio giardino e ne ricaverà un benessere e un futuro migliore, invece di restare ad attendere e ricevere tutto dagli altri”».

Un commercio ben organizzato

Parecchi migranti camerunesi, di ritorno in Camerun, confermano che la schiavitù è un ricco commercio in Libia. Considerato come un commercio risalente a un epoca lontana, oggi nel paese di Muammar Gheddafi è una attività ben organizzata e sviluppata. Alcuni giovani migranti in transito verso l’Europa o fissatisi in Libia, sono ora la preda privilegiata di gruppi e di associazioni. Vulnerabili per la loro debole situazione e il loro statuto, queste persone sono una facile preda. In questo mercato di schiavi, la pelle nera è preferita perché più resistente alle crisi e alle intemperie. Per questo i subsahariani sono i più numerosi. La maggior parte delle persone rapite sono generalmente messe in prigione dai loro rapitori. Secondo le dichiarazioni degli ex migranti, le vittime sono oggetto di violenze e di umiliazioni di ogni genere. Molti vi perdono la vita quando non ne escono coperti di segni di sevizie corporali. Secondo loro il mercato di schiavi in Libia non ha prezzo standard. Come in un mercato di bestiame, i prezzi sono fissati secondo l’età, l’apparenza e il sesso della persona venduta. Può essere di 120, 200 o 300 mila CFA, se la persona comprata è destinata ai lavori domestici, o agricoli, o di infrastrutture secondo il progetto dell’acquirente. Gli uomini robusti e i giovani sono comprati per i lavori d’Ercole perché più resistenti, secondo le testimonianze degli ex-ostaggi. Le donne generalmente sono destinate ai lavori domestici quando non sono semplicemente messe a servizio dei prosseneti. Una madre con figli costa più cara di una donna senza figli. I migranti più ricalcitranti sono uccisi o gettati nel deserto. (Sainclair Mezinc, Cameroun tribune, 24 novembre 2017)

Non c’è Eldorado fuori dell’Africa

Il professore in scienze politiche Jean Emmanuel Pondi interrogato da Sainclair Mezing afferma: «L’ossessione della partenza è un errore fatale degli africani. L’Africa possiede ricchezze non ancora esplorate. E’ necessario riorganizzarci e credere di più in noi stessi. Nostra enorme deficienza è non avere fiducia in noi e non voler organizzarci. La maggior parte degli africani è estroversa. Pensano che il benessere venga dal di fuori dell’Africa. Illusione fatale e suicida. Nessun continente si è sviluppato contando sugli altri o contando sull’aiuto internazionale. Sono d’accordo sulla cooperazione internazionale ma deve avvenire coi nostri sforzi. Noi dobbiamo essere al centro del nostro processo di cambiamento e progresso. Restiamo noi il motore dello sviluppo. Non è l’immigrazione che ci svilupperà. Non c’è un continente come l’Africa dove esiste la maggior parte delle ricchezze del mondo. I giovani africani lasciano questa terra e le sue ricchezze per rendersi a rischio e pericolo là dove sono trasformati. Dobbiamo rivedere e riprecisare la nostra cooperazione internazionale per il nostro avvenire. In Libia c’è la negazione dell‘Humanité africaine».

 

 

Un mese nel seminario del Pime a Yaoundé

Avevo ricevuto con gioia l’invito di padre Fabio Bianchi di andare a Yaoundé (Camerun) per dare un corso di formazione ai nostri seminaristi dell’anno di spiritualità. Si tratta di un corso di storia delle missioni che tocca anche la storia della Chiesa e soprattutto la storia del nostro Istituto e della sua spiritualità. Gli studenti sono nove e hanno già fatto tre anni di filosofia e si preparano a continuare i loro studi a Monza. Mi ero preparato cercando documenti in francese e a Yaoundé ho trovato quello che altri confratelli avevano tradotto in francese dei documenti dell’Istituto. Per l’internazinalizzazione dell’Istituto, ora dobbiamo tradurre molti documenti in inglese, portoghese e francese.

