Un’intesa intorno al discorso su Dio

In questi giorni il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale  italiana, ha incontrato i patriarchi cattolici in Libano e alcuni responsabili musulmani. Vicino al cardinale siede la ministra sciita Inaya Ezeddine. «Diciamo no alla violenza – afferma – e sì alla giustizia». Richiama la Quaresima il muftì sciita Hassan Abdallah per dire che «vivere nella fede è una ricchezza» e il «rispetto di ogni credente è fondamentale». Per questo, aggiunge, «respingiamo ogni forma di estremismo».

E il muftì vicino a Hezbollah, Nawef al-Mausawi, cita san Giovanni Crisostomo per evidenziare che le religioni «sono faro per i popoli». Poi richiama il Corano quando esorta «a essere vicini a chiunque crede». Mentre il muftì sunnita Medran al-Habbal  caldeggia l’incontro «fra mezzaluna e croce, fra moschea e chiesa» perché si crei «un movimento mondiale per proteggere l’uomo dal degrado morale e spirituale». Fino a osservare: «Molti hanno voluto dividere cristiani e musulmani. Oggi servono capi religiosi che desiderino camminare sulla stessa strada».

È quanto «insegna il Libano, luce per l’Oriente e l’Occidente», ribadisce Bassetti. E precisa monsignor Ivan Santus, incaricato d’affari ad interim della nunziatura apostolica: «La comunione è possibile quando si trova un’intesa intorno al discorso su Dio. Ed è proprio il Signore che permette l’incontro».

Quali novità nel Pime?

Non ricordo in quale contesto gli studenti del Pime del seminario di Yaoundé mi abbiano domandato: «Qual’è l’avvenire del Pime?». Stavo vivendo, nel novembre 2017, con 24 studenti africani di Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Ciad un mese di insegnamento di un corso di Storia delle missioni che toccava anche la storia e la spiritualità del Pime. Un po’ sorpreso della domanda, non tardai a rispondere: «L’avvenire del Pime siete voi!».

Nove di loro verranno presto a Monza per continuare il loro percorso di formazione assieme a studenti indiani, brasiliani, bengalesi, birmani, filippini e italiani. E la domanda: «Quali novità nel Pime?» resta di attualità vivente.

Preparandomi a ritornare a Yaoundé per il prossimo corso, e così contribuire alla formazione del Pime futuro, mi è capitato in mano il libro “Francesco il Papa delle prime volte” di Gerolamo Fazzini e Stefano Femminis con la prefazione di Federico Lombardi che dice: «Le Chiese “giovani” hanno molto da dare alla Chiesa universale». Questi nostri studenti, appartenenti alle Chiese giovani, non solo sono la continuità del Pime, ma apporteranno novità di vario genere dentro il vero  spirito missionario.

Anche il cardinale Carlo Maria Martini aveva toccato il tema della novità di vita del Cristianesimo dicendo: «La Chiesa è chiamata continuamente a distinguere l’essenziale dall’accessorio. L’essenziale è il vangelo, proclamare Gesù Cristo risorto, è insegnare a vivere come viveva Gesù. Tutto il resto è in funzione di questo». A commento del pensiero di Martini, il docente spagnolo di storia della Chiesa, Laboa Juan Maria Gallego, scrive nel libro “Perle di Martini”: «Viviamo momenti forti. La cultura occidentale sta diventando una tra le altre culture, e nella stessa Chiesa coesistono diverse teologie, sia perché quella occidentale non risulta tanto suggestiva, sia perché in altre Chiese sorgono teologi interessanti che rispondono meglio alla sensibilità dei loro credenti. Francesco, il Papa venuto da lontano è oggi la speranza in un tempo di profondo cambiamento. Il cristianesimo non deve identificarsi con l’Occidente. Dobbiamo leggere e vivere le parole di Gesù a partire da esperienze e vissuti di altri popoli».

Tornando al tema della formazione di studenti di varie nazionalità e culture e  al libro “Francesco il Papa delle prime volte”, mi aspettavo di trovare novità di ordine filosofico e teologico. Indubbiamente ci sono e vanno conosciute. Ma Federico Lombardi dice che la più importante novità portata da Papa Francesco è dentro la sua fedeltà al Vangelo, la stessa fedeltà e novità che ogni popolo cristiano può vivere in ogni tempo. Leggo: «La straordinaria e inattesa energia che si manifesta nell’attività del nuovo Papa non trova altra spiegazione – anzitutto per lui stesso – se non nella “grazia di stato” che lo sostiene e accompagna nell’affrontare la nuova missione. (…) La tranquilla fiducia nell’accompagnamento dello Spirito è una sorgente molto abbondante di libertà interiore che si traduce subito nella libertà esteriore e nella spontaneità innovatrice di numerosi gesti e comportamenti, nei quali non vi è ombra di calcolo o di artificio. Francesco si sente libero di essere “normale”, di essere “se stesso” senza particolari vincoli di protocollo, libero di esprimersi…, di prendere iniziative…, se vi vede un’occasione di servizio apostolico. (…). Diversi capitoli e contributi dell’enciclica L’audato si’ mettono bene in luce che la novità è quindi da vedere piuttosto nella prospettiva pastorale-missionaria del pontificato di Francesco e nella sua ispirazione radicalmente ed esplicitamente evangelica. (…) Il suo centro  si trova nel messaggio della misericordia… Le omelie “dialogiche” di Papa Francesco… ci mettono direttamente a confronto con la parola viva di Gesù, cosicché il Vangelo  entra subito in rapporto con la vita concreta nostra e della gente comune. (…) Sembra svelarci un segreto: anche oggi, nel mondo globalizzato e tecnologico, l’evangelizzazione si fa con il Vangelo! (…)  Altra novità di Papa Francesco è il modo e l’insistenza con cui parla del “discernimento” e del suo esercizio a tutti i livelli della Chiesa… nuovo da parte di un Papa. (…)… Papa che viene dalla viva esperienza ecclesiale dell’America Latina…ha certamente già fatto fiorire molte cose buone e nuove sul solido e antico tronco della vite del Signore!».

Non possiamo dimenticare che fu Papa Giovanni ad aprire una nuova pagina della storia dentro il Vangelo e «riconoscere i segni dei tempi, coglierne l’opportunità e guardare lontano».

Una settimana prima di morire, egli trova il tempo per affidare ai più stretti collaboratori – il cardinale Cicognani, monsignor Dell’Acqua, monsignor Capovilla…- le sue ultime raccomandazioni. Quasi un testamento spirituale. «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica… Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a conoscerlo meglio. Chi è vissuto più a lungo e s’è trovato agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un’attività sociale che investe tutto l’uomo; chi è stato, come io fui, vent’anni in Oriente, otto in Francia, e ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse, sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e guardare lontano».

Ora, osservando Papa Francesco, troviamo che la sua grande novità sta nella sua fedeltà al Vangelo vissuto in piena libertà e generosità. In realtà è il Vangelo che continua a essere vissuto in persone di ogni lingua, nazione, cultura e religione.

La novità all’interno del Pime, portata dai nuovi membri di nazioni, culture e tradizioni di altri Paesi, sarà una vitalità evangelica animata ancora dallo Spirito sempre attivo e nuovo.

 

 

Santità vicina, ricordando padre Gheddo

Nei giorni scorsi, il giornale Avvenire presentava l’ultimo documento di Papa Francesco Gaudete et exsulate con questo titolo “Santità vicina”. Ho trasalito di gioia, ricordando quanto avevo scritto in Missionari del Pime all’occasione della beatificazione di padre Clemente Vismara con lo stesso titolo “Santità vicina”:

«Questo avvenimento mi resterà a lungo impresso. Momenti belli, sentimenti forti, incontri… Ci tengo a comunicarvene tre.

Trovandoci insieme, noi missionari del Pime, abbiamo vissuto questi giorni con gioia serena e con semplicità. La frase più bella sentita riguarda un ricordo di padre Filipazzi, uno dei compagni del Vismara, che quando sentì che si incominciava il suo processo di beatificazione, esclamò: “Se fanno beato lui, devono fare beati tutti noi!”.

Ne ho visti tanti di missionari birmani, compreso il Bellotti, venuto poi in Camerun, ed erano tutti dello stesso calibro ed entusiasmo.

La seconda cosa straordinaria è Agrate. Se Vismara è stato riconosciuto ufficialmente beato è perché lui ha vissuto in Birmania ma strettamente unito alla sua parrocchia. E il gruppo missionario l’ha sempre sostenuto, sobbarcandosi poi e in modo meraviglioso, anche economicamente, tutto il cammino e tutta la celebrazione della beatificazione.

Il terzo è il pensiero della santità. Ho sentito in questi giorni che la santità è vicina. (…) Sapendo che c’è una lista dei nostri in procinto di essere riconosciuti tali dalla Chiesa, basterebbe che mi impegnassi un pochino di più, non per essere riconosciuto, ma per esserlo veramente. Dimentico però una cosa. Ci vuole, è vero, una scelta precisa e fedele, ma nello stesso tempo ci vuole la caparbietà di padre Clemente di stare unito a Gesù e alla gente e di lasciarsi guidare. Questa caparbietà è dono ricevuto da Dio».

Per continuare in clima “pimino”, ricordo ancora che quando ci si preparava alla beatificazione del Vismara, qualcuno diceva: «Non stiamo troppo vicini a padre Gheddo perché fa santi anche noi!». E padre Gianbattista Zanchi avrebbe aggiunto: «Sì, pensiamoci pure… ma prima mettiamo nel testamento dove trovare i soldi!».  Ora forse, dopo la morte di padre Gheddo, qualcuno penserà: «Senza padre Gheddo, avremo ancora dei santi?». Non esageriamo, padre Gheddo coi suoi scritti e la passione per il Pime ha contribuito solamente. Ne avremo altri ancora… Ma oggi, pensando che Papa Francesco vuole far risuonare la chiamata alla santità, nel contesto attuale, e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, tenendo ben dritta la direzione del cammino della traiettoria della santità, possiamo rileggere uno scritto di Gheddo, appassionato di fedeltà al nostro carisma.

Tornare al nostro carisma missionario vuol dire informarci di più del lavoro missionario che il Pime svolge sul campo delle missioni. Io credo che la nostra “formazione permanente”, come membri di un Istituto missionario sia questa: conoscere e far conoscere la nostra  vocazione e far conoscere il Pime e il lavoro del Pime per la Chiesa e il Regno di Dio. Ma per fare questo, tutti assieme, dobbiamo essere convinti ed entusiasti della nostra vocazione. Noi siamo missionari anche se siamo in Italia, il che vuol dire innamorati della nostra vocazione, del nostro ideale, del nostro Istituto.

L’allora Superiore generale, padre Gian Battista Zanchi, ha scritto (vedi “Il Vincolo” n. 228, dicembre 2010): «La crisi, che tutti gli istituti e le congregazioni stano sperimentando può e deve diventare un’occasione di purificazione, ci sta aiutando ad andare all’essenziale della nostra vita… Dobbiamo credere che il nostro carisma è ancora attuale… Il cuore della nostra crisi sta proprio nel fatto che anche noi siamo travolti dalla sfiducia generale e poco crediamo che abbiamo qualcosa da dire e da proporre alla Chiesa e al mondo. Forse ci sarà bisogno di rivedere lo stile, le modalità, il modo….ma se dovesse capitare di pensare che “non c’è nulla da fare”, allora è meglio ritirarsi. Già in passato avevo scritto che la crisi ci obbliga ad una maggior coscienza delle nostre responsabilità».

 

 

 

L’arcivescovo Delpini in Ucraina alla ricerca di una spiritualità dell’ospitalità

Il 16 aprile scorso, l’Arcivescovo di Milano si è recato in Ucraina con cento giovani preti ambrosiani e ora spiega il senso del pellegrinaggio.

«Forse continuiamo a essere ingenui e domandarci: Per costruire l’Europa dei popoli, per costruire un mondo di pace, contano più gli interessi o le speranze? È più efficace la diplomazia o la preghiera? Contano più le paure dei vecchi o i sogni dei giovani? Ce ne torniamo con molte domande e molti motivi per pregare. È stato un pellegrinaggio con incontri e dialoghi sorprendenti. Alla scoperta di un’Ucraina “terra di martiri”». Un viaggio dal tema: “La ricerca di una spiritualità dell’ospitalità” per prendere maggior consapevolezza che siamo Chiesa delle genti.

«Gli ucraini possono contribuire allo slancio missionario delle vostre chiese», ha suggerito l’arcivescovo greco-cattolico Sviatovlav per l’accoglienza dei nostri migranti. E Delpini riconosce che «gli immigrati hanno un patrimonio di esperienze e di domande che necessitano in noi un maggiore approfondimento. Vogliamo essere Chiesa che sa imparare dalle genti, che non riduce l’ospitalità al soccorso immediato, mettendo l’altro, invece, nella condizione di raccontare la sapienza che ci porta. La Chiesa, dunque, non come stazione di servizio dove si trova qualche genere di conforto, ma comunità di fratelli e di sorelle, chiamati ad essere pietre vive di un edificio santo».

 

L’Algeria si sentirà amata e unita

Il ministro degli Esteri Abdelkader Messahel in un’intervista rilasciata a Parigi all’emittente televisiva France 24, ha detto: «L’Algeria ha dato il suo benestare alla beatificazione in Algeria dei monaci di Tibhirine e degli altri religiosi uccisi durante gli anni Novanta e questa notizia è stata comunicata al Vaticano».

Ora possiamo prepararci all’evento. Il fatto che la beatificazione potrà avvenire in Algeria sarà un fatto molto importante non solo per la piccola Chiesa locale, ma anche per i tanti amici musulmani che non hanno dimenticato i religiosi che proprio in nome dell’amicizia con questo popolo hanno deciso di non abbandonarlo nell’ora più difficile, pagando con il prezzo della propria vita, questa scelta.

Sulla grave situazione degli anni Novanta,  il 2 gennaio 1994,  i vescovi avevano scritto alla Chiesa in Algeria: «Camminando, con il popolo algerino siamo presi dal vortice di una crisi la cui conclusione si fa attendere. Non possiamo sapere cosa ci riserva l’avvenire…In questi tempi di incertezza, continuate a fare coscienziosamente il vostro lavoro, sapendo, con i numerosi amici algerini, che ponete le basi più sicure per l’avvenire. Noi vogliamo anzitutto rendere grazie a Dio per questa serenità e tenacia in mezzo a difficoltà quotidiane talvolta angoscianti».

Il priore di Notre Dame de l’Atlas, padre Christian Marie de Chergé, aveva scritto tre anni prima della sua tragica morte, nel testamento spirituale: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a quel Paese…».

All’annuncio del riconoscimento del martirio di questi 19 missionari da parte della Santa Sede, e quindi della loro prossima beatificazione, i vescovi hanno scritto: «La loro morte ha rivelato che le loro vite erano al servizio di tutti: i poveri, le donne in difficoltà, i disabili, i giovani, tutti musulmani… I più angosciati, al momento della loro tragica morte, furono i loro amici e vicini musulmani, che si vergognavano si usasse il nome dell’Islam per commettere tali atti…. Queste beatificazioni sono una luce per il nostro presente e per il futuro».

Alla beatificazione dei 19 religiosi, l’Algeria si sentirà amata e più unita. Ce lo assicura la lettera di una mamma algerina musulmana dopo l’uccisione dei sette monaci. «Dopo la tragedia e il “sacrificio” vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte. Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini… Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi. La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità… Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi… Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria». (lettera firmata. 01.06.96)

 

Via Crucis con i migranti

Venerdì santo, ore 15, Via Crucis coi migranti ospiti a Sotto il Monte. Il gruppo degli anglofoni, cristiani  di varie espressioni, si sono uniti per ricordare Gesù in croce. Li incontro spesso e avevo loro suggerito l’idea. Han fatto tutto loro e i responsabili della Cooperativa Ruha li hanno sostenuti, così come permettono ai migranti musulmani di fare i loro incontri. Per me era commovente assistere alla loro preghiera e vivere col pensiero della Via Crucis.

Aiutare i migranti  a fare i loro incontri secondo la loro cultura ed espressione religiosa, vuol dire riconoscere l’apporto che le varie religioni, vissute nella loro autenticità, possono portare  all’intesa tra i popoli e allo sviluppo della vera pace. Papa Giovanni Paolo II disse che in ogni preghiera autentica lo Spirito Santo prega.

I diversi credenti non solo vanno accolti, ma devono anche essere aiutati, nel rispetto di tutti, a vivere  fedeli alla loro cultura e religione  e ad essere riconosciuti degni nel loro dovere e diritto di contribuire ad una migliore convivenza  mondiale. È umiliante pensare che mentre ci crediamo superiori in tante cose, abbiamo bisogno di fare attenzione agli esempi e agli aiuti che possono apportarci?

Come “dire” Gesù nel mondo “plurale” d’oggi

Il libro Solo con l’altro. Il Cristianesimo, un’identità in relazione” (Emi), scritto da Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, presentato in Avvenire del 22 marzo 2018, tratta questo argomento: Come “dire” Gesù nel mondo “plurale” d’oggi?

Il testo indaga il dualismo dialogo/annuncio cristiano che ha spesso contrapposto pensatori e diviso anche i credenti. Anch’io sono stato oggetto e soggetto di interrogativi quando, dopo trenta anni di annuncio e evangelizzazione vissuta in Camerun, sono passato in Algeria e vissuto dieci anni, mentre anche alcuni membri dell’Istituto missionario Pime si chiedevano perché “sprecare” missionari nel deserto dell’Algeria dove non ci sono cristiani.

Il brano del libro presentato continua dicendo: «I cristiani non devono aver paura del plurale, sia perché Gesù stesso è stato compreso e annunciato fin dall’inizio in diversi modi, sia perché l’accoglienza della sua singolarità permette di discriminare il vero dal falso pluralismo e di apprezzare tutto ciò che di autentico vi è nella pluralità delle culture e delle religioni. (…) Da qui la necessità per la Chiesa di mettersi in ascolto delle istanze dei contemporanei… Una delle più grandi sfide della teologia è oggi  proprio quella relativa alla bellezza. Bonhoeffer precisa : “Per secoli l’annuncio si è innestato nell’insufficienza umana, nel “brutto” della sofferenza e della morte… È tempo, per la fede e la teologia di pensare a fondo l’annuncio del Vangelo come pienezza del bello».

Nella stessa pagina di Avvenire c’è un altro titolo: POP-THEOLOGY non solo canzonette. Il vescovo Staglianò e il teologo Lorizio sono a confronto sui semina Verbi presenti nei testi di musica leggera da De André a Gabbiano, nel genere fantasy e fantascientifico oltre che in tanti film come il recente trionfatore degli Oscar “La forma dell’acqua”. Staglianò conclude dicendo: «La Pop-theology è una sorta di aratura che smuove il campo del nostro cattolicesimo convenzionale e apre a una Chiesa in uscita. Valorizzando la grammatica dell’umano che si esprime nelle canzonette, possiamo rintracciare i semina Verbi laddove si trovano. Essa è terreno fecondo di scambio tra il Vangelo, la fede e le forme di espressione tipicamente umane, anche quando non dichiaratamente non cristiane». Argomenta Staglianò: «Da sempre sono convinto che la “canzone da niente” come la chiama Rahner, abbia un valore culturale specifico e una sua qualità letteraria chiara».

Ci raggiunge la cantante suor Cristina, sempre in Avvenire del 21 marzo 2018,  che dice: «Nel nuovo disco, la gioia di Dio». Nel video di “Felice”, lei balla coi ragazzi e si riempie di colori. E spiega: «Quando l’essere umano trova un equilibrio fra ciò che è terreno e ciò che è divino, è invaso da una gioia incredibile. La felicità è qualcosa di molto profondo, la certezza che dentro di te c’è qualcosa che ti tiene in equilibrio… Quando incontri Gesù hai bisogno di correre a raccontarlo agli altri. Poi il Signore usa le forme più disparate. Si è servito anche di una giovane suora vista in un talent. Gesù non era ordinario, era criticatissimo, il suo obiettivo era andare verso gli ultimi, verso coloro che non avevano ancora incontrato il suo sguardo. Desidero arrivare anche a chi Gesù non l’ha ancora incontrato, con testi che, in una maniera implicita, contengano comunque il suo messaggio. Sono canzoni d’amore che io dedico a Dio, ma qualcuno può dedicarla alla mamma, alla fidanzata, al marito».

Anche il Corriere della Sera di venerdì 23 marzo, scrive di suor Cristina che alla domanda: «Qual è la sua missione con la musica?», risponde: «Arrivare ai cuori delle persone, è stato grazie alla musica che il Signore mi ha chiamato a sé. E ora voglio ridare quello che ho preso: usare del potere della musica per poter comunicare. Nelle mie canzoni non parlo apertamente di Gesù, ma c’è sempre un messaggio implicito di amore, bellezza e speranza».

In Algeria non potevo portare la croce e non potevo fare proselitismo. Il mio pulpito era il marciapiede, dove bevevo il tè seduto con chi mi invitava. Insegnando in francese o in italiano, a casa, testi di buona educazione, di buon umanesimo. Accogliendo il cous cous delle mamme dei miei alunni, o la parte di carne che i vicini dedicavano ai poveri nella festa del montone. E dopo aver celebrato la Messa presso le Piccole Sorelle di Gesù, arrivando in piena piazza centrale, seduto a fianco del carrettiere sul carretto tirato dall’asino e salutato dai poliziotti come un generale.  Alla fine sono diventato amico di tutti e, quando sono partito, alcuni mi hanno salutato dicendo: «Arrivederci in Cielo!».

Partendo dall’Algeria, un professore col quale ho lavorato e dialogato tanto, ha voluto scrivere: «Quando trovi l’amore, non lasciarlo passare: sia la cosa più bella della tua vita. È ciò che ci insegna padre Silvano. Si è impegnato perché l’amore regni nella nostra regione, e sia un simbolo sacro e vivo per tutti gli abitanti di Touggourt. Ha acceso tante lampade di giovani e anziani. È stato paziente nelle difficoltà, ad insegnare il francese. Che Dio Onnipotente lo protegga e l’aiuti a portare un di più a questa regione. Che avrà sempre bisogno di lui».

 

 

 

Egitto: aperture del presidente Al-Sisi verso i cristiani

«Dal momento della sua elezione a presidente dell’Egitto – scrive il francescano Chéhab Bassilios – Al-Sisi ha portato avanti una precisa strategia di avvicinamento ai copti: ha avuto il coraggio di recarsi per gli auguri natalizi nella cattedrale, durante la messa di mezzanotte. In precedenza l’evento avveniva in maniera formale presso la sede del patriarca. È una scelta che assicura al presidente un posto nei cuori dei fedeli».

Per il religioso si tratta di una «inversione di rotta rispetto al regime precedente dei Fratelli musulmani, che consigliavano i loro adepti di non concedere nulla ai cristiani d’Egitto». Altro elemento che, scrive padre Chéhab Bassilios, «fa ben considerare il presidente da parte dei copti è l’atteggiamento verso le chiese che non godono ancora di autorizzazioni ufficiali. Negli anni scorsi, questi luoghi di culto venivano chiusi immediatamente. Quest’anno, l’organismo governativo preposto al culto ha annunciato che più di 2.500 luoghi di culto sparsi in 14 province verranno mantenuti aperti in attesa del loro riconoscimento in base ad una legge emanata nel 2016. L’autorizzazione attuale è basata su un’intesa tra la polizia di Stato e le autorità cristiane del Paese, cattoliche, ortodosse e protestanti. Secondo il quotidiano “al-yôm al-sâb” (Settimo giorno), il totale delle chiese chiuse negli anni scorsi per mancanza (vera o presunta) di autorizzazioni raggiunge la cifra di 3mila, 2mila appartenenti alla sola Chiesa copta. A ciò si aggiunga la costruzione dell’enorme cattedrale della Natività di Cristo, in quella che sarà la capitale amministrativa dell’Egitto, “dono dello Stato egiziano e del presidente al-Sisi” alla comunità cristiana del Paese». AgenSIR 18 marzo 2018

 

Il futuro delle parrocchie

Nel giornale L’Eco di Bergamo di venerdì 9 marzo, Sabrina Penteriani scrive l’articolo L’unità pastorale missionaria con 60 nazionalità. Vi leggiamo: La parola “accoglienza” nell’unità pastorale di Verdellino-Zingonia non è un’idea astratta ma una pratica quotidiana. (…) Gli italiani in generale e i cattolici sono in calo: i battesimi, dieci anni fa erano una quarantina all’anno in ognuna delle due parrocchie, nel 2017 sono stati 18 fra tutte e due. Nelle scuole il 60% dei bambini ha genitori di origine straniera. Sul territorio convivono 60 diverse nazionalità. Don Marco, parroco di Zingonia, dice: «La parrocchia è una comunità cresciuta con grande slancio missionario. Proprio per la presenza di gente di diverse provenienze, c’è uno spiccato senso di accoglienza e in generale una mentalità molto aperta. (…). Tra gli immigrati ci sono cattolici presenti e attivi nelle comunità. I nostri aiuto-sagristi vengono dal Togo e dall’India. A volte, nella comunità entrano anche “gli altri”, i non cattolici, anche solo per condividere qualche momento di gioco all’oratorio, le attività sportive, oppure i giorni di festa. Sul territorio si trovano luoghi di culto di altre religioni, come la moschea nelle Torri. La convivenza è pacifica, ci sono contatti rispettosi e amichevoli anche se non frequenti». (…)

«A Zingonia – racconta Paola infermiera e catechista – c’è un pot-pourri di persone, bisogna fare i conti con tanti modi di pensare e di vivere differenti. I gruppi di catechisti e volontari si sono amalgamati, hanno imparato a conoscersi, dialogare». «Abbiamo scelto una logica di inclusione – conclude don Marco -. È più faticoso, ma permette di arricchire i rapporti umani e fa crescere la comunità».

 

 

Ibn Battuta alla scoperta dei mille islam

Sul quotidiano “Avvenire” del 7 marzo 2018, Franco Cardini scrive l’articolo L’avventura di Ibn Battuta attraverso l’Oriente alla scoperta dei mille diversi islam. Avvicinandosi le vacanze, il giornalista consiglia di leggere il libro di Follath Al di là dei confini…( Ed. Einaudi) che ripercorre il viaggio di Ibd Battuta indugiando, soprattutto, sulle principali città da lui visitate : Tangeri,  Cairo, Damasco, Mecca, Shiraz, Dubai, Samarcanda, Dehli, Malé, Giacarta, Hangzou, Granada, come le vedeva un avventuriero maghrebino del Trecento che si muoveva nel mondo islamico “come un pesce nell’acqua” ma che talora ci si trovava spaesato e meravigliato; e come le vede oggi un giornalista tedesco in grado di apprezzare quel che di allora è rimasto, e di riflettere su quel che è scomparso e su quel che è mutato. Il giornalista non vuol perdersi in elogi del libro. Raccomanda solo due cose. Primo : leggerlo se si hanno ancora  dei pregiudizi sull’islam: si constaterà quali e quanti islam esistano al mondo, quanto sia sbagliato e ingiusto sentenziare che l’Islam è questo, che pensa quest’altro che vuole quest’altro ancora. Secondo: leggerne ogni sera qualche pagina e decidere anche alla luce dei suoi consigli e delle sue riflessioni la prossima meta di viaggio.