La nuova pagina evangelica di Papa Giovanni

«In ogni tempo i santi hanno sfogliato una pagina del Vangelo e l’hanno resa evidente ai loro contemporanei. Da san Benedetto e san Francesco fino a madre Teresa e padre Pio essi erano come la scia ininterrotta di una cometa alla cui origine vi è la luce incandescente portata da Gesù. Essi sono i veri saggi, coloro che, alla luce del Vangelo, trasformano la realtà di questo mondo, i veri rivoluzionari che mettono in atto la rivoluzione che viene da Dio, la rivoluzione dell’amore». Conclude papa Benedetto a Marienfeld: «In Gesù Cristo è comparso il vero volto di Dio».

Loris Capovilla, segretario di Papa Giovanni, nella prefazione al libro di padre Francesco Valsasnini, Pime, su  Giovanni XXIII, e dal quale prendo alcune note, scrive: «Anche per merito suo, i padiglioni della Chiesa Cattolica si sono ingranditi, non tanto, né primieramente nel significato statistico delle conversioni, quanto piuttosto della conversione nostra ad una più radicale fedeltà al Vangelo, d’ un interessamento più vivo alle necessità dei popoli sottosviluppati; della conversione delle nazioni tentate di accontentarsi  del solo progresso economico e tecnico, ad un’ansia più cocente di incontro, di interscambio, di amicizia con tutte le genti».

Aveva fondato tutto il suo apostolato sul “centro” del Vangelo: l’amare tutti come Dio li ama. Il suo metodo diplomatico era quello della carità evangelica. Delegato in Bulgaria e Visitatore apostolico in Turchia e Grecia, visse i tempi in cui si consideravano scismatiche le chiese ortodosse, ma lui le amò. Andò subito a salutare gli ortodossi e assistette alle loro liturgie. Fu richiamato da un addetto del Vaticano per troppa confidenza con scismatici. Reagì così: «Gesù mi dice di amare anche i nemici, questi non sono nemmeno nemici e quindi continuo ad amarli».

Il genio di Papa Giovanni fu di aver capito i “segni dei tempi” e di avere un sguardo positivo sulle realtà umane. Martin Buber direbbe: «Prima di distruggere gli idoli che gli uomini si sono costruiti, cercare quell’aspetto della divinità che volevano rappresentare, offrirla loro, e gli idoli cadranno da sé».

Volle un Concilio pastorale, cioè di rinnovamento della Chiesa e non di condanna di errori. Distinguere il buono dal falso. Più passano gli anni e più si vede l’ampiezza dei benefici che il suo atteggiamento ha avuto nella Chiesa e nell’ecumenismo. L’azione più decisiva in questa direzione avvenne quando stava preparando il Concilio. Nel marzo 1960 incarica il cardinale Augustin Bea alla creazione di un organismo tutto nuovo, destinato a stabilire relazioni con le Chiese non cattoliche. Sottraeva al sant’Uffizio la competenza sui rapporti tra i cattolici e gli altri cristiani, spingendo così verso il superamento dell’attitudine di diffidenza, quando non di ostilità, che dal XVI secolo caratterizzava l’atteggiamento romano verso eretici e scismatici. Si riconosceva così l’esistenza di elementi di autenticità evangelica anche fuori dalla Chiesa cattolica.

«Perché tanti uomini di ogni Paese hanno condiviso il dolore della Chiesa cattolica piangendo alla sua morte?». Il cardinale Roger Etchegarai ha risposto: «Il motivo è che essi si sono sentiti non solo toccati, ma coinvolti; é che avevano colto che egli, alle loro domande, aveva offerto la limpida luce di una risposta semplice e vera. Il suo segreto, nato dalla sua natura e dalla sua fede, fu di dimostrare che la tradizione non è nemica, ma il trampolino di audacia apostolica. Nella sua enciclica Pacem in terris, vedeva la morale dei diritti umani come il riflesso dell’acqua calma delle sorgenti originarie, e non attraverso lo specchio spesso deformante del ribollire della storia».

 

Il senso della vita a Sotto il Monte

Lasciato l’asfalto e il traffico, metti i piedi sui sassi del ciottolato e entri nel cortile di un caseggiato di cento anni fa con scale esterne in legno e con gerani pendenti dalle finestre. Vedi il carretto con attrezzi dei contadini. Sulle pareti dei muri esterni, strumenti da falegname e dal fienile in alto, esposte al sole, pannocchie di granoturco. Sui muri, trovi ricordi del passato, delle guerre e della vita non ancora moderna: camere a gas, lampade al  carburo  e ferri da stiro e fornelli  a carbone o ad alcool.

Poi entri a vedere le foto della famiglia Roncalli nelle stanze dove nacque e visse i primi anni il piccolo Angelo. Dal pian terreno, scendi verso la cantina con i colori delle botti e i profumi  vivi del vino. È forte il senso di vita che ti riporta indietro in un mondo passato e che ti è ancora caro, ancora tuo, ancora te stesso e mette nell’animo pace e semplicità. È come tornare bambini.

Lasciata la parte vecchia della Casa natale, cammini e scendi tra vetrate con grandi foto che mostrano il piccolo Angelo in famiglia, il giovane prete, il militare, il nunzio in Bulgaria, Turchia e Grecia. Poi lo ritrovi di fronte al grande Charles de Gaulle a Parigi e in gondola, Patriarca di Venezia, e finalmente Papa, portato in sede gestatoria. Avverti allora che si tratta di una persona elevata dalla vita di campagna ai livelli più alti della società e della Chiesa. Ed eccolo finalmente che ti accoglie in piedi, sorridente, perché si sente accarezzato, baciato e lavato dalle lacrime di gioia e di dolore di tanti pellegrini.

Sì, sono pellegrini quelli che arrivano a Sotto i Monte, perché rispondono a un bisogno, a un invito, a una chiamata a dire quello che c’è di profondo nel cuore. Quando si chiede loro perché sono venuti, ti dicono: «Ogni anno devo venire per rivederlo, per dirgli grazie, per risentirlo vicino. Qui sento pace. Qui mi sento libero da tanti pesi, da tanti fastidi».

Il pellegrino si mette in viaggio in cerca di qualcosa. Prima, lascia tutto, si libera e poi trova. Alcuni già nell’ambiente, trovano un senso di vita, di pace e di semplicità; altri, nel volto di Papa Giovanni, trovano la dolcezza di Dio e quindi la fede e la preghiera nel cuore. Tutti, in qualche modo, guariscono, tanto o poco, perché qui a Sotto il Monte si trova qualcuno che ha vissuto ed è rimasto fedele al senso della vita. Qui non si dubita… Magari si potesse  avere i suoi sentimenti, la sua verità!

Seguendo il percorso della sua vita, in tempi di guerre, scontri e sofferenze di ogni genere, ci si domanda come Papa Giovanni riuscì a mantenere un animo paziente, obbediente, aperto. La risposta è perché seppe conservare i valori ricevuti dalla famiglia nella semplicità e nell’umiltà, nel vivo senso di povertà di spirito che continuava a coltivare. Papa Giovanni amò molto la sua terra, il suo mondo, la sua Chiesa.

Subito dopo la sua morte, il cardinale Giovanni Battista Montini, prima di succedergli nel pontificato, diceva: «Perché ha così commosso il mondo?  Da ogni parte della terra si è levata l’espressione del rimpianto, dell’elogio, della pietà e della memoria. I nostri cuori sono assorti e sorpresi dalla visione della grandezza e della bontà finalmente insieme congiunte. Perché da ogni parte si piange la sua morte? Ognuno di noi ha sentito l’attrattiva di quest’Uomo, e ha capito che la simpatia che Lo ha circondato non era un inganno, non era un entusiasmo di moda, non era un futile motivo; era un segreto che ci si svelava, un mistero che ci assorbiva. Ci ha fatto vedere che la verità, quella religiosa per prima, così delicata, così difficile… non è fatta per sé, per dividere gli uomini e per accendere fra loro polemiche e contrasti, ma per attrarli ad unità di pensiero, per servirli con premura pastorale, per infondere negli animi la gioia della conquista della fratellanza e della vita divina. E oggi che cosa lascia Giovanni XXIII alla Chiesa e al mondo, che non potrà morire con Lui? Lasciatemi citare di Lui almeno una pagina: “Nell’epoca moderna, di un mondo dalla fisionomia profondamente mutata, e sorreggentesi a fatica fra i fascini ed i pericoli della ricerca quasi esclusiva dei beni materiali, nell’oblio e nell’illanguidire dei principi di ordine naturale e soprannaturale… convenga richiamare alle sorgenti pure della rivelazione e della tradizione. Trattasi di rimettere in valore ed in splendore la sostanza del pensiero e del vivere umano e cristiano, di cui la Chiesa è depositaria e maestra nei secoli”. Potremo mai lasciare strade così magistralmente tracciate, anche per l’avvenire, da Papa Giovanni? È da credere che no! E sarà questa fedeltà ai grandi canoni del Suo Pontificato ciò che ne perpetuerà la memoria e la gloria, e ciò che ce Lo farà sentire ancora a noi paterno e vicino».

Papa Giovanni, citato dal futuro Papa Montini, richiama alle sorgenti pure, lontano dalle quali la vita non ha più un senso.

I viaggi di Papa Francesco scuotono un po’

Papa Francesco e Papa Tawadros, al termine dell’incontro del 28 aprile scorso al Cairo,  hanno firmato una dichiarazione congiunta in 12 punti, dalla quale traspare il grande cammino di avvicinamento fatto negli ultimi anni e che ha portato ad eliminare quasi tutte le differenze teologiche. Il paragrafo più significativo è il penultimo, nel quale si affronta il tema dei battesimi. Per prassi ecclesiale infatti la Chiesa copta talvolta rinnova il battesimo quando cristiani prima appartenenti ad altre Chiese chiedono di entrarvi. «In obbedienza all’opera dello Spirito Santo, che santifica la Chiesa, la conserva per tutte le età e la conduce alla piena unità», hanno siglato il Papa di Roma e il Papa copto, «per piacere al cuore del Signore Gesù, così come a quello dei nostri figli e figlie nella fede, dichiarano reciprocamente che noi, con una sola mente e cuore, cercheremo sinceramente di non ripetere il battesimo che è stato somministrato in una delle nostre Chiese per qualsiasi persona che desidera unirsi all’altra» Chiesa. Questo, continua la dichiarazione, «confessiamo nell’obbedienza alle Sacre Scritture e alla fede dei tre Concili Ecumenici riuniti a Nicea, Costantinopoli e Efeso».

Dopo la diffusione della Dichiarazione, sui blog e sui social media sono partiti attacchi contro Papa Tawadros, accusato da alcuni esponenti copti di voler sottomettere la Chiesa copta ortodossa alla Chiesa cattolica. Ma la Dichiarazione sottoscritta da Papa Francesco e da Papa Tawadros non contiene un accordo formale sulla questione dei ri-battesimi, e va interpretata in continuità con il cammino di dialogo teologico iniziato tra la Chiesa copta ortodossa e la Chiesa cattolica con la visita che il Patriarca Shenuda III realizzò a Roma nel 1973 per incontrare Papa Paolo VI.
Anba Boutros Fahim Awad Hanna, vescovo copto cattolico di Minya afferma:  «La Dichiarazione è chiara e rappresenta un passo importante che guarda al futuro. Papa Tawadros l’ha sottoscritta con il consenso del Santo Sinodo della sua Chiesa. Le critiche di certi ambienti erano prevedibili. Ora si tratta di andare avanti insieme, nel cammino indicato da Papa Francesco e da Papa Tawadros». (Agenzia Fides 2/5/2017).

Anche al Cairo, dopo la visita apostolica del Papa in Egitto, Islam al Behairi ha qualificato di commedia la Conferenza per la pace organizzata dall’università al Azhar e ha rinnovato le critiche rivolte in passato all’università sunnita, che considera una roccaforte di pensiero religioso retrogrado e oscurantista. All’origine di questo, oltre a personalismi dopo alcune nomine, ci sarebbe anche la pressione del presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi, in favore di una presa di posizione più ferma dell’università circa le letture jihadiste del Corano.

I viaggi di Papa Francesco scuotono un po’ dappertutto, fanno riflettere e mettono in cammino. Benvenuti i confronti anche se non facili, purché si cammini verso la verità e l’unità.

 

 

 

La fede tra le braccia della mamma

Marco Roncalli nel suo volume Giovanni XXIII descrive l’ambiente della  religiosità vissuta dalla famiglia Roncalli : «In un rapporto di una inchiesta agraria riguardante la zona più vicina  a sotto il Monte troviamo : – Nel contadino il sentimento più profondo, dopo quello della famiglia, è il sentimento religioso (…).  La religione nel contadino è necessaria come quella che guida sul retto sentiero del buono e del giusto una casta intera di popolazione che poco o nulla istruita, da essa attinge i principi del retto e del giusto -.  E continua : “Una vita durissima, affidata alla provvidenza, dove una grandinata o la morte di un vitello potevano costituire  una rovina quasi irrimediabile. Tuttavia, proprio in questo mondo di disagi e ristrettezze, i valori cristiani  trovavano il terreno più naturale. La pratica religiosa era intensa, i riti vissuti con partecipazione. E così la pietas popolare, l’osservanza del culto, la frequenza ai sacramenti, al catechismo, le devozioni, gli appuntamenti del calendario liturgico disseminati lungo l’anno. Ma anche lo spirito di solidarietà era un punto fermo, e quando qualcuno aveva bisogno poteva contare sull’aiuto del consanguineo e del vicino».

Papa Giovanni accenna spesso che ricevette anzitutto in famiglia i primi sentimenti di fede. Ecco come racconta la sua prima visita al santuario delle Caneve:  «Quando giunsi davanti alla chiesetta, non riuscendo ad entrarvi perché ricolma di fedeli, avevo una sola possibilità di scorgere la venerata effigie della Madonna, attraverso una delle due finestre laterali della porta d’ingresso, piuttosto alte e con inferriata. Fu allora che la mamma mi sollevò tra le braccia dicendomi : “Guarda, Angelino, guarda la Madonna come è bella! Io ti ho consacrato a lei”. E viveva i suoi primi anni in famiglia  : “Nella mia casa paterna, la mattina quando aprivo la finestra, la prima chiesa che vedevo era la vostra ( Frati Francescani ), “un piccolo cielo dove si respira aria di eternità”,a Baccanello, e ricordando che, quando le campane del conventino chiamavano i frati al coro per l’ufficiatura di sesta e nona… sua madre metteva sul fuoco il paiolo”.  Vengo dall’umiltà. Fui educato a una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze e protegge il fiore delle virtù  più nobili e alte e prepara alle elevate ascensioni della vita”».

Quando il piccolo Angelo cessò di aver bisogno della mamma, fu il prozio Zaverio a prenderselo tutto per sé e gli infuse con la parola e con l’esempio le attrattive della sua anima religiosa. Una vita ritmata dal suono delle campane, dalla preghiera dei frati e dal profumo della polenta quotidiana. Il tutto dentro un ambiente campagnolo animato  continuamente dall’avvicendarsi, dalla bellezza e dalla voce della natura che esprime e ricorda l’azione del Creatore. Persona umana, natura, Creatore uniti in alleanza, collaborazione, rispetto e armonia.

Sembra di riudire il Vangelo della Provvidenza: «Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l’ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore».

Le braccia della mamma sono le braccia del creatore che prolunga la sua azione e il suo amore nella famiglia, nella natura, nella storia e nella tradizione.

 

Vangelo del deserto e del barcone

Leggiamo in Avvenire del 27 aprile 2017 : «Abbiamo consegnato un dono al Papa proveniente da Lampedusa. Si tratta di un Vangelo con i salmi in lingua inglese trovato sul fondo di un barcone». È quanto racconta don Carmelo La Magra, parroco a Lampedusa e assistente dell’Azione Cattolica agrigentina, dopo aver incontrato Papa Francesco questa mattina durante il Congresso del Forum internazionale di Azione Cattolica (Fiac) nell’Aula del Sinodo, in Vaticano. «Il Papa era visibilmente commosso – aggiunge don La Magra – e con le lacrime agli occhi ha baciato il libro dei Vangeli».

Sono commosso anch’io perché rivedo i migranti che suonavano alla mia porta di Touggourt (Algeria) e mi chiedevano un aiuto col Vangelo in mano. Chiedevo come erano arrivati e mi indicavano la piccola croce sulla cupola della mia chiesa dicendo: «La gente ci ha mostrato la piccola croce e ci ha detto di venire qui, perché qui potevamo avere qualche aiuto».

E quando chiedevo un documento, raccontavano che giungendo in Algeria, dopo aver attraversato il deserto su camion, erano  stati  gettati sulla sabbia e spogliati di tutto. Davanti a me tenevano in mano il Vangelo, ormai a fogli,  l’unico documento da poter mostrare come segno di identità. In che modo fossero riusciti a tenerlo, solo loro lo sanno. Vangelo in inglese, in francese, in spagnolo… Cattolici, evangelici, protestanti… Forse anche qualche animista. La prima parola presentandosi era questa: «Sono un cristiano».

Tutto ridotto a segni. La piccola croce su una chiesa chiusa al pubblico e affidata a una associazione musulmana, ma con la speranza di ritornare a essere casa di preghiera. Un insieme di fogli, il Vangelo, col quale pregare nel difficile  viaggio, unico segno di presenza viva del compagno segreto et inseparabile, l’unico rifornimento per il lungo viaggio della vita, l’unica arma di difesa. Uomini ridotti all’estrema povertà. E un missionario che tiene sul cuore una piccola croce e che resta segno della Chiesa presente. Segni di una umanità sofferente. Segni di Cristo ancora in Croce.

 

 

 

Insieme con Papa Francesco al Cairo

Il 28 aprile prossimo, i leader della Chiesa d’Oriente e d’Occidente e il Papa dei copti ortodossi di Egitto, Tawandros, si riuniranno insieme con Ahmad al Tayyib, il Gran Mufti della moschea dell’autorevole centro di riferimento teologico sunnita. L’incontro ha un grande significato di ecumenismo e di dialogo interreligioso  a fronte del terrorismo fondamentalista e un significato di forte invito ai leader politici mondiali a prendere coscienza della serietà della situazione delicata e carica di pericoli della polveriera mediorientale. Questo incontro merita di essere accompagnato non solo dai cristiani, ma anche da tutti i credenti. Ogni incontro è provvidenziale.

Papa Francesco ama incontrare fratelli di ogni lingua, cultura e religione e ha chiamato i musulmani Fratelli.  Foad Aodi, presidente di Amsi (Associazione medici stranieri in Italia) e Comai (Comunità del mondo arabo in Italia) disse: «Speriamo di poter trovare una personalità araba di alto spessore e alto profilo che possa fare quanto fa Papa Francesco in Occidente», che sappia «unire e far ragionare il mondo arabo in modo che ritrovi serenità e identità. Ora Papa Francesco sta dando tutte le risposte che aspettavamo da anni, che vanno dritte al cuore».

Anche Papa Giovanni Paolo II, al termine della storica preghiera per la pace in Assisi, aveva sottolineato l’importanza dell’incontro e dell’accompagnamento tra credenti : “Cerchiamo di vedere nell’incontro un’anticipazione di ciò che Dio vorrebbe che fosse lo sviluppo storico dell’umanità: un viaggio fraterno nel quale ci accompagniamo gli uni gli altri verso la meta trascendente che egli stabilisce per noi”.

Piccola Sorella Maddalena, la fondatrice delle Piccole Sorelle di Gesù, quando incontrò il Patriarca Athenagora, sentì da lui questa domanda: “Come sta mio fratello Paolo VI?”.  Poi Athenagora continuò: “Siamo caduti (sic)le braccia dell’uno, nelle braccia dell’altro, l’anima dell’uno, nell’anima dell’altro. Ci hanno chiesto . “Quante volte?” Risposi: “Quando due fratelli si incontrano dopo nove secoli, gli abbracci non si contano!” – E in che lingua parlavate? – chiese Maddalena. Athenagora rispose: “Dopo nove secoli, è il cuore che parla… ed è inesprimibile!”

Nella Redemptor Hominis, Papa Giovanni Paolo II scrive che Cristo non solo incontra l’uomo, ma ogni uomo. C’è un rapporto tra Cristo e ciascun uomo. Quando il cristiano incontra una persona, deve incontrarla come Cristo vuole incontrarla. E il carmelitano  A. Sicari commenta: “Se i cristiani hanno un compito nel mondo è di mostrare che cosa accade quando l’incontro avviene, lo stupore dell’incontro avvenuto, in modo che esso diventi desiderabile per tutti”.

 

Pellegrinaggio a Sotto il Monte

Papa Francesco dice : “Il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione. Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata”

A Sotto il Monte, paese natale del Santo Papa Giovanni XXIII, i pellegrini sono numerosi. Per alcuni è semplicemente un luogo di turismo, una bella passeggiata fuori casa. L’ambiente, i luoghi del papa, le chiese, i monumenti e le numerose foto certamente richiamano e invitano a capire lo spirito del papa, ma molti non vivono un momento di spiritualità. Invece accostando alcuni pellegrini, soprattutto al momento delle loro confidenze, della loro preghiera, e nella celebrazione della riconciiazione, resto impressionato per la profondità di una visita, meglio di un pelegrinaggio.

Forse esagero, ma mi piace accostare e esprimere quello che alcuni vivono a Sotto il Monte con quanto Alberto Mello scrive nel suo libro sui Salmi per quanti  vivono il pellegrinaggio a Gerusalemme.

“Il cammino del pellegrinaggio non è soltanto nelle loro gambe, ma è nel loro cuore. E’ ciò che li anima, ciò che li sostiene, che infonde il loro vigore necessario al “santo viaggio”. Il pellegrino che ha visitato la città santa poi ne parla come di un luogo in cui si conosce Dio, si sperimenta la sua misericordia più che da altre parti del mondo. Parla di Gerusalemme  come fosse esperienza di Dio. Il pellegrinaggio diventa evangelizzazione, diventa trasmissione della fede. Raccontando il pellegrinaggio uno racconta chi è Dio. E’ perché Dio si è legato a questo luogo. Chi fa l’esperienza di Dio a Gerusalemme, il suo ricordo è come se in quel luogo associasse le radici della sua fede e si sentisse cittadino. Nel salmo 87, 4-6 si legge: E di Sion si dirà: questo e quello vi sono nati…Il Signore scriverà sul registro dei popoli : questo è nato là”.

Sotto il Monte non è Gerusalemme,  ma ogni pellegrinaggio, quando è vissuto con una buona preparazione e poi bene accompagnato, può veramente diventare una esperienza di Dio.

Oltre alle testimonianze di chi viene per ringraziare o per domandare una ‘grazia’, molto belle sono quelle di chi esprime il cammino della sua fede: “Ogni anno vengo a rifarmi”. “Mi sento una serenità profonda”. “Dico tutte le mie sofferenze, mi sento incoraggiato”. “Papa Giovanni mi insegna e mi aiuta ad accettare la mia situazione”. “Quando prego, me lo sento vicino”. “Mi fa sentire Dio vicino”.

 

 

 

Gesù è venuto per abbattere le barriere

Carissimi, a Sotto il Monte nella casa di Papa Giovanni, ho la gioia di esercitare il sacramento della Riconciliazione e vedo che tanti si accostano e si accostano con fede. E ho il tempo di penetrare nel pensiero di Papa Giovanni. Con lui in questo clima pasquale, vi auguro la gioia di essere persone di pace e di bontà.

Per capire Papa Giovanni è necessario entrare nella spiritualità assorbita durante l’adolescenza e poi rigenerata nella quotidianità di ogni esperienza, primariamente come fiducia in Dio e nell’uomo sua immagine. Chi insegue questo filo scopre che tale spiritualità si teneva “sempre con Dio e con le cose di Dio” nella consapevolezza di una fraternità universale che preferisce innalzare ponti piuttosto che barriere. Papa Giovanni si lasciò condurre verso una grande apertura e a guardare lontano. Nel messaggio lasciatoci dal pontefice sul letto di morte troviamo il sigillo del suo percorso esistenziale : “Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici, a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non soltanto quelli della Chiesa Cattolica. Non è il vangelo che cambia : siamo noi che incominciamo a comprenderlo meglio (…)  E’ giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e di guardare lontano”.

Durante il tempo passato in Bulgaria, Turchia e Grecia, vedeva i passi di un lento cammino verso l’unità: “Tutto serve al bene, alla carità. Il Signore farà a suo tempo l’unione e la farà trionfare nella Chiesa sua. Le traiettorie dei popoli son lette dentro un piano divino di salvezza del mondo. Le barriere che devono cadere nell’utopia di una fraternità universale si spingono agli steccati che separano gli ebrei e i musulmani. Le sagome dei minareti, le facciate delle madrase (scuole), le voci dei muezzin, i ricordi del ramadan, la conoscenza di pratiche islamiche ormai in decadenza restano di fatto il mistero irrisolto o la realtà di questi anni”.

Di fronte alle resistenze al dialogo, Angelo Roncalli, vivendo nei paesi islamici, esortava a vivere la logica del Vangelo: “Comprendo bene che diversità di razza, di lingua, di educazione, contrasti dolorosi di un passato cosparso di tristezze, ci trattengono ancora in una distanza che è scambievole, non è simpatica, spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di se, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria come è detto degli abitanti di molte città dell’epoca di ferro, dove ogni casa era una fortezza impenetrabile, e si viveva sui bastioni o nei propugnacoli. Miei cari fratelli e figlioli: io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere, egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l’amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli e che lega lui con noi al Padre”.

A chi consigliava “al buon cattolico” di non esagerare “nella libera espansione dell’anima nella comunicazione della verità e della grazia ai propri fratelli”, Papa Giovanni diceva : “C’è tutta una infinità di rapporti e di contatti che sono in piena conformità alle leggi del paese e che permettono in un orizzonte di riconosciuta libertà individuale, molteplici possibilità di trasmettere il messaggio divino”.

 

 

A Sotto il Monte, la preghiera per tutta l’umanità

A Sotto il Monte si viene per pregare accanto a Papa Giovanni. Non solo per chiedere i doni di Dio per se stessi, non solo per dire “Grazie” per i beni ottenuti, ma anche per unirsi alla preghiera di Papa Giovanni, il grande intercessore che continua a volere il bene per tutta l’umanità. Nel cuore buono di Papa Giovanni c’era sempre posto per le invocazioni, per la preghiera. E continua ancora. Ora vediamolo e ascoltiamolo a Lourdes durante la grande guerra mondiale: “A Lourdes. La Madonna è sempre là nel suo atteggiamento : occhi in alto, mani giunte, labbra in preghiera. Ed in preghiera invita la Bernadetta : “Prega per i poveri peccatori, e per il  mondo tanto agitato”. Oh la preghiera : la gran cosa che essa è. Non conviene mai dimenticare come Dio l’abbia voluto costituire il vincolo tra cielo e terra e come tutto abbia promesso alla preghiera (…). E seguiamo a pregare per i giovani nostri, perché il Signore li mantenga valorosi, buoni, vincitori di se, delle loro passioni, dei loro nemici; per coloro che sono rimasti qui nell’aspettazione affannosa, spesso nella incertezza  della sorte dei loro cari, spesso nel lutto e nel pianto per le notizie infauste qui giunte e che non rivedranno mai più i loro figli, fratelli, mariti. Preghiamo per tutti nostri fratelli, per tutti noi, affinché attraverso le cure e i dolori della nostra patria terrena possiamo non perdere, ma acquistarci con merito maggiore, la patria celeste”.

Eletto papa, si fece ancora più vicino a Gesù risorto, l’intercessore presso il Padre per tutta l’umanità. “Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. Esso vivificherà la mia costante ed interrotta preghiera quotidiana di unione con Gesù, familiare e confidente”.

Per sottolineare il valore della preghiera di intercessione, il Cardinal Carlo Maria Martini il 3 gennaio 2008, ormai libero dal servizio pastorale e residente a Gerusalemme, ha detto: “La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile.

La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà”.

Concilio Panortodosso

Il 17 giugno 2016 si è costituito a Creta il Concilio Panortodosso. Vladimir Zelinskij scrive un articolo interessante. Il titolo: Il peso del passato, il pericolo del futuro, il “successo” dello Spirito, sintetizza bene le caratteristiche della situazione della Chiesa Ortodossa. Leggiamo alcuni passaggi.

Quando un Concilio Panortodosso, non più convocato per oltre dodici secoli, si riunisce di nuovo, tutti i contemporanei, gli ortodossi in primo luogo, diventano testimoni di un avvenimento storico. “Oggi si è levato un giorno gioioso, durante il quale celebriamo la storica manifestazione dell’istituzione della Chiesa, che è stata costituita dallo Spirito Santo…” – proclama a Creta il Patriarca Bartolomeo il 19 giugno, durante l’omelia, nel giorno di Pentecoste (secondo il calendario ortodosso) e giorno di apertura del Concilio.

Si può dimenticare un concilio locale perché le sue decisioni riguardano la vita interna di una sola Chiesa, mentre un Concilio di tutte Chiese ortodosse non può essere né dimenticato né emarginato. Il Concilio è come l’icona, circondata dalla venerazione; esso riceve la grazia di esprimere il mistero di Cristo in formule razionali, rivela la fede retta, vera e giusta, e come esso entri nel “Santo dei Santi” della Rivelazione. Di più: le decisioni del Concilio panortodosso per principio sono vincolanti per tutte le Chiese, anche per quelle che non hanno partecipato.

E non di rado, anche dall’interno di queste Chiese, si producono proteste clamorose che giungono alla rottura, con gesti, anche simbolici, contro i loro capi. L’incontro del Patriarca Kirill con il Papa Francesco, anch’esso avvenimento piuttosto simbolico, ha provocato una cascata di critiche nell’Ortodossia russa. C’è anche un monastero sul monte Athos, canonicamente sottomesso al Patriarca Ecumenico, la cui l’identità stessa si fonda proprio sulla resistenza al Patriarca, gravemente colpevole di ecumenismo. E questa identità si esprime attraverso l’esposizione di una bandiera nera recante lo slogan “Ortodossia o morte!”. Si potrebbero moltiplicare gli esempi…

Tutte le quattordici Chiese ortodosse canoniche hanno preso parte alla preparazione dei documenti preconciliari, ma improvvisamente quattro di esse (tra cui la più grande, la Chiesa Russa) hanno rinunciato alla partecipazione al Concilio e non sono andate a Creta. Il lavoro preparatorio ha superato i 50 anni.

La struttura canonica della Chiesa Ortodossa chiede un solo vescovo per un territorio. Soltanto in Italia, però, paese prevalentemente cattolico, sono presenti almeno sette diaspore, sottomesse ai loro rispettivi Patriarcati (Romeno, Russo – che include la massiccia emigrazione ucraina e moldava –, Ecumenico – che include russi e greci –, Serbo, Georgiano, Bulgaro, Polacco, Albanese). Si tratta solo delle Chiese canoniche, ma sono presenti anche le comunità ortodosse che non riconosciute dalla pienezza dell’Ortodossia.

Quella che a mio avviso è la più importante di tutte le decisioni è il progetto di convocare Concili simili ogni 7-10 anni. Così il Concilio sarà uno spazio di riflessione comune e di discussione permanente.

Per concludere. Ho chiamato il mio arcivescovo Jean de Charioupolis, partecipante al Concilio, per chiedere le sue impressioni. «Il Concilio si è svolto in modo meraviglioso – mi dice – ispirato dallo Spirito Santo, nella libertà di parola e nell’unanimità, in un clima di amore reciproco. Amareggiato, certo, dall’assenza delle altre Chiese sorelle. Ma nonostante tutto è stato un gran successo! Anche inaspettato».