Una bella sorpresa qui a Yaoundé è di aver ritrovato il libro A cause de Jésus che avevo tradotto a Maroua (Nord Camerun) prima di partire per l’Ageria e che padre Giuseppe Parietti aveva messo in ordine e preparato per la stampa. È un documento sui 19 martiri dell’Istituto, completato con  introduzioni di carattere storico e geografico e quindi un documento interessante e importante per la formazione dei nostri seminaristi e per l’animazione missionaria. Durante il corso, ne abbiamo letto alcuni capitoli e condiviso impressioni e domande. Sono stati momenti commoventi, soprattutto per me. Ritrovare lo spirito dell’Istituto vissuto dai nostri martiri, risentire la missione nel vissuto a partire dal 1850. Condividere non solo lo studio, ma anche la vita insieme e la preghiera con i seminaristi africani della Costa d’Avorio, della Guinea Bissau e del Camerun che saranno miei confratelli, che continueranno la vita missionaria dell’Istituto e che si lasciano formare col e nel carisma che i nostri fondatori avevano ricevuto per la diffusione del Vangelo. Sono le sorprese e le gioie che arrivano a chi ormai si è reso libero per continuare sulle strade della Provvidenza.

 

Papa Francesco in visita al tempio buddhista

Francesco si è recato al Kaba Aye Center di Rangoon, uno dei templi buddhisti più venerati dell’Asia sud-orientale. È entrato con le sole calze nere ai piedi, insieme al presidente del Comitato Statale “Sangha” Bhaddanta Kumarabhivamsa. Hanno tracciato la strada per superare odio, terrorismo ed estremismo nel nome della religione.

Il Myanmar è scosso dalle violenze perpetrate contro le minoranze etniche e religiose e l’argomento resta indirettamente presente in questo incontro. Buddisti e cristiani possono trovare questa strada comune nei propri padri o figure spirituali di riferimento, Buddha per i primi, san Francesco per i secondi. Due figure le cui parole esprimono “sentimenti simili”.

Papa Bergoglio ha citato significativamente per primo Buddha, che nel Dhammapada (XVII, 223) dice: «Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità». Parole simili, ha detto, a quelle del santo di Assisi: «Signore, fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è offesa che io porti il perdono, […] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia».

Bhaddanta Kumarabhivamsa gli ha fatto eco affermando che «è deplorevole vedere terrorismo ed estremismo messi in atto in nome di credi religiosi. Poiché tutte le dottrine religiose insegnano solo il bene dell’umanità, non possiamo accettare che terrorismo ed estremismo possano nascere da una certa fede religiosa».

Il Papa ha chiesto che questa sapienza comune possa «continuare a ispirare ogni sforzo per promuovere la pazienza e la comprensione, e per guarire le ferite dei conflitti che nel corso degli anni hanno diviso genti di diverse culture, etnie e convinzioni religiose. Tali sforzi non sono mai solo prerogative di leader religiosi, né sono di esclusiva competenza dello Stato.

Piuttosto, è l’intera società, tutti coloro che sono presenti all’interno della comunità, che devono condividere il lavoro di superamento del conflitto e dell’ingiustizia. Tuttavia è responsabilità particolare dei leader civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata, cosicché le sfide e i bisogni di questo momento possano essere chiaramente compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e di reciproca solidarietà».

 

 

 

I frutti sorprendenti della missione

Nell’articolo “Pime e Myanmar, storia di un’amicizia”, pubblicato sul numero di novembre 2017 di “Mondo e Missione” e scritto da Giorgio Bernardelli e Anna Pozzi, ho visto che Papa Francesco andrà nell’ex Birmania e vi resterà dal 27 al 30 novembre.

L’articolo racconta momenti interessanti della storia dell’amicizia tra Birmania e Pime durata 150 anni. È meravigliosa la testimonianza del giovane padre John The Thu, missionario del nostro istituto. Racconta: «Ero un bambino, incuriosito da quel missionario italiano che faceva da parroco. Non sapevo che era del Pime e non sapevo niente del Pime. Si trattava di padre Igino Mattarucco, uno degli ultimi missionari rimasti in Myanmar. Poi conobbi il vescovo Giovanni Gobbato. Noi bambini eravamo incuriositi. Entrato in seminario sentii parlare di Paolo Manna, Felice Tantardini, Clemente Vismara. Quando alcuni missionari vennero a Taunggyi a tenere dei corsi, ho riscoperto la storia della mia diocesi così legata a questo Istituto. Scoprii che la fede che avevo ricevuta come dono prezioso, era frutto anche delle fatiche e dei sacrifici di tanti missionari. Dunque, non potevo tenerla solo dentro di me, dovevo condividerla con altri».

Ora padre John The Thu è missionario in Guinea Bissau. Leggere la sua bellissima testimonianza mi commuove e mi fa risentire la gioia di aver accompagnato altri ragazzi del Camerun verso la missione. Presto ripartirò ancora per questo Paese per dare un corso ai nostri seminaristi sulla storia della missione.

Ma nell’articolo ho trovato anche una sorpresa. Padre The Thu ha pronunciato i nomi dei trevigiani Gobbato e Mattarucco, miei carissimi amici e conterranei. Missionari ormai in Paradiso, di cui oggi non si parla più. Non è vero, si parlerà ancora di loro e di noi. Si ricorderanno e ci ricorderanno i nostri ragazzi indiani, birmani, africani, brasiliani, bengalesi… diventati missionari del Pime come noi. E forse il nostro nome apparirà ancora nella rivista “Mondo e Missione”.

 

Non c’è alternativa al dialogo

Non mancano i segni di speranza nel miglioramento dei rapporti con l’islam. In occasione della conferenza “Oriente e Occidente: dialoghi di civiltà” promossa a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio, Ahmad Al-Tayyeb, il grande imam dell’università di Al-Azhar è stato ricevuto in udienza dal Papa che poi lo ha invitato a pranzare insieme a Casa Santa Marta.

«Vogliamo vedere – ha spiegato il grande imam – come lavorare insieme per ridurre i patimenti dei poveri, di tutti i sofferenti nel mondo. E devo dire che sono ottimista. Il Pontefice è un uomo simbolo, profondamente buono, ha un cuore inondato di amore, di bene sincero, di desiderio che l’umanità possa beneficiare dello scambio tra le culture».

«Questi incontri non sono un lusso ma una necessità» ha sottolineato Al-Tayyeb. E lo ha fatto annunciando, tra gli applausi dei tanti partecipanti, che Al-Azhar «mette a disposizione le proprie risorse e tutto il proprio contributo per una collaborazione continua per cercare soluzioni al terrore e produrre ogni sforzo per la pace mondiale».

Nel suo articolato intervento, pronunciato in arabo, Al-Tayyeb ha ribadito «la necessità, l’ineluttabilità del dialogo tra Oriente e Occidente, per salvare l’umanità e non ripiombare in un’epoca oscura». Per il grande imam, «la violenza reciproca isola la nostra civiltà rispetto alle precedenti: questo secolo rappresenta un arretramento rispetto al secolo passato… la religione non è un ostacolo al dialogo, ma ne è il fondamento come «cintura di salvataggio », anche se le ideologie laiciste «irridono a questo». Al-Tayyeb ha concluso il suo intervento con l’invito a «rispettare le altre fedi e i loro credenti, rispetto che non può essere inferiore a quello per la propria religione. In questo punto gli estremisti hanno compiuto un passo falso, con la loro spinta a uccidere gli infedeli».

I martiri dell’Algeria presto beati

Il primo settembre scorso Papa Francesco ha ricevuto mons. Paul Desfarges, arcivescovo di Algeri, accompagnato da Jean-Paul Vesco, vescovo di Oran e dal padre Thomas Geogeon, postulatore della causa di beatificazione e ha ascoltato la domanda portata dalla Chiesa dell’Algeria. L’arcivescovo di Algeri ha rilasciato in una intervista: «Nel dialogo col Papa non potevamo pensare ai nostri martiri senza pensare a tutti i martiri dell’Ageria. Il decreto di beatificazione non è ancora firmato dal Papa. Presto ci sarà una dichiarazione di questa beatificazione. Ho accettato di parlarne perché è bene che ci prepariamo a questa grazia, e ne abbiamo discusso col Papa che si è mostrato attento a questa causa di fratelli e di sorelle. In prima linea c’è il nome di mons. Pierre Claverie, assassinato a Orano e nel gruppo ci sono i  monaci di Tibherine. L’attenzione del Papa è soprattutto rivolta alla sofferenza del popolo algerino. L’assassinio dei 19 dei nostri fratelli e sorelle avvenne in mezzo a un popolo martoriato e le sue ferite non sono ancora cicatrizzate. I nostri fratelli martiri non sono che una goccia dentro un oceano di violenza che ha veramente martirizzato l’Algeria durante una decina d’anni, e sì, non potevamo pensare ai nostri martiri senza pensare a tutti i martiri dell’Algeria; cioè a quelli e a quelle che hanno dato anch’essi la loro vita, nella fedeltà alla loro fede in Dio e alla loro coscienza. Penso, e l’abbiamo ricordato al Papa, al centinaio d’imam, uccisi per non aver firmato le fatwa che giustificavano la violenza. Penso agli intellettuali, ai giornalisti, agli scrittori… ma soprattutto alla povera gente, ai padri, alle madri che rifiutavano di obbedire agli ordini dei gruppi armati. Abbiamo voluto dire al Papa che questa beatificazione, quando sara annunciata, sia una sorgente di pace, di pace per tutti. Nella Chiesa viviamo in pace, nel perdono, ma desideriamo che la beatificazione sia anche una grazia per tutto il popolo algerino. Che ci aiuti a procedere insieme sul cammino della pace e della riconciliazione e, se ci sarà data la grazia, anche del perdono».

 

Eccomi!

Sabato scorso, 21 ottobre, nel Duomo gremito di Milano, l’arcivescovo Mario Delpini, ha  consegnato il crocifisso ai “Fidei Donum” ambrosiani e ha detto: “Il Vangelo non chiede le nostre cose, ma la nostra risposta libera, lieta, fiduciosa. La pratica del gesto minimo si riassume in una parola : eccomi!

Eccomi, adesso consegno tutta la libertà di cui dispongo;

eccomi, per un’ora di servizio ai poveri;

eccomi, per preparare una torta per il banco missionario;

eccomi, per 15 giorni d’estate in Brasile;

eccomi, per una classe di catechismo;

eccomi, per un anno di discernimento vocazionale;

eccomi, per consegnarmi ad un amore che sia fedele per tutta la vita;

eccomi, per andare in croce a morire!

 

 

Il Papa ai Metodisti, insieme sulla via della piena comunione

Emanuela Campanile scrive nell’Osservatore Romano del 19 ottobre: «Papa Francesco ha aperto il suo discorso alla Delegazione del Consiglio Metodista Mondiale, ricevuta oggi. L’occasione è stata l’anniversario del cinquantesimo dall’inizio del dialogo teologico metodista-cattolico, un cammino in cui “siamo fratelli che, dopo un lungo distacco, sono felici di ritrovarsi e riscoprirsi a vicenda». «Gli altri familiari di Dio possono aiutarci ad avvicinarci ancora di più al Signore – ha proseguito il Papa, ricordando l’invito alla santità del teologo John Wesley, fondatore del movimento protestante metodista –  e stimolarci a offrire una testimonianza più fedele al Vangelo».

Fede tangibile che “si concretizza nell’amore” e in particolare “nel servizio ai poveri”, come risposta all’antico invito della Parola: «Proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti». Si tratta della «stessa chiamata alla santità che, essendo chiamata alla vita di comunione con Dio – ha evidenziato Francesco  – è necessariamente chiamata alla comunione con gli altri».

Da qui, l’esortazione a «crescere in una comunione maggiore», di proseguire il cammino «con la nuova fase di dialogo che sta per avviarsi sul tema della riconciliazione», nella certezza dell’opera dello Spirito di Dio che sempre crea carismi nuovi  e “il miracolo dell’unità riconciliata”.

Non alla “cultura della paura” e alla xenofobia

Invito a leggere una parte del testo integrale della prima prolusione del card. Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, in apertura dei lavori del Consiglio permanente della Cei (Roma, 25-27 settembre 2017).

Accogliere i migranti è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche «prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria». Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano.

Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una «cultura della paura» e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo.

Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé.

Accogliere Papa Giovanni col cuore nuovo

Turoldo era convinto che Giovanni XXIII continuava a essere vivo più di quanto non si pensava, non solo vivo nella devozione popolare – segno di quanto il popolo ci tenga ai suoi santi… – ma vivo nella cultura e nella storia. E ricordava che il Papa il giorno dell’apertura del Concilio, diceva che quanto stava avvenendo era “appena un’aurora.

Oggi quindi, durante l’attesa della venuta del santo Papa Giovanni a Sotto il Monte, potremmo impegnarci a conoscere meglio la pagina evangelica che ci ha donato con la sua vita e la pagina che ha aperto per un nuovo volto della Chiesa e del mondo intero. Prepararci anche interiormente per cogliere il suo desiderio di vederci veri discepoli di Cristo Gesù.

Ero a Yaoundé, capitale del Camerun, per preparare con un gruppo di laici la venuta di Papa Giovanni Paolo II. Fuori del nostro locale, un ammalato di mente ci disturbava col suo vociare. Mi sedetti accanto a lui e gli dissi: «Tu sai che sta arrivando a Yaoundé un grande personaggio. Tu cosa pensi? Come dobbiamo accoglierlo?»  L’ammalato si calma, si fa serio e poi dice, solenne: «Un tipo così, lo si accoglie con un cuore puro!».

Per prepararci ad accogliere Papa Giovanni ho cercato nel Giornale dell’anima un suo pensiero sul cuore per immaginare come desidera essere accolto e ho trovato: «Gesù mite e umile di cuore, fa che il mio cuore sia d’accordo col tuo». E ancora: «Crea in me un cuore puro e uno spirito saldo. Il cuore è la volontà e lo spirito è l’intelletto. Volontà monda, adunque, occorre, e intelletto rinnovato. Ohimè, quanti attacchi, quante tentazioni assediano la volontà, specialmente dalla parte del sentimento: oggetti, persone, circostan­ze! Il fascino dell’ambiente, talora l’incontro fortuito, la mettono a dura prova. Da sé il cuore non regge. Quando poi si è sciupato, lasciandosi infiacchire dalle superfluità, è necessaria una creazio­ne novella. Rattoppi valgono poco. Presto si torna alla caduta. Il cuore di Paolo, il cuore di Agostino, furono creazione nuova».

E Papa Giovanni che cosa ci dirà e che cosa ci porterà?

Ho trovato in un libro questo grazioso racconto scritto da monsignor Scavizzi: «Nel vaporetto, alcuni veneziani commentano il discorso che il patriarca Roncalli, appena arrivato, aveva pronunciato il giorno del suo arrivo: “Non ha detto cose grosse e difficili, a ha parlato col cuore. Ma il più bello è stato quando ci ha detto che, non potendo darci ricchezze materiali, ci dava la sua unica ricchezza, il cuore, l’amore di padre, senza limitazioni”».

Papa Giovanni ci porterà il suo cuore